giovedì 28 giugno 2007

L'Action Painting e Pollock


L'arte informale americana, legata alle diverse e più pragmatiche tradizioni di quel popolo, si identifica con la cosiddetta Action Painting, che potremmo forse tradurre come "pittura d'azione". Precoce anticipatrice di alcune tematiche europee, essa si sviluppa nel primo decennio del dopoguerra e per le caratteristiche che assume viene anche definita Espressionismo astratto, in quanto in essa si coniugano la virulenza espressiva e l'assenza di forme immediatamente riconoscibili. Il maggior esponente dell'Action Painting è senza dubbio lo statunitense Jackson Pollock (1912-1956), la cui vita sregolata, stroncata da un incidente d'auto, si riallaccia a quella degli artisti bohémien della bélle epoque o dei primi anni del Novecento.
Pollock, uno dei pochi artisti-mito dell'ultimo dopoguerra, ha una formazione abbastanza irregolare, trascinata di malavoglia tra varie accademie e scuole d'arti applicate americane. Fin dall'inizio risente molto del fascino della pittura popolare messicana e di quella che gli indiani d'America praticavano secondo riti antichissimi a scopo magico-propiziatorio. Nel 1937, neanche trentenne, Pollock è già gravemente affetto dall'alcolismo e deve sottoporsi a varie terapie psicoanalitiche. Proprio nell'ambiente medico e culturale il giovane artista ha modo di conoscere le ultime avanguardie europee, dalle quali rimane immediatamente affascinato. Nel 1947, infine, Pollock mette a punto la tecnica del dripping, consistente nel sopprimere il pennello e sostituirlo con sgocciolature più o meno regolari di colori sintetici puri su tele o cartoni distesi al suolo. In questo modo si ottengono risultati quasi assolutamente casuali, generando grovigli filamentosi di colore che si sovrappongono gli uni agli altri in un caotico intreccio di schizzi, gocce e colature, come ben si vede in "Foresta Incantata", dove tecnica e soggetto si amalgamano in un'unica ragnatela di segni. Scrive Pollock: "Io dipingo per terra ma non è una cosa anomala. Gli orientali lo facevano. Il colore che uso quasi sempre è liquido e molto fluido. Utilizzo i pennelli più come bastoni che come veri pennelli. Il pennello non tocca mai la superficie della tela, resta al di sopra".Nel celebre "Pali Blu", infine, realizzato dall'artista nel 1953, si ha un'idea abbastanza precisa di cosa sia il dripping. Lavorando concitatamente intorno alla tela disposta per terra, Pollock la schizza con batuffoli di cotone, con pennelli da verniciatore e con pezzi di legno; poi vi cola sopra fili sottili di colore che, a seconda del movimento della mano, si distribuiscono o si addensano creando zone di maggiore o minore concentrazione. Quel che ne nasce è un caotico labirinto di segni e colore all'interno del quale è lecito che ciascuno immagini ciò che più desidera o, al contrario, che più teme. I pali blu del titolo corrispondono agli otto segmenti variamente inclinati che percorrono l'intero dipinto. Essi rappresentano gli ultimi elementi geometrici residui, attorno ai quali si addensa il convulso assedio delle sgocciolature variopinte. È il grido disperato della ragione sopraffatta dall'urlo dell'irrazionale. È la testimonianza più tragica dell'intimo tormento di Pollock, l'eterno ribelle che amava ripetere: "ogni buon artista dipinge solo ciò che è". L'artista entra definitivamente nella leggenda nel 1956, quando muore in un incidente stradale.Acclamato come artista maledetto per eccellenza, come talento giovane, illimitato e autodistruttivo, Pollock può ben collocarsi tra quelle celebrità "ribelli" a lui contemporanee: l'attore James Dean, anch'egli morto vittima di un incidente stradale alla sola età di ventiquattro anni e lo scrittore Jack Kerouac, per il quale il ricorso all'alcool diventa sempre più sistematico fino al 1969 quando un attacco di ernia non curata chiude un'esperienza umana che sembra segnata dal riconoscimento del primo e fondamentale principio del buddhismo: che la vita umana è essenzialmente dolore

1 commento:

Fausto Intilla (fisico teorico) ha detto...

"Una goccia d'acqua che si spande nell'acqua, le fluttuazioni delle popolazioni animali, la linea frastagliata di una costa, I ritmi della fibrillazione cardiaca, l'evoluzione delle condizioni meteorologiche, la forma delle nubi, la grande macchia rossa di Giove, gli errori dei computer, le oscillazioni dei prezzi Sono fenomeni apparentemente assai diversi, che possono suscitare la curiosità di un bambino o impegnare per anni uno studioso, con un solo tratto in comune: per la scienza tradizionale, appartengono al regno dell'informe, dell'imprevedibile dell'irregolare. In una parola al caos. Ma da due decenni, scienziati di diverse discipline stanno scoprendo che dietro il caos c'è in realtà un ordine nascosto, che dà origine a fenomeni estremamente complessi a partire da regole molto semplici."
James Gleick

Articolo:
http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=339

Credo che Pollock, con la frase :“Io mi occupo dei ritmi della natura”, intendesse semplicemente evidenziare una certa correlazione tra il “lato pratico” della tecnica dello sgocciolamento, e alcuni aspetti della natura che l’uomo ormai conosce sin dalla notte dei tempi.
Sicuramente influenzato quindi da uno di questi “aspetti della natura”, come ad esempio il moto e i flussi del vento, ha cercato di ricreare artificialmente (con la tecnica che tutti conosciamo: lo sgocciolamento), una sorta di “parallelismo” tra i due “eventi” (tecnica e natura), da potersi concretamente espletare nell’esecuzione delle sue tele; a dimostrazione appunto dell’oggettività di tale idea. Oggi sappiamo comunque che tali idee (che un tempo potevano restare unicamente nel campo delle ipotesi), hanno delle basi scientifico-matematiche piuttosto concrete.
Se prendiamo ad esempio in considerazione il gocciolamento di un rubinetto, non osserviamo nient’altro che una sorta di “caos in miniatura”; esso rappresenta inoltre un sistema dinamico discreto, più facile sia da osservare che da analizzare di un sistema continuo. In condizioni di “flusso ordinario” (lento), avremo quindi delle gocce ritmiche e ripetitive; se però il flusso aumenta, la goccia, formandosi, vibra. Essa non ha perciò la possibilità di entrare in uno stato stazionario di lento accrescimento. Di conseguenza, il preciso istante in cui essa si stacca dipende non solo da quanta acqua è entrata nella goccia, ma anche dalla velocità con cui questa si muove nella sua oscillazione. In tali circostanze le gocce possono prodursi a intervalli irregolari, aperiodici.
L’analogia con il flusso di un fluido, risulta quindi evidente. A piccole velocità un fluido scorre in modo regolare, ma a velocità maggiori compie una transizione alla turbolenza; ciò significa che a piccole velocità le gocce si formano regolarmente, mentre a velocità più elevate diventano irregolari. Grazie ad alcuni esperimenti condotti alla UCSC circa venti anni fa da Robert Shaw e colleghi, si è arrivati a ricostruire la topologia di un attrattore nella dinamica di un rubinetto che gocciola. Oggi quindi sappiamo che un attrattore strano è effettivamente responsabile del regime non periodico del gocciolamento di un rubinetto all’aumentare del flusso d’acqua (l’attrattore che viene a crearsi è simile a quello di Hénon). A velocità di flusso più elevate l’attrattore sperimentale diventa molto complicato, e la sua struttura credo che non sia stata ancora compresa. Se quindi l’idea che la dinamica caotica degli attrattori strani sia responsabile almeno di alcuni fenomeni turbolenti è ormai accettata, gran parte della turbolenza rimane però un mistero. Alcuni aspetti "matematici" quindi della tecnica di Pollock, debbono ancor oggi essere risolti.

Fausto Intilla
www.oloscience.com