giovedì 6 dicembre 2007

VAN GOGH VINCENT

RICERCHE ACURA DI D. PICCHIOTTI


Vincent van Gogh nasce il 30 maggio del 1853 a Groot Zundert, nel Brabante, una regione dell’Olanda meridionale: è il primo dei cinque figli avuti dal pastore protestante Theodors e da Anna Cornelius Carbentus; al primo maggio del 1857 risale la nascita del secondogenito Theodorus, detto Theo, a cui Vincent sarà profondamente legato per tutta l’esistenza, come testimonia il fitto carteggio intercorso tra i due. Nel 1869, grazie all’interessamento di uno zio, il giovane van Gogh ottiene un impiego all’Aja, presso la filiale della casa d’arte parigina Goupil. Al 1873 risale il suo primo, breve viaggio a Parigi, nel corso del quale egli visita il Louvre, il Luxembourg e la celebre esposizione nota come Salon. Nello stesso anno, il futuro artista viene trasferito presso la filiale londinese di Goupil: a Londra egli rimarrà per tre anni, conducendo una vita monotona, anche a causa delle esigue entrate, e disinteressandosi gradualmente al suo lavoro. Ciò si verifica soprattutto in seguito ad una cocente delusione sentimentale che incupisce il suo temperamento e lo anima di una sorta di misticismo. Col tempo questa inclinazione si tramuta in autentico fervore religioso; anche per questo, ormai licenziato da Goupil, si reca ad Amsterdam presso lo zio Johannes nel 1877 con il proposito di prepararsi a sostenere gli esami di ammissione alla facoltà di Teologia. La dimensione puramente teorica a cui lo costringono tali studi tuttavia non lo soddisfa, e nel 1879 accetta con entusiasmo l’incarico di predicatore laico. Viene mandato a Wasmes, un villaggio di minatori del Borinage, nel Belgio meridionale, ma l’eccessivo ed esaltato zelo che dimostra nello svolgimento di questa missione induce le autorità ecclesiastiche a non rinnovargli l’incarico per l’anno successivo. Nonostante gli ostacoli, egli continua a condurre la sua missione apostolica nel vicino villaggio di Cuesmes, ed è allora che sente nuovamente un forte interesse per il mondo dell’arte, mai dimenticato. L'impiego presso Goupil ed i numerosi soggiorni nelle principali capitali europee - durante i quali non aveva mai mancato di visitare musei e gallerie – hanno infatti stimolato notevolmente il suo gusto artistico, spingendolo anche a disegnare. Si è dedicato a tale pratica anche nel difficile periodo trascorso nel Borinage, al quale risalgono infatti le sue prime prove: vigorose, e già personalissime, immagini di minatori. Nel luglio del 1880, in una lettera al fratello Theo, s’intuisce già l’intenzione di van Gogh di dare una svolta alla propria esistenza: "Quando mi trovavo in un altro ambiente di quadri e di opere d’arte, mi è venuto per quell’ambiente un trasporto appassionato, una vera e propria esaltazione e non mi rincresce affatto, e adesso che sono lontano dal mio paese ho spesso nostalgia per il paese della pittura [...]. Sarebbe però un errore credere che adesso io sia meno preso da Rembrandt, o da Millet o da Delacroix o da chicchessia, mentre è vero proprio il contrario". Dopo essersi trasferito a Bruxelles per seguire i corsi dell’Accademia di Belle Arti - ben presto abbandonati a causa del suo carattere insofferente - nella primavera del 1881 Vincent ritorna in Olanda, ad Etten nel Brabante, nuova residenza dei genitori: qui il paesaggio e le fisionomie dei contadini, segnate di stenti, gli ispirano incisivi disegni ed anche qualche acquerello. In dicembre si reca spesso a L’Aja, per prendere lezioni da Anton Mauve, esponente di spicco della contemporanea scuola olandese, e lontano parente di sua madre. A questo momento risalgono i primi oli, raffiguranti tenebrose nature morte di cavoli, patate, vasellame rustico e zoccoli di legno (Natura morta con cavolo e zoccoli, Amsterdam, Rijksmuseum).

Stabilitosi all’Aja nel dicembre del 1881, l’artista prende in affitto uno studio, desideroso soprattutto d’intrecciare relazioni con altri pittori. L’ambiente culturalmente assai vivo della città fa sì che la sua abilità si accresca rapidamente, stimolata anche da ciò che appare sulle riviste d’arte francesi ed inglesi che egli inizia a collezionare. Il disprezzo per le convenzioni sociali - maturato per contrasto con la sua famiglia rigidamente borghese - ed il particolare coinvolgimento da lui sempre sentito nei confronti delle tematiche sociali sono forse le ragioni per le quali, a partire dal gennaio del 1882, Vincent si lega alla prostituta Clasina Maria Hoornik, detta Sien. Si apre così un periodo difficile per l’artista, angosciato soprattutto da problemi economici - Sien ha una figlia, ed è in attesa di un altro bambino -, ma per altri versi fecondo: è infatti nell’estate di quello stesso anno che egli inizia ad applicarsi seriamente alla pittura ad olio, sino ad allora tentata soltanto sporadicamente. Nell’autunno del 1883 - convinto dal fratello Theo - van Gogh abbandona Sien, che in realtà pensava di sposare, e si reca nel Drente. In questa desolata regione dell’Olanda del nord, caratterizzata da ampi e monotoni paesaggi, l’artista rivive, in un certo senso, l’esperienza di povertà e squallore del Borinage. Nel dicembre dello stesso anno - incapace di sopportare ulteriormente un’esistenza solitaria - egli decide di tornare dai suoi genitori, stabilitisi nel frattempo a Nuenen, sempre nel Brabante. Qui Vincent trascorrerà otto anni, eseguendo ben duecento dipinti caratterizzati da tonalità cupe e bituminose (La torre del cimitero di Nuenen, in varie redazioni, di cui una ad Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh) e dedicandosi prevalentemente a soggetti ispirati dalla vita dei lavoratori dei campi e degli operai. In particolare, è dall’inverno del 1884 che van Gogh inizia a dipingere numerosi ritratti di contadini (Contadina seduta con bambino in grembo, Londra, Jacques O’Hana Ltd; Busto di contadina con cuffia chiara vista di fronte, Zurigo, coll. A.M. Pierson; Testa di contadina, Parigi, Musée d’Orsay) che costituiscono una dura ma conturbante raffigurazione della vecchiaia o dell’abbrutimento provocato dalla fatica. Nell’idea dell’artista, essi costituivano studi preparatori per una vasta composizione di gruppo ambientata in una capanna: I mangiatori di patate (Otterlo, Rijksmuseum Kröller-Müller) che, eseguita tra aprile e maggio del 1885, è senza dubbio l’opera più ambiziosa sin qui eseguita da Vincent, e con la quale egli intende realizzare "proprio un quadro di contadini ... [che] sa di lardo, di fumo, di vapore di patate, e non restituire una visione dolciastra" del loro mondo. Nel marzo di quell’anno improvvisamente muore il padre di Vincent; toccato da questo evento e dalle difficoltà sorte nei rapporti con il curato e con la gente di Nuenen, l’artista abbandona il piccolo villaggio per recarsi ad Anversa. Giuntovi nel mese di novembre, egli coglierà l’occasione per ammirare una vasta raccolta di dipinti di Rubens. In quel momento è un pittore che lo attrae particolarmente, come emerge dalle lettere che scrive al fratello. Il clima artistico, culturale e sociale della città è assai stimolante e influisce positivamente sul difficile ed intemperante carattere di Vincent. Anche per questo il cromatismo che caratterizza le opere di questo periodo - svariate, suggestive vedute della città (Veduta di Anversa, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh) - , si schiarisce, divenendo persino più tenero. Nel gennaio del 1886 Vincent si iscrive all’Accademia di Belle Arti, ma dopo qualche mese abbandona tutto per trasferirsi a Parigi presso il fratello Theo, impiegato da Goupil. Ormai sembra essersi convinto che solo la Capitale francese puó permettere a un artista di lavorare e vivere in completa libertà. Nei primi giorni di marzo del 1886 Vincent giunge a Parigi e si stabilisce a casa di Theo, in rue Laval. Grazie al benefico influsso del fratello, la vita dell’artista si svolge con maggior ordine e regolarità. A trentatré anni egli ha il coraggio di ricominciare da capo, come un giovanissimo che si avvia all’arte: così, per qualche tempo, frequenta l’atelier di Fernand Cormon - pittore tradizionalista di notevole fama - dove ha modo di fare conoscenza con Henri de Toulouse-Lautrec ed Emile Bernard. Con quest’ultimo - che gli sarà amico per tutta la vita - van Gogh era già entrato in contatto frequentando un negozio di colori in rue Clauzel, gestito da pére Tanguy, anziano ex soldato della Comune, assai amico di Camille Pissarro, che talvolta presta i locali del suo negozio per allestire piccole, improvvisate esposizioni d’arte. Intanto, presso la galleria diretta dal fratello, Vincent ha modo di conoscere gli impressionisti, dei quali ancora ad Anversa - per sua stessa ammissione - ignorava l’esistenza: le opere di Pissarro, Edgar Degas, Alfred Sisley, e soprattutto Claude Monet sfilano davanti ai suoi occhi, influenzandolo profondamente, tanto che anch’egli inizia a dipingere soggetti cittadini (Veduta di Parigi dalla camera di Vincent, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh, Interno di ristorante, Otterlo, Rijkmuseum Kroller-Muller, Boulevard de Clichy, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh), rappresentati con una pennellata leggera, fatta di piccoli tocchi luminosi, assai diversa da quella potente e bituminosa che aveva contraddistinto il periodo olandese e belga della sua attività. Sembra tuttavia che van Gogh abbia risentito soprattutto dell’influenza di Paul Signac, insieme a Georges Seurat fondatore e promotore del Divisionismo. Con lui si reca spesso ad Asnières, una cittadina lungo le rive della Senna dove abita Bernard per lavorare en plein air (Il ristorante La sirène ad Asnières, Parigi, Musée d’Orsay; Ponti ad Asnières, ubicazione ignota). "Dipingendo ad Asnières ho visto più colori di quanti ne avessi mai visti in precedenza ", scrive a Theo, ed ancora all’amico inglese Levens "Come talvolta diciamo che nel colore cerchiamo la vita, così il vero disegno consiste nel modellare il colore". È lo studio del colore che all’epoca attrae maggiormente la ricerca di Vincent, come del resto anche quella delle più nuove correnti pittoriche: il già ricordato divisionismo di Seurat e Signac, fondato su rigide regole ottico-matematiche, ma anche il sintetismo di Bernard e Gauguin, incentrato sull’impiego di larghe ed omogenee campiture di colore. In realtà, van Gogh non aderisce mai né all’una né all’altra corrente, limitandosi ad attingere da ciascuna ciò che il suo temperamento artistico sente piú congeniale. Certo l’amore per la squisita semplicità e l’eleganza lineare delle stampe giapponesi, maturato già ad Anversa, lo induce a propendere maggiormente per la poetica di Gauguin, reinterpretandola peró con toni più accesi e pennellate più corpose ed evidenti. Delle stampe dei maestri giapponesi - Hokusai, Hiroshighe ed Utamaro - acquistate nella galleria Bing, egli tappezza le pareti del caffé ‘Le Tambourin’, sul boulevard de Clichy a Montmartre, come si deduce dall’osservazione dello sfondo del ritratto intitolato appunto Donna al Cafè Le Tambourin (Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh), raffigurante Agostina Segatori, ex modella di Degas e proprietaria del locale, cui Vincent sarà per breve tempo legato. È proprio presso ‘Le Tambourin’ che l’artista - insieme a Bernard, Louis Anquetin e Toulouse-Lautrec - organizza una mostra denominata degli artisti "du petit boulevard", che intendevano così distinguersi dai cosiddetti "peintres du grand boulevard" - Monet, Sisley, Pissarro, Degas e Seurat -, che esponevano le loro opere da Boussod & Valadon. Trascorsi circa due anni, l’ambiente parigino, fin troppo ricco di stimoli artistici e scambi culturali, inizia a stancare l’inquieto temperamento di Vincent, ora spesso in contrasto anche con il fratello Theo, il quale riconosce in lui una doppia personalità: "una meravigliosamente dotata, tenera e delicata, l’altra dura ed egoista". Nel febbraio del 1888, infastidito soprattutto dall’ambizione degli artisti ("per riuscire occorre ambizione e l’ambizione mi sembra assurda"), egli decide di "ritirar[si] in qualche posto nel sud, per non dover vedere tanti pittori che, come uomini, [lo] disgustano".Quando Vincent giunge ad Arles è pieno inverno, fa molto freddo e c’è la neve, ma egli intuisce ugualmente le potenzialità cromatiche e luministiche di quella terra. In essa infatti, sopraggiunta la bella stagione, l’artista ritroverà "i colori marocchini di Delacroix"; le masse semplici e severe che aveva ammirato nei paesaggi di Cézanne; i ricchi impasti cromatici di Adolphe Monticelli; le vedute dai contorni nettissimi, a causa del sole abbacinante, tipici delle stampe giapponesi; l’atmosfera di certi romanzi di Alphonse Daudet e Emile Zola, due dei suoi autori prediletti; infine, qualcosa della natura lussureggiante che Gauguin aveva scoperto alle Antille. In questo clima carico di suggestioni van Gogh inizia a dipingere con entusiasmo: alberi in fiore (Peschi in fiore e Pero in fiore, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh) e la campagna piatta ed assolata (La piana di La Crau, Amsterdam Rijksmuseum), talvolta animata dalla presenza dell’uomo al lavoro (Mietitori in Provenza, Gerusalemme, Israel Museum). Dopo aver abitato all’albergo Carrel, in rue Cavalerie, agli inizi di maggio Vincent affitta per quindici franchi la cosiddetta ‘casa gialla’, che rappresenta in un dipinto caratterizzato da un abbagliante contrasto di giallo e di blu (La casa gialla, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh). Egli pensava già da tempo all’opportunità di procurarsi una dimora propria dove poter sistemare uno studio, disporre in un ambiente adeguato le tele dipinte ed infine, all’occasione, ospitare qualche amico. In realtà, van Gogh sperava di trasformare la ‘casa gialla’ nel quartier generale di un gruppo di artisti legati da uno stesso ideale poetico, e di formare una piccola comunità simile a quella che nel 1886 si era costituita a Pont-Aven, attorno a Gauguin. Questi sarà il primo ed unico ospite che Vincent riceverà nella ‘casa gialla’. Per tutto il 1888, l’artista pensa ad organizzare la venuta dell’amico, progettando addirittura una decorazione unitaria per la stanza nella quale, adibita a studio, essi avrebbero lavorato fianco a fianco. Il pittore vuole adornare la stanza con dodici tele raffiguranti girasoli (Natura morta con girasoli, Amsterdam, Rijksmuseum; Vaso con dodici girasoli, Monaco, Neue Pinakothek, Natura morta con girasoli, Londra, National Gallery): "Il tutto sarà una sinfonia in blu e in giallo" scrive van Gogh, senz’altro consapevole anche della valenza simbolica di questo fiore, che nell’iconografia cristiana è emblema della luce divina. Finalmente, nell’ottobre del 1888, Gauguin giunge ad Arles, e si stabilisce presso l’amico. Dopo un primo periodo di convivenza pacifica, anzi euforica e di alacre lavoro, i rapporti tra i due artisti - in realtà dotati di personalità antitetiche - s’incrinano. Il carattere meticoloso e superbo di Gauguin finisce per soffocare van Gogh che, alla vigilia di Natale, in seguito ad un ennesimo furioso litigio con l’amico, si taglia il lobo dell’orecchio sinistro (Autoritratto con l’orecchio fasciato). Mentre egli viene soccorso dal postino Roulin, suo amico, Gauguin, profondamente scosso dall’accaduto, abbandona Arles. In una lettera al fratello Theo, datata 17 gennaio 1890, Vincent commenta lucidamente ed ironicamente il comportamento dell’amico: "Facendo un’ardita disamina, niente impedisce di vedere in lui [Gauguin] la piccola tigre Bonaparte dell’Impressionismo, in quanto [...] il suo eclissamento, mettiamo, da Arles potrebbe essere paragonabile o parallelo al ritorno dall’Egitto del summenzionato piccolo caporale, il quale come lui è ritornato a Parigi e lasciava sempre gli eserciti nei guai". Dopo aver trascorso qualche tempo in ospedale, ai primi di gennaio del 1890, van Gogh viene dimesso e riprende a dipingere con lena. In febbraio il sopraggiungere di una nuova crisi nervosa lo costringe ad un nuovo ricovero, durante il quale però egli non abbandona la pratica del disegno e della pittura. L’8 maggio del 1889 van Gogh lascia Arles, in seguito ad una petizione firmata da trenta abitanti della cittadina, dove - in seguito al drammatico epilogo della sua convivenza con Gauguin - egli è ormai definito il "rosso pazzo" e viene considerato un ospite indesiderato. La meta di quest’ennesimo viaggio è l’ospedale di Saint-Paul-de-Mausole, presso Saint-Rémy: l’artista accetta di buon grado la sua nuova condizione di malato, poiché - come scrive al fratello Theo il 22 aprile - "non si sent[iva] assolutamente in grado di ricominciare daccapo, di prender[si] un nuovo studio e, per il momento, di restare solo ... ad Arles o altrove". Nell’istituto, diretto dal dottor Peyron, Vincent si sente subito molto più disteso, e fino all’estate la sua salute migliora decisamente. Inoltre, egli gode di una certa libertà, tanto che, accompagnato da un custode, può recarsi anche a dipingere en plein air: Campi di grano, roveti, ma soprattutto cipressi, iris, notti rutilanti di stelle, come anche l’ospedale ed il suo parco di pini (ad esempio, Il giardino dell’ospedale di Saint-Rèmy, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh): così, alla fine del suo soggiorno, l’artista avrà eseguito ben centocinquanta dipinti, tra cui capolavori quali Notte stellata sul Rodano (Parigi, Musée d'Orsay), Iris (New-York, collezione privata), La notte stellata (New-York, Museum of Modern Art), Campo di grano con cipresso (Londra, National Gallery), Strada con cipresso sotto il cielo stellato (Otterlo Rijksmuseum Kroller-Muller). Lo stile è di nuovo mutato: la pennellata è un segno vorticoso, tracciato con un gesto pieno di furia; essa si contorce, vibra, si distende, quasi segnasse il ritmo delle tensioni e delle emozioni che si agitano nel suo animo. Sovente le tele relative a questa fase dell’attività di van Gogh vengono definite simboliste: certo non si tratta del simbolismo di matrice letteraria che ha nutrito e continua a nutrire l’ispirazione di artisti quali Puvis de Chavannes, Gustave Moreau, Odilon Redon, ma una di poetica personalissima, emblema di una tormentata condizione esistenziale. Anche a Saint-Rémy, tuttavia, lunghe fasi di alacre attività si alternano a crisi intense: alla fine del 1889 Vincent tenta di ingerire alcuni colori e, costretto per questo a rimanere nei locali dell’istituto, si dedica alla copia dei quadri di Jean-Francois Millet e di Delacroix, da sempre tra i suoi artisti prediletti. Nel frattempo, Parigi scopre la sua pittura: nel settembre del 1889 con l’aiuto del fratello Theo egli riesce ad esporre al Salon des Artistes Indépendants, ed il critico Albert Aurier pubblica su di lui un articolo entusiasta; nel gennaio del 1890 alcune sue opere sono presenti all’ottava mostra del gruppo Les XX, a Bruxelles. É in questo frangente che van Gogh realizza l’unica vendita della sua vita: Anne Boch, sorella del pittore Eugène Boch, suo amico, acquista per la ragguardevole somma di quattrocento franchi il dipinto Vigna rossa (Mosca, Museo Puskin), eseguito ad Arles nel novembre del 1888. Nel marzo di quello stesso anno, l’artista figura ancora una volta tra gli espositori del Salon des Indépendants, e Monet non manca di lodare le sue tele. In seguito a questi eventi, e d’accordo con il fratello Theo e con la sorella Willemien, van Gogh decide di abbandonare Saint-Rémy: "L’ambiente qui comincia ad opprimermi più di quanto riesca ad esprimere, santo cielo. Ho avuto più di un anno di pazienza, ho bisogno di aria, mi sento sprofondare nella noia e nella tristezza", così scrive Vincent alla vigilia della sua partenza. Il 16 maggio, da solo, lascia Saint-Rémy alla volta di Parigi: qui rimane tre giorni, ospite di Theo e di sua moglie Johanna Gesina Bonger, sposata il 18 aprile 1888. In quest’occasione ha modo di conoscere anche il nipotino Vincent, nato da pochi mesi, per il quale ha dipinto un quadro di assoluta, insolita dolcezza: "Una grande tela azzurro cielo [...] sulla quale si stagliano dei rami in fiore" (Rami di mandorlo in fiore, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh). Il villaggio di Auvers-sur-Oise, a nord di Parigi - dove Vincent giunge il 20 maggio 1890 - aveva già dato ospitalità ad alcuni pittori: a Charles-Francois Daubigny, esponente della scuola di Barbizon, a Cézanne e ad un gruppo di incisori che faceva capo al dottor Gachet, medico ed acquafortista dilettante. Sarà questi a prendersi cura di van Gogh, del quale diventerà grande amico. Scrive infatti l’artista alla sorella Wil, all’indomani del suo arrivo al villaggio: " ...ho trovato un vero amico nel dottor Gachet e così dovrebbe essere un po’ come un nuovo fratello, tanto ci assomigliamo fisicamente e anche interiormente"; in seguito, ormai prossimo a quella crisi che lo spingerà al suicidio, egli confesserà al fratello: "Niente, assolutamente niente mi tiene qui salvo Gachet. Sento che in casa sua posso lavorare abbastanza bene tutte le volte che ci vado ...". Di questo singolare personaggio, in cui egli aveva riconosciuto subito un ‘suo ‘simile’ "abbastanza eccentrico", Vincent esegue un ritratto. Di esso esistono due redazioni (Ritratto del dottor Gachet, Parigi, Musée d’Orsay e collezione privata), che lo raffigurano con l’espressione distante, malinconica e con un rametto di digitale fiorito tra le dita. Dopo aver abitato presso l’albergo Saint-Aubin, l’artista si trasferisce al Caffè dei coniugi Ravoux sulla piazza del municipio, stringendo anche con essi un legame di simpatia che lo induce a ritrarli (Ritratto di Adeline Ravoux, Svizzera, collezione privata). Nei due mesi trascorsi ad Auvers egli dipinge giardini fioriti usando colori dal cromatismo squillante (Il giardino di Daubigny, Basilea, Kunstmuseum Oeffentliche Kunstsammlung; Il giardino del dottor Gachet, Parigi, Musée d’Orsay), e vedute della piana del villaggio dipinte con tonalità assai tenere (Veduta della piana di Auvers, Pittsburgh, Carnegie Institute). In luglio, senza che le lettere del periodo precedente ne abbiano dato avvisaglia, l’ansia riprende a turbare l’animo di Vincent: La chiesa di Auvers (Parigi, Musée d’Orsay) e il celebre, drammatico Campo di grano con volo di corvi (Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh) testimoniano, attraverso la pennellata bruscamente frammentata ed i colori stridenti, il prossimo fallimento di quest’ennesimo tentativo dell’artista di ricominciare la propria esistenza con ordine e tranquillità. Il 27 luglio, angosciato da alcuni problemi familiari - la cattiva salute del fratello e del nipotino - ma forse anche per il sopravvenire di una nuova, intensa crisi nervosa van Gogh tenta di togliersi la vita con un colpo di pistola: uscito di casa per dipingere nei campi, torna alla locanda gravemente ferito. Nonostante le cure prodigate dal dottor Gachet, l’artista muore il 29 luglio, all’età di trentasette anni, ormai pacificato, dopo aver trascorso l’intera giornata seduto sul letto a fumare la pipa ed a parlare con Theo, precipitosamente sopraggiunto da Parigi. In occasione dei funerali, gli amici pittori addobbano la camera di Vincent con fiori ma anche con le sue tele: van Gogh viene seppellito nel cimitero di Auvers, in mezzo ai campi di grano dove, di lì a sei mesi, lo raggiungerà anche l’amato fratello.

Nessun commento: