domenica 16 marzo 2008

IL DEMIURGO

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Dunque il mondo fisico deriva da un padre (il mondo delle idee) e da una madre (la materia , che è la condizione per l'esistenza del mondo fisico stesso ma che mantiene comunque una componente di indeterminazione) : ma cos'è che fa da madiatore tra il mondo delle idee e la materia ? Cos'è che fa sì che le idee si calino nel mondo sensibile ? Platone mette a questo punto in gioco la figura del Demiurgo (dal Greco "demos" ,popolo, + "ergon" , opera, = artigiano).Il Demiurgo è un divino artigiano : è colui che contemplando le idee plasma la materia sul modello delle idee stesse.Platone introduce quindi una divinità a tutti gli effetti (fino ad adesso non ne avevamo mai realmente incontrata una).Il concetto che l'artigiano guardi ad un modello è tipicamente platonico (e aristotelico ): mentre gli artigiani umani guardano ad un modello che hanno nella loro testa , il Demiurgo guarda ad un qualcosa che è fuori da lui:dato che le idee sono il bene per la loro categoria , anche il mondo sensibile dev'essere per forza buono , sebbene indeterminato.Che rapporto intercorre tra le idee , la materia ed il Demiurgo ? Tutti e tre sono coeterni , sono sempre esistiti.A differenza della divinità cristiana , che crea il mondo, quella platonica si limita a plasmarlo e non è onnipotente : ha infatti due limiti : la materia , che gli impedisce di costruire un mondo perfetto , e le idee , che sono il modello a cui deve per forza attenersi.Il Demiurgo guarda sì al meglio , ma il suo comportamento è dato da qualcosa da lui esterno ed indipendente.Nel Medioevo vi fu un grande dibattito teologico : le cose sono sante perchè piacciono alla divinità o piacciono alla divinità perchè sono sante ? In altre parole : la divinità è colei che riconosce le cose buone e le sceglie , o è colei che fa le cose buone ? Per Platone le cose sono buone intrinsecamente e non perchè c'è chi decide che lo siano : il bene in sè è il criterio per giudicare tutte le cose che possono essere buone;è buono ciò che partecipa alla super-idea di bene , come è bello ciò che partecipa all'idea di bellezza.Le idee sono il modello per gli uomini e per la divinità.Chiaramente la divinità vale di più rispetto all'uomo : essa riconosce facilmente il bene , mentre gli uomini hanno delle difficoltà e non sempre ci riescono.Vi fu chi arrivò a dire che ciò che è giusto è giusto perchè l'ha deciso la divinità.Chiaramente se Platone avesse avuto modo di prendere parte al dibattito teologico medioevale , avrebbe affermato che le cose buone piacciono alla divinità perchè sono buone e non avrebbe potuto accettare l'idea che le cose sono buone perchè piacciono alla divinità. E' corretto affermare che la divinità per Platone è il Demiurgo solo entro certi limiti : se la divinità per definizione è il principio supremo , allora la divinità platonica dovrebbe essere il bene in sè.Se la divinità è principio della realtà , è evidente che non deve dipendere da nulla : ma il Demiurgo dipende dalla super-idea del bene e dalle altre idee che è costretto ad imitare : ne consegue che non è indipendente ma è al contrario limitato.Il bene in sè ,invece,abbiamo visto che è illimitato ed è lui stesso il principio (bipolare) della realtà.Il concetto di divinità nella tradizione ebraico-cristiana attinge un pò dal Demiurgo e un pò dalla super-idea del bene.Non a caso nel Medioevo il "Timeo" (che è appunto il dialogo dove compare il Demiurgo) ,a differenza degli altri dialoghi platonici, continuò ad essere letto e non cadde in disuso.Questo perchè il "Timeo" è l'opera platonica più vicina al Cristianesimo : c'è l'idea della plasmazione , piuttosto vicina a quella della creazione : inoltre la divinità in un certo momento crea il mondo (la divinità di Aristotele invece fa ben poco).Va poi ricordato che il Demiurgo è un dio-persona come quello dei Cristiani.Dietro a questo amore cristiano per il "Timeo" , probabilmente c'è un fraintendimento : le interpretazioni del "Timeo" sono due e i Cristiani scelsero probabilmente quella sbagliata.Se si legge il "Timeo" alla lettere si incontra questo "plasmatore" divino : sembra che il mondo prima non ci sia e che ci sia solo la materia : si ha l'impressione che ci sia un tempo prima e un tempo dopo . Ma Platone credeva in ciò che diceva ? Se si legge accuratamente il "Timeo" ci si accorge che Platone ad un certo punto si pone un quesito : che cos'è il tempo ? Il Demiurgo tra le varie cose plasma anche gli astri , il cui movimento regolare si identifica con il tempo.Il tempo viene definito "immagine mobile dell'eternità": come il mondo sensibile è imitazione di quello intellegibile (il primo mutevole , il secondo eterno) , così il tempo è imitazione dell'eternità.Non a caso il tempo viene identificato con il movimento circolare : se si vuole rappresentare l'eternità con qualcosa di movimentato , senz'altro ciò che meglio la rappresenta è il cerchio , il movimento circolare in cui si compie un giro per poi tornare al punto di partenza:infatti il tempo è caratterizzato dal non essere eternità ma tornare sempre su se stesso.La cosa più simile a ciò che non si muove mai è quella che torna sempre su stessa , così come la cosa più simile che l'uomo possa fare per eternarsi è il riprodursi ciclicamente.Dunque il tempo è la plasmazione dell'eternità ideale da parte del Demiurgo.La conseguenza è che non c'è un tempo prima del mondo perchè è solo con la nascita del mondo sensibile che il Demiurgo ha calato nella realtà sensibile l'imitazione di eternità.Questa è una visione ben diversa da quella cristiana nella quale la divinità in un certo momento decise di creare il mondo.Va poi ricordato che Platone stesso all'inizio del "Timeo" dice che si tratta di un mito : di conseguenza i Cristiani hanno preso per vero qualcosa che Platone stesso dice non essere vero , ma solo un'immagine che rappresenta la relazione tra mondo intellegibile e materia.Quindi Platone non credeva assolutamente nella figura del Demiurgo ed il suo vero dio resta il bene in sè.Oltre ad esprimere la relazione tra idee e materia , il mito del Demiurgo esprime anche il finalismo : Kant direbbe "è come se" il mondo fosse stato elaborato da un artigiano.Il mondo sensibile è da sempre e per sempre un' immagine temporale del mondo delle idee.Il Demiurgo dunque comincia a plasmare nella materia (che Platone chiama anche "spazio")e arriva a generare tutta la realtà . Platone dice che la prima cosa che si crea nello spazio sono 4 solidi geometrici fondamentali : si tratta dei 4 solidi regolari (costituiti da facce uguali tra di loro).Platone è convinto che si possano ottenere tutti e 4 partendo da un triangolo rettangolo isoscele:ricombinandolo si possono ottenere vari tipi di figure ( se ne creerebbero 5 , ma Platone una la scarta).Essi sono il cubo , l'ottaedro , il tetraedro , l'icosaedro (quello che scarta è il dodecaedro). Questi 4 solidi stanno a rappresentare i 4 elementi fondamentali di Empedocle (terra , acqua , aria , fuoco , che verranno poi anche ripresi da Aristotele ) : ognuno dei 4 elementi di Platone è costituito da parti minime (non ulteriormente divisibili)e ciascuno è caratterizzato da una forma : per Platone la terra è il cubo , che suggerisce l'idea di regolarità , materialità , stabilità e compattezza.Il fuoco , per esempio, è invece rappresentato dal tetraedro perchè , dal momento che brucia , deve essere particolarmente spigoloso (il tetraedro è il più spigoloso) e la forma stessa della fiamma è simile a quella del tetraedro.Platone ancora una volta prende spunto dalla filosofia dei suoi precedenti mescolando in questo caso Empedocle a Democrito (che tra le varie cose riteneva che a stimolare i nostri sensi fossero le determinate forme degli atomi)e ai Pitagorici (Timeo è pitagorico e le forme degli elementi sono geometriche).Tra l'altro ci possiamo anche riallacciare alla gerarchia dei livelli della realtà : abbiamo detto (con l'aiuto del grafico) che i numeri erano a metà strada tra mondo sensibile e mondo intellegibile ; qui vengono utilizzati come collegamento tra mondo ideale e materiale.Il Demiurgo plasma quindi l' Universo ed il Sistema (non è molto chiara la struttura astronomica che attribuisce al Sistema : pare che Platone abbia superato la teoria geocentrica ; non ammette il movimento di rivoluzione , ma sembra ammettere quello di rotazione:è la Terra che gira). Platone introduce poi il concetto di "anima del mondo" : il mondo delle idee abbiamo detto che è movimentato , intelligente, vitale: il mondo sensibile , nella misura in cui il Demiurgo lo plasma , non può che essere simile a quello intellegibile : ha un' anima sua .L'Universo è un grande essere vivente permeato interamente da un' anima.Tutto quindi è vitale , sebbene in diverse misure .

PANORAMA DELLA PITTURA DEL ‘900

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Se DISAGIO, MALESSERE, CRISI, sono parole-chiave che troviamo nella grande letteratura europea del ‘900, anche nelle poetiche delle arti, CRISI e RICERCA DEL NUOVO sono termini-chiave: l’avanguardia pittorica, dal futurismo al surrealismo, dalla pop-art all’informale, sostituisce, all’idea del "bello" (specchio di un mondo sentito come totalità) la ricerca del "nuovo", il rispecchiamento del "brutto", la sperimentazione o la estrema razionalitá (si pensi all’astrattismo pittorico, all’architettura funzionale). Di fronte alla crisi, la risposta degli intellettuali oscillerà variamente tra impegno ed evasione, amara impotenza e complicità, protesta e strumentalizzazione politica.
Tra la fine dell ’800 ed i primi decenni del ’900 le arti figurative registrano un profondo cambiamento nella nozione di realtà che si va configurando come distacco dagli aspetti visibili della realtà stessa: abbandonata la fiducia di poter conoscere e descrivere il reale, gli artisti cercano, con modi e spiriti diversi, soluzioni che superino la registrazione delle apparenze operata dall’esperienza dell’occhio per realizzare un nuovo rapporto tra arte e condizione umana.
FUTURISMO: Nel 1910 appare il " Manifesto dei pittori futuristi" e, subito dopo il "Manifesto tecnico della pittura futurista" : in entrambi sono accumunate le dichiarazioni di artisti come Balla, Boccioni, Carrá, Russolo, Severini. I futuristi vogliono essere gli interpreti di una nuova realtá, quella della civiltá industriale, dominata dalla macchina e dai miti della velocitá, del dinamismo, del progresso. Fine dell´ atto creativo é la rappresentazione del movimento; le tecniche per realizzarlo sono la figurazione simultanea delle diverse fasi di un movimento.
ESPRESSIONISMO: Oggetto della rappresentazione non é il reale ma l’ emozione soggettiva che il reale provoca, si ha quindi un rifiuto delle regole tradizionali ed uno sforzo di deformazione dei tratti naturalistici dell´immagine. L´Espressionismo é soprattutto un fenomeno tedesco ( gruppo "Die Brücke", fondato nel 1905 da Kirchner, Schmidt-Rottluff, Nolde, Müller, e movimento del " Der Blaue Reiter") che influí notevolmente sui movimenti artistici americani.
PITTURA METAFISICA: nasce tra il 1910-1915 ad opera di Giorgio De Chirico; sul pittore agiscono stimoli ed elementi culturali extrapittorici (Schopenhauer, Nietzsche, ecc.) che convergono in una realizzazione di atmosfera magica ed enigmatica: la calma misteriosa di vuoti spazi cittadini, i manichini, gli oggetti comuni colti in relazioni inedite e sorprendenti. La pittura metafisica prescinde dalla realtá della natura e della storia e appare parallelamente alla ricerca dadaista e precorritrice del Surrealismo, ma il privilegio accordato alla voce dell‘inconscio, al sogno, alla scrittura automatica (tutti caratteri del Surrealismo), controllata ed ironica pittura di De Chirico.
In Italia ci sará una ripresa del linguaggio espressionista negli anni ‘30 e ‘40 per interpretare l’ingegno di una Resistenza che vuole essere attiva sul piano politico e quello artistico. Portavoce di questa esperienza sará il gruppo CORRENTE (1938) nel quale emerge la personalitá di Renato Guttuso (1912-1988) che esaspera la violenza espressiva di Picasso con colori aspri e con un segno incisivo, amplificando cosí la gravitá dei contenuti. Notissima é la sua "Crocifissione" del 1941 che lo identificherá come un capofila di quel Realismo sociale, capace di rievocare elementi di epica popolare al cui interno spiccano riferimenti alla tradizione popolare siciliana.
L’ARTE INFORMALE, che si diffonde in Europa tra il 1945 e il 1960 rientra nel vasto campo dell’Astrattismo per il suo rifiuto non solo di un legame con la realtá visibile, ma anche con le regole della struttura compositiva. Appartiene all’arte informale la PITTURA MATERICA, quella che con materiali della realtá piú quotidiana, cerca di evocare le sensazioni e le suggestioni che la materia provoca nell’animo umano: é questa la tecnica di Aldo Burri (n.1915) attraverso i materiali scelti (in "Sacco e Rosso", 1956) egli ci comunica il sentimento della sofferenza e del dolore.Lucio Fontana (1899-1968), sempre nell’ambito dell’arte informale produce nella tela fori e tagli per ricreare uno spazio indefinibile, astratto, inesplorato.
Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio del ‘60 si assiste alla tendenza verso il recupero della figurativitá:gli artisti, soprattutto di area statunitense, intendono recuperare un ruolo di guida nel mercato artistico, facendo leva sulla spaccatura determinatasi tra il linguaggio artistico e quello dei messaggi visivi di masse, la Pop-art si muove tra la dissacrazione e l’esaltazione delle immagini della pubblicitá, del fumetto, della televisione.
In Europa la Pop-art ha caratteri piú intellettualistici ed ironici, si vuole, sulla sfinta degli stimoli degli anni fine ’60 e primi ’70, annullare la "bellezza, l’arteficitá" della opere d’arte per farne unicamente veicoli di concetti. Si realizza cosí una polemica contro lo sfruttamento degli artistici da parte del mercato.
Negli ultimi dieci annié entrato nel lessico critico il termine "post-moderno" per esprimere un sentimento di disillusione rispetto agli sperimentalismi, l’arte post-moderna guarda al passato, cui si ispira con estrema libertá: il pittore si rifé alla metafisica, all’Espressismo, ma anche al Barocco e al Classico del ‘800.
L’Italia insieme alla Germania, ha svolto un ruolo importante nella "rinascitá" della pittura: é stata breve la stagione della Transavanguardia (Chia, Cucchi, Paladino); é stata poi nei primi anni ’80 die cosidetti"Citazionisti" presto dimenticati; attualmente si alternano riprese del Realismo Magico degli anni Venti e rifacimenti oscillanti tra il Cubismo e l’Espressionismo. 


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"Arnold Schoenberg" La dodecafonia passo decisivo verso la nuova musica o rigurgito conservatore?

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

C’è chi lo odia per le sue posizioni politiche, mai veramente progressiste come la sua musica (era un monarchico piuttosto convinto), chi lo definisce un incontestabile genio, simbolo delle trasformazioni del Novecento e qualcuno che, invece, prova a sminuire la portata della sua opera, giudicandolo un rivoluzionario fallito, trasformatosi presto in reazionario inconsapevole. Nel bene e nel male il compositore viennese Arnold Schoenberg è stato il padre dell’avanguardia europea del Novecento.
  L’uomo che mandò in crisi due secoli di storia
“Che sia definito conservatore o rivoluzionario, che componga in maniera progressista o convenzionale, che provi ad imitare vecchi stili o sia destinato ad esprimere nuove idee, ognuno deve essere convinto dell’infallibilità della sua propria fantasia e deve credere alla propria ispirazione” (Arnold Schoenberg)
Comunque si vedano le cose, che piaccia o no, quando si parla di avanguardie storiche, di musica del secolo “breve”, di nascita della contemporaneità, il nome di Arnold Schoenberg si impone ovunque. E’ stato lui a traghettare la musica dal Romanticismo, ancora carico di ideologia, alla dissoluzione di tutte le certezze, preludio all’epoca di distruzione della vita rappresentato dalle due guerre mondiali. Una di queste certezze, musicalmente parlando, era rappresentata dal sistema tonale, un punto fermo nel linguaggio musicale da ormai 150 anni, quel sistema di regole consolidate che accomunava, ancora al principio del nuovo secolo, Antonio Vivaldi e, con le dovute trasformazioni temporali, Gustav Mahler.
Ebbene, è proprio Schoenberg, autodidatta e figlio di un modesto commerciante ebreo, a prendersi la responsabilità di un crollo, probabilmente inevitabile, delle sicurezze di un passato ormai vuoto di contenuti. Il musicista austriaco incarna una sorta di Messia sceso sulla terra per liberare gli uomini da un modo di concepire la musica che, già con Wagner, aveva manifestato tutta la sua inappropriatezza ad esprimere le ansie di un mondo che stava radicalmente cambiando. Ma sarà anche colui che tornerà sui suoi passi, provando a rimettere in piedi tutto ciò che aveva distrutto, quasi come se si fosse pentito (non certo consapevolmente) di aver esagerato nel suo radicalismo. Ma il corso degli eventi è inarrestabile e il processo di avanzamento della nuova musica, a partire proprio dai più diretti discepoli del Maestro, Alban Berg e Anton Webern, non potrà più arrestarsi.
Schoenberg, nato a Vienna nel 1874, in piena epoca tardo-romantica, non amò mai Wagner, ma è proprio da lui che prese le mosse, da quella “melodia infinita” che evitava le cadenze, facendo in modo che i motivi melodici potessero incastrarsi gli uni negli altri, senza interruzioni. Le prime opere del compositore viennese sono, infatti, pregne di quello spirito tardo-romantico già divenuto classico all’inizio del secolo. Paradossalmente, l’esordio (con la prima esecuzione del Quartetto in Re Maggiore e dei due Lieder op.1) riscosse un consenso di pubblico al quale molto presto il compositore dovrà disabituarsi. I primi fischi non tardano ad arrivare: la sua Verklaerte Nacht, poema sinfonico ispirato ad una poesia di Richard Dehmel e i Gurrelieder di Jens Peter Jacobsen (che tanto piacquero a Mahler), Pelleas Und Melisande e i Tre Pezzi Per Pianoforte op.11, tutte opere scritte tra il 1900 e il 1909, rappresentano quattro tappe fondamentali di quel processo di “dissoluzione” della tonalità che, per il suo carattere irriverentemente innovativo, attirarono non pochi dissensi, sia tra il pubblico che tra i critici.
Espressionismo e atonalità: in una parola, Pierrot Lunaire
La sua musica comincia ad acquisire quelle caratteristiche che saranno alla radice dell’espressionismo: attenzione alle sensazioni ispirate da un testo a discapito del rigore formale, la riduzione ai minimi termini dei mezzi espressivi, il cromatismo portato alle estreme conseguenze con il progressivo appiattimento del rapporto di contrasto tra consonanza e dissonanza e l’ambientazione sonora oscura e oppressiva, caratteristiche che rappresentano la chiave di volta che aprì le porte della musica all’avanguardia artistica. L’amicizia con il pittore Vassilij Kandinskij ha avuto un ruolo fondamentale, non solo per lo Schoenberg pittore, ma anche per il musicista che, a partire dagli anni ’10 cominciò a comporre con quel sistema sonoro di riferimento che verrà definito atonalità (e che, al contrario, lui preferiva chiamare “pantonalità”) perché totalmente privo di riferimenti tonali e nel quale sparisce ogni gerarchia tra le note, sia in senso orizzontale (melodico) che verticale (armonico). Nei capolavori di questo periodo, l’opera teatrale Die Gluckliche Hand, il “monodramma” per soprano e orchestra Erwartung (1909) e, soprattutto, il Pierrot Lunaire (“melodramma” per voce e otto strumenti del 1912), vero e proprio manifesto dell’espressionismo musicale, la musica si rapporta solo al testo, come una sorta di commento, di descrizione delle parole non più a partire dal loro senso, bensì dalle emozioni che scaturiscono da questo. La composizione schoenberghiana più conosciuta in assoluto, è costruita su 21 poesie del simbolista A. Giraud nella traduzione dalle atmosfere decisamente più crepuscolari di O.E. Hartleben. Alla sospensione atonale derivata dalle parti strumentali, si aggiunge qui un ulteriore effetto di spaesamento dovuto alla tecnica dello “sprechgesang” (letteralmente “canto parlato”) che utilizza il soprano. Si tratta di una nuova tecnica vocale mediante la quale il cantante non si ferma mai su una nota, utilizzando ampi e continui glissando che imitano il parlato. Il risultato è un misto di recitazione e canto lirico spiazzante e onirico.
La dodecafonia: passo decisivo verso a nuova musica o rigurgito conservatore?
Il problema che si pone, a questo punto, è di ordine organizzativo. Organizzare la materia sonora anche al di là di un testo, diventa impossibile quando ci si trova senza quelle fondamenta strutturali rappresentate dal rapporto di attrazione tra tonica e dominante che si era fatto esso stesso struttura. Schoenberg sente il bisogno di un “metodo” per mettere in relazione e ordinare i 12 suoni della scala cromatica, ormai liberati dalle relazioni che li tenevano legati gli uni agli altri. La soluzione del compositore austriaco è quella di eliminare completamente le ripetizioni, organizzando i suoni per serie di 12 note che, esaurendo il totale cromatico nel tempo più breve possibile, diventano l’elemento germinale attorno al quale sviluppare la composizione. Questo metodo, chiamato dodecafonia, applicato per la prima volta alla Suite Op. 25 (1921-23) e che ha raggiunto la sua perfezione con opere che ne sono divenute il simbolo ( la Suite per 7 Strumenti del ’25; il Terzo Quartetto op.30 e, soprattutto le Variazioni per orchestra del ’28), è stato visto da qualcuno (in particolare Berg e Webern) come il passo decisivo verso una musica totalmente nuova. Ma non è mancato chi, con il senno di poi ha ravvisato, non a torto, in questa sistematizzazione, un rigurgito conservatore, la volontà “repressiva”di creare un nuovo ordine a discapito della totale libertà alla quale si era giunti con la pantonalità/atonalità.
Dal 1925 in poi, con il trasferimento a Berlino, cominciò, per il musicista, un periodo di peregrinazioni che, con l’avvento del regime hitleriano lo videro prima emigrare a Parigi e poi, definitivamente, nel 1933, negli Stati Uniti, dove morì nel 1951. Gli anni passati lontano dalla Germania, sono per lui anni di riflessione, di studio e approfondimento. Il frutto più maturo di questo periodo è senz’altro l’opera monumentale Moses Und Aron, summa del pensiero musicale schoenberghiano: tutta la partitura è costruita su un’unica serie, elaborata attraverso tutte le soluzioni possibili, ricavandone i vari temi dell’opera. Si affaccia qui quella che sarà una costante nelle ultime opere del Nostro: la problematica etico-religiosa della lotta tra il bene e il male, tra l’individuo e la società. In Ode To Napoleon, A Survivor From Warsaw (che prende spunto dalla tragedia dei campi di sterminio), ma anche nelle opere più esplicitamente religiose come il De Profundiis, queste tematiche rappresentano una sorta di leitmotiv. Profonda spiritualità, saggezza, riflessività, si traducono in musica con una minore irruenza, uno stile più sobrio e addirittura echi di ritorni sporadici alla tonalità. Come se l’uomo e con lui il musicista, perduti nel dilemma della vita, cercassero appiglio nelle sicurezze. Ricostruire dopo aver fatto tabula rasa.
Ma mentre si sedeva sulle fatiche del suo lavoro, lui vecchio saggio, pioniere della nuova musica, una schiera di giovani, figli della seconda guerra mondiale e seguaci delle idee radicali del suo pupillo Anton Webern, cominciavano già a scardinare le costruzioni erette con tanta convinzione dal Maestro. Per gente come Karlheinz Stockhausen, Pierre Boulez, Luigi Nono, Luciano Berio, John Cage, un’altra rivoluzione era già cominciata. Di Daniele Follero

sabato 15 marzo 2008

Arnaldo Pomodoro: viaggio nel labirinto dell’esistenza

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

viaggio nel labirinto dell’esistenza

Con Arnaldo Pomodoro il passato, il presente e il futuro
s’incontrano in una rappresentazione che sorprende e intimorisce, come succede al cospetto dei misteri dell’assoluto. Le sculture si propongono nella loro seducente lucentezza e nella loro ambigua asprezza. Ambigua perché porta messaggi di immediata percezione visiva ma di difficile coniugazione mentale. Ambigua perché il desiderio del tatto si ferma al limite del dolore fisico nel percorrere un frammento, un piccolo tragitto di auspicabile eternità. Non esistono vie di mezzo tra la carezza rotonda della sfera e la sua intima corrosione che raggiunge la superficie, la morde e ne altera i canoni della perfetta e tranquillizzante contemplazione. Tutto in Pomodoro pare ineccepibile e precario, tutto sembra sul punto di rivelarsi o di sgretolarsi nell’oblio definitivo. Il limite è determinato anche da chi si accosta alle sue opere con animo sgombro da ogni preconcetto o da ogni orgoglio cognitivo e da chi si ammanta invece della presunzione del sapere: il primo atteggiamento può favorire un viaggio verso una maggior conoscenza soprattutto di sé; il secondo può determinare la vanificazione dell’approccio, come bussare a una porta che non concede ovvie chiavi d’accesso. La maggior conoscenza può scaturire da quella "scrittura" scavata nel bronzo, suscitata dall’inconscio di Arnaldo e dall’inconscio di ciascuno di noi nella continua attesa e nel riflesso timore di inquietanti risposte esistenziali.
Questa mostra reggiana si apre idealmente con un cilindro, parzialmente aggredito dai crittogrammi, che accoglie i visitatori sull’ampio marciapiede di corso Garibaldi, all’ingresso di Palazzo Magnani. È la Colonna del viaggiatore ispiratagli dalla Colonna senza fine di Brancusi. Da qui, dal nome di Costantin Brancusi, inizia il grande viaggio artistico di Arnaldo Pomodoro: "Le sculture di Brancusi la prima volta le ho viste attraverso un finestrino dove riesco a salire, ed è il finestrino del suo studio a Parigi, mi sembra il ’57, un anno dopo la sua morte, però attraverso questo finestrino vedo tutto più o meno coperto con lenzuola bianche a eccezione di pochi elementi che sono appunto la colonna senza fine e altre pochissime cose." La conferma gli verrà due anni più tardi al Museo d’Arte Moderna di New York: osservando le crepe nella perfezione tridimensionale e strutturale delle opere del maestro rumeno capisce che i suoi segni, i suoi geroglifici, fino a quel momento destinati allo sbalzo di placche bidimensionali o all’inasprimento informale di bassorilievi, potevano trovare un respiro più ampio, una collocazione prodiga di imprevedibili evoluzioni formali e psicologiche. Nasce così nel 1959 la sua prima Colonna del viaggiatore che interroga lo spazio con un messaggio intimo, graffiato, scavato, sofferto. L’ordine puro, essenziale di Brancusi viene pertanto rivisitato e rivissuto dall’ordine provvisorio e travagliato di Arnaldo Pomodoro che insidia il cosmo avvalendosi di un personalissimo bagaglio di curiosità e di angoscia, la stessa che accompagnerà i primi astronauti di quegli anni. Ma il nostro artista è da sempre un viaggiatore, un puntuale indagatore dell’ intimo cosmo da ritrovare e da riconoscere poi nello sprofondamento dell’universo; egli è l’assiduo indagatore del tempo passato e di quello che verrà perché questo è il destino dell’uomo: guardare dentro di sé e nelle più profonde radici culturali che ci competono per affrontare l’avvenire, per intuirne le trame. Occorre una lunga e articolata rincorsa per un adeguato balzo in avanti. Per lui non è una questione di pratica atletica, è il risultato di un’adeguata ginnastica mentale che ha una radice geologica nelle strutture tettoniche di quel Montefeltro che gli ha fornito i natali e gli ha procurato anche gli occhi e lo spirito adatto per recepire i misteri di una natura dolce e aspra di forme e di immagini. Il suo gesto, quello che si era manifestato già in alcune precedenti occasioni e si completerà con la folgorazione brancusiana, viene da lì, dalle sue origini, come è giusto che sia. L’innamoramento per il segno misterioso di Klee (suscitato dalla "Testa di Bob", da alcuni paesaggi e magari esploso definitivamente al cospetto della fitta trama della "Pastorale" del 1927, esposta anch’essa al Museo d’Arte Moderna di New York), la vicinanza sperimentale di Lucio Fontana e delle sue "nature" violate si propongono come conferma illuminante di un dono che egli conservava da sempre nel cuore. Era un tesoro nascosto da disseppellire poco alla volta al cospetto delle continue rivelazioni attivate dagli incontri, dai viaggi, dalle rinnovate intuizioni. Il presente e il passato sempre a confronto: il gesto e il pensiero a fare continuamente i conti con l’insondabile che, se non può essere svelato, va comunque dichiarato come ammonimento e come seme di speranza. Così procede il suo lavoro tra continue interrogazioni concepite attraverso un alfabeto crittografico che trova agganci formali nelle "calligrafie" di tutte le civiltà arcaiche del mondo. Pertanto ritmo e armonia (un ritmo musicale su un insolito spartito) convivono magicamente nell’alternanza critica delle incisioni e dei rilievi di un inesauribile racconto.
Ma torniamo alla mostra: la gente, superato l’impatto emotivo espresso dalla Colonna del viaggiatore, entra, percorre il lungo corridoio al piano terra che conduce in fondo a un’altra scultura emblematica: il Rotante massimo IV. È una grande sfera dall’abbagliante lucentezza che mima l’oro e prepara l’inganno. Tutte le sfere di Pomodoro giocano sulla levigata perfezione di una superficie che subisce improvvise fratture come prodotte da tarli che corrodono e consumano la sostanza a partire dall’interno. Sono un attentato alla perfezione; sono la lettura del nostro mondo inquieto, assalito da interrogativi esistenziali: "Penso che questo dramma dell’erosione, così come l’ho posto, sia in grado di comunicare come una sorta di predizione, una certa angoscia a proposito di quanto potrebbe accadere…cioè il dramma della scoperta tecnologica e dei suoi poteri. Sapevamo di poter mettere l’uomo nella condizione di distruggere se stesso e il mondo". Se Lucio Fontana costruiva le sue forme tondeggianti nell’argilla e le sfondava con un gesto deciso e brutale (ci riferiamo alle citate "nature"), Arnaldo le attraversa chirurgicamente, come in questo caso, per una indagine più "scientifica", strutturale. Se la sfera è l’allegoria del mondo (e ancora e sempre di noi stessi), va sondata in asettica profondità, come avviene ora, oppure va perlustrata lungo ferite che emergono dal parziale consumo dell’armonia geometrica, come vedremo più avanti. Dietro il Rotante massimo IV, nel cortile di Palazzo Magnani, appaiono cinque Scettri, anche teatralmente efficaci e destinati a bucare il cielo, a saggiarlo e a invocarlo con le loro graffianti dichiarazioni al culmine delle aste.
In una sala accanto ci si imbatte in tre Stele erette come sentenze assolute col marchio dell’implacabilità, decise dalle scansioni e dalle impronte di una memoria che non conosciamo e che neppure l’autore conosce. Pertanto sovente egli si stupisce del suo gesto e dell’ effetto che ne segue. Qui risiede una delle straordinarie sorprese dell’arte:l’inattesa stupefazione che assale l’artista medesimo e gli procura subito dopo stordimento, timore, esaltazione, forse il desiderio impossibile di fuggire da se stesso, di scindere le mani da un pensiero non coscientemente pensato. Si muta stanza e ci si trova al cospetto del bozzetto di Novecento, l’imponente torre a spirale installata di recente a Roma per celebrare la fine del millennio. Collocata in una piazza della Città Eterna sembra ergersi come una risposta attuale, nella struttura che si svolge verso l’alto, alla "Colonna Traiana" , imperitura esaltazione delle vittorie sui Daci. La spirale di Pomodoro non racconta le imprese guerresche del secolo appena trascorso ma esprime la coscienza dubbiosa dell’umanità nelle pause di sospensione gestuale, nelle interpunzioni, negli agglomerati di graffiti che anelano magari un’altra memoria o la definitiva dissolvenza.
Prima di salire al piano superiore incontriamo un’altra Colonna degli anni Ottanta che preannuncia un tragitto ascensionale prodigo di rinnovabili sorprese. 
La prima ci è fornita da Il grande ascolto, due coni coricati e orientati in senso opposto alla stregua di padiglioni auricolari pronti a catturare e ad assorbire nella loro travagliata interiorità quei messaggi criptici in sintonia con l’articolato linguaggio dei segni. A proposito di linguaggi, è interessante e vario quello proposto subito dopo dalle tre "sfere" che appaiono d’incanto nella loro seducente, eppur contaminata compiutezza: Sfera con perforazione permette allo sguardo l’attraversamento di una ferita che la coglie da parte a parte seminando strazi di punte, sbrecciamenti e incrinature come se la lucentezza fosse solo l’apparenza ingannevole e superficiale di un’intima consunzione; lo stesso ragionamento vale per Sfera n. 3 e per il nucleo compatto e aggressivo di tramature sovrapposte che sfonda l’ordine di conforto per spalancare una implacabile, inattesa verità. Addirittura Sfera del 1983 ostenta una mediana corona dentata che pare un ghigno beffardo. Allucinazioni? Visioni? No, è la riproposizione della crisi dell’uomo: "Nel mio lavoro (…) vedo le spaccature, le parti erose, il potenziale distruttivo che emerge dal nostro tempo di disillusione". Siamo con Pomodoro di fronte a un enigma, a un labirinto che non consente vie d’uscita agevoli: occorre percorrerlo interamente col nostro autore cercando di imparare o di recuperare gli strumenti capaci di introdurci alla captazione del mistero.
Volevamo assaporare il profumo dell’universo? Ecco le Aste cielari che svettano verso l’alto con graduale, abrasiva veemenza. Sono trafitture, sono messaggi, sono implorazioni e interrogazioni, sono i nostri messaggi in bottiglia per un mare più grande, infinito. Sono il desiderabile superamento di una soglia. Da una soglia ideale a una soglia concreta: Arnaldo (un caso o una calcolata conseguenza) ce la propone nella sala a fianco. Si tratta per l’appunto de La soglia: a Eduardo Chillida. È del 2003 ed è l’opera più recente presentata in mostra: un ricordo dell’artista e amico spagnolo scomparso l’anno prima. Un ideale cubo è spezzato in senso mediano: i due frammenti paiono allontanarsi, trattenuti da una sbarra che li attraversa. Ricorda l’impegno sui volumi, sulle tensioni della materia del maestro basco, ma ripropone anche il problema, esposto più volte da Pomodoro, di una monumentale provvisorietà delle cose misurata da un limite, da una porta oltre la quale si spalanca l’ignoto. Un altro sguardo oltre un varco reale e incontriamo Le battaglie: un muro di simboli, di frecce, di ordinato caos. Afferma Pomodoro di essere rimasto affascinato dai geroglifici, di aver scoperto uno straordinario rapporto tra il segno e una forma magmatica, in divenire, di aver sentito la necessità anche fisica di incidere qualcosa nella materia. Allora tra l’autore e l’opera che sta nascendo inizia la lotta, la battaglia non solo nei confronti della materia ma soprattutto tra l’idea e la sua adeguata realizzazione. È un’immagine che ritroviamo in Lettera a K., in questa scultura severa, scandita per sezioni (quasi pagine autonome di lettura) in un unico, armonico corpo, quale omaggio a Klee, a Kafka, a Kierkegaard. Di fianco, come ricorrente memento, si erge un’altra Colonna del viaggiatore del 1960 (la prima era del 1962)dalle dimensioni più contenute. Eppure viene ugualmente riproposta l’emozione di quell’impatto, magari accresciuta dalla maggiore concentrazione dello spazio.
Ora è venuto il momento di attraversare le stanze per conoscere l’Edicola. Ha scritto in proposito Sam Hunter: "L’artista ha focalizzato la sua attenzione sui due piani recto e verso, e sulle superfici convesse e concave di questa forma che allude a una lapide. L’elementare forma ricurva con il suo complesso sviluppo di segni calligrafici richiama infatti i suoi due Cippi degli anni 1983-84, così chiamati dagli antichi pilastri trovati nell’impero egizio del Nilo". Non a caso le Stele, l’Edicola e i due Cippi, che il nostro sguardo incontra al di là di un’apertura, quale ideale prolungamento di un medesimo discorso, nascono in Pomodoro come riflesso anche nostalgico della visione dei templi della regina di Saba in Egitto, nascono dai reperti isolati, caduti nella sabbia e rivissuti dalle ombre che il sole disegna e modula in una misura spaziale e temporale trascurata da ogni metro e da ogni umano calendario. Il nostro autore recupera quel seme di atemporalità e ce lo regala per una muta contemplazione. La suggestione dell’antico Egitto continua con i tre Papiri sospesi contro la parete: sono grandi fogli di bronzo sorpresi in un movimento che si addice alla carta e acquistano così una leggerezza inattesa. E una straordinaria perentorietà espressiva. Succede sempre a ogni contatto ripetuto e sempre nuovo con le sue opere. Da dove proviene, ci chiediamo ogni volta, questa sua persuasiva cattura dell’attenzione immediata della gente ( prima ancora che questa stessa gente, di riflesso, intenda magari porsi decisive domande esistenziali )? Già nel 1969 Hammacher cercava di darsi e di darci una risposta: "La forza del lavoro di Pomodoro sta in due cose. La prima è questa violenza controllata dei piccoli segni, sistemati in una precisa ma non regolare formazione, e allo stesso tempo in schemi mobili e complicati, chiari e penetranti; la seconda è la grandezza di una forma geometrica che una volta era cornice e che ora è stata deformata da qualcosa che emerge da un altro angolo della sua mente". Già, la forma e la sua manipolazione. Una eclatante prova ci viene concessa subito da Colpo d’ala, una piramide capovolta e spezzata in un impeto di aereo dinamismo trasformato in un ideale omaggio a Boccioni. In effetti questa traumatica frattura si sublima, sono parole dello stesso Pomodoro, nella "mobile ala di una freccia, in effetti così mobile da sembrare quasi disarticolata". Un ulteriore, eccellente esempio in cui la forma non è più "cornice" ma metamorfica protagonista degli eventi.
A questo punto ci è concesso di uscire all’aria aperta per cercare quegli elementi che tornano a colloquiare col libero spazio trasformandolo e determinandolo con la personale, perentoria, persuasiva impronta. In piazza Roversi le quattro Stele "timbrano" immediatamente il luogo. Il motivo? Ce lo spiega Argan: "In bilico tra metafisica e meccanica, tra cosmologia e orologeria le macchine monumentali di Pomodoro sono anche strani congegni urbanistici ed ecologici. Collocati nel paesetto marchigiano natale hanno un senso biografico, in un vecchio contesto urbano un senso evocativo, in una piazza di città moderna un senso di sintonia, sulla riva del mare un senso d’infinito. Sono sculture piene di valenze aperte, hanno bisogno di siti significativi con cui combinarsi". Queste Stele, in identica immagine e talora in diversa sostanza, negli ultimi anni sono andate alla conquista e all’interpretazione scenica dei giardini del Palais Royal di Parigi e della Plaza de Nuestra Señora del Pilar di Saragozza; hanno quindi fermato nello stupore il cuore pulsante di Lugano. Fa loro eco seduttivo il Disco in forma di rosa del deserto che spicca sul sagrato della Chiesa della Ghiara. Un rinnovato rimando al deserto, al mistero, alla natura che pare talora voler articolare le cose come specchio o modello da consegnare alla stupefazione o allo sgomento della gente. Il cortile del vicino Palazzo Ducale, dove ha sede la Provincia, viene conquistato dai cinque metri e mezzo della Torre a spirale e dal suo rapido, avvolgente sviluppo ascensionale.
Spostiamoci ora al Palazzo dei Principi di Correggio per riallacciare al suo interno il discorso della scultura: ci attendono su una parete sei Cronache, ovvero sei fogli di bronzo fissati su pannelli di ferro quale testimonianza di affetto nei confronti di persone vicine ai pensieri e ai comportamenti del nostro autore: due sono dedicate a Gastone Novelli, due a Paolo Castaldi, una a Ugo Mulas, un’altra a Francesco Leonetti, a testimoniare il suo stretto rapporto col mondo dell’arte, della fotografia, della cultura in generale. Sono pagine fitte di trame che si alternano a momenti di pausa, di riflessione, di sospensione. Sotto tale profilo ci sorprende l’apparente assenza di segni, rifiutati o abrasi sulla metà superiore dell’omaggio a Mulas e che fa risaltare maggiormente l’affollato intreccio armonico della sezione sottostante. Non è ovviamente casuale tale apertura che rimanda a un quadro di Mark Rothko, memoria collante tra i due amici. Cronaca 7 per Gastone Novelli accende una particolare attenzione per via della scritta tracciata su un ideale muro. Col Punto dello spazio si attua una trasformazione dell’approccio creativo del maestro, abile a coniugare la costruzione rotante, che fa da base e da cardine, alla tipica struttura fittamente e articolatamente narrativa che abbiamo ormai imparato a conoscere. Poco distante osserviamo la Piramide dalle essenziali, aguzze estroflessioni che caratterizzano le facce corrugate del solido geometrico. Quindi è la volta del bozzetto relativo alla Porta dei Re del Duomo di Cefalù dallo straordinario impatto visivo che richiede un chiarimento. Occorre comprendere il ruolo del tondo che domina in alto il centro della porta, a livello della frattura che indica il congiungimento delle due ante caratterizzate da una pioggia di ferite dilaganti verso il basso. È lo stesso Pomodoro a svelarci l’arcano: "Ho realizzato il cielo o l’aldilà in una sfera d’oro. Nella Trasfigurazione ho voluto che il magma terrestre si diffondesse attorno alla base come alone". 
Lasciato il bronzo, inizia in questo ampio salone rettangolare il viaggio nella carta, ovvero in quella produzione calcografica che assume un ruolo non marginale ma decisamente importante nell’iter creativo di Arnaldo. Annotava in proposito nel 1978 Giovanni Carandente: "Il lavoro grafico per lo scultore, sembra essere quasi sempre una sorta di sfida alla superficie piana, bidimensionale, del foglio. (…) Arnaldo Pomodoro, al posto delle lastre di rame o di zinco o delle pietre litografiche, si è servito dello stesso medio che egli usa in scultura. Ha cioè lavorato gli ‘originali’ (positivi) nel gesso, come fossero destinati alla fusione in metallo. (…) Il tutto, alla fine, non è la finzione di quel che non è, ossia del bronzo. Ma ne conserva la bellezza spoglia e severa. Inoltre, conserva, della scultura, la fitta, magica rete di rapporti, cui aggiunge la fragranza autentica di un rilievo sul medium cartaceo". Ed è quello che incontriamo qui, in un ideale prolungamento del dialogo tra strutture organiche e ostentazioni meccaniche, che riannodano i tragitti non ancora toccati dal pensiero dell’uomo, quei tragitti già puntualmente sperimentati nel metallo. La carta gli permette impensabili arditezze di aggiunte, di sottrazioni, di sovrapposizioni, lampi di luce e opacità, giochi di toni, fughe improvvise, iati, come succede a Immagine trasversale dall’incombente piegatura o alle Aste cielari scandite in parallelo sulla medesima pagina, come a fornire un senso di collegamento, una persuasiva logica colloquiale a un discorso che aspira all’elevazione delle idee. Il Foglio lungo di Urbino e il Foglio lungo di Pavia sono accostabili ai papiri, ai suoi ‘papiri’ e ai papiri della storia. Ma queste pagine che si spalancano di fronte ai nostri occhi sono una continua rilettura, una puntualizzazione, se necessaria, del già visto o di quello che si era pensato di vedere ma non era rimasto sufficientemente fissato nel nostro cuore: così le "tracce" e le "colonne"impresse a rilievo costringono a una nuova, più concentrata meditazione, così gli Scudi ci ricordano da un lato il suo ricorrente impegno di scenografo e dall’altro il disegno essenziale dell’osso di seppia da cui è iniziato, più di mezzo secolo fa, il percorso artistico di Arnaldo Pomodoro: da un piccolo scavo, da una lieve impronta sulle linee allungate e concentriche di un minuscolo labirinto. 
Da allora il labirinto si è dilatato all’ indomabile ricerca della maggior conoscenza attraverso lo svelamento di enigmi, attraverso l’interrogazione di segni. In fondo il suo è anche il nostro labirinto alla cui esplorazione affidiamo la speranza di un significato non ovvio ai passi dubbiosi della vita.
 DI Luciano Caprile

Venusto Papini( PITTORE )Colle di Val d'Elsa nel 1899 -1980

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Le peculiarità dello stile di Papini, pittore quasi per fausta predestinazione, sono racchiuse anche in una sorta di rebus onomastico, poiché lo stesso nome di battesimo, Venusto, già allude al modo elegante con cui seppe rendere omaggio alla bellezza femminile, ritraendo giovani donne dal fascino dolce e dallo sguardo suadente.
Venusto Papini nacque a Colle di Val d'Elsa nel 1899, negli anni in cui nella città si respirava ancora il clima di affermazione del pensiero socialista che fece della municipalità colligiana un modello esemplare nel panorama italiano tra i due secoli. Nella realtà borghese e produttiva di Colle di Val d'Elsa la famiglia Papini aveva una larga occupazione nel ramo dell'industria laniera, uno dei settori trainanti dell'economia colligiana dell'epoca. La passione per la pittura di Venusto, nata tardivamente, prese avvio sul finire degli anni Venti del secolo scorso, prima come autodidatta e poi sotto la guida di Antonio Salvetti, che, giunto ormai al termine della sua carriera e a causa della salute sempre più cagionevole, si era ritirato a dipingere tra le mura domestiche. Tale passione si trasformò presto in una costante applicazione tecnica e in un meditato esercizio pittorico.

L'ascendenza salvettiana è pienamente leggibile nel linguaggio artistico di Venusto Papini, soprattutto per i riferimenti iconografici sottesi alla scelta dei soggetti, come il paesaggio colligiano ed il territorio circostante, le scene agresti e di lavoro nei campi, le nature morte, la ritrattistica, che si avvale sempre del mezzo fotografico per riprodurre, con dovizia di dettagli, i tratti somatici dei personaggi raffigurati, nel rispetto di una prassi largamente adottata dal maestro. La sua pittura, inoltre, riflette essenzialmente le visuali del territorio nativo, con selve bagnate da imperturbabili acque lacustri e campagne attraversate da fiumi e ruscelli che scorrono placidi, accompagnati sulle sponde da ramificate file di pioppi, nel rispetto della tradizione post-verista.

Venusto Papini dipingeva nel tempo libero, in concomitanza alla sua occupazione che svolse, tra il 1931 e il 1933, presso la pretura di Poggibonsi, poi all'ufficio catastale di Colle di Val d'Elsa e dal 1939 presso l'amministrazione comunale della città colligiana. Nel Dopoguerra, Papini continuò le sue attività parallele di pittore e di impiegato e rifiutò di andare negli Stati Uniti, declinando anche gli inviti ad esporre all'estero. Furono, invece, numerose le sue adesioni a mostre e collettive che si svolsero sul territorio. Nel 1970 Venusto Papini andò in pensione e l'anno successivo fu nominato tra i membri dell'Accademia Universale "Guglielmo Marconi" di Roma. Durante gli anni della vecchiaia abbandonò quasi del tutto i pennelli per riservare le sue attenzioni alla figlia e al nipote Luca, fino al giorno della sua scomparsa, avvenuta il 17 febbraio del 1980.

venerdì 14 marzo 2008

L'espressionismo sorge in Germania come reazione al naturalismo e all'impressionismo (francesi).

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

L'espressionismo sorge in Germania come reazione al naturalismo e all'impressionismo (francesi). Nel 1910-1920 si precisò in un vasto movimento che interessò tutte le arti e diede origine a diverse correnti: alcune di ispirazione mistico-cosmica, altre politico-sociali: unite tutte da un radicalismo umanitario e anarcoide. Gli espressionisti si ribellavano soprattutto al mate rialismo della borghesia capitalistica e liberale, propugnando il ritorno all'uomo primigenio (Urmensch) e l'avvento di una umanità libera e più consapevole delle proprie possibilità. Un ribellismo che non riuscì a convogliarsi in un chiaro indirizzo ideologico, così che intorno al 1920 si ha lo spezzettamento del movimento in due componenti sempre più antitetici. Il movimento fu all'inizio un movimento pittorico e artistico: il primo gruppo di pittori espressionisti, «Il ponte» (Die Brücke), si richiamava alle esperienze di Van Gogh, Munch, Ensor; vi parteciparono Kirchner, Nolde, Pechstein. A essi fece seguito l'espressionismo astratto del gruppo di Monaco «Il cavaliere azzurro» (Der Blaue Reiter) fondato da Marc e Kandinsky, cui aderirono Kubin, Kokoschka e Grosz. In campo musicale sono le esperienze atonali di Schönberg e dei suoi allievi A. Berg e A. von Webern. In letteratura venne considerato teorico di riferimento Nietzsche, mentre M. Scheler ne fu il profeta: la sua esaltazione dell'irrazionale e dell'istinto contro l'astrazione del pensiero costituisce la chiave tematica degli espressionisti. Il pessimismo apocalittico, il linguaggio aggressivo e grottesco, sono motivi e procedimenti fondamentali della tecnica espressionistica. Benn nel 1933 in Professione di espressionismo (Bekenntnis zum Expressionismus), poi ripreso in gran parte nell'introduzione del 1955 all'antologia "Lyrik des Expressionistischen Jahrzents", rinvenne come antecedenti il Goethe del secondo "Faust", Nietzsche, Hölderlin dei frammenti, Kleist della "Penthesilea", Carl Hauptmann, il tardo ottocentista Hermann Conradi. Altro teorico dell'espressionismo fu Kasimir Edschmid autore del saggio "Sull'espressionismo in letteratura" (1919). Lirica e dramma sono i generi in cui le innovazioni formali dell'espressionismo raggiunsero i maggiori e più vistosi risultati. La narrativa ne fu apparentemente meno toccata, nonostante autori come H. Mann, A. Döblin, e indirettamente F. Kafka. E tutta la serie di autori impegnati nel grottesco e nella satira (si pensi all'austriaco Albert Ehrenstein ecc.). Ma non va dimenticato almeno un'opera importante e originale come il romanzo "Bebuquin" (1912) di Carl Einstein. Nella lirica la tensione mistica di F. Werfel, la forza visionaria di G. Heym e di T. Däubler, ma soprattutto il pathos elegiaco e spettrale di G. Trakl, riuscirono a superare i limiti di una materia troppo carica e congestionata. Il cinema ha accentuato gli aspetti fantastici e onirici, con registi come Wiene, Murnau, Lang, Wegener, Leni. Il sincretismo del movimento permette le più varie partenze culturali: dall'iperbole decadentista e baudelairiana e 'maledetta' (particolarmente Heym), da quella estetizzante georgiana e dannunziana (Trakl); si va dall'uso di sonetti e strofi (quartine, terzine ecc.) regolari o lievemente ritoccati, al binarismo tipico della poesia biblica (Lasker-Schüler), al verso lungo di ascendenza whitmaniana (Stadler e Rubiner), al verso moderatamente libero e a quello accentuato in direzione futurista (Stramm), alle visioni cosmiche dell'industria e della tecnica come esseri mitici (Gerrit Engelke). Nessun espressionista ha puntato su una poetica barocca della me raviglia, ma in tutti è l'uso di una grana linguistica semantica mente e foneticamente resistente e ruvida. L'obiettivo in tutti è di precisare quella "dissipazione della lingua" mirante alla "dissipazione del mondo", descritta da Benn come fine di quella generazione. L'espressionismo fu anche linguisticamente espressionistico. Frequenti i verbi che denotano urlo e urto, una lacerazione e una rottura: "brechen"= rompere, "stossen"= urtare, "reissen"= lacerare, opposti agli impressionistici "wehen"= ali tare, "schweben"= levitare, "gleiten"= scivolare; una predilezio ne rafforzata da vari procedimenti metrici e grammaticali. La violenza del moto si riflette ad esempio:
* a) nell'uso di forti enjambements, come si può vedere nella poesia di Becher intitolata La nuova sintassi (Die neue Syntax) dedicata tutta all'intensificazione espressionista delle forme grammaticali;
* b) in unioni verbali già presenti nello Sturm und Drang, come "niederreisst"= "reisst nieder", "aufbäumt"= "bäumt auf";
• * c) la creazione di nuovi composti verbali con "zer-". Interessante il caso di Stramm che creò uno "schamzerpört": il proto poco espressionista corresse questo composto in "schamzerstört". Stramm spiegò il senso del nuovo composto a Herwarth Walden, fondatore della rivista «Der Sturm», in una lettera (7 luglio 1914): "vergogna [Scham] e rivolta [Empörung] colluttano tra loro e la vergogna schiaccia [zerdrückt]". Secondo il suo senso linguistico, il valore di "empören" non è in "en" ma nel nesso fonico "pö" (che probabilmente sentiva analogo alle interiezioni di sdegno come pfui, buh ecc.);
* d) l'assolutizzazione del verbo è ottenuta: con l'uso di accatastare infiniti: intere poesie di Stramm contengono solo infi- niti, con o senza l'iniziale maiuscola per cui è difficile dire se siano verbi o nomi. Ma anche con la predilezione per il partici pio, che assume la funzione architettonica di ponte;
* e) si cerca di giungere all'essenza del verbo sopprimendone il prefisso o\e il suffisso;
* f) si giunge a forme di ermetismo espressionista, quando si coniuga il nome, facendolo diventare in qualche modo vitalistico. Un esempio possiamo trovarlo in Stramm: "Flimmer | tränet | glast | Vergessen" che potrebbe tradursi: 'il tremolio | degli occhi che contemplano una tomba | fa sgorgare lacrime, ma le lacrime diventano subito vitree, lacrime dell'insensibilità e dell'oblio'.
E' stato notato come lo sperimentalismo linguistico dell'espressionismo tedesco si differenzia sostanzialmente da quello ad esempio di Joyce o di Pound : nell'espressionismo domina la monoglottia. Le sperimentazioni si svolgono all'interno di un contenitore linguistico chiuso, quello della lingua tedesca. Tuttavia può essere indicativo delle affinità esistenti tra i vari autori il fatto che Stadler tradusse Jammes e Péguy (corse poi la leggenda che Standler e Péguy si riconoscessero dall'opposta parte del fronte dove sarebbero presto caduti, e si scambiassero dei bigliettini); Paul Zech tradusse fecondamente Emile Verhaeren; Becher adattò Majakovskij; Goll si adoperò per la versione tedesca dell'"Ulysses". Espressionismo tedesco in breve: riviste La tempesta, L'azione (Berlin), La rivoluzione (Monaco). Idealità borghesi e valori, come fittizio intonaco che nasconde un tragico futuro. Scrive Hermann Bahr (1863\1934): "Nessuna età è mai stata squassata da tanto orrore, da un così orrendo senso della morte. Mai sul mondo ha gravato un tale silenzio di tomba. Mai l'uomo è stato così piccolo. Mai ha avuto altrettanta paura. Mai la pace è stata così lontana e la libertà così morta. Ed ecco che l'angoscia leva il suo grido: l'uomo invoca urlando la sua anima, tutta la nostra generazione non è che un unico grido d'angoscia. E grida anche l'arte, verso le tenebre profonde, invoca aiuto, invoca lo spirito: e questo è l'espressionismo". Il rifiuto radicale della società costituita porta:
* a) a metterne in luce il filisteismo, lo sfruttamento legalizzato, le condizioni dei reietti da essa creato; i toni sono violenti, acremente grotteschi, con amara voluttà di deformazione e dissacrazione, l'arte giocata su feroci contrapposizioni, "urlata". E' la dimensione rivoluzionaria dell'espressionismo, con precise rispondenze e motivazioni storiche;
* b) il rifiuto di quella società diventa rifiuto della società, in assoluto: è il versante anarchico e mistico dell'espressionismo, l'enfatizzazione dell'uomo nudo, impossibile a qualsiasi legame e rapporto. L'espressionismo tenta di rendere l'oscuro fondo dell'essere umano, si atteggia in una prospettiva di angoscia e solitudine o di disperata tensione vitalistica, o slitta verso la ricerca di una sublimazione religiosa, la ricerca misticheggiante di un rinnovamento interiore, di una cosmica palingenesi. E' la dimensione metastorica, eternista dell'espressionismo: coesiste e contrasta con quella della protesta storica; * c) dal rifiuto o impossibilità di comunicazione con la realtà nasce lo sforzo di una strutturazione astrattista, spesso geometrica: l'opera dell'architetto che si sforza di ricostruire il mondo. Per *Mittner sono proprio urlo e geometria i due principali procedimenti artistici dell'espressionismo.
In complesso l'espressionismo ha una dimensione angosciosa, un risentito senso della estraneità dell'uomo rispetto al mondo che non si riscontra negli altri movimenti dell'avanguardia. Il futurismo era vistosamente fiducioso nella macchina e nel moderno; il surrealismo ipotizza la possibilità della scoperta di una soprarealtà, di una essenza con la quale l'uomo possa venire a contatto; nella produzione poetica che va da Baudelaire a Mallarmé, il gioco di corrispondenze e simboli che, se decifrato dal poeta, portava alla orgogliosa scoperta di una realtà più vera. Con l'espressionismo invece le cose acquistano una paurosa ontologia, l'uomo non sa più imporre il suo metro umano, l'uomo è staccato dalle cose. L'esperienza lacerante della prima guerra mondiale ispira molta di questa produzione, caratterizzata in poesia da versi secchi e essenziali che raggrumano una molteplicità di sensazioni in un breve componimento: Ungaretti (L'Allegria), August Stramm, Gottfried Benn, Wilhelm Klemm, Georg Trakl, Ernst Toller. Il teatro espressionista
Più vasta l'influenza dell'espressionismo sul teatro. Ispirandosi a G. Büchner, e soprattutto a A. Strindberg e F. Wedekind, l'espressionismo sottopose a una critica feroce le strutture so ciali borghesi; sul piano tecnico isolava i personaggi in un clima irreale, per accrescerne la portata simbolica. Soprattutto im portante l'azione di alcuni registi innovatori come Rein- hardt, Schreyer e Piscator. A parte B. Brecht, espressionista solo in alcuni drammi giovanili, le personalità più notevoli nell'ambito del teatro sono E. Toller, G. Kaiser, R. Goering, Fritz von Unruh, Ernst Barlach.
In teatro, in parte perché convinti della distruzione della individualità personale operata dalla società moderna, in parte per la componente misticheggiante e metastorica, rifiutano lo sviluppo psicologico dei personaggi nel corso dell'azione rappresentata, che era caratteristica del teatro borghese. Sono portati sulle scene personaggi privi di connotazione psicologica individuale, privi di nome: si hanno "il" Padre, "il" Giovane, "il" Banchiere ecc. Inoltre, infrangendo la regola della verosimiglianza naturalistica, si procede per "stazioni", per scene slegate l'una all'altra, o per scene multiple (sul palcoscenico, due o più scene contemporaneamente). Tra gli autori teatrali: Karl Sternheim con le sue anti-borghesi Le mutandine, Tabula rasa; Toller che ha insistito sulla condizione del reduce nel suo difficile inserimento nella società del dopoguerra (Oplà, noi viviamo!) e sulla condizione delle masse proletarie (Uomo-massa); Ferdinand Bruckner con Gioventù malata.
IN FRANCIA
Il movimento dei fauves in Francia
Gli artisti appartenenti a tale gruppo si distinguevano per avere caratteristiche comuni quali, ad esempio: rifiuto della spazialità classica, rifiuto dei valori cromatici, armonici, esaltazione del colore ottenuto usando toni puri, distacco dal naturalismo e dalla sensibilità alla luce tipica degli impressionisti. Il fauvismo nasce dall'incontro di diverse tendenze, a volte anche opposte, quali: il neo-impressionismo, la pittura di Cézanne, di Gauguin e di Van Gogh. Fra gli artisti emerge Matisse, che si formò copiando i grandi maestri francesi ed olandesi le cui opere di trovavano al museo del Louvre. Nelle opere usa il colore in modo omogeneo e corposo, senza ombra né profondità, i cui toni sono accesi e solari, ottenendo generalmente un effetto di felicità e di equilibrio. Altra personalità emergente fu Braque che, terminata l'esperienza fauvista, assieme a Ricasso fondò il movimento cubista.

Marc Chagall

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul de Vence, 28 marzo 1985) è stato un pittore bielorusso.

Stile Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Bielorussia e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura ebraica. Negli anni '60 e '70, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.
Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.
I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il modo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso una vetrata.
Marc Chagall era il maggiore di nove fratelli: il padre, Khatskl (Zakhar) Chagall, era un mercante di aringhe, sposato con Feige-Ite. Nelle opere dell'artista, ritorna spesso il periodo dell'infanzia, felice nonostante la condizione di vita.
Iniziò a studiare pittura nel 1906 con il maestro Yehuda (Yudl) Pen, il solo pittore (peraltro assai mediocre) di Vitebsk, ma l'anno successivo si trasferì a San Pietroburgo. Qui frequentò le Belle Arti, con il maestro Nikolai Roerich, e conobbe artisti di ogni scuola e stile. Tra il 1908 e il 1910 studiò, invece, alla scuola Zvantseva con Leon Bakst.
Questo fu un periodo difficile per Chagall: gli ebrei potevano infatti vivere a San Pietroburgo solo con un permesso apposito e per breve tempo venne imprigionato. Rimase nella città fino al 1910, anche se di tanto in tanto tornava nel paese natale, dove, nel 1909 incontrò la sua futura moglie, Bella Rosenfeld conosciuta ai tempi in cui si accompagnava con il maestro Nikolai Roerich.
Una volta divenuto noto come artista, lasciò San Pietroburgo per stabilirsi a Parigi, per essere più vicino alla comunità artistica di Montparnasse, dove entrò in amicizia con Guillaume Apollinaire, Robert Delaunay, e Fernand Léger e . Nel 1914 ritornò a Vitebsk e l'anno successivo si sposò con la fidanzata Bella. La prima guerra mondiale scoppiò mentre Chagall era in Russia. Nel 1916, il pittore ebbe la sua prima figlia, Ida.
Nel 1917 prese parte attiva alla rivoluzione russa: il ministro sovietico della cultura lo nominò Commissario dell'arte nelle regione di Vitebsk, dove fondò una scuola d'arte. Non ebbe tuttavia successo in politica nel governo soviet, e perdipiù entrò in contrasto con la sua stessa scuola (in cui militava El Lissitzky), che per motivi politici era conforme al suprematismo, assolutamente agli antipodi dello stile fresco ed "infantile" di Chagall. Nel 1920 si trasferì con la moglie a Mosca e poi a Parigi nel 1923. In questo periodo pubblicò le sue memorie in Yiddish, scritte inizialmente in lingua russa e poi tradotte in lingua francese dalla moglie Bella; scrisse anche articoli e poesie pubblicati in diverse riviste e, postumi, raccolti in forma di libro. Divenne cittadino francese nel 1937.
Durante l'occupazione nazista in Francia, nella seconda guerra mondiale, con la deportazione degli Ebrei e l'Olocausto, gli Chagall fuggirono da Parigi. Si nascosero presso Villa Air-Bel a Marsiglia e il giornalista americano Varian Fry li aiutò nella fuga verso la Spagna e il Portogallo. Nel 1941 la famiglia Chagall si stabilì negli Stati Uniti, ove sbarcò il 22 giugno, giorno dell'invasione nazista della Russia.
Il 2 settembre 1944, Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei suoi dipinti e compagna di vita, morì per malattia. Due anni dopo, Chagall fece ritorno in Europa e nel 1949 si stabilì in Provenza.
Uscì dalla depressione dovuta alla morte della moglie quando conobbe Virginia Haggard, dalla quale ebbe un figlio. Fu anche aiutato dalle commissioni che ricevette per lavori per il teatro.
In questi anni intensi, riscoprì colori liberi e brillanti: le sue opere sono dedicate all'amore e alla gioia di vivere, con figure morbide e sinuose. Si cimentò anche con la scultura, la ceramica e il vetro.
Chagall si risposò nel 1952 con Valentina (detta "Vavà") Brodsky: viaggiò diverse volte in Grecia, nel 1957 si recò in Israele, dove nel 1960 creò una vetrata per la sinagoga dell'ospedale Hadassah Ein Kerem e nel 1966 progettò un affresco per il nuovo parlamento. Viaggerà anche in Russia dove sarà accolto trionfalmente, ma si rifiuterà di tornare nella natìa Vitebsk.
Durante la guerra dei sei giorni l'ospedale venne bombardato e le vetrate di Chagall rischiarono di essere distrutte: solo una venne danneggiata, mentre le altre venero messe in salvo. In seguito a questo, Chagall scrisse una lettera dove - giustamente - diceva di essere preoccupato non per i suoi lavori ma per la salvezza di Israele.
Chagall morì a novantasette anni, a Saint-Paul de Vence, il 28 marzo 1985.
Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Bielorussia e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura ebraica. Negli anni '60 e '70, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.
Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.
I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il modo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso una vetrata.

mercoledì 12 marzo 2008

Morris Louis

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Morris Louis (Morris Louis Bernstein) (28 novembre 1912 - 7 settembre 1962) è un Stati Uniti pittore espressionista astratto, uno dei tanti pittori quali ad emergere nel 1950. Dal 1929 al 1933, ha studiato presso l'Istituto di Belle Maryland e Arti Applicate (ora Maryland Institute College of Art), su una borsa di studio, a sinistra, ma poco prima di completare il programma. Ha lavorato a diversi lavori saltuari per sostenere se stesso, mentre la pittura e nel 1935 è stato presidente della Baltimore Artisti 'associazione. Dal 1936 al 1940, ha vissuto a New York e ha lavorato nella divisione del cavalletto Works Progress Amministrazione federale Art Project. Durante questo periodo, egli sapeva Arshile Gorky, David Alfaro Siqueiros, e Jack Tworkov. Egli ha anche eliminato il suo cognome.

È tornato al suo nativo di Baltimora nel 1940 e ha insegnato privatamente. Nel 1948, ha iniziato ad utilizzare Magna - a base di olio di pitture acriliche. Nel 1952, Louis trasferì a Washington, DC Vivere in Washington, DC, un po 'a parte la scena di New York e di lavoro quasi in isolamento. Lui e un gruppo di artisti che sono stati inclusi Kenneth Noland centrale per lo sviluppo dei campi di colore dipinto. Il punto fondamentale su Luigi's lavoro e quello di altri pittori Color Field, noto anche come il colore di Washington School in contrasto con la maggior parte degli altri nuovi approcci alla fine del 1950 e all'inizio del 1960, che si è notevolmente semplificato l'idea di ciò che costituisce l'aspetto Di un dipinto finito. Essi hanno continuato in una tradizione di pittura esemplificato da Jackson Pollock, Barnett Newman, Clyfford Still, Mark Rothko, Robert Motherwell, e Ad Reinhardt. Eliminando gestuale, il disegno compositivo in favore delle grandi aree di tela grezza, di piani solidi e diluiti fluido vernice, utilizzando uno espressive e psicologiche uso di pianura, e colori intensi e allover, ripetitivi composizione.
Pittura Stain
Tutti questi artisti sono stati interessati con i classici problemi di spazio pittorico e la planarità del piano picture. Nel 1953, Louis e Noland visitato Helen Frankenthaler 's Studio di New York, dove si vedeva e sono stati molto impressionati dalla sua macchia dipinti soprattutto Montagne e Mare (1952). Al loro ritorno a Washington, Louis e Noland sperimentato insieme con varie tecniche di pittura. Louis tipicamente applicata estremamente diluito, diluiti a dipingere uno unprimed, senza distenderla tela, che fanno in modo che il flusso su una superficie inclinata e talvolta suggestivi effetti di colore traslucido veli. L'importanza di Frankenthaler l'esempio di Louis e di sviluppo di questa tecnica è stato osservato. Tuttavia, ancor più che Frankenthaler, Louis eliminato il pennello gesto. Anche se il suo piatto, sottili, a volte, di pigmento è modulato e di toni e sottile. Veil sua Dipinti, consistono di ondate di brillante, di colore curvatura-forme sommerse e traslucida lava attraverso il quale emerge colori distinti principalmente ai bordi. Sebbene subì, il colore risultante è immensamente ricco. In un'altra serie, l'artista utilizzato a lungo bande parallele e strisce di colore puro disposti fianco a fianco in effetti rainbow.

Louis distrutto molti dei suoi dipinti tra il 1955 e il 1957. Egli riprende il lavoro sulla Veils nel 1958-59. Queste sono state seguite da Fiorati e Colonne (1960), Unfurleds (1960-61), in cui rivoli di più opaca, di colore intenso flusso da entrambi i lati del grande bianco campi di tela grezza - e infine il Stripe dipinti (1961-62).
Morris Louis morì di cancro ai polmoni a Washington, DC, il 7 settembre 1962 all'età di 49. Una mostra memoriale del suo lavoro si è svolto presso il Solomon R. Guggenheim Museum, New York, nel 1963. Louis grandi mostre sono state anche organizzate dal Museum of Fine Arts, Boston, nel 1967 e la National Collection of Fine Arts, Washington, DC, nel 1976. Nel 1986 vi è stata una importante mostra retrospettiva delle sue opere al Museum of Modern Art (MoMA) di New York City. Durante il 2007-2008 una importante retrospettiva è stata tenuta da musei di San Diego, presso il Museo d'Arte Contemporanea, di Atlanta alla High Museum, e di Washington, DC. Presso l'Hirshhorn Museum e Scultura Giardino.

PLATONE"DOTTRINA DELLE IDEE"

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Fondamento della filosofia di Platone è la dottrina delle idee, cui è strettamente connessa la sua teoria della conoscenza. Come Socrate, Platone era convinto che la conoscenza fosse possibile, ma che essa dovesse possedere un fondamento certo: mentre Socrate partiva dalla possibilità di formare giudizi etici validi, Platone estese la riflessione socratica a una ricerca generale sulla possibilità di una conoscenza certa, sia pure mutuata da un mondo materiale popolato di apparenze mutevoli. In opposizione ai soggetti sensibili del mondo dell’esperienza, contingenti e corruttibili, elaborando le dottrine socratiche sulla natura dei concetti Platone concepì le “forme”, o idee, che rappresentano gli elementi permanenti e stabili del pensiero, gli archetipi che permettono di nominare, distinguere e pensare gli esseri e gli oggetti del mondo fisico. Le idee sono inoltre i modelli delle creature e delle cose fisicamente esistenti, che di esse sono invece copie imperfette e corruttibili; la realtà metafisica degli archetipi, pur invisibile all’uomo comune, è dunque il fondamento dell’esistenza delle “copie” che popolano il mondo visibile.
Esiste un vero e proprio “mondo delle idee”, un regno dell’intelligibilità pura che si contrappone alla molteplicità dei fenomeni visibili; solo l’attività filosofica permette di dischiudere all’anima (e non ai sensi) il mondo delle idee, discernendo l’essenziale e il reale – le cose che realmente sono (óntos ónta) – da ciò che “si vede”, ma non è, se non in maniera imperfetta. Alle infinite, mutevoli opinioni sul mondo espresse dall’uomo comune e all’indifferenza etica e gnoseologica della dialettica dei sofisti, Platone oppone una dialettica concepita come sommo strumento di conoscenza: quella conoscenza delle idee favorita dal processo di apprendimento che egli cercherà di trasmettere nel programma pedagogico dell’Accademia.
Platone concepì le idee gerarchicamente: l’idea suprema è quella del Bene, che, esemplificato nell’immagine del sole nel celebre mito della caverna, illumina tutte le altre idee. In questo senso l’idea del Bene rappresenta e riassume la tensione della filosofia platonica verso il principio ultimo inteso come principio unificante, perché la dottrina delle idee mira a spiegare come si conosce e, contemporaneamente, per quali motivi gli enti possono essere come sono. Secondo la terminologia filosofica, la dottrina platonica delle idee è nel contempo epistemologica e ontologica (vedi Metafisica).
La teoria platonica della conoscenza viene presentata nella Repubblica, in particolare nella discussione sul Bene (libro VI) e nel mito della caverna (libro VII). Il mito della caverna esemplifica in un’immagine vivida la visione del mondo delle idee. Un individuo giace incatenato all’interno di una caverna; dietro di lui c’è un muro; dall’altra parte del muro alcune persone trasportano oggetti, dei quali una fiamma accesa nella caverna proietta le ombre sulla parete di fondo. L’incatenato vede dapprima le sole ombre, che egli reputa gli oggetti reali; riuscendo a liberarsi, riesce a scorgere la presenza di altri individui incatenati insieme con lui; egli vede finalmente gli oggetti che prima erano ombre, trova una via d’uscita dalla caverna ed esce alla luce del giorno, dove i raggi del sole gli permettono di contemplare per la prima volta il mondo reale. Torna allora nella caverna per riferire agli altri che gli oggetti che essi hanno visto fino ad allora sono solo ombre e apparenza e che li aspetta il mondo reale se riusciranno a liberarsi dalle catene.
L’incatenato simboleggia per Platone l’anima, che, se viene liberata, può conoscere le idee; gli oggetti che gli incatenati vedono sono la mera “opinione”, il grado più imperfetto della conoscenza; il mondo illuminato dal sole rinvia al mondo delle idee e il sole rappresenta l’idea somma, il Bene. L’intelletto umano può conoscere – o meglio, riconoscere – le idee in quanto l’anima, prima d’essere congiunta al corpo, risiede nel mondo imperituro e immutabile dell’Iperuranio, dove ha potuto contemplare le idee.
Questa teoria della conoscenza intesa come “anamnesi” o “reminiscenza” implica che le idee sono innate in ogni anima e presuppone una vita indipendente dell’anima rispetto al corpo, secondo il concetto di immortalità espresso nel Fedone.
Natura delle idee
La teoria delle forme può essere meglio compresa in termini di entità matematiche (si ricordi che Platone attribuì somma importanza alle scienze dei numeri): un cerchio, ad esempio, viene definito come una figura piana composta da una serie di punti equidistanti da un punto dato. Tuttavia, nessuno ha mai visto tale figura, dal momento che ciò che si vede costituisce una mera approssimazione del cerchio ideale. Infatti, quando i matematici definiscono il cerchio, i punti a cui si riferiscono non sono punti spaziali, bensì punti immateriali, che non occupano spazio. Nondimeno, benché la forma del cerchio non sia mai stata vista, i matematici e le persone comuni sanno che cosa è un cerchio: lo dimostra il fatto che essi sanno definire tale figura.
Per Platone, dunque, l’idea della “circolarità” esiste, ma non nel mondo fisico spazio-temporale. Essa esiste come oggetto immutabile nel mondo delle forme o delle idee, conoscibile per mezzo della sola ragione. Le forme possiedono più realtà degli oggetti del mondo fisico a causa della loro perfezione e stabilità e poiché sono modelli ai quali gli oggetti del mondo materiale somigliano, qualunque realtà essi abbiano.
La circolarità, la triangolarità sono ottimi esempi di cosa Platone intendesse per “forme”: un oggetto che esiste nel mondo fisico può essere chiamato cerchio o quadrato o triangolo solo perché assomiglia (“partecipa” nel linguaggio platonico) alla forma della “circolarità” o della “triangolarità”.
La teoria tenta di spiegare come un medesimo termine universale possa venire riferito a molteplici oggetti o eventi particolari. La parola “giustizia”, ad esempio, può essere attribuita ad atti particolari poiché questi atti hanno qualcosa in comune, cioè la somiglianza, o partecipazione, alla forma della “giustizia”. Un individuo è umano nella misura in cui assomiglia o partecipa alla forma dell’“umanità” e in quanto si differenzia da un cavallo. L’idea di umanità e quella universale di cavallo sono entrambe comprese nella più estesa idea di mammifero, a sua volta compresa in quelle di animale e di essere vivente. Se l’“essere umani” si definisce come “essere animali razionali”, allora l’individuo è umano perché è razionale. Un atto particolare è coraggioso o codardo nel senso che partecipa alla sua forma, mentre un oggetto è bello perché partecipa all’idea, o forma, della bellezza. Pertanto, ogni ente esistente nel mondo spazio-temporale è ciò che è grazie alla sua somiglianza – o partecipazione – alla forma universale. L’esattezza nel definire il termine “universale” implica la capacità di cogliere la forma a cui quell’universale si riferisce.
TEORIE POLITICHE ED ETICHE
Anteprima della sezione
La Repubblica, la più importante opera platonica di argomento politico, è connessa con la questione della giustizia e con interrogativi riassumibili nelle domande: “Qual è il giusto assetto politico di uno stato?” e “Chi può essere definito un individuo giusto?”.
Secondo Platone lo stato ideale è composto da tre classi: i lavoratori, che suddividendosi il lavoro creano la struttura economica, i guerrieri, che si occupano della sicurezza dello stato, e i governanti, cioè i filosofi; le ultime due categorie sono definite i “guardiani” dello stato. Ognuna delle tre classi possiede una virtù che Platone ascrive anche ai componenti dell’anima: i filosofi possiedono la sapienza, i lavoratori la temperanza e i guerrieri il coraggio; l’individuo giusto è colui in cui l’elemento razionale, sostenuto dalla volontà, tempera gli istinti della sensibilità, analogamente a quanto avviene nello stato giusto, nel quale i filosofi aiutati dai guerrieri governano la società.
Ogni individuo appartiene a una classe, grazie a un processo di formazione che comincia dalla nascita e mira all’armonia e all’equilibrio tra le componenti sociali, proseguendo fino a che la persona non raggiunga il massimo livello educativo compatibile con le sue inclinazioni e con le sue qualità. Coloro i quali completano il loro processo educativo divengono filosofi e, poiché a differenza dei membri delle altre classi possono cogliere le idee, essi devono decidere saggiamente e agire secondo giustizia, in quanto orientati dal Bene e pronti a sacrificare anche la propria felicità per servire lo stato.
Come conseguenza, l’intero sistema pedagogico di Platone, che in certa misura egli tentò di mettere in atto nell’Accademia, tende a formare buoni filosofi. Egli, del resto, descrive nel Fedro l’anima come un carro alato trainato da due cavalli e guidato da un auriga: questi rappresenta la ragione, mentre i due cavalli incarnano il coraggio e la concupiscenza che l’auriga deve governare e temperare. Etica e politica sono strettamente correlate nel pensiero del filosofo.
La teoria etica di Platone è fondata sul presupposto che la virtù sia conoscenza e possa essere insegnata. Ricondotta all’interno della dottrina delle idee, la morale identifica nell’idea del Bene la forma la cui conoscenza è fonte e guida delle decisioni in ambito morale. Conoscere il Bene è, quindi, agire bene; corollario di questa tesi è il fatto che la condotta immorale scaturisce dall’ignoranza, a completamento della convinzione secondo cui la persona morale è veramente felice.
ARTE
Anteprima della sezione
Il giudizio di Platone sull’arte è sostanzialmente negativo, benché vengano approvate alcune forme di arte religiosa e morale. Rifacendosi alla dottrina delle idee, Platone afferma che, ad esempio, un bel fiore costituisce la copia – o imitazione – delle idee universali di “fiore” e di “bellezza”; essendo il fiore visibile inferiore di un grado rispetto alla realtà delle idee, il quadro che rappresenta il fiore è allora inferiore di due gradi rispetto alla realtà delle idee; esso è dunque “imitazione dell’imitazione”. Questa posizione implica che l’artista non sia il detentore della conoscenza, cioè che egli non abbia consapevolezza di quanto sta producendo. La creazione artistica perciò vede negato ogni valore nel sistema filosofico di Platone, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, per le scienze matematiche.
COSMOLOGIA
Anteprima della sezione
La dottrina delle idee, il mondo Iperuranio, il concetto di un destino oltremondano dell’anima al termine del suo esilio terreno fanno del pensiero platonico – che accoglie elementi orfici e pitagorici come quello della trasmigrazione delle anime – un pensiero volto più al mondo ideale che al mondo sensibile. La volontà di comporre questi due mondi in una cosmologia si manifesta nel Timeo, che, prendendo le mosse dalla distinzione fra “ciò che è sempre e non ha nascita” e “ciò che sempre nasce e mai è”, narra le origini del cosmo, creato dal Demiurgo, che partecipa dell’eterno pur nel suo divenire, dell’identico nella sua molteplicità. L’armonia cosmica è geometrica e matematica, e non già riducibile ai quattro elementi della tradizione naturalistica (aria, acqua, terra e fuoco). Il grandioso edificio cosmologico platonico, che spazia dall’astronomia alla fisica, ha fatto del Timeo una delle opere più lette e studiate nella cultura occidentale.

lunedì 10 marzo 2008

"Legge dell’accidente." Shaikh Abdullah Isa Dougan


RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

   L’essere umano vive condizionato non solo con delle leggi provenienti dall’alto, ma anche con leggi che provengo dal basso, dalla Terra stessa, una delle quali è detta “Legge dell’accidente”, che influenza completamente l’uomo meccanico. Lo spinge a sposarsi, ad avere figli, un lavoro, e a soffrire inconsciamente in molte maniere.
Solo dopo che si è svegliato, egli può iniziare a liberarsi e passare alla “Legge del fato”, che proviene dall’alto. Per comprende la “Legge del fato e dell’accidente”, le dimensioni nella quale avvengono devono essere stabilite. I corpi operano nel mondo tridimensionale, il pensiero nel quarto, e lo spirito nel quinto, e l’essere umano può vivere in queste dimensioni simultaneamente.
La “Legge dell’accidente” riguarda il corpo, o la terza dimensione, ed implica l’esistenza di scelta; la “Legge del fato” opera nella quinta dimensione, dove non c’è scelta.
La  “Legge dell’accidente” controlla tutte le azioni umane. Egli non può fare nulla, ma viene “fatto” dalla “Legge dell’accidente”. Qualcuno è riuscito a vedere come la propria vita è solo una serie di coincidenze che si congiungono come in una intricata matassa, e ognuno si trova a dire prima o poi… “se avessi potuto fare questo o quello….”, ma cos’è che gli fa fare ciò che fanno?
Chi crede nell’astrologia dirà che ogni persona ha un destino in relazione alle congiunzioni celesti nel momento della nascita. Ciò è vero solo fino ad un certo punto, poiché la posizione dei pianeti nel momento del concepimento –non della nascita!!!- ha degli effetti sulla persona, attraverso la “Legge delle vibrazioni”.
Quando i pianeti si muovo nello spazio, generano frizione, che a volte può essere benefica, altre volte no, e l’intelligenza della Terra usa la “Legge dell’accidente” per aggiustare queste grandi ondate di vibrazioni positive o negative che siano provenienti dallo spazio.
Le vibrazioni sfavorevoli che periodicamente cadono sulla Terra e spingono l’essere umano per esempio a fare alla guerra, vengono direzionate da una parte del pianeta ad un’altra dalla “Legge dell’accidente”. Spesso questi stimoli di violenza vengono usati dall’essere umano conscio per il suo vantaggio personale, come dimostrato per esempio in questo anedotto che riguarda Hazrat Alì (fondatore della corrente sufita nell’Islam…), dove si dice che nel momento in cui Hazrat stava per tagliare la testa ad un nemico, questi gli sputò in faccia, ed immediatamente Hazrat buttò la sua spada al suolo lasciando vivere l’uomo. Quando gli fu chiesto spiegazione in merito, Hazrat disse che egli vide la sua rabbia, e che egli non avrebbe mai ucciso nessuno per rabbia, ma solo per Allah.
L’infedele a cui fu risparmiata la vita, in seguito si convertì all’islam….
Oudspensky ci racconta  come Gurdjieff utilizzava per esempio la rivoluzione  russa e altre guerre dell’epoca, per far lavorare su se stessi nelle più dure delle situazioni i suoi allievi.
Questi tipi di essere umani si trovano a differenti livelli evolutivi, ma erano svegli e coscienti, e anche se  la “Legge dell’accidente” era attiva, essi vivevano sotto la “Legge del fato”.
Gurdjieff, che al momento del suo incidente automobilistico era un uomo numero 4 e viveva di più sotto l’influenza della “Legge del fato” che non di quella dell’accidente, in quel particolare momento era “addormentato” e la “Legge dell’accidente “ prevalse. Il fato lo mantenne in vita, perché egli aveva ancora molto da fare in questo pianeta. Gurdjieff utilizzò questo stesso incidente, per purificare parte del suo corpo mentale, usando la sofferenza fisica alla maniera della via del fachiro. Egli che era soprannominato “La Tigre del Turkestan” divenne un invalido, e per il resto della sua vita visse con una certa quantità di dolore nel suo corpo, senza però mai cedere ad esso.
A causa della “Legge dell’accidente “ molta gente paga in questa vita per azioni passate fatte sotto l’influenza di questa legge…