domenica 8 luglio 2007

Pier Paolo Pasolini secondo Federico Zeri



Federico Zeri (1921-1998) è stato uno dei maggiori storici d'arte italiani. La sua carriera si è svolta ai margini delle università e delle consorterie dei musei. Zeri ha sempre documentato e criticato l'abbandono, il degrado e le distruzioni del patrimonio artistico italiano.Pasolini era un uomo bifronte: da una parte era affascinante, aveva una voce incredibilmente bella, la voce più bella che abbia mai sentito, la voce di un angelo; dall'altra, accanto a questa voce c'erano dei particolari repellenti, le mani per esempio, fredde, sudate, non so, mi faceva una grande impressione toccarle, poi aveva l'aspetto, io l'ho detto altre volte, di una bellissima statua greca in bronzo caduta da un autotreno, sull'autostrada e ammaccata, aveva qualche cosa di ammaccato, di rovinato, però era un personaggio incredibilmente... unico, io lo considererei. Io lo avvicino molto alla figura di Caravaggio, anche per la fine. Secondo me c'è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt'e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi. [...] Pasolini ha avuto una sorta di folgorazione, dalla pittura antica, e quando ha approfondito questa sua, diciamo, curiosità ha trovato che la pittura antica può fornire una quantità enorme di spunti tipologici, formali, che lui ha tutti reinterpretati. Ha guardato poi in modo particolare Rosso e Pontormo perché erano pittori dei quali avvertiva la sostanza agitata tipica di un periodo di crisi, di trasmutazione. Ha avvertito soprattutto in Pontormo il dramma interno dell'artista solitario, incompreso, omosessuale e in Rosso ha capito, non so però fino a quale punto, il profondo divario fra le cose che dipingeva e quelle in cui credeva. Secondo me Rosso è un pittore blasfemo, un pittore non dico ateo, ma per lo meno molto scettico, che prende in giro anche le cose più sacre della pittura. Io me ne sono accorto quando ho visto l'Ecce Homo, cioè il Cristo morto con gli angeli, oggi nel Museo di Boston. [...]Quella che fosse la religiosità di Pasolini non l'ho mai capita bene. Debbo dire che Pasolini, a mio avviso, era profondamente cattolico, nel suo intimo; era formato dall'Italia cattolica, quindi aveva un forte senso del peccato, un forte senso della redenzione, un forte senso della liberazione dal peccato e dal senso di colpa. Questo secondo me era Pasolini. Io quando l'ho conosciuto, l'ho incontrato più di una volta e ho avuto sempre l'impressione di una persona profondamente toccata dal senso di colpa, agitata, quasi tormentata, lacerata, ecco il vero termine che si addice a Pasolini, lacerata, una persona che voleva essere punita. Poi anche il culto della mamma, che era molto profondo in Pasolini, tant'è vero che la madre addirittura mi sembra appaia come Madonna in un film che è Il Vangelo secondo Matteo.Ancora Federico Zeri su Pasolini, in un'intervista precedente Lo conobbi agli inizi degli anni Cinquanta in via Livorno, a casa di Anna Banti, cioè la signora Longhi, dove lui, agli esordi o quasi (era appena venuto a Roma), aveva portato un manoscritto. Mi fece un'impressione enorme, sconcertante, bivalente. Da una parte, c'era la sua voce di una bellezza incredibile: dura e dolce, con qualche cosa di insinuante e di perfetto; non si capiva bene di quale regione fosse. Se gli angeli parlassero italiano parlerebbero come Pasolini.Dall'altra parte, c'era il Pasolini fisico che aveva l'aspetto di una bellissima statua di bronzo caduta da un autotreno e ammaccata dalle automobili che lo seguono. Una faccia dura e acciaccata che muoveva delle mani fredde, sudate, orrende, che dopo una stretta, uno va subito al bagno e si lava con il disinfettante. Da questo strano miscuglio di persona gentilissima, di una cortesia estrema, commovente, e di persona fisicamente un po' repulsiva, veniva fuori un personaggio straordinario e incredibile; poche volte nella mia vita ho sentito una presenza così brillante, quel modo di parlare, quella dolcezza umile ma nello stesso tempo altezzosa.Non mi sono mai piaciuti i suoi articoli "corsari" sul "Corriere della Sera"; erano il canto del cigno, se si può chiamare cigno Pasolini. Quello che dava fastidio era il suo cattolicesimo - un cattolico passato al marxismo, che sono sempre le due facce della stessa realtà - che l'aveva portato alla colpevolizzazione sofferta delle sue tendenze omosessuali, legate soprattutto alla identificazione della mamma-Madonna. Perché la mamma italiana molto spesso sta con la Madonna sotto la croce (e in un film Pasolini sceglie appunto la madre per interpretare la Vergine), e dall'altra parte c'è la mignotta sfrenata del Raccordo Anulare. Schiacciato da tanti complessi, lui finocchio sentiva "la colpa della carne", allora peccava per essere redento.Questa carne triste! Ma perché? Se sei fatto così e ti va di fare quello, fallo. Io il senso del peccato non lo conosco. Perché la penso in un altro modo. Io sento piuttosto, quando commetto qualcosa di grave, una frattura tra me e il mondo che mi circonda: quello per me è il vero senso di colpa. Ma è una percezione che sento dentro di me, non lo vado a raccontare ai preti. Per me la cosa importante è essere in armonia con il mondo circostante.Ma poi, secondo me, Pasolini non era un omosessuale, era un coprofilo. Era un vizioso con dietro un padre autoritario e davanti una mamma che si era tanto sacrificata. Siccome non mi sento né cattolico né marxista, quel Pasolini lì non mi piace. Ciononostante, resta un personaggio eccezionale: basta pensare alla quantità di lavoro che riusciva a tirare fuori. Trovo meraviglioso il Pasolini di "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta". Due libri bellissimi; come trovo sublime un capolavoro, il suo primo film "Accattone". C'erano delle immagini potentissime di uno che conosceva molto bene Roberto Longhi e che aveva sguazzato nell'arte del Caravaggio: certi "tagli" venivano fuori da Matteo Stomer, da Borgianni, ma in modo svelato, palese, evidente. Mi è piaciuto molto anche "Mamma Roma" e, con tutte le esagerazioni, "Il Vangelo secondo Matteo". In quest'ultimo, Pasolini allargava la rosa delle sue conoscenze artistiche citando opere del Beato Angelico e di Piero della Francesca.Non ho mai apprezzato molto le sue poesie, ma quando Pasolini si scaglia a colpi di versi contro un certo Sessantotto, non potrei essere più d'accordo. I figli di papà che fanno i terroristi sparando al carabiniere, che fa il suo dovere, sono sempre i nipoti dei piemontesi colonizzatori che si divertono poi ad ammazzare quelli del sud.Una meteora, Pasolini, di impegno morale, di partecipazione viva, vera, sopra la palude italiana; è stato uno che le sue scelte le ha pagate, le ha sofferte. Deve'essere stata terribile la sua vita. Io lo paragono a Caravaggio, le due rispettive morti mi sembrano molto simili. In paesi conformisti e cattolici come l'Italia, l'opposizione porta alla provocazione a tutti i costi, al gesto clamoroso. Poi la provocazione finisce nella disperazione più tragica perché ci si accorge che tanto nulla cambia. È come dare calci alla ricotta o testate a un materasso. Per cui alla fine, sia Caravaggio, sia Pasolini inventano la propria fine, la sceneggiano, la recitano e la portano fino in fondo: la morte di Caravaggio a Porto Ercole, sulla spiaggia, febbricitante; la fine di Pasolini tra le baracche dell'Idroscalo di Ostia. (Comunque, non è stata una persona sola che l'ha fatto fuori; lo escludo assolutamente.)Il martirio di San Pier PaoloPasolini. Mi ricordo bene come gli si scatenò contro l'Italia ufficiale e benpensante quando scrisse una poesia piuttosto forte sulla morte di Pio XII, dicendo che era un papa che non si interessava dei poveri, che si manifestava solo nella sua pompa pontificia. L'editore Bompiani, che l'aveva pubblicata, fu cacciato dal Circolo della Caccia! Cose spaventose accaddero alla prima del film "Accattone": lo schermo del cinema Barberini di Roma fu lordato con sacchi di plastica pieni di inchiostro e di merda. Mi ricordo bene come il partito comunista si impadronì della cerimonia funebre di Pasolini, dopo che per anni gli intellettuali di sinistra ne avevano detto peste e corna (Franco Fortini: "Molte cose Pasolini sa fare. Non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po' zitto. È 'un nemico del popolo'").Alla fine, quegli articoli terribili che scriveva sul "Corriere della sera", cose senza speranza proprio, mi facevano pensare che lui si sentisse vicino al salto nel burrone. Faceva molta pena. È uno dei personaggi più incredibili che io abbia mai incontrato, forse il più incredibile di tutti.

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