martedì 23 settembre 2008

S. Kierkegaard: il difficile dialogo con l’anima ( Estratto)

a cura DI D. PICCHIOTTI

Il momento del passaggio dalla modalità di esistenza estetica a quella etica può sovrapporsi a quel “mezzogiorno della vita” che rappresenta il punto di viraggio dall’atteggiamento estroverso a quello introverso o anche la silenziosa, costante oscillazione dialettica tra l’investimento sulla Persona e il contatto con la funzione dell’Anima.

‘Malattia Mortale’ può essere considerato il permanere nevrotico, sterile, nella disperazione, per eccesso di inconsapevolezza o mancanza di coraggio, in quanto la vita, quella vera, è solo per i coraggiosi. ‘Malattia Mortale’ è la nevrosi immobilizzante che impedisce lo sviluppo dalla forma estetica di esistenza a quella etica, da cui si deduce che scegliere di essere autenticamente se stessi costituisce l’unico antidoto valido contro la morte psicologica.

Il percorso filosofico proposto da Kierkegaard attraverso gli stadi estetico, etico e religioso e i relativi vissuti di disperazione, impegno e aspirazione può permettere un accostamento tra i concetti di esistenza e di individuazione specialmente se si utilizzano le funzioni dialettiche dell’Io e l’Ombra, della Persona e l’Anima, del Sé.

Base comune su cui si sviluppano gli ‘Stadi sul cammino della vita’ o, se vogliamo, i percorsi individuativi dei ‘singoli’ dato che per entrambi gli autori, l’uomo è un essere in continua via di compimento .


Altro suggestivo accostamento è quello tra le funzioni del concetto di archetipo junghiano e quello di possibilità in Kierkegaard.

L’archetipo, la struttura strutturante, può anche essere visto come un concentrato di possibilità, la precondizione di tutte le dimensioni del possibile, lo snodo dal quale emergono le potenziali mutazioni di significato. E proprio in Kierkegaard l’esistenza può essere considerata il territorio entro cui circoscrivere tutte le dimensioni del possibile.

L’uomo è continuamente sottoposto all’oscillazione dialettica tra possibilità e necessità, ovvero il confronto tra l’inconscio e il principio di realtà, tra la libertà del possibile e la dittatura del reale.

Ed è proprio di fronte ad una situazione di crisi che può avvenire l’apertura al possibile, ovvero il disvelamento dell’archetipo.

L’esistenza, concatenazione concreta di possibilità e relative scelte, si dipana in continue fluttuazioni tra angoscia, diretta espressione della libertà di scegliere, e negazione di angoscia, ovvero l’appiattimento, il livellamento delle possibilità di scelta.

In altre parole, tra un approccio autentico ed uno in autentico all’esistenza.

Il paradosso consiste nel constatare che ‘Timore e Tremore’, il titolo di un’altra opera fondamentale di Kierkegaard, è proprio il sentimento di quei coraggiosi che si sentono in grado di sopportare il peso della responsabilità personale ed esclusiva della propria esistenza, mentre gli autentici pavidi vengono alleviati da tutto ciò.

È il costo umano di ogni percorso di individuazione, “il patire, la passione dell’Io”, come affermava Jung.
Erika Czako

Nell’iniziale citazione tratta da ‘Ricordi, Sogni, Riflessioni’, Jung ci suggerisce che questo contatto con l’infinito può essere sia capito che sentito, pone cioè sullo stesso piano le funzioni del pensiero e del sentimento ricordandoci che la comprensione delle esperienze deve scaturire dall’integrazione di fattori emotivi e razionali e perciò non si può delegare solo alla razionalità o all’emotività il compito di guidarci nelle nostre scelte.


Questa valutazione stimola un accostamento, per libera associazione, con Kierkegaard, filosofo del sentimento, in particolare quello religioso, ma, al tempo stesso, lucido e razionale analizzatore della condizione umana.

Apparentemente Kierkegaard non rientra nel quadro delle radici filosofiche del pensiero junghiano, debitore semmai più dello gnosticismo e del neoplatonismo, di Schopenhauer, Schelling e, ovviamente, di Nietzsche. Eppure vi sono alcuni punti di contatto che si rivelano stimolanti.


Innanzi tutto la centralità del concetto e dell’esperienza dell’angoscia, ovvero il sentimento cardine della vita psichica, il prisma che permette di scomporre ed analizzare il vissuto.

Sia Kierkegaard che Jung condivisero una lunga consuetudine con questo stato d’animo e, forti della loro capacità di analisi introspettiva, trassero da questa esperienza emotiva le basi per la loro successiva speculazione filosofica e psicologica.

Ebbero cioè la capacità di tradurre in termini creativi la loro sofferenza interiore.

È lecito pertanto accostare l’esperienza della ‘disperazione’, momento decisivo nella tematica di Kierkegaard, alla discesa agli Inferi, la nekyia, che permise a Jung di dischiudere le porte dell’inconscio.

Il contatto con l’angoscia coincise, in entrambi i pensatori, con il momento decisivo della scelta di esplorare dentro se stessi, per riconoscersi e diventare autenticamente ciò che si è.

Come direbbe Winnicott, salvare il vero Sé differenziandolo da quel falso Sé, estetico, costruito con la funzione di sbarramento difensivo.

‘Aut-Aut’, oltre che titolo di una delle opere più significative di Kierkegaard, può essere considerato anche il codice descrittivo del primo passo, quello fondamentale: la scelta, il farsi carico della libertà di essere se stessi, ovvero della possibilità di individuarsi, accettando l’allineamento tra libertà, possibilità, esistenza ed individuazione.

E la libertà, non a caso, viene collocata al primo posto. Altissimo è il prezzo che si è chiamati a pagare, perché incommensurabile è il valore della libertà, sia interiore che estrinseca.

La disperazione è anche consapevolezza della libertà di scegliere, del non potersi ormai più sottrarre al dovere di essere.

La disperazione costituisce una scelta, così come si sceglie di essere se stessi.

È anche il momento pervaso da un forte sentimento di colpa, proporzionale al sentimento di libertà che si vuole esprimere. Ogni cammino di individuazione inizia in questo clima psicologico. L’importante è capire che al sentimento di colpa segue il pentimento, l’accettazione di sé, e poi ancora l’assoluzione, ovvero la personalità esce dagli angusti ambiti storici e si volge verso l’infinito.



Il momento del passaggio dalla modalità di esistenza estetica a quella etica può sovrapporsi a quel “mezzogiorno della vita” che rappresenta il punto di viraggio dall’atteggiamento estroverso a quello introverso o anche la silenziosa, costante oscillazione dialettica tra l’investimento sulla Persona e il contatto con la funzione dell’Anima.
‘Malattia Mortale’ può essere considerato il permanere nevrotico, sterile, nella disperazione, per eccesso di inconsapevolezza o mancanza di coraggio, in quanto la vita, quella vera, è solo per i coraggiosi. ‘Malattia Mortale’ è la nevrosi immobilizzante che impedisce lo sviluppo dalla forma estetica di esistenza a quella etica, da cui si deduce che scegliere di essere autenticamente se stessi costituisce l’unico antidoto valido contro la morte psicologica.
Il percorso filosofico proposto da Kierkegaard attraverso gli stadi estetico, etico e religioso e i relativi vissuti di disperazione, impegno e aspirazione può permettere un accostamento tra i concetti di esistenza e di individuazione specialmente se si utilizzano le funzioni dialettiche dell’Io e l’Ombra, della Persona e l’Anima, del Sé.
Base comune su cui si sviluppano gli ‘Stadi sul cammino della vita’ o, se vogliamo, i percorsi individuativi dei ‘singoli’ dato che per entrambi gli autori, l’uomo è un essere in continua via di compimento . 

Altro suggestivo accostamento è quello tra le funzioni del concetto di archetipo junghiano e quello di possibilità in Kierkegaard.
L’archetipo, la struttura strutturante, può anche essere visto come un concentrato di possibilità, la precondizione di tutte le dimensioni del possibile, lo snodo dal quale emergono le potenziali mutazioni di significato. E proprio in Kierkegaard l’esistenza può essere considerata il territorio entro cui circoscrivere tutte le dimensioni del possibile.
L’uomo è continuamente sottoposto all’oscillazione dialettica tra possibilità e necessità, ovvero il confronto tra l’inconscio e il principio di realtà, tra la libertà del possibile e la dittatura del reale.
Ed è proprio di fronte ad una situazione di crisi che può avvenire l’apertura al possibile, ovvero il disvelamento dell’archetipo.
L’esistenza, concatenazione concreta di possibilità e relative scelte, si dipana in continue fluttuazioni tra angoscia, diretta espressione della libertà di scegliere, e negazione di angoscia, ovvero l’appiattimento, il livellamento delle possibilità di scelta.
In altre parole, tra un approccio autentico ed uno in autentico all’esistenza.
Il paradosso consiste nel constatare che ‘Timore e Tremore’, il titolo di un’altra opera fondamentale di Kierkegaard, è proprio il sentimento di quei coraggiosi che si sentono in grado di sopportare il peso della responsabilità personale ed esclusiva della propria esistenza, mentre gli autentici pavidi vengono alleviati da tutto ciò.
È il costo umano di ogni percorso di individuazione, “il patire, la passione dell’Io”, come affermava Jung. http://www.centrostudipsicologiaeletteratura.org/czako.html

Sviluppare un sentimento sociale

a cura DI D. PICCHIOTTI

Più ci avviciniamo alla realtà dei fatti e più si svela l'enorme complessità dei meccanismi che creano e perpetuano la sofferenza degli uomini e gli enormi squilibri nello sfruttamento delle risorse del nostro pianeta
. Ad un'attenta analisi molta pseudo-solidarietà si rivela essere una specie di acting-out individuale o condiviso. Dunque l'azione solidale non può dirsi supportata automaticamente da un etica solidale e sostenibile a livello globale. L' etica dovrà essere cercata, studiata e concordata fra quelli che abbiamo definito gli agenti dei diritti dell'uomo dal singolo individuo alle istituzioni.
Se guardiamo alla squilibrata distribuzione delle ricchezze nel pianeta dobbiamo riconoscere che esiste un'etica dominante nel cosiddetto Mondo Occidentale. Qui Occidente sta ad indicare un tipo di mentalità piuttosto che una definizione geografica.
Nel 1929 Rabhindranath Tagore celebre poeta e premio Nobel per la Letteratura nel 1913 scriveva:
"Oggi il denaro è fonte di ogni potere, ed è apprezzato più di qualsiasi altra cosa. Persino la politica estera di uno Stato non si basa più sull'ingrandimento territoriale, ma si indirizza piuttosto verso l'espansione commerciale, che è il mezzo di aumentare la ricchezza. Nell'epoca in cui la civiltà non si articolava tanto variamente, il dotto e il saggio, l'eroe e il filantropo erano molto più rispettati del ricco. Onorandoli, si onorava l'umanità stessa, e la gente trattava con disprezzo coloro che si limitavano a far denaro. Oggi la civiltà non è altro che un parassita della ricchezza. [...]
Nel mondo occidentale vi è un continuo attrito tra coloro che guadagnano molto denaro e coloro che rappresentano il mezzo per guadagnarlo, e non si vede il modo di eliminare questo conflitto. Poiché l'avidità della classe lavoratrice è uguale a quella della classe capitalistica. [...] Quando nella vita sociale l'avidità e l'adorazione della potenza diventano irrefrenabili, l'uomo non può più dedicarsi a sviluppare la propria umanità. Egli brama il potere, non il pieno sviluppo dell'io. [...]"
Possiamo qui leggere un esempio dell'etica ancora dominante nel nostro mondo che "brama il potere non il pieno sviluppo dell'io".
Ora potrebbe esistere una commistione fra questa etica dominante ed l'ideologia individualistica che permea l'intera storia della cultura occidentale. Lo stesso progresso economico, nato durante la rivoluzione Industriale con l'utilizzo della tecnologia e l'invenzione della moderna economia capitalistica ha utilizzato un modello ideologico implicitamente individualistico. L'ideologia dominante, se possiamo chiamarla semplicisticamente così, si fonda su un concetto di libertà e di felicità che è stato totalmente alterato da concezioni materialistiche piuttosto che valoriali.
Il filosofo P.R.Sarkar sostiene che il movimento umano è ispirato principalmente da due idee:
il Principio del Piacere Egoistico ed il principio dell' Eguaglianza Sociale
Il piacere egoistico si basa sul dogma non ha alcuna giustificazione morale ed è scevro da ogni moralità
"Qualunque cosa facciano gli esseri umani motivati dal Piacere Egoistico è per cercare piacere. Gli esseri umani si arrendono a questo dogma con la sola intenzione di raggiungere il piacere egoistico; perfino persone colte si sottomettono consapevolmente al dogma. Essi sanno che stanno abbandonando il loro intelletto al dogma, e che il risultato sarà indesiderabile; essi sanno e comprendono tutto ciò — e allora perché si sottomettono consapevolmente ad esso? Sono tutti peccatori volontari e accettano intenzionalmente i dogmi come verità. Si rendono conto che questi dogmi sono basati sul Principio del Piacere Egoistico ma pensano: "Non mi importa se è buono o cattivo, se fa del bene o del male agli altri, perché almeno ho goduto del piacere". Essendo motivati da questa idea rendono schiavi sé stessi dei dogmi.
Nel mondo civilizzato perfino persone colte seguono deliberatamente i dogmi, perché hanno un desiderio, nei recessi delle loro menti, di godere del piacere mondano in questo mondo fisico. Perfino in questo mondo civilizzato, dove è stato fatto cosi tanto progresso nel campo della conoscenza, le persone seguono ancora questi dogmi come se fossero ciechi. Le trappole di questi dogmi devono essere fatte a pezzi. I cancelli di ferro delle prigioni del dogma devono essere ridotti in polvere."
( Sarkar 1988 pag.39-40)
Il secondo principio dell'Eguaglianza Sociale è un principio razionale dominato dalla consapevolezza di realizzare la propria felicità, ma che riconosce la stessa aspirazione alla felicità agli altri esseri umani. Per questo sentimento la felicità è una metà contemporaneamente individuale e collettiva
" non saremo capaci di muoverci in avanti se ci compromettiamo con tutte le disparità e le ineguaglianze della vita collettiva. Dovremmo sradicare tutte queste ineguaglianze mentre al tempo stesso ci muoviamo verso la nostra meta...
Esiste nella nostra cultura un'associazione di "Rivoluzionaria Memoria" fra il concetto di uguaglianza e quello di Libertà che nella realtà è alquanto problematico. E' stata confusa la libertà del volere con la legittimità del potere. Inoltre è stato confusa la materialità con la immaterialità, per cui un desiderio immateriale o spirituale non potrà mai essere placato da risorse materiali che sono, in quanto tali, limitate. Concezioni diverse di libertà non sono affatto intercambiabili. E' dunque necessario capire ,quando si parla di libertà, a quale libertà ci si sta riferendo.27-08-2006 Lorenzo Vecchi

Intelligenze multiple

a cura DI D. PICCHIOTTI

Lasciando da parte la suddetta teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, poiché si può considerare alquanto opportunista o commerciale, pare ovvio che esistano intelligenze multiple o una intelligenza multipla.
Le intelligenze multiple verranno identificate non solo per i diversi tipi di relazioni elementari coinvolte (spaziale, auditiva, cromatica, ecc.), ma anche per i meccanismi utilizzati o qualsiasi altro criterio associabile.
La classificazione delle intelligenze multiple potrebbe estendersi il più possibile perché, in effetti, per qualsiasi fatto o concetto si possono identificare le relazioni presenti, tuttavia chiamare intelligenza qualsiasi cosa non farebbe altro che eliminare il proprio concetto differenziatore e quindi l'utilità stessa della parola intelligenza. In altre sezioni è stato trattato qualche concetto specifico di intelligenza, segnalo di seguito alcuni casi che mi sembrano particolarmente interessanti:
2.c.1. Intelligenza in senso stretto
Corrisponde a ciò che è stato detto nella sezione riguardante le risposte sicure del gestore della conoscenza. L'intelligenza in senso stretto verrà intesa come la capacità di relazione, ma con la condizione aggiunta di avere un alto grado di affidabilità.
In altri termini, coincide con l'intelligenza condizionale quando il requisito associato è il già citato alto grado di affidabilità. Nella maggioranza dei casi in cui faccio uso della parola “intelligenza” senza specificazioni mi riferisco a questo concetto in consonanza con ciò che penso faccia il linguaggio popolare e parte della dottrina.
La verifica delle risposte allo scopo di ottenere l'affidabilità desiderata implica dei meccanismi biologici specifici, spiegati in modo piuttosto dettagliato nel libro della TGECV - Teoria Generale dell'Evoluzione Condizionata della Vita, che fanno in modo che l'informazione genetica del progenitore con minor potenziale sia più significativa di quella dell'altro, essendo più vicina alle funzioni relazionali comuni in entrambe.
In termini generali, credo che i principali fattori della percezione dell'intelligenza sono la profondità e l'originalità delle idee, oltre all'assenza di errori nei ragionamenti. Da non confondere con coloro che non esprimono i propri ragionamenti per non commettere errori visibili!
2.c.2. Fattore "g" o intelligenza generale
All'interno delle intelligenze multiple, questo concetto sarà il risultato dell'aggiunta alle funzioni relazionali in senso stretto della condizione che siano comuni a una grande quantità di processi dell'intelletto umano.
La sua rilevanza è dovuta al fatto che la sua misurazione risulterà molto utile in rapporto all'intelligenza in senso stretto. È, inoltre, quello che si avvicina di più al concetto di intelligenza misurata dai test d'intelligenza classici o coefficiente intellettuale tipico (detto anche quoziente intellettivo).
Queste misure presentano il grande vantaggio di essere indipendenti da fattori culturali, in quanto basati su calcoli matriciali o test di figure.
Lo studio sul carattere ereditario dell'intelligenza utilizza dati sul quoziente intellettivo che rispondono in gran misura a questa categoria. In ogni caso, se determinate funzioni relazionali sono ereditarie è logico supporre che le altre lo saranno ugualmente, nonostante abbiano meccanismi di espressione diversi.
2.c.3. Quozienti di intelligenza moderni
In un unico coefficiente integrano serie di prove, ad esempio matriciali o linguistiche, e si avvicinano o rappresentano in gran misura il potenziale delle intelligenze multiple. Tuttavia, come ho detto prima, credo che è molto più corretto dire che questi quozienti di intelligenza moderni assomigliano più al concetto di intelligenza relazionale che a quello di intelligenze multiple.
Per determinare in senso ampio la capacità intellettuale di una persona risultano più completi, però a mio avviso comportano due problemi fondamentali: siccome includono prove linguistiche, incorporano aspetti differenti all'intelligenza in senso stretto e sono influenzati dalla cultura e dll'educazione dell'ambiente.

Danza moderna

a cura DI D. PICCHIOTTI

Quando si parla di DANZA MODERNA, si parla di un movimento assolutamente nuovo che nasce sulla scena occidentale durante gli ultimi anni del '900. E' un movimento contro le forme tradizionali del balletto classico-accademico che domina incontrastato la scena europea, soprattutto in Francia ed in Italia. La danza moderna nasce quasi contemporaneamente in due luoghi lontani ma alla ricerca di nuovi stimoli: l'America e la Germania. La modern dance che nasce negli Stati Uniti e si sviluppa sotto l'influenza di tre grandissime: Isadora Duncan, Loie Fuller, Ruth St.Denis. L'Ausdruckstanz, cioè la danz aespressiva tedesca, che continua tuttora nell'incredibile ascesa del tanztheater con Pina Bausch.
Il termine danza "moderna", è alquanto effimero e generalista; viene utilizzato per differenziarsi da l genere classico e romantico del balletto, ma racchiude un mondo intero dentro di sé. La danza moderna nasce quando il movimento diventa la caratteristica principale del ballo. Nella danza classica, più che movimento, esistevano delle pose, perfette ed artificiali, il più delle volte incuranti delle naturali tendenze del corpo. Il movimento era astratto, in secondo piano, anzi si faceva il possibile per nascondere lo sforzo, l'azione dei muscoli. Con la danza moderna il corpo viene liberato ed il movimento diventa l'esperienza di base. Diventa, al contrario del balletto classico, un punto di vista e non più un sistema terminato di mosse, pose ed atteggiamenti.
La modern dance americana.
Le giovani danzatrici americane alla fine dell'800, sono figlie di un ambiente estremamente diverso da quello europeo. Nel vecchio mondo, la donna veniva allevata come persona destinata alla sfera privata, al mantinemento della casa e all'allevamento dei figli, mentre in America la donna viveva già nella sfera pubblica, del sociale, addirittura stava emergendo allora nel mondo politico. La danza in quella società era quindi vista come simbolo di trasgressione, di sessualità, di potere femminile di esibire le proprie idee e la propria bellezza. L'America potè creare un genere completamente uovo di danza perché non fu mai influenzata fino in fondo dal balletto europeo, che veicolava dei valori legati al vecchio mondo. I coreografi europei operavano già da tempo nelle compagnie americane, ma il balletto non riusciva a svilupparsi o a raggiungere le punte di entusiasmo registrate in Europa.
Solo un maestro francese Francois Delsarte, che si era dedicato allo studio del movimento, dei gesti delle espressioni, riuscì ad incidere fortemente con il suo insegnamento e diede il via allo sviluppo della danza moderna. Effettivamente quello che oggi definiamo "delsartismo", è l'elaborazione successiva dei suoi discepoli, poiché egli non lasciò nulla di scritto sul suo insegnamento. Eppure il principio che Delsarte ha divulgato è stato fondamentale: il delitto più grande è un gesto senza significato. i racconta che egli studiò attentamente gli esseri umani in ogni stato di tensione fisica ed emotiva; andò addirittura negli ospedali per registrare le espressioni di sofferenza o disperazione dei malati!
Le grandi ballerine.
Quando si parla delle tre grandi ballerine dell'epoca, si parla di personalità di spicco nella cultura del tempo, donne assolutamente moderne, che hanno gestito la loro carriera da manager, coreografe che hanno fatto delle loro idee il manifesto di un'epoca. Amate da uomini di cultura, politici, poeti e filosofi, hanno segnato la fine dello schematismo del balletto classico ed hanno aperto gli orizzonti alla danza moderna.
Isadora Duncan, la ballerina scalza.
La Duncan rompe definitivamente ogni rapporto con il balletto classico e restituisce al corpo la sua fisicità, la sua bellezza. La ballerina si ispirò moltissimo alla grecia, alle sculture ed ai fregi del mondo antico, al movimento che era presente in essi. La sua danza è qualcosa che nasce internamente, è un sentimento che si sviluppa in sintonia con la musica ed il ritmo, quasi in uno stato di trance, dove lo spirito ed il corpo si liberano. La Duncan getterà tutti gli orpelli della ballerine (tutù, scarpette, ecc) e danzerà scalza e coperta di veli, proprio come una statua greca che improvvisamente prendesse vita.
Ruth St.Denis, la passione per l'oriente.
Ruth St. Denis parlò sempre di se stessa come una profetessa; la sua missione era quella di migliorare l'umanità attraverso la danza. Era una ballerina autodidatta, bellissima e con un temperamento creativo e deciso. Si appassionò fortemente alla cultura orientale, che nei primi anni del novecento aveva moltissimi sostenitori in America e creò delle coreografie che sembravano delle cerimonie rituali. In scena apparivano templi, sacerdoti, costumi esotici e lei era la bellissima sacerdotessa che con la sua danza evocava uno strano e sensuale piacere.
Loie Fuller, la dea della luce.
Fu attrice, manager, scrittrice teatrale, grandissima "esploratrice". Per la Fuller il movimento, tanto caro alla danza moderna, non era solo un corpo danzante, ma la luce, il colore, il fluttuare degli abiti. Danzava coperta di vestiti di seta con strascichi lunghissimi con cui giocava mettendoli in risalto tramite le luci del palcoscenico. Le sue coreografie consistevano in vortici di seta luminosa, il corpo quasi spariva per lacsiare spazio al movimento delle vesti e della luce. A sua venne chiamata la "danza serpentina" per le spirali che le si avvolgevano intorno creando un effetto magico e incantatorio.
La modern dance fu l'espressione più genuina della cultura americana del tempo, fu il "luogo" dove le personalità più disparate poterono emergere e dare il loro forte contributo artistico. "Vedo l'America danzare" aveva detto con spirito profetico Isadora Duncan.

martedì 16 settembre 2008

George G. Byron

a cura DI D. PICCHIOTTI

George Gordon Byron, nato a London nel 1788, figlio di un aristocratico stravagante e dissoluto, trascorse una infelice infanzia, tormentata tra l'altro da una deformità congenita a un piede, nella casa di famiglia in Scozia. Studiò alla 'public school' di Harrow e al Trinity College di Cambridge (1805-1808). Iniziò a pubblicare poesie. Insofferente dei ristretti orizzonti dell'alta società inglese, partì per un lungo viaggio in Spagna e in oriente. Tornò nel 1812 e si diede a pubblicare una serie di poemi che lo resero famoso. Il 27 febbraio 1812 (a 21 anni) fa il suo primo intervento alla Camera dei Pari: argomento, la sua opposizione alla legge voluta dai tories (dopo la protesta operaia del Nottinghamshire) che prevede la pena di morte per gli operai sabotatori; l'intervento gli guadagna l'inimicizia dei tories mentre i whigs lo accusano di demagogia. Nel 1815 si sposa, ma la moglie lo abbandona dopo un anno. Lo scandalo che ne seguì , con la voce tra l'altro che Byron avesse un rapporto incestuoso con la sorella, gli fecero perdere i favori dell'alta società londinese e lo costrinsero a lasciare l'Inghilterra. Si stabilì in Svizzera, a Venezia, a Ravenna, in un inquieto esilio fatto anche di molte donne conosciute, di varie classi sociali. Così a Ravenna incontra Teresa Guiccioli . Conquistato dalla causa dell'indipendenza ellenica, si recò in Grecia con una spedizione: voleva organizzare la rivolta contro i turchi. Morì di febbri a Missolungi, nel 1824.
Giovanissimo, Byron nel 1806 pubblicò il suo primo volume di poesie, Brani fugaci (Fugitive pieces), che fu immediatamente ritirato. Divenne noto come poeta satirico con il poema Bardi inglesi e critici scozzesi (English bards and scottish reviewers, 1809), sprezzante risposta alle critiche mosse dalla «Edinburgh review» alla sua precedente raccolta di poesie Ore d'ozio (Hours of idleness, 1807). Al periodo giovanile appartiene anche la lirica Lachin Y Ghair, dedicata alle Alpi Scozzesi, in cui appare già il motivo dell'esilio, innestato sulle radici culturali e mitologiche del ramo materno.
Dal ritorno dal viaggio in Spagna e oriente pubblicò i primi due canti del Pellegrinaggio del giovane Harold (Childe Harold's pilgrimage). Il poema lo rese celebre. Byron rappresentò un tipico "figlio del suo tempo", Harold-Byron misterioso dandy, uomo fatale a sé e agli altri. Nel 1816 e nel 1818 apparvero il terzo e il quarto volume. Harold, dopo una vita di piaceri, inizia un viaggio che lo porta dal Portogallo al Giura, dopo aver visitato Spagna Albania Belgio. Esule volontario e ribelle appassionato, medita sulle situazioni e le memorie che i vari luoghi gli sugge riscono: la triste condizione di schiavitù della Grecia, Napolé on a Waterloo, Rousseau e Julie. Nel quarto canto, dimessa la finzione del pellegrino, Byron parla in prima persona dell'italia e dei suoi grandi: Petrarca, Boccaccio, Tasso, Scipione, Rienzi, contrapponendo il passato storico e splendente al presente indegno.
In pochi anni seguirono numerosi poemi tra cui Il giaurro (The giaour, 1813), Il corsaro (The corsair, 1814), Parisina (1816). Diverse anche le poesie singole: Su di un cuore di corniola che fu spezzato è il rimpianto di un amore maschile (come del resto dedicò Thyrza al giovane Edleston).
Nel periodo dell'esilio scrisse il dramma Manfred (1817), Bep po (1818) che è il suo primo tentativo di poema burlesco, Mazeppa (1819), Don Juan (1819-1824) rimasto incompiuto. "Don Juan" è un poema satirico: ancora ragazzo, don Juan deve lasciare Sevilla e andare all'estero a causa di un intrigo amoroso. Un naufragio lo getta in un'isola. Lo salva Haidé e, la bella figlia di un pirata, che si innamora di lui. Il padre li sorprende, fa prigioniero don Juan imbarcandolo su una delle sue navi. Haidé e muore di dolore. Don Juan è venduto come schiavo a Gubelyaz sultana di Costantinopoli. Anche Gubelyaz si inna- mora di lui, ma don Juan riesce a evadere, si rifugia presso un esercito russo che assedia Ismailia. Si distingue per il suo valore, è inviato a San Pietroburgo dove si guadagna il favore della zarina Caterina che lo manda in Inghilterra per una missione politica. Gli ultimi canti rimasti sono una satira della società inglese. Incompiuti anche i drammi in versi Cain (1821) e Werner (1823). Tornò alla satira con Una visione di giudizio (A vision of judgment, 1822), violento attacco al poeta romanticista Southey
. La produzione poetica di Byron la si divide in due, prima e dopo gli avvenimenti del 1816. La prima fase romanticista è rappresentata soprattutto dal "Pellegrinaggio del giovane Harold": prevalgono il sentimento e i luoghi comuni del romanticismo.
Nella seconda fase Byron scrisse soprattutto poemi burleschi, a imitazione di quelli italiani (Pulci): la cosa migliore è il "Don Juan", poema eroicomico-satirico: all'interno di uno schema picaresco mescola satira, epica e romanzo. "Don Juan" incarna, oltre alle spinte tragiche dell'imperativo romanticista già pre senti nelle narrazioni orientaleggianti ("Manfred", "Cain"), lo spirito ironico di un eroe umanissimo, accondiscendente verso le contraddizioni terrene e la fallibilità del desiderio, sempre sospeso tra trasgressione e impatto con la caducità delle passioni umane. Attore e vittima della propria volontà, ma destinato a scoprire, ad ogni infatuazione amorosa, il senso dell'ingannevolezza come unico valore dell'esistenza, e a ricavarne una visione positiva del mondo, in cui sensualità e gioia di vivere riescono una volta tanto a contrastare i fantasmi della predestinazione al male. Nel "Don Juan" Byron usa un linguaggio antieroico, fatto di colloquialità, di momenti prosastici comici o semplicemente disarmanti (così come in "Beppo").
Tutti i personaggi di Byron, dal giovane Harold a Manfred, a Mazzeppa a Cain, sono accomunati dalla ricerca, sovrumana, che si nutre di una costante, distruttiva, struggente poetica dell'esilio. Un esilio che esalta l'io lirico attraverso la scelta della solitudine, che insegue dapertutto: nelle affollate calli veneziani come negli scenari orientali. Qui il suo senso, tipicamente romanticista, dell'esotismo, si sovrappone alla concreta esigenza di affrancamento dei Greci dall'oppressione ottomana. In questa poetica dell'esilio sta l'unità morale (e politica) di Byron.
Come poeta e come uomo Byron subì drammatiche contraddizioni, espresse nei toni del lirismo più delicato e nel più arrogante cinismo. Temperamento ambiguo, che si riflette nello stile: impetuoso, irrequieto e esuberante, con un ritmo che tende alla robustezza 'virile' oppure alla fluida eleganza.

domenica 14 settembre 2008

Il Pensiero Creativo


a cura DI D. PICCHIOTTI
La struttura del cervello e’ suddivisa in due sezioni "Destra e Sinistra", che sono particolarmente differenziate negli Emisferi Cerebrali Superiori. Tale suddivisione rispecchia il fatto che anche il nostro corpo e ha una articolazione binaria, abbiamo infatti due occhi due orecchie due buchi del naso una lingua che differenzia il dolce dal salato … due mani due gambe e cosi via dicendo.
Cio’ suggerisce che le funzionalita’del cervello, come espressione di una attivita’ pensante, sia anch’essa duplice, e cio’ vuol dire che possiamo significare cio’ che osserviamo mediante due modalita’ complementari: l’ una logico- razionale ( cioe’ :sequenziale, analitica ; deduttiva) ed l’ altra intuitiva-olistica ( cioe’ :sintetica, globalizzante, induttiva) le quali corrispondono fondamentalmente alle funzionalita’ differenziate dei due emisferi cerebrali.
Certamente e importante capire come queste due modalita’di pensare possano essere correttamente coordinate per acquisire differenti livelli e stili di pensiero, senza generare contraddizioni che interiormente conducono a pericolose scissioni della presa di coscienza nella costruzione di una propria personalita’ creativa.
Dagli studi di RMF ( Risonanza Magnetica Funzionale) si interpreta la differente funzionalità dei due emisferi cerebrali come duplice capacita’ di mettere in correlazione la "Memoria a Lungo Termine" (MLT) con i processi di "Memorizzazione a Breve Termine" (MBL) da cui consegue la maggiore o minore capacita e rapidita’ di azione/reazione del pensiero.
Il pensiero e’ infatti determinato dal flusso di attivita’ mnestiche che utilizzano differenti schemi di relazioni tra MLT e MBT,i quali si vanno ad interporre il vecchio ed il nuovo flusso di informazione circolante tra il mondo esterno e la nostra abilita cerebrale fisiologica d interpretazione e significazione della informazione complessiva.
* Emisfero sinistro: modalità logico formali per semplificare la complessita’ dell’ informazione.
La funzionalità logico-razionale dell’ emisfero Emisfero Sinistro si sviluppa attivando la capacità associativa della Area di Wernike che tende a facilitare una integrazione con la MLT. L’operazione logico significativa si basa sostanzialmente sulla combinazione di quattro operatori logico-formali che corrispondono nel linguaggio parlato a: . che servono per analizzare e combinare in termini di unita’ piu semplici la dinamica complessa del flusso della informazione. Il "SI" fa procedere il flusso del pensiero e la "E", permette di connettere una sezione o immagine acquisita con una successiva, mentre il "NO" interrompe il flusso del pensiero e lo devia verso una alternativa selezionalta da "O". Nella logica matematica tali operazioni vengono ulteriormente semplificate nelle quattro operazioni fondamentali Addizione, Sottrazione, Moltiplicazione e Divisione.
Questa Modalità dell’ Pensiero Logico attribuibile alla predominanza delle attivita’ dell’ Emisfero Sinistro del Cervello, indirizza l’ attenzione ed in confronto attuabile in termini di riconoscimento e di identita’, con la passata esperienza acquisita della MLT. Certamente il pensiero logico mediante i suoi operatori analitici, ha la capacita di scoprire il miglior modo di combinare sezioni del flusso di informazione separandolo selezionandolo e combinandone le sezioni prescelte ed infine generandone una estensione capace di determinare un pronostico sul da farsi; in questo modo diviene possibile risolvere i problemi complessi mediante una elaborazione significativa del flusso di informazione (PROBLEM-SOLVING).

Certamente tale metodologia contiene il rischio di consolidare le proprie modalita di pensiero attivando sistematicamente le aree cerebrali che permettono di combinare nel miglior modo il risultato di una riflessione logica; ma di fatto cio’ non permette il cervello nella sua interezza funzionale consente di riorganizzare intuitivamente l’informazione complessiva mediante percorsi paralleli piu’ propri delle modalita’ di pensiero dell’ Emisfero Destro. Il "SE" rappresenta una modalità di perpetua saggezza che corrisponde a un atteggiamento di "Dubbio" tendente a favorire l’intuito ed anche la fantasia, cioe’ le attivita’ cerebrali che indubbiamente divengono necessarie proprio per la valutazione complessiva degli schemi logici applicati troppo rigidamente, i quali tendono ad impedire la capacita di delineare nuove significazioni sulla base di rinnovate aspettative, non facilmente prevedibili mediante la ripetitiva applicazione delle sequenze combinatorie degli operatori logico formali.
* Emisfero Destro e "Pensiero Laterale" per modificare gli schemi logico-interpretativi.
La natura del pensiero e anticipativa e quindi guarda verso il futuro e per cio’ utilizza la ricostruzione esperienze del passato. Comprendiamo infatti come non sia possibile direzionare il flusso di pensiero nella direzione giusta osservando con sempre maggior attenzione logico-analitica nella direzione sbagliata.Da cio consegue che utilizzazione del "SE" agisce come il pollice tra le dita di una mano che essendo capace di sovrapporsi alle altre dita permette di renderci coscienti dei limiti del pensiero logico-formale e quindi facilita la capacita di sviluppare le attivita parallele del "PENSIERO LATERALE " ("Lateral Thinking"), che sono piu’ proprie dell’elle modalita’ di significazione complementare attuate dall’ Emisfero Destro del cervello al fine di EVITARE GLI ERRORI ancor PRIMA di RISOLVERLI (PROBLEM-SAVING).
Il medico psicologo, Edward DeBono identifica quattro fattori importanti che suggeriscono una atteggiamento volto a utilizzare in modo sinergico e complementare il pensiero laterale : 1) al fine di riconoscere e modificare i criteri e le idee dominanti 2) le quali polarizzano la percezione di un problema, 3) ed impediscono di cercare modalita’ differenti di guardare le cose 4) e quindi di flessibilizzare il controllo rigido del pensiero logico-lineare per incoraggiare lo sviluppo della creativita’.
Ricordiamo infine che divenire creativi non significa solo inventare qualcosa di nuovo o essere originali per forza, ma essenzialmente significa invece trovare soddisfazione nell’ utilizzare al meglio entrambe le potenzialità di sviluppo del proprio cervello. PAOLO MANZELLI
Director of LRE/EGO-CreaNet – University of Florence
E-mail: LRE@unifi.it --- manzelli@invisibilmente.i

giovedì 4 settembre 2008

Cage, il musicista che esplorò il silenzio

a cura DI D. PICCHIOTTI

“Mi è sempre parso che la musica dovrebbe essere soltanto silenzio”, ha scritto Marguerite Yourcenar. L'affermazione potrebbe sembrare paradossale, ma non lo è affatto, perché il silenzio è una condizione del suono, anzi, è il più sublime dei suoni (troppo spesso lo si dimenticano!). E' materia sonora a tutti gli effetti, sottolinea e amplifica i suoni, li rende più vibranti, ne preannuncia l'entrata, crea suggestivi effetti di attesa e sospensione, può addirittura invadere il linguaggio. In una lettera indirizzata al compositore Ernest Chausson, datata 2 ottobre 1893, Claude Debussy scriveva un po' timidamente: “Mi sono servito di un mezzo che mi sembra assai raro, del tutto spontaneamente; cioè (non ride) del silenzio, come mezzo espressivo e forse come modo per fare risultare l'espressione di una frase”.
Il silenzio, il non detto, sono dunque pieni di potenziale significato, e non soltanto in musica: basti pensare alla psicoanalisi (nel momento in cui Webern scopriva il silenzio in musica, Freud lo scopriva in analisi), o alla filosofia, che, secondo Ludwig Wittgenstein, finisce proprio con il silenzio (“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, si legge nel suo Tractatus). Purtroppo però, almeno nella maggior parte del mondo occidentale, il silenzio viene utilizzato assai raramente, perché ha un valore negativo e viene generalmente associato alla morte. I suoni, i rumori, ci ricordano invece di non essere soli, di essere vivi: rimuoviamo la morte facendoci sommergere dal rumore. Abbiamo paura della mancanza di suoni così come abbiamo paura della mancanza di vita. In realtà potremmo usare il silenzio per difenderci da tante di quelle cose, dall'inquinamento acustico, dal martellante “tunz-tunz” della techno, dalle fastidiose musichette che ci vengono propinate senza pietà in treno e in aereo, ultimamente anche negli autobus.
Per fortuna però, periodicamente, nel corso del Novecento da Claude Debussy (lui, come abbiamo visto, anche prima dello scoccare del secolo) e Anton Webern (il suo utilizzo sublime delle pause!) arrivando fino a Salvatore Sciarrino (si pensi al suo splendido Cantare in silenzio), e senza dimenticare naturalmente Gian Francesco Malipiero (Le pause del silenzio del 1917), Helmut Oehring (figlio di genitori sordomuti, che, con la sua Dokumentation I, ha scelto di rappresentate musicalmente la dimensione comunicativa del mondo silenzioso dei sordomuti), Luigi Nono, György Ligeti (il suo Nouvelles Aventures per esempio, che termina con un lungo silenzio che è parte integrante dell'opera), Karl Heinz Stockhausen, Giacinto Scelsi, Pierre Boulez, e nemmeno gli est-europei Arvo Paert (la sua poetica del Tintinnabulum: attesa solitaria di fronte al silenzio), Giya Kancheli e compagni, la musica si è spinta, con motivazioni estetiche spesso diverse (è importante sottolineare la diversità degli approcci), fino ai limiti del silenzio. Mai prima di John Cage però la “musica silenziosa” aveva osato tanto. Esattamente cinquant'anni fa, nel 1952, il geniale compositore – del quale ricorre anche il decennale della morte – presentò la sua rivoluzionaria partitura 4.33, che racchiude in sé molti aspetti dell'estetica cageana, e che egli stesso definì il suo pezzo migliore.
“Cerco di pensare a tutta la mia musica posteriore 4.33 come a qualcosa che fondamentalmente non interrompa quel pezzo”. Chiunque di noi, compresi tutti coloro che non hanno mai preso uno strumento in mano, lo può eseguire magistralmente. Perché? La domanda è più che legittima. Basta indossare un abito da concerto (giusto per entrare meglio nella parte dell'esecutore) e accomodarsi al pianoforte per quattro minuti e trentatré secondi, senza suonare alcunché. L'esecutore non deve fare assolutamente niente e il pubblico non deve fare altro che ascoltare, ascoltare la “musica” che viene creata dai rumori interni alla sala da concerto, bisbigli, colpi di tosse, scricchiolii vari, ed anche da quelli che provengono dall'esterno. Cage ha dimostrato così che il silenzio assoluto non esiste (nemmeno in una stanza anecoica, e cioè totalmente insonorizzata, perché anche lì uno sente almeno il proprio battito cardiaco). Il silenzio sarebbe da intendersi dunque semplicemente come un rumore di sottofondo. Durante il primo movimento della leggendaria prima esecuzione assoluta di 4.33 si sentiva il vento che spirava, nel secondo la pioggia, e nel terzo il pubblico che parlottava o si alzava indignato per andarsene.
“Sentivo e speravo – diceva Cage – di poter condurre altre persone alla consapevolezza che i suoni dell'ambiente in cui vivono rappresentano una musica molto più interessante rispetto a quella che potrebbero e ascoltare a un concerto”. Nessuno, o quasi, colse il significato allora. Eppure, con 4.33 Cage ha rivoluzionato il concetto di ascolto musicale, ha rovesciato le cose, ha cambiato, è il caso di dirlo, radicalmente l'atteggiamento nei confronti del sonoro, invitando ad ascoltare il mondo: io decido che ciò che ascolto è musica. O, altrimenti detto: è l'intenzione di ascolto che può conferire a qualsiasi cosa il valore di opera. Ciò implica di conseguenza un'altra definizione di musica. Cage voleva semplicemente dimostrare “che fare qualcosa che non sia musica è musica”. Un virtuoso “rumoroso” come Yehudi Menuhin, quando era presidente dell'International Music Council dell'Unesco, propose addirittura che la giornata Mondiale della Musica fosse celebrata in futuro con un minuto di silenzio.
Una rivoluzione estetica, quella cageana, che è andata oltre, e che ha messo in discussione gli stessi fondamenti della percezione nel porre la musica anche in intimo contatto con tutte le arti, senza che ciò venisse motivato da alcun genere di idealismo. La poetica di Cage si può inserire in quel filone dell'arte figurativa dell'astrattismo gestuale di Pollock, Kline, De Kooning. E se 4.33 non contiene alcun suono, Robert Rauschemberg ha realizzato dei dipinti, semplicissime tele bianche, che non contengono alcuna immagine (“questi dipinti diventano aeroporti per le particelle di polvere e le ombre che sono presenti nell'ambiente), mentre il compositore coreano Nam June Paik ha girato un film della durata di un'ora, che non contiene immagini, e Dieter Schnebel ha concepito la Muzik zum Lesen (musica da leggere), partiture che non sono destinate all'ascolto o all'esecuzione, ma alla lettura. Tutto ciò, da diversi punti di vista dunque, ci riporta alla concezione del silenzio di Cage: “Per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”, una rinuncia alla centralità dell'Uomo, il che implica l'eliminazione totale del gusto, del ricordo, e del desiderio, una regressione e una rinascita all'innocenza.
Il silenzio (“i suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa”), la filosofia zen, l'identificazione dell'arte con la vita (“la mia opera è intesa come dimostrazione della vita”), il ricorso alle tecniche aleatorie e casuali (con l'antico metodo cinese dell'I-Ching) volte a eliminare l'aspetto soggettivo del processo compositivo, l'apertura totale nei confronti del sonoro (“ora non ho più bisogno di un pianoforte: ho la 6th Avenue con tutti i suoi suoni”), la passione per Marcel Duchamp (“gli scacchi non erano altro che un pretesto per stare con lui”), per i funghi (partecipò anche a un quiz di Mike Bongiorno), per l'astronomia (per la stesura della partitura di Atlas Eclipticalis, ha usato un atlante astronomico, traducendo la posizione delle stelle in note), per la Finnegan's Wake di James Joyce, ne fanno una delle figure creative più originali ed aperte, ancora da scoprire sotto certi aspetti, del secolo appena trascorso.
Helmut Failoni – L'UNITA' – 08/04/2002

l'eros dell'antica roma

a cura DI D. PICCHIOTTI

,l'amore i tradimenti e le perversioni di un'epoca che ha lasciato molte tracce di sè nei costumi e nella mente dell'uomo moderno. Tutto cambia e tutto rimane quello che una volta era, ancora una volta sarà.

"Le strappai la tunica; trasparente non era di grande impaccio, ella tuttavia lottava per restarne coperta; ma poichè lottava come una che non vuole vincere, rimase vinta facilmente con la sua stessa complicità. Come, caduto il velo, stette davanti ai miei occhi, nell'intero corpo non apparve alcun difetto. Quali spalle, quali braccia vidi e toccai! La forma dei seni come fatta per le carezze! Come liscio il ventre sotto il petto sodo! Come lungo e perfetto il fianco, e giovanile la coscia. A che i dettagli? Non vidi nulla di non degno di lode. E nuda la strinsi, aderente al mio corpo. Chi non conosce il resto? Stanchi ci acquietammo entrambi. Possano giungermi spesso pomeriggi come questo!"
( OVIDIO, Amori, I, 5. )

Nell'antica Roma la bigamia era punita ma per effetto delle vedovanze e dei divorzi molti uomini e donne finivano per sposarsi più di una volta. Erano frequenti i matrimoni fra persone con una forte differenza di età ciò portava come si può immaginare a casi di adulterio che erano regolati inizialmente con una legge non scritta ma che veniva regolarmente praticata; l'amante della moglie colto in flagrante era alla mercè del marito tradito che poteva sbizzarrirsi infliggendogli varie pene: la tortura del rafano o quella del mugile, con la quale il malcapitato veniva sodomizzato con le radici assai piccanti di rafano o con un mugile, pesce assai noto per la sua voracità; altre pene consistevano nel taglio del naso e delle orecchie, l'evirazione, la sodomizzazione personale da parte del marito tradito o dei suoi schiavi o all'imposizione di praticare la fellatio, che era ritenuta dai romani quanto di più abbietto per un cittadino libero.La donna invece veniva più frequentemente condannata alla morte per inedia o sepolta viva.

Le donne Romane ricorrevano spesso alla pratica dell'aborto (abortum facere). Giovenale ne da una descrizione calzante: " Giulia libera gli uteri fecondi con ogni sorta di sostanze abortive" e dice che i suoi farmaci erano così potenti da rendere sterile una donna o da uccidere il feto nel suo grembo. Tale pratica fù regolata dalla Lex Cornelia proposta da Silla nell'81 a.C. con cui si puniva con la deportazione e la confisca dei beni chi produceva l'aborto e se questo portava alla morte della donna che vi si sottoponeva, stessa sorte toccava a chi lo praticava.

Per attirare la donna o l'uomo desiderato, si ricorreva spesso anche a pratiche magiche come filtri amorosi, frasi magiche ecc. Si racconta che Caligola impazzì per un filtro datogli dalla moglie Cesonia. Si praticavano anche riti simili a quelli vodoo, come quello delle statuette che venivano messe sul fuoco: una era fatta di cera e si doveva sciogliere (come il cuore della persona amata) l'altra era fatta di terra e si induriva ( come il cuore dell'amata nei confronti degli altri spasimanti) diventando terracotta. Altre pratiche consistevano in sacrifici umani che spesso e volentieri coinvolgevano giovinetti che perdevano così la loro vita in favore di un'amore che non si sarebbe mai avverato.
OMOSESSUALITA' E PEDERASTIA
La società romana anche se rifiutava gran parte dei costumi che contraddistinguevano quella greca ne dovette subire gli influssi introdotti dal sempre maggior numero di schiavi di origine ellenica. Uno di questi costumi era la pederastia che i romani chiamavano "vizio greco" ed era considerata un segno di debolezza rispetto al fiero e virile carattere con cui si identificava il cittadino romano. Si riteneva che portasse alla corruzione dei giovani romani, infatti molti giovinetti erano nelle mire sessuali di molti maschi adulti e per questo vennepubblicata una legge (Lex Scatinia) in materia di pederastia secondo la quale in caso di rapporto fra adulti e puer o praetextati (da praetexta, la tunica bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente) veniva punito solo l'adulto.
L'omosessalità non era condannata se praticata con schiavi e liberti (in quanto era dovere di questi compiacere in tutto e per tutto le volontà del loro padrone), ma era deprecabile che un cittadino libero assumesso un ruolo passivo nei confronti di un'altro suo pari. La Lex Scatinia diceva che in caso di omosessalità tra due cittadini liberi, veniva punito quello che tra i due assumeva l'atteggiamento passivo. La multa era molto salata e ammontava a circa 10.000 sesterzi. Anche il grande Cesare non fù risparmiato da dicerie che lo ritenevano omosessuale, in quanto dopo la conquista della Gallia si diceva che avesse una relazione amorosa con il Re di Bitinia, Nicomede; e sembra che i suoi soldati cantassero "Cesare ha sottomesso la Gallia. Nicomede ha sottomesso cesare" e gli avversari politici si rivolgevano a lui chiamandolo direttamente "regina", ma lui non se la prendeva e sfoderava a sua difesa le conquiste femminili: Postumia, Lollia, Tertulla e mucia, tutte mogli di illustri cittadini romani. Altro personaggio rimasto famoso per la sua omosessualità era l'Imperatore Adriano che per la sua relazione con Antinoo alla cui morte avvenuta per annegamento nel fiume mentre l'imperatore era in viaggio in Egitto, si era lasciato andare alla disperazione e successivamente aveva dato il nome alla città da lui fondata in quel luogo: Antinoe. Con l'avvento dell'impero si assistette ad un'ondata moralizzatrice fino ad arrivare nel 438 d.C. con Teodosio II, alla condanna al rogo di tutti gli omosessuali passivi. Per finire invece Giustiniano espande la pena a tutti gli omosessuali ia attivi che passivi.
LA PROSTITUZIONE
Roma prevedeva tutta una serie di leggi per regolamentare la prostituzione. I lupanara dovevano essere aperti solo di sera e collocati solo fuori città. Le prostitute dovevano essere registrate e non potevano mantenere il nome di famiglia. Giovenale racconta che Messalina frequentava i postribula, travestita e sotto falso nome (Lycisca). Le prostitute dovevano farsi riconoscere indossando una veste speciale e rinunciare alle bende che le matrone oneste mettevano sui capelli. Il fenomeno della prostituzione si andava sempre più espandendo e ci fu chi prese la palla al balzo per rimpinguare le casse dello stato, infatti Caligola introdusse una tassa per chi praticava questa "professione". Il termine lupanare viene da "lupa", il nome con cui venivano chiamate le meretrici; anche la mitologia romana dice che gli stessi fondatori di Roma, Romolo e Remo erano stati adottati da una "lupa", nome ambiguo, infatti Acca Laurentia la moglie del pastore che li aveva trovati era una "lupa" cioè prostituta; altri nomi ancora oggi conosciuti sono "puttana" dal latino putere, puzzare e "troia" altra radice dispregiativa che fa riferimento alle femmine del maiale e quindi "troiaio", porcile, il luogo fetido e sporco dove stavano le prostitute. Grande sviluppo alla prostituzione fu dato dall'avvento del culto della Venere Ericina che differentemente dall'antico culto dell'antica Venere tutta castità praticato fino a quel momento era caratterizzato da una spiccato portamento verso la sessualità. Il culto della Venere Ericina venne importato a Roma dalla Sicilia per propiziarsi i suoi favori in vista dell' attacco a Cartagine durante la seconda guerra punica, infatti, la Sicilia era il punto di partenza della spedizione romana; ma la particolarità consisteva nel fatto che le cerimonie propiziatorie alla dea erano gestite da sacerdotesse che praticavano la prostituzione rituale, tutto questo rappresentò una sorta di permesso ad intraprendere la "professione". Successivamente vennero fatti vari tentativi di reistaurare la versione casta della dea, ma ormai la Venere siciliana aveva preso il sopravvento fino a diventare addirittura simbolo di fecondità, fertilità e successo. Alla fine dell'epoca repubblicana la situazione a Roma si era tamente ingigantita che il fenomeno della prostituzione era diffuso in ogni angolo della città. Nel Satyricon si racconta che Encolpio dopo essersi perso per le vie di Roma chiede indicazioni ad una vecchietta la quale essendo però una procacciatrice di clienti lo accompagna direttamente in un bordello.
La diffusione della pratica dell'amore mercenario e la mancanza di adeguate norme di igiene, favorì il propagarsi delle malattie sessuali; il medico romano Celso, riferendosi quasi certamente alla Gonorrea o Scolo descrive una malattia dell'epoca in questi termini:" La regione sessuale va soggetta ad una malattia che è un flusso di semenza, che senza stimolazione erotica, senza visioni notturne, esce con abbondanza tale da far morire il paziente dopo un certo tempo, per consunzione."; Quinto Sereno descrivendo alcune ulcerazioni sui genitali dice: " strane piaghe ulceranti deturpano fortemente ed in modo orribile le parti genitali, esse si possono curare con i rami di rovo."; Marziale riferendosi presumibilmente alla sifilide: " Una malattia vergognosa ha distrutto la ghiotta parte.", mentre sia Celso che Plinio fanno riferimento ai Condylomata, malattie di trasmissione sessale oggi conosciute come Condilomi o Creste di gallo.
A parte tutto , i Romani apprezzavano molto l'amore a pagamento, ciò è dimostrato dal fatto che Domiziano, per attirarsi le grazie del popolo, durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani, fece lanciare i gettoni per una "consumazione" nei lupanari.

mercoledì 3 settembre 2008

Hai mai provato con l'ipnosi?

a cura DI D. PICCHIOTTI
usare il subconscio
No, non serve solo non avvertire il dolore dal dentista: il viaggio nel profondo di noi stessi allevia numerosi disturbi, rafforza l'autostima, migliora le prestazioni sportive e l'apprendimento ed è un valido aiuto per chi vuole smettere di fumare o decide di mettersi a dieta. Il tutto senza alcun effetto collaterale.
DI FURIA BERTI
Con lo sguardo perso nel vuoto guardate fuori dalla finestra, senza neppure accorgervi se qualcuno entra nella stanza. Oppure siete immersi in un romanzo e avete perso la nozione dei tempo. 0, ancora, mentre guidate l'auto in mezzo al traffico in uno stato quasi di sonnambulismo i vostri pensieri ritornano all'ultima vacanza. Ecco, qualcosa di simile avviene durante una seduta di ipnositerapia, mentre siete in uno stato di trance. E· come se non foste più voi stessi o come se di voi fosse rimasta presente solo una parte. In questi momenti ci si concentra su se stessi e si percepisce soltanto una piccola porzione del mondo circostante. Uno stato di immersione nel profondo del proprio io che medici e psicologi sfruttano sempre più spesso come metodo curativo.
«L'ipnositerapia agisce in particolare su quella parte della mente chiamata intelligenza emotiva, ancora poco sviluppata e poco conosciuta persino nell'ambito della ricerca, utilizzata tutte le volte che ci emozioniamo, sia positivamente sia negativamente» spiega Marco Chisotti, medico dei Centro ipnosi medica e psicoterapia di Torino. «La parte razionale dell'intelletto, invece, fa sempre da garante per le nostre azioni risolvendo per prima tutti i problemi. Ma quando la razionalità non è più sufficiente per risolvere le difficoltà, ecco che andiamo in tilt e iniziamo a somatizzare scatenando malori nel corpo. Questo non significa che certe persone siano meno intelligenti, ma semplicemente che le risorse razionali diventano esse stesse il problema, limitando i cambiamenti e le scelte. Ed è proprio in questi momenti che deve entrare in azione l'intelligenza emotiva».
La parola "ipnosi" deriva dal greco hypnos, che significa "sonno" ma, contrariamente a ciò che si è abituati a pensare, durante una seduta di ipnositerapia il paziente non perde il controllo di sé e non è inconsapevole di quel che avviene intorno a lui. Anzi, rimane cosciente ed è possibile parlargli. Non solo: questo stato di trance lo rende particolarmente ricettivo nei confronti delle immagini che l'analista gli presenta. «Sviluppando la creatività dell'individuo» continua Chisotti «si utilizzano quelle risorse dell'intelligenza che non seguono il ragionamento lineare di causa·effetto della nostra logica. Attraverso questo apprendimento avviene una sorta di rimodellamento del cervello, favorito dallo stato di trance, che consente un abbassamento della critica razionale, permettendoci di sviluppare dei cambiamenti. Perché è proprio la critica che ci mantiene nello status quo, che rende difficili i cambiamenti personali».
Sconfiggere la paura degli esami
Fallite regolarmente gli esami perché avete i nervi fragili? Forse, inconsciamente, siete i primi a pensare che non ce la farete. Ed è proprio questa convinzione negativa a trasformarsi poi in realtà. Infatti, il subconscio farà di tutto per avverare la profezia da voi formulata, fedele a quel motto che recita: «Non è la volontà che sposta le montagne, ma piuttosto la capacità di visualizzare uno scenario». Lo afferma il tedesco Ortwin Meiss, psicoterapeuta presso l'istituto di ipnosi Milton·Erickson. In casi simili, l'unica soluzione è fare tabula rasa di tutti i condizionamenti dannosi del subconscio. A questo scopo, durante la trance, il terapeuta assegna al paziente un compito postipnotico, per esempio con la frase: «Ti presenterai deciso e sicuro di te stesso ai prossimi esami. Sei ben preparato e dimostrerai le tue capacità». In questa fase il paziente riesce a visualizzare chiaramente davanti agli occhi il proprio successo. E· libero da condizionamenti negativi, reagisce positivamente.
Allo stesso modo, con l'ipnosi è possibile migliorare le prestazioni sportive, seguire con maggior facilità una dieta e persino liberarsi da vizi ostinati come quello dei fumo (qui sotto potete leggere l'esperienza di un paziente). Ma non è tutto: gli studi sinora condotti hanno dimostrato che le suggestioni sono anche in grado di normalizzare i processi fisiologici, per esempio abbassare la pressione sanguigna, rafforzare le difese immunitarie, contenere la produzione degli ormoni dello stress e combattere malattie psicosomatiche quali emicrania, asma, allergie o neurodermatosi.
«Per combattere le dipendenze alimentari o da tabacco» dice Chisotti «non funziona una totale proibizione ma una lenta sostituzione con degli impedimenti che modifichino un'abitudine e alla fine cambino lo stile di vita. Per esempio si compreranno pacchetti da 10 sigarette per fumarne solo metà di ognuna, o si andranno a comperare dal tabaccaio più lontano da casa. Le dipendenze si sostituiscono a fronte di un grande cambiamento di vita, e la voglia di cambiare darà la possibilità di raggiungere un obiettivo duraturo nel tempo».
Inganniamo il dolore
State viaggiando lungo la costa in sella alla vostra motocicletta e l'aria che vi viene incontro vi rinfresca piacevolmente la pelle... fino a che la voce dell'infermiera del dentista vi strappa dai sogni vacanzieri: «Abbiamo finito, può alzarsi».
Due carie otturate senza dolore e senza anestesia: com'è possibile? In alcuni studi i dentisti impiegano già il trapano su pazienti in ipnosi. Chi si trova in trance sostituisce la realtà con immagini, suoni e sensazioni interiori. Tutto ciò che potrebbe infrangere questo "sogno" svanisce, oppure è piacevolmente integrato nell'esperienza interiore che si vive in quel momento: ed ecco la lampada abbagliante del dentista trasformarsi in un sole splendente e il sibilo del trapano in un gradevole suono musicale; al posto del dolore, il paziente percepisce unicamente un leggero formicolio. Ecco come il metodo "inganna" il cervello: affinché un certo stimolo sia percepito come dolore, è necessario l'intervento di più aree del cervello. Ebbene: l'ipnosi spezza proprio questo collegamento. In altre parole, il nostro cervello viene impegnato da qualcosa di più importante, cosicché le paure e il dolore assumono un ruolo subordinato.
«In alcune persone l'anestetico non fa effetto, oppure ne hanno bisogno in dosi superiori per non sentire dolore. L'ipnositerapia facilita sia l'utilizzo di piccole dosi di anestetico sia un maggiore rilassamento, che aiuta a superare il dolore» dice Chisotti. «L'unico problema è che questo tipo di intervento richiede molto tempo, ovvero ha una lunga fase preparatoria e, di conseguenza, ha un alto costo, sia nel caso di dentisti ipnositerapeuti sia nel caso debbano lavorare due specialisti congiuntamente. Il superamento della soglia del dolore con l'ipnosi viene utilizzato anche nei trattamenti fisioterapeutici, o nel recupero da vari infortuni. Personalmente, uso molto questo metodo anche nell'ambito della psicologia dello sport, per potenziare le risorse dell'individuo, e sempre con ottimi risultati».
Pensate ancora che non funzioni?
Dubitate che l'ipnosi possa effettivamente fare al caso vostro? Oppure credete di non essere poi così facilmente influenzabili? Vi sbagliate: il 90 % circa delle persone può essere messo (facilmente e con successo) in trance. Un fatto che non ha assolutamente niente a che vedere con la forza di carattere. «Dipende da soggetto a soggetto» spiega Chisotti. «Alcuni hanno una dote particolare nell'uso dell'intelligenza emotiva fin dalla prima seduta, altri hanno bisogno di allenarsi, ma tutti possono raggiungere l'ipnosi. Spesso sono proprio le persone più razionali a rimanere stupite scoprendo capacità che non pensavano di possedere».
Ma cosa accade effettivamente nel cervello durante il trattamento sotto ipnosi? «E' stato studiato il funzionamento del cervello durante le fasi dei trattamento: si ipotizza che il cervello dell'individuo regredisca a forme più elementari di funzionamento. In questa condizione, la razionalità è messa da parte come un concetto complesso dell'esistenza che non risolve i problemi, mentre entra in gioco una semplicità che potremmo paragonare allo stato di innamoramento in cui un individuo non vede più l'insieme della situazione ma concentra l'attenzione solo su alcuni dettagli, restando affascinato da questi ultimi. Ed è questo che renderà più semplice l'esecuzione di decisioni o la scoperta di soluzioni positive. Per spiegarlo in maniera semplice, si descrive un cambiamento dello stato mentale della persona che sta tra il sonno e la veglia razionale, una sorta di sogno a occhi aperti che viene guidato dal l'ipnositerapista».
Quest'ultima affermazione dovrebbe fugare ogni timore, per altro assai diffuso, di perdere totalmente il controllo durante l'ipnositerapia, Nessuno, infatti, può essere ipnotizzato contro la sua volontà. Allo stesso modo, nessuno potrà essere condotto a fare o a dire cose in aperto contrasto con il proprio essere. In breve: chi sotto ipnosi dovesse sentirsi a disagio può semplicemente alzarsi e andarsene. L'importante è rivolgersi sempre e solo a un professionista preparato e di sicura serietà.
Ma adesso mi fa schifo
L’ipnosi può essere davvero utile contro la dipendenza dalla nicotina? Se avete provato cento volte a lasciare le bionde ma non ci siete mai riusciti, leggete la storia di un accanito tabagista che ha provato l'ipnosi per Fit For Fun.
Le persiane nere isolano lo studio dalla luce del giorno. Suoni sommessi si mescolano al gorgoglio di una cascata. Sono sdraiato su un lettino con gli occhi chiusi. Una voce induce in me un rilassamento sempre più profondo. Sprofondo sempre di più...dieci... sempre di più. cinque... ancora di più... tre... due... uno... Non sono mai stato così rilassato - sottolinea la voce - e credo che abbia ragione. Mi sento bene, sono come immerso in un benefico calore e mi lascio dirigere. Si apre la porta dei mio subconscio - continua la voce - e io non ho nulla in contrario. Solo quando essa mi annuncia che eseguirò rigorosamente tutto ciò che mi dirà provo un leggero senso di irritazione;la mia coscienza, per nulla fuori gioco, si oppone alla "manipolazione". Ma sto ad ascoltare, poiché "nulla è importante". La voce dice: «Non fumerò più». Lo ripete in continuazione. Poi mi trasmette un'avversione nei confronti del fumo e di nuovo percepisco la mia barriera. Ma mi sento bene. Quando lascio lo studio, constato con sorpresa di non aver voglia di fumare.
Eppure sono quattro ore che non metto in bocca una sigaretta. Entro in un bar e, sentendo odor di fumo, quasi temo che mi venga la nausea. Non arrivo a quel punto, ma il fumo di sigaretta sembra avere un odore diverso dal solito. Non profuma più di libertà e di avventura, ma sa soltanto di fumo, peraltro un pò acre. Mi osservo interessato, continuo ad annusarlo e non ci voglio credere. Accendo io stesso una sigaretta, come per dimostrarmi che non ci casco. Non ha un buon sapore. La spengo subito dopo. E sorrido: com'è possibile?
Okay, è andata avanti così per un pò. Considerando la mia radicata dipendenza dalla nicotina, l'effetto è durato abbastanza a lungo. Il parametro del successo è soggettivo e ognuno dovrebbe valutarlo in rapporto al proprio caso. Posso sempre tornare dallo psicoterapeuta e proseguire con le sedute. Inoltre ho ancora un Cd, che continua a ripetermi che non voglio fumare. Mai più. E con il Cd sarò sempre in viaggio nel regno della magica voce.

martedì 2 settembre 2008

IL FUMETTO,SE NON SEMPRE LO E' ,PUO PERO' DIVENTARE ARTE

A CURA DI D. PICCHIOTTI



CESARE MONCELLI ha dimostrato che anche il fumetto, se non sempre lo è, può però diventare arte e l’unica irrinunciabile costante di una meticolosissima dedizione professionale.Si inizia con la sezione punto continuo una carrellata relativamente breve in cui Moncelli esordì come disegnatore e affinò il suo stile grafico. Sono comprese pagine del primo periodo , oltre a quelle in varie sezioni di film , tutti definiti per la prima volta dalla matita di Cesare Moncelli prima di essere continuati o ripresi coi disegni di altri. Non è dedicato eccessivo spazio a livello popolare, ma anche la limitata selezione permette di notare a che livello e' arrivata la sua evoluzione grafica dall'inizio del 2006.E’ con la sezione intitolata" BERLINGUER TI VOGLIO BENE" che si entra nel vivo della produzione di Moncelli come autore completo, attraverso studi preparatori, copertine e tavole definitive di due sue opere fondamentali: "BERLINGUER TI VOGLIO BENE." e “PSICO”,ancora da pubblicare, con cui il disegnatore si slega dalla limitazione di un singolo protagonista fisso, comincia ad ispirarsi ad atmosfere e libri antichi e sfoga la sua fantasia nella creazione , a metà tra l’esotico e il


fantastico. Da qui in poi si arricchisce di studi dei personaggi eseguiti su carta millimetrata (per fissarne le proporzioni) in cui l’aggiunta di zone bianche e nere modella le forme con una plasticità a volte più immediata ed espressiva di quanto potevano fare pennarelli e china sulle tavole in bianco e nero destinate alla pubblicazione. i manifesti allegati agli albi, le pubblicità e ogni genere di supporti, cartacei e non, su cui siano stati riprodotti disegni di MONCELLI