domenica 7 ottobre 2007

George Mathieu

> DI helga marsala


Un uomo in lotta con le sue tele. Un corpo a corpo con la pittura, col colore, con la materia viva dell’arte. George Mathieu era un artista eccentrico, eccessivo, un pittore esplosivo ed “iper-cinetico”, e la sua era un’arte somatica. 
Spesso Mathieu si cimentava in vere e proprie esibizioni pubbliche, performance dal tono teatrale, in cui la sua pittura materica, veloce e concitata si faceva grido, azione, corsa, gesto, parola primordiale e automatismo psichico. Una matrice surrealista, connessa a questi stati creativi di trance, orienta e connota il suo lavoro, ma le differenze sono immediate: nessun riferimento a forme e oggetti riconoscibili, nessuna retrolettura psichica, nessun intento analitico di pulsioni inconsce. Le uniche pulsioni a cui soggiace il gesto pittorico di Mathieu riguardano una fisicità dirompente, una istintualità che ha a che fare con l’ esistenza, col substrato corporeo dell’essere e della natura. I suoi segni non sono simboli. E nemmeno grafismi portatori di significato.

Certo, è scrittura il gioco intessuto sulla superficie, e molto ricorda l’esercizio orientale della calligrafia. Malraux lo definì giusto un “calligrafo occidentale”, ma anche qui le dovute precisazioni: il segno nervoso che scandisce lo spazio qui è come lo spasmo che increspa una superficie neutra... è il grado zero della pittura per dirla con Barthes, laddove il racconto si perde ed emerge il gesto primo, lo sguardo autentico, l’occhio cieco. 
Il segno – in antitesi alle teorie saussuriane - non porta un significato, ma è significato, non esprime né rimanda, ma esiste, deformandosi, espandendosi, uscendo da sé per prendere corpo e spazio. La retrospettiva milanese, curata da Daniel Abadie e Dominique Stella, riesce a trasmettere questo impatto violento, e a dare un’immagine di Mathieu poderosa e intensa. Il percorso espositivo, ben ideato e orchestrato, parte dai primi lavori dell’artista, caratterizzati da un raffinato astrattismo organico, attraversa via via i grandi capolavori degli anni 50’, che ne decretarono la fama internazionale nell’ambito dell’informale segnico e gestuale, e arriva fino alle tele più recenti, caratterizzate da un’ estrema dilatazione cromatica e spaziale. Sono quadri di grandi dimensioni, alcuni giganteschi, tutti di ottima qualità, provenienti da collezioni private e pubbliche, europee, americane ed asiatiche.
Da una parete all’altra, da un esplosione visiva all’altra, dai rossi crudeli ai bianchi assoluti, dai segni zen minimali, sospesi e silenziosi, ai grovigli scuri disegnati con rivoli convulsi di colore grumoso, direttamente spremuto sulla tela col tubetto... il viaggio è emozionante, il ritmo incalza appassionato, e poi s’arresta in pause larghe, articolando una rapida, incantevole successione che toglie il fiato. E’ uno spaccato completo ma non dispersivo, non troppo esteso: la giusta quantità di tracce per un giusto tempo d’attraversamento ed immersione.

helga marsala



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