giovedì 8 novembre 2007

CARLO BO , LA LETTERATURA COME VITA

Giuseppe Moretti
 
Carlo Bo, per oltre cinquant'anni rettore dell'Università di Urbino, ha sempre mantenuto la sua residenza a Milano, nella parrocchia barnabitica di S. Alessandro. In più occasioni ha mostrato la sua famigliarità con i Padri e la stima verso l'Ordine. Lo ricordiamo nella sua attività di letterato .
 
"La letteratura è stata davvero per me, da un certo momento, la vita stessa" (Diario aperto e chiuso 1932-1944). 
"Con Carlo Bo è finito quasi un secolo di letteratura cattolica in Italia, e la parte di essa culturalmente più aperta e avanzata, quella del "giuoco libero dello spirito"" (Carlo Carena). Nessuna pretesa di definire, in questo articolo, la figura del grande e rigoroso critico della letteratura, non soltanto italiana, del Novecento, partecipe del mondo culturale fiorentino delle riviste Il Frontespizio e Campo di Marte e la conseguente polemica sull'ermetismo, eminente francesista, Rettore magnifico per mezzo secolo dell'Università di Urbino, esponente di un cattolicesimo "non assestato, non formale, nemmeno troppo ortodosso e rigoroso", firma prestigiosa del Corriere della sera, senatore a vita. 
Soltanto frammenti di pensieri sulla sua concezione della letteratura e la sua religiosità di ricerca. "...Rifiutiamo una letteratura come illustrazione di consuetudini e di costumi comuni, aggiogati al tempo, quando sappiamo che è una strada, e forse la strada più completa, per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza. A questo punto è chiaro come non possa esistere...un'opposizione fra letteratura e vita. Per noi sono tutt'e due, e in ugual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l'assoluta necessità di sapere qualcosa di noi...La letteratura è la vita stessa, e cioè la parte migliore e vera della vita... Non crediamo più ai letterati padroni gelosi dei loro libri...Non esiste un mestiere dello spirito... valore di un testo dipende appunto dal suo grado di vita, dal modo in cui è stata rispettata la vera realtà dei nostri movimenti". Sono schegge tratte dal saggio Letteratura come vita (1938), uno dei documenti più decisivi della nuova civiltà letteraria, un manifesto che ha fondato la cultura del secondo Novecento.
 
Letteratura come richiamo alla Verità
Sin dai primi studi pubblicati sulla rivista fiorentina Il Frontespizio, Carlo Bo dette un senso alla nuova letteratura, segnò con indiscutibile dignità il distacco dalle precedenti generazioni, e indirizzò la nostra cultura ad un autentico dialogo europeo. La forza rovente della letteratura si misura, per Carlo Bo, dalla sua potenzialità di accogliere la vita, di intervenire sulla realtà in forma di intervento morale, nel richiamo quasi mistico, agostiniano e pascaliano, a una letteratura di esistenza e di problemi, "non contaminata dagli umori e dalle passioni del momento". 
Da Letteratura come vita si diramano le fertili, sistematiche esplorazioni di Bo degli autori francesi, italiani e spagnoli, introducendo in Italia scrittori di tensione etica e noetica come Kafka, Eliot, Maritain, Mauriac, Claudel, Mallarmé, Unamuno, Garcia Lorca. 
Una letteratura, quella che interessava a Carlo Bo, che non si occupa delle vanità, della sola estetica, ma che tende alla formazione umana e presuppone una fedeltà continua alle proprie idee e ai propri ideali, compito specifico non solo degli scrittori, ma anche dei critici. "E che cos'è per noi la lettura se non tenere in mano questa parte viva della verità e consumarsi per non saperla restituire, che cos'è se non durare su questo oggetto chiuso e palpitante dell'animo?". 
Caratteristica di Carlo Bo critico letterario è la sua capacità di lettura attentissima a cogliere in ogni testo la misteriosa presenza della poesia, unita a un incomparabile, mai arreso e appagato interrogativo morale. Egli è rimasto fra i pochi a conservare integro il senso delle domande brucianti, carico di assoluto, che investono, per voce dei poeti, i fatti fondamentali della nostra vita. Per questo il suo interesse andava verso quella cultura cattolica che in Francia aveva espresso Pascal, prima, Maritain, Claudel e Mauriac, poi, mentre tra gli italiani la sua attenzione andrà soprattutto a Leopardi e a Serra, per arrivare a Don Mazzolari (Don Mazzolari e altri preti, 1980) e Giovanni Testori (1995). 
Così, al centro di due suoi fondamentali saggi: L'eredità di Leopardi (1964) e La religione di Serra (1967) batte e ribatte l'antica idea della letteratura come vita, nei termini ancora vivi e brucianti di un'esemplare, unitaria fedeltà alle domande, al dialogo continuo di ieri e di oggi: quale il destino della letteratura? quale la sua parte nella nostra vita? quale la responsabilità dello scrittore?
"L'arte non ha né il compito né il dovere di migliorare la natura dell'uomo, ma deve
rispondere inequivocabilmente alla ricerca della verità" . 
Questo rinnovato, convinto richiamo alla responsabilità morale dello scrittore comporta per l'ultimo Bo una duplice e risoluta dinamica. Di ricerca, di conferma calda e persino accorata dei nessi profondi tra l'arte e la vita. E al tempo stesso d'allarme e contestazione quando si perdano questi legami tra letteratura e tempo dell'uomo, tra letteratura e senso morale della poesia. 
Scriveva in Riflessioni critiche (1953): "I veri romanzi si riconoscono e dal punto di partenza e dal punto di arrivo, che lasciano appunto questa sensazione di vita. Quando il lettore è costretto a dire "questa è la vita", "questa è proprio la vita", è allora che la funzione del romanziere è definitivamente riuscita". 
Per Carlo Bo i grandi scrittori della cultura cristiana europea del Novecento non erano soltanto oggetto di studio severo e approfondito, ma anche condivisione convinta, appassionata e tormentata della stessa fede. E ad Elio Vittorini, che nell'immediato dopoguerra, chiamava a raccolta attorno al Politecnico tutti gli intellettuali, compresi gli idealisti e i cattolici, in nome di un nuovo impegno di direzione politica, Bo rispose appellandosi invece al rinnovamento interiore dell'uomo: "Siamo pronti a combattere contro l'ingiustizia, ma qualcosa dentro di noi ci avverte che questa ingiustizia comincia da noi, che il male che vediamo in spaventose forme esteriori ha un'esatta rispondenza nel nostro cuore". Alla risposta di Vittorini che chiamava in causa Cristo, Bo ribatteva: "Sono sicuro di avere ragione nel mio grido, ma nello stesso modo sono sicuro delle mie mancanze, di perdere quotidianamente l'offerta della verità...Cristo bisogna inventarlo dentro di noi e allora non nascerà più come un pretesto esterno...Permetti che io lo difenda in me, in questa prigione di attesa e di dolore" (Cristo non è cultura, poi in Lo scandalo della speranza, 1957). 
"Nasceva così il dilemma tra salvezza interiore del "cristiano" e fiducia del "marxista" nel riscatto della storia, che avrebbe dominato la cultura letteraria e politica italiana per molti anni, sia pure con fasi e modi differenti, dalla guerra fredda al crollo del muro di Berlino. È il periodo in cui, se la sinistra esercitò un'innegabile egemonia culturale, il cattolicesimo moderato ebbe gran parte del potere politico: e poiché tra le sue file le personalità erano relativamente poche, Bo esercitò un ruolo eminente. Quel ruolo però se l'era guadagnato negli anni in cui le leve del potere stavano altrove e i venti della moda spiravano verso altri lidi. Se l'era guadagnato per la virtù che Piero Bargellini, il compagno di strada di Frontespizio, gli aveva riconosciuto in una lettera di commiato: "La tua non è abilità critica o sensibilità d'occhio. È capacità d'anima"" (Pietro Gibellini). 
Il 31 dicembre 2000 Avvenire aveva interpellato alcuni intellettuali sulle questioni fondamentali del XXI secolo. Questa la risposta di Carlo Bo: "La sopravvivenza, fisica e morale, di ciò che costituisce il fattore umano. Questa sarà la "magna quaestio" del prossimo futuro. II problema drammatico della civiltà che si affaccia col nuovo secolo sarà il poter ritrovare le ragioni ultime di quei valori che consentono una vita umanamente e umanisticamente motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili, ma anche - e soprattutto - di quelle invisibili. Il grande compito dei cristiani e degli uomini di buona volontà sarà fare un po' di spazio nel materialismo e nel consumismo globalizzati per ritrovare un'idea condivisibile delle cose superiori. Bisognerà insomma costruire insieme, credenti e no, un'altra civiltà, un mondo che sappia finalmente ritrovare lo spirito della carità cristiana: cioè saper perdonare e cercare di risolvere problemi epocali, inevitabili e giganteschi, secondo uno spirito di carità. Dovremo saper cambiare il mondo, come scrisse Rimbaud, ma in senso positivo, coscienti della difficoltà dell'impresa, perché il male è difficilmente aggredibile, anzi sapendo che si tratta di una scommessa perduta in partenza. 
Per quanto riguarda la letteratura, essa è, sempre figlia del proprio tempo, e mancando oggi valori forti, non vedo all'orizzonte la possibilità di una nuova classicità; i prossimi decenni saranno ancora tempi di sperimentalismi". 
Carlo Bo: un grande critico letterario, ma anche un austero, credibile maestro di vita.
 

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