lunedì 10 marzo 2008

Mirko Basaldella (Udine 1910 - Cambridge (USA) 1969). (Udine 1910 - Cambridge (USA) 1969).

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI



Compie i suoi studi a Venezia , all'Accademia di belle arti di Firenze e alla Scuola di arti applicate di Monza, sotto la guida di Arturo Martini, che gli trasmise "il gusto del mito".

Nel 1934 si trasferisce a Roma dove le sue sculture si imposero per il loro volgersi ad un arcaismo "primordiale" e per una carica espressionistica che esprimevano la sua rivolta alla concezione tradizionale e accademica del "bello". Il che però non gli impedì di passare dall'arcaismo ad una sorta di classicismo nutrito da una libera ed originale assimilazione di modi addirittura quattrocenteschi e di giungere ad una concezione di bellezza schiettamente moderna di cui è tra le più significative testimonianze il mirabile brozo del David ( 1938, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna), una scultura in cui l'espressionismo della prima produzione sembra cedere il passo a una maggiore finitezza ed eleganza formale .
Nelle opere eseguite tra il dicembre 1939 (Galleria di Roma) e il 1945 (Roma, galleria dello Zodiaco, con C. Cagli) appaiono nuove suggestioni : richiami quattrocenteschi da Donatello al Pollaiolo (nei bassorilievi realizzati con la tecnica dello "stiacciato"), echi di sculture ellenistiche e michelangiolesche (nel Prigione, 1941-42, bronzo, conservato a Roma in collezione privata), perfino di elementi esotici (richiami alle sculture a mosaico azteche).

Nel 1946-47 si collocano le prime esperienze sul linguaggio postcubista e sulla proposta di una pittura «neometafisica» . In questa prospettiva realizza pitture e sculture policrome e polimateriche in cui il mito ricompare non più sotto forme naturalistiche, ma come "fantasma mitico favoloso".

La metamorfosi, l'intreccio la circolazione dello spazio nelle strutture plastiche appaiono evidenti in numerose sculture, esposte tra il 1948 e il 1952 in mostre personali a New York, Roma, Milano e in varie opere monumentali. Tra queste ricordiamo il Cancello del mausoleo delle Fosse Ardeatine (bronzo, 1949-51), gli interventi nel palazzo della FAO a Roma (decorazione del soffitto nel salone delle assemblee generali, balaustre e vetrate, 1952) e la croce in ferro del Monumento ai caduti per la libertà (Mauthausen, 1954).

Nel 1957 è nominato direttore del Laboratorio di design della Harvard University in Massachusetts, dove crea sculture monumentali per collezioni pubbliche e private. Trascorre le estati in Italia e partecipa ad esposizioni collettive.

Nel 1954 espone alla Biennale di Venezia, dove Peggy Guggenheim acquista alcune sue opere per la propria collezione (nella foto Elemento architettonico-Linee forze nello spazio del 1953).



Insignito di numerosi riconoscimenti, nel 1959 riceve il premio per la scultura all'Accademia Nazionale dei Lincei, nel 1962 è eletto membro dell'Academy of Arts and Sciences, e nel 1966 riceve il primo premio alla Quadriennale di Roma.

Mirko muore a Cambridge, Massachusetts, il 24 settembre 1969.

Wiligelmo (attivo a Modena dal 1099 al 1110 ca).


 RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

La scultura italiana ha la sua prima prestigiosa manifestazione nell'opera di Wiligelmo il quale tra il 1099 e il 1106 scolpiva gli stipiti del portale maggiore del Duomo di Modena. II suo nome è tramandato dall'epigrafe sulla facciata del Duomo, fiancheggiata dalle figure dei profeti Henoch ed Elia, recante una iscrizione metrica con la data della fondazione (1099) e tre versi contenenti le lodi di Wiligelmo: ("Quanto tra gli scultori / tu sia degno di onore / e' chiaro ora, o Wiligelmo, per le tue opere scolpite" ). Possono pertanto considerarsi opere firmate.

In base a queste vengono attribuiti con certezza a Wìligelmo il portale con i profeti, i quattro rilievi con storie della Genesi nella facciata e vari capitelli, tutti databili al primo decennio del XII sec.
Sulla sua origine e formazione sono state fatte ipotesi diverse: certo Wiligelmo dovette conoscere le sculture della scuola acquìtanica di Linguadoca (rilievi dei pilastri e dei capitelli del chiostro di Moissac): importante fu anche l'ascendente dell'arte romana, documentabile con puntuali raffronti con sculture della necropoli mutinense.
II linguaggio di Wiligelmo appare però, sin dall'inizio, profondamente originale e di altissimo livello artistico: nella Storia della Genesi le composizioni si svolgono lente, le figure essenziali e massicce sono scolpite con una forza che conferisce all'azione un'evidenza assoluta e corporea. Nella severità del racconto, spoglio di ogni particolare decorativo, questa umanità primitiva si carica del senso drammatico di un destino ineluttabile di pena. Come in un "mistero" (la sacra rappresentazione medievale), Wiligelmo espone i fatti narrati con una sceneggiatura sommaria, concentrando l'attenzione degli spettatori sui personaggi fondamentali, curandone l'espressione e la gestualità.
L'illustrazione dei vari episodi si svolge in una successione continua al di sotto di una incorniciatura di arcatelle: ma la realizzazione plastica è completamente diversa e si manifesta con tale perentoria evidenza da trascendere ogni riferimento culturale: per apparirci come scaturita da un poderoso impulso primigenio. Le figure infatti si staccano dai fondi lisci, del tutto aliene dal principio classico della coordinazione di ogni parte del corpo: sintetizzate dal deciso emergere di pochi, rigidi piani, l'artista ne accentua liberamente gli elementi ed i gesti più espressivi ai fini del suo racconto, che ne riceve una chiarezza ed una incisività cui concorre la rinuncia ad ogni motivo accessorio o descrittivo. Si può dire perciò che ogni personaggio di queste storie è un protagonista impegnato ad esprimere con icastica immediatezza il proprio ruolo.


 
a) La figura del Padre Eterno è dentro una mandorla, sorretta da due angeli. Tiene in mano un libro aperto, con la scritta: «Lux ego sum mundi, via verax, vita perennis» (= Io sono la luce del mondo, la via vera, la vita perenne).
b) La creazione di Adamo. Il Padre, la cui aureola a croce reca le lettere REX, pone la mano destra sul capo di Adamo, che si erge e si desta alla vita. A destra del capo di lui si legge il nome ADAM.
c) La creazione di Eva. Il Padre prende per mano la donna, tratta dal costato di Adamo, che dorme sul terreno raffigurato in forme ondulate. Sotto il terreno è scolpito il segno dell'acqua, simbolo delle acque primordiali.
d) La caduta. Adamo sta mangiando il frutto proibito, che tiene nella sinistra. Eva lo osserva, mentre con la sinistra prende l'altro frutto dalle fauci del serpente, attorcigliato all'albero. La scultura esprime in sintesi la tentazione e la caduta dei progenitori, come pure la loro vergogna, conseguenza della rottura dell'amicizia con Dio.


a) Adamo ed Eva, nudi, sono in piedi davanti a Dio creatore, che punta verso di loro l'indice della mano destra. Nella sinistra tiene un cartiglio, recante l'iscrizione: «Dum deambularet Dominus, in paradisum» (= Udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino, Genesi 3,8).
b) Adamo ed Eva piangenti, con la mano sinistra al volto inclinato in atteggiamento di dolore e con la destra a coprire le loro nudità, sono espulsi dal paradiso, mentre un Cherubino ne custodisce l'ingresso, brandendo la spada.
c) Nell'ultimo riquadro, Adamo ed Eva zappano la terra intorno ad un albero rigoglioso. E' la fatica del lavoro, conseguenza del peccato.




a) Al centro del primo riquadro, il Creatore è seduto in trono, dentro una mandorla appoggiata sul capo ricurvo di un telamone. Il Creatore tiene nella mano sinistra un libro aperto, ove è inciso il mònito evangelico: «Qui sequitur me non ambulat in tenebris» (= Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, Gv 8,12). 
A sinistra, Abele offre a Dio un agnello; a destra, Caino offre un manipolo di spighe.
A destra della figura di Abele, l'iscrizione (un secondo esametro dattilico): «Primus Abel iustus defert placabile munus» (= Abele, il primo giusto, presenta l'offerta propiziatoria, che è gradita). 
A destra del telamone genuflesso, l'epigrafe (un terzo esametro dattilico): «Hic premit, hic plorat, gemit hic, nimis iste laborat» (= Egli insiste, piange, geme, molto si addolora). 
b) Segue la scena dell'uccisione di Abele.
c) Nel terzo ed ultimo riquadro, Dio Padre pone la mano destra sulla spalla di Caino; nella sinistra ha un cartiglio, in cui si legge: «Ubi est Abel frater tuus» (= Dov'è tuo fratello Abele? Gen 4,9).
 a) Lamech, raffigurato cieco, con il passo vacillante e con il copricapo caratteristico, portato dagli Ebrei nel Medioevo, ha l'arco in mano. Ha appena scoccato una freccia contro Caino, che cade con la freccia conficcata in gola. Tra Lamech e Caino colpito è raffigurato un grande albero, a un ramo del quale si aggrappa con la destra Caino ferito a morte. L'uomo ucciso da Lamech è stato identificato con molta probabilità con Caino, in base all'interpretazione del midrash Tanhuma. Secondo questo «midrash» (antico commento rabbinico al testo di parte della Bibbia ebraica), nel versetto «Chiunque ucciderà Caino, egli subirà la vendetta alla settima generazione» (Gen 4,15), «egli» è attribuito a Caino. Ora, Lamech è appunto il settimo discendente di Caino (cfr. Gen 4, 17-18). Nel Medioevo, il notissimo studioso benedettino Rabàno Mauro (776-856) rielaborò nella sua opera esegetica quelle tradizioni ebraiche. 
b) L'altra parte del bassorilievo rappresenta la fine del diluvio. Noè esce con i figli dall'arca, presentata allegoricamente come una basilica.
 
L'opera di Wiligelmo esercitò un vasto influsso sia tra gli scultori del duomo di Modena, che da lui dipendono, sia genericamente sulla scultura emiliana e lombarda.

domenica 9 marzo 2008

"LA DONNA " DI PLATONE

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Nel quinto libro della Repubblica , Platone affronta la questione della diversità dei sessi e assume posizioni piuttosto aperte , soprattutto se teniamo in considerazione dei tempi in cui é vissuto , tempi in cui l' attività manuale , per esempio la coltivazione dei campi , era predominante : Platone sta tratteggiando il suo stato ideale , visto come grande famiglia , caratterizzato dall' abolizione della proprietà privata . Socrate , il protagonista del dialogo di cui Platone si serve per esprimere le sue idee , arriva a dire che perfino le donne e i figli devono essere in comune ; quest' affermazione , chiaramente , suscita scalpore presso i suoi interlocutori , i quali lo travolgono di domande : Socrate si trova decisamente in difficoltà e prende come esempio per spiegare ciò che intende il mondo dei cani , ipotizzando che le femmine debbano svolgere le stesse mansioni dei maschi : andare a caccia e fare tutto ciò che fanno i maschi . Se ogni attività deve essere comune , é ovvio che dovranno avere la stessa educazione , lo stesso allevamento impartito ai maschi : l' unica differenza sarà che i maschi saranno più vigorosi , dice , Socrate , che comunque é chiaramente consapevole della divergenza della natura dei due sessi ; evidentemente nature diverse dovrebbero svolgere funzioni diverse , secondo la logica più tradizionali , ma Socrate é convinto di poter dimostrare che le cose non stiano necessariamente in questi termini : le persone calve e quelle chiomate hanno la stessa natura ? Qualora abbiano natura opposta , allora se i calvi fanno i calzolai , a rigore i chiomati non possono fare i calzolai : ma é assurdo . Il problema consiste nel chiedersi in quale senso usiamo i termini " diverso " e " identico " quando li poniamo in connessione con il termine " natura " : i calvi é vero che sono diversi dai chiomati , ma forse ne consegue che ai primi spettano compiti totalmente diversi da quelli che spettano ai secondi ? Naturalmente tutti i membri del genere umano hanno delle differenze , Platone lo sa bene , ma esistono differenze rilevanti a tal punto da determinare una radicale disuguaglianza e distinzione di funzioni e attività ? Non va poi dimenticato che in età moderna una di queste differenze rilevanti sarà ravvisata nel colore della pelle come motivo per giustificare l' esistenza della schiavitù . Platone invece usa il concetto di " differenza naturale " solo in connessione all' attitudine a svolgere determinate funzioni : in questo senso si può correttamente dire che un medico é diverso da un falegname , ma non che il sesso maschile é diverso da quello femminile . Rispetto alla determinazione delle funzioni da svolgere all' interno di una città giusta quale quella che Platone si propone di tratteggiare perde dunque totalmente rilevanza il diverso ruolo svolto da maschio e femmina nel processo riprodutivo :infatti in che cosa differiscono gli uomini dalle donne ? Secondo Socrate e Platone nel fatto che le donne partoriscano , mentre gli uomini fecondano : ma allora , per quel che riguarda funzioni quale la difesa della città , per esempio , entrambi i sessi possono attendere alle stesse occupazioni . Tuttavia , Socrate fa notare come in tutti i campi l' uomo risulti superiore alla donna , nonostante ci siano anche donne superiori a certi uomini . Così per quel che riguarda l' amministrazione statale " non c'é occupazione che sia propria di una donna in quanto donna nè di un uomo in quanto uomo ; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi , e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all' uomo , ma che in tutte la donna sia più debole dell' uomo " , dice Socrate . Così come per gli uomini , ci saranno donne più portate per la ginnastica , altre più portate per la musica , altre più portate per la difesa dello stato e così via ; una donna portata per la difesa dello stato , difenderà lo stato meglio di un uomo non portato per la difesa dello stato , e viceversa : ma nel caso di un uomo e una donna entrambi portati per la difesa dello stato , allora l' uomo risulterà superiore . Già i Pitagorici avevano ammesso nella loro scuola le donne , dimostrando grande apertura mentale , e anche Epicuro consentirà alle donne l' accesso al " Giardino " ; ben diversa é invece la concezione delle donne di Aristotele : la natura non fa nulla invano e con tutta la materia a disposizione crea il maggior numero possibile di cose : tuttavia ci possono essere scarti , come le unghie o i capelli , che la natura crea per sovrabbondanza di materia : così é anche per la donna , che viene creata dalla natura come " scarto " , tuttavia si tratta di uno scarto che serve all' uomo per perpetrare la specie .

"Scienza e bellezza" Massimo Capaccioli

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

STUDENTE: Professor Capaccioli, qual è secondo Lei il limite tra il sublime, il bello e il terrificante? Ad esempio come può essere bella una stella, sublime il mare in tempesta e terrificante un terremoto, che provoca molti morti?

Capaccioli: Non so se esiste un limite tra queste cose o se esiste un'area, un dominio, che appartiene a ciascuna di queste qualità. Io credo che sia tutta una mescolanza, una sorta di continuo. Un mare in tempesta è sublime, è bello e anche terrificante. Dipende dalla posizione nella quale uno viene a trovarsi: se lo guardi da una scogliera, probabilmente ti apparirà bello, se non addirittura sublime. Se sei dentro una barchetta, quando il fondo comincia a scricchiolare, ti apparirà terrificante. Questo, a mio avviso, spiega, il coinvolgimento, cioè il come nasce un qualità; spiega il ruolo fondamentale dell'uomo, nel decidere se una cosa è bella, sublime o terrificante, della particolare situazione nella quale ci si viene a trovare e spiega alla fine che tutte queste nascono da noi e non sono fuori di noi.

STUDENTESSA: Senta professore, io Le volevo chiedere se il rapporto tra scienza e bellezza può essere inteso come la visione di un fenomeno suggestivo come, per esempio, l'eclissi oppure l'arcobaleno.

Ma sicuramente questo è un aspetto del rapporto tra scienza e bellezza, non credo che sia l'aspetto determinante. Ce ne sono molti altri. Io credo che l'aspetto fondamentale di questa relazione non stia nel nostro approccio estetico, ma sia piuttosto nel condizionamento dell'estetica al nostro approccio scientifico.

STUDENTESSA: Professore, secondo Lei, quanto può essere bello un fenomeno naturale, come l'eruzione oppure un maremoto insomma e se si deve definire bello o terrificante.

Ma credo di avere già risposto a questo, ma lo ripeterò perché evidentemente non sono stato chiaro. Io credo che il giudizio che noi diamo di qualche cosa dipenda profondamente dal nostro grado di coinvolgimento con quella certa cosa. L'esplosione di una Supernova, ad esempio, è sicuramente un evento straordinario, dal punto di vista estetico, sconvolgente al medesimo tempo, ma straordinario. Andiamo a qualcosa di più vicino a noi: l'eruzione di un vulcano. L'eruzione di un vulcano è sicuramente uno spettacolo straordinario, uno spettacolo che, quando ci viene propinato in televisione, attraverso un documentario, ci affascina. Allora, immagino che se tu ti trovassi nel bel mezzo di un'eruzione vulcanica proveresti qualcosa di diverso da un sentimento o da un, così, un momento di contemplazione. Evidentemente dipende dalla circostanza. Ma noi dobbiamo fare un discorso che, invece, è indipendente dalla circostanza. Dove è la bellezza nella scienza? Quale è il grado di condizionamento della bellezza nella scienza, ed eventualmente, se ci fosse, quale dovrebbe essere il grado di condizionamento della scienza nella bellezza?

STUDENTE: Secondo Lei, com'è possibile che sia considerato affascinante l'ignoto dalla maggior parte delle persone, ossia che le cose non conosciute vengono considerate affascinanti.

Naturalmente io non credo di avere una risposta definitiva a una questione come questa, che mi pare estremamente difficile e peraltro pertinente. Credo però che faccia proprio parte di quella peculiarità degli esseri umani che noi chiamiamo "curiosità". Non la curiosità di sapere quello che fa il nostro vicino, ma quella curiosità, quella voglia, quel desiderio, quella spinta a conoscere l'ambiente nel quale noi siamo, probabilmente per rispondere, per riuscire a rispondere, a quella domanda fondamentale che è conseguenza del fatto che abbiamo una coscienza, che abbiamo coscienza di noi, quella domanda fondamentale che è fatta di due parti: da dove veniamo e dove andiamo. Per poter rispondere a questa domanda sono necessarie alcune informazioni o per lo meno è plausibile che alcune informazioni possano servire a rispondere a questa domanda. Ci sono anche altri modi per rispondere a questa domanda, attraverso, per esempio, il misticismo, attraverso la religione. Ma un modo più diretto, di maggior contatto con quello che ci circonda è quello di studiare l'ambiente che ci circonda. E studiando l'ambiente che ci circonda noi siamo condizionati dal nostro essere. E, siccome abbiamo insito in noi un bisogno di semplicità, un bisogno di ordine, ecco che portiamo questo bisogno di semplicità e di ordine, che poi fa parte dei requisiti della bellezza anche nella scienza. Forse possiamo esemplificare questi concetti di bellezza e scienza guardando, per esempio, questo mappamondo celeste. Questo mappamondo celeste rappresenta la nostra idealizzazione di quello che di fatto potremmo vedere tutte le sere se vivessimo in città non inquinate, non soltanto dallo smog, ma anche dalle luci. Vedere la sfera celeste, che è di straordinaria bellezza, per motivazioni molto diverse tra loro, motivazioni che hanno a che vedere con una sorta di partecipazione con l'immensità del cosmo, ma che hanno a che vedere, per esempio con un fatto che ha sicuramente colpito i nostri antenati: il fatto che il cosmo ripete se stesso identicamente con periodicità. Ogni notte le stelle si ripresentano, non esattamente alla medesima ora, ma esattamente nelle stesse condizioni. E dopo un anno la situazione sarà assolutamente la stessa. Ecco una forma di bellezza: l'ordine, che c'è nelle cose, quell'ordine che pone le cose al di fuori del tempo. In fondo la bellezza è qualche cosa che per noi dovrebbe avere, anche se di fatto poi non ha, un valore eterno. Eternità vuol dire essere al di fuori del cielo. Il cielo pare al di fuori del tempo, anche se è lo strumento con il quale si scandisce il tempo. Pensate a questa curiosa contraddizione. Noi abbiamo immaginato il cielo fuori del tempo, tant'è che l'abbiamo eletto a casa di Dio, cioè di colui che vive al di fuori del tempo, e al medesimo tempo abbiamo utilizzato il cielo come orologio, cioè per misurare il nostro tempo, quel tempo che fa di noi, esseri corruttibili, esseri che nascono, vivono e muoiono.

STUDENTE: Secondo Lei, la bellezza può essere oggettiva o è per forza soggettiva. Crede che esista il bello assoluto?

Questa è una domanda difficilissima, soprattutto per me che non mi occupo di questi problemi, anche se ne apprezzo la bellezza. Io credo che il bello non sia solo soggettivo, ma che il bello sia anche in funzione del tempo, naturalmente, cresca, vari o muti in funzione del tempo. Restano comunque alcuni, alcuni parametri che, bene o male, sembrano caratterizzare il bello, per lo meno il bello in scienza. Uno di questi è la semplicità, uno di questi è la simmetria, la regolarità, la diversità tra ciò che è ordinato e ciò che è caotico, anche se noi sappiamo che esiste una forma di bellezza straordinaria, la termodinamica. Una forma di bellezza straordinaria, nel caos, che, alla fine, finisce per essere l'esempio più forte di ordine. Esistono queste contraddizioni, apparenti contraddizioni naturalmente, che ingenerano probabilmente un pizzico di confusione nei rapporti tra scienza e bellezza, tra scienza e arte addirittura, e che tendono a far separare questi due mondi, che in realtà non dovrebbero essere separati, perché entrambi emanano dall'uomo.

STUDENTESSA: Senta scusi, ma se c'è il bello, c'è anche il brutto della scienza?

Il "brutto" della scienza esiste, ma non nella scienza. Così come il bello della scienza non è nella scienza, ma è nel modo con il quale noi ci avviciniamo alla scienza. Il brutto della scienza esiste. Esiste, ne abbiamo visto un tragico esempio nel filmato, esiste quando la scienza viene utilizzata per il male. Quando la scienza viene utilizzata per imporre agli altri la nostra volontà, quando viene utilizzata per uccidere, quando viene utilizzata senza il rispetto per l'essere umano o addirittura quando viene utilizzata, senza rendersi conto che potrebbe portare a situazioni assolutamente catastrofiche. Non mi riferisco soltanto all'invenzione di un germe che possa sterminare il genere umano. Mi riferisco a manipolazioni che potrebbero cambiare il nostro essere, che potrebbero mutare questa specie umana, trasformandola in qualcos'altro. E' un diritto che credo noi non abbiamo, quindi un controllo sulla scienza, un controllo naturalmente attento, oculato, un controllo sugli usi della scienza, un controllo sulla tecnologia.

STUDENTESSA: E c'è un'organizzazione, un qualcosa che appunto controlli la scienza?

Ce ne sono molte di organizzazioni, che fanno questo. Debbo dire però che è abbastanza utopico pensare che la scienza possa essere controllata. E' utopico e al medesimo tempo è anche pericoloso, naturalmente, perché chi controllerà i controllori? E a questo punto bisogna anche domandarsi chi finanzierà gli scienziati, perché, per poter fare scienza c'è bisogno di risorse e queste risorse non sono controllate dagli scienziati. Quindi gli scienziati, per poter fare la loro scienza, non di rado debbono adattarsi al sistema. Questo naturalmente porta a sviluppi della scienza che non sempre sono ottimali: pensate, alle armi chimiche. Le armi chimiche certamente non servono al genere umano se non per uccidere. E tuttavia sono appannaggio degli scienziati.

STUDENTE: Professore, che differenza passa tra la bellezza caotica di una stella e la bellezza ordinata ad esempio di un cristallo?

La bellezza caotica di una stella non c'è. La stella non è una struttura caotica. E' al contrario, una struttura molto ordinata. A cosa ti riferisci?

STUDENTE: Alla Supernova.

Anche lì non possiamo parlare di caos. Possiamo parlare di caos, per esempio, nei gas. Se tu prendi una scatola di vetro nella quale hai posto un gas, e consideri il comportamento delle singole molecole del gas, queste molecole invece che seguire delle traiettorie ordinate, come una processione per esempio, se ne vanno ognuna per conto proprio. E in questo modo realizzano il massimo del disordine. Tant'è che tu, a priori, se prendi una molecola, non hai la più vaga idea, se non vai a guardare esattamente quello che fa, dove andrà. Quella molecola può ugualmente andare in questa direzione o in quest'altra direzione, può salire verso l'alto o scendere verso il basso. Questo è il massimo del caos, che però realizza anche il massimo dell'ordine macroscopico. Cioè microscopicamente è caotica, macroscopicamente la situazione può essere altamente ordinata, perché può essere descritta da un piccolissimo numero di parametri. All'interno della tua scatola di gas ci sono miliardi di miliardi di miliardi di particelle, ciascuna delle quali fa quel che gli pare. Però, nel complesso, la scatola di gas è descrivibile con pochissimi parametri. Questo è il disordine, che poi diventa ordine, che poi diventa un ordine, tra l'altro, molto interessante, molto importante.

STUDENTESSA: Professore scusi, io volevo sapere se la clonazione, che riproduce due esseri identici, può essere considerata come una bella scoperta della scienza.

Come scoperta sicuramente sì. Ogni cosa che tu scopri è una cosa buona. Cioè sapere è meglio che non sapere. Il problema è che, nel momento in cui sai, nel momento in cui tu riesci a conoscere puoi mettere in atto operazioni che ti consentono di applicare questa tua nozione. Per esempio tu adesso sai come si fa a clonare. Questo è di per sé estremamente importante ed interessante. Però da questo a dire: "Beh, adesso prendo una cellula e la riproduco identica, prendo un individuo e lo riproduco identico, addirittura, prendo una specie e la riproduco identica", ce ne vuole, perché, mentre nel primo atto, quello di conoscenza, tu ti appropri solo dell'informazione, nel secondo atto tu muti l'ambiente, muti le circostanze. Quindi a questo punto il problema è: perché fai questo? Quali sono le tue motivazioni? A che cosa porterà questo? In linea di principio, al di là dei problemi difficilissimi e complicatissimi, a quello "elementare" dell'anima. Tu immagina di credere nell'anima e immagina di clonare un individuo. Che fai? Gli tagli l'anima, ne dai metà per uno. Questo è certamente un problema che tocca grandemente tutti coloro i quali in queste cose credono, e non sono pochissimi. Ma ci sono tanti altri aspetti, aspetti legali, per esempio. L'automobile dell'individuo clonato, a chi ha appartiene? Ci sono gli aspetti morali, naturalmente, diversi da quelli religiosi, non banali. E soprattutto perché hai fatto questa clonazione, a che ti serve il duplicato? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre. Quindi parlare di scienza bella o brutta. Quella della clonazione è una cosa che viene sempre fuori in questo periodo, perché la scienza ha paura di un certo numero di scoperte scientifiche. Quando io avevo la vostra età si aveva paura della bomba atomica, perché esistevano due forti blocchi politici: il blocco sovietico e il blocco della NATO, dall'altra parte; e questi due blocchi vivevano una Guerra Fredda, che doveva sfociare, noi lo sapevamo, prima o poi, in una guerra nucleare, che avrebbe coinvolto tutti. Quindi vivevamo nel terrore di questa grande guerra nucleare, che era la conseguenza non della sciocchezza degli uomini, ma del fatto che qualche uomo si era inventato uno strumento di morte così straordinario come la bomba atomica. Ebbene questo è un approccio sbagliato naturalmente. Non è nella bomba atomica o nello studio del comportamento del nucleo atomico, che sta il problema. Il problema sta nella stupidità dell'uomo che fa la guerra. Quindi la clonazione in sé non è né bene né male, il problema è perché vuoi clonare. Il problema è perché vuoi fare esplodere una bomba. L'energia nucleare certamente non è né bene né male, tant'è che noi ne abbiamo oggi fortunatamente un certo numero di applicazioni pacifiche.

STUDENTESSA: Professore, mi scusi, tornando prima al discorso della piramide, Lei ha detto che appunto la piramide, come tomba dei Faraoni, era il massimo della bellezza e il massimo del potere. Però Lei prima ha detto che non esiste un bello assoluto. Per me invece una piramide, tomba dei Faraoni, potrebbe essere una bellezza assoluta. O no?

Tu hai detto per te.

STUDENTESSA: Sì.

Quindi questo lo accetto senz'altro. Io debbo dire: io ho visto le piramidi. Esiste un detto, che i cammellieri alle piramidi di Ghiza raccontano ai turisti, una specie di piccolo antico proverbio: "Gli uomini temono il tempo, il tempo teme le piramidi". Queste piramidi incombenti, incredibili, cose che riuscirebbe difficile all'uomo di oggi realizzare, che sono state realizzate per rendere eterno il Faraone. E' interessante che sia una forma geometrica quella utilizzata per rappresentare una piramide. Ma la domanda è: se tu avessi dovuto fabbricare la tomba per il Faraone, come l'avresti fatta? In altre parole, immagina di avere il Dio in terra, colui che va a raggiungere il padre, a un certo momento, il momento in cui muore, e che deve essere posto in un luogo nel quale vivrà in eterno, accompagnato da tutte le sue cose belle, un luogo che non dovrà essere profanato, un luogo che dovrà ricordare, in eterno, la grandezza del Faraone. Come l'avresti fatta? L'avresti fatta una cosa tutta puntuta?

STUDENTESSA: No.

Avresti cercato probabilmente il massimo della semplicità combinato tra l'altro con la funzionalità, combinato con il fatto che, per esempio, un oggetto di questo genere ti permette di avere quattro spigoli e questi quattro spigoli, possono essere orientati e quindi, orientando la terra, puoi mettere in relazione la terra con il cielo. Quindi sono, in qualche modo, se vuoi, non dico delle scelte obbligate, ma quasi. Tant'è vero che nell'America Latina i popoli precolombiani anch'essi costruivano delle piramidi. Probabimente è una scelta che è dentro di noi, al di fuori di noi, nella semplicità di queste forme geometriche, che noi assumiamo per essere i rappresentanti dei fenomeni naturali. Noi modelliamo i fenomeni naturali, utilizzando il nostro modo di vedere la realtà. E non potremmo fare diversamente. Per lo meno io non sono capace.

STUDENTE: Professore io volevo sapere come ha fatto Internet a contribuire appunto alla conoscenza delle conquiste scientifiche, in tutto il mondo?

Ma l'informatica e l'esistenza di reti veloci, che permettono di interrogare banche dati vastissime o di mettere in contatto individui con altri individui, ha indubbiamente cambiato il mondo. Il mondo sta subendo quella che è, a mio avviso, una delle più grandi rivoluzioni di questa era. Io non so esattamente che cosa succederà, a seguito di questa rivoluzione, non ho mai studiato questo problema, ho un po' di timore, come tutte quelle persone che non sono più giovanissime, di quello che è nuovo, anche se naturalmente lo uso, un po' di timore per le conseguenze di questo nuovo modo di operare. Devo dire però che è il modo con il quale operiamo noi. Addirittura le riviste scientifiche ormai sono tutte su rete, anche se una copia viene prodotta su carta per prudenza. Se uno ha bisogno di fare una ricerca oggi si collega con il proprio calcolatore ad una Banca Dati e rapidamente ottiene l'informazione, che in passato richiedeva settimane di seppellimento in biblioteca. Quindi, indubbiamente, questo meccanismo funziona, indubbiamente rende la vita più semplice e consente di fare le cose in modo estremamente più rapido. La mia unica preoccupazione, dicevo, è la velocità. Io non sono assolutamente certo che l'uomo sia in grado di metabolizzare tutte le informazioni che Internet è in grado di offrire. Quindi non vorrei che piano piano si passasse a livelli di approfondimento, a livelli di meditazione sempre più bassi, proprio perché il quantitativo di cibo è così grande, che uno non riesce a digerirlo. Internet ha contribuito e sta contribuendo, non c'è dubbio, prima di tutto, a pubblicizzare la scienza, a diffonderla negli strati più vasti della popolazione. Vi faccio un esempio. Esiste un sito dove voi vi collegate e potete vedere in diretta le immagini appena raccolte da un telescopio spaziale. Questo è assolutamente straordinario. Non solo, ma le potete estrarre, le potete manipolare, addirittura potete raccogliere i dati originari, portarli sul vostro computer, e se siete capaci, farne un lavoro scientific. Questo è sicuramente straordinario. Domandiamoci se altri aspetti non possano in qualche modo condizionare lo sviluppo non tanto della scienza, quanto della nostra società e, se ci fossero degli aspetti negativi, semplicemente prendiamone atto e curiamoli, senza per questo naturalmente demonizzare uno strumento che è invece assolutamente straordinario e, lo ripeto, è alla base di una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell'uomo.

STUDENTE: Scusi, professore, ma la bellezza può essere considerata come strumento di ricerca scientifica? Nel senso che la bellezza della scienza è l'ordine e la semplicità di una teoria, quindi questa bellezza potrebbe indicarci almeno una strada da percorrere?

Devo dire che è un'ottima domanda. Sì, viene usata spesso e qualche volta viene addirittura abusata. La semplicità è il requisito, in un certo senso, di un certo tipo di scienza. Per esempio, nella fisica. Si parte dal famoso rasoio filosofico di Ockam, per stabilire che, tra due ipotesi, quella che ha bisogno di una spiegazione più semplice è quella probabilmente da preferire, per arrivare ad immaginare, per esempio, una cosmologia, nella quale l'universo è eterno, si espande per sempre, ma si conserva simile a se stesso, e, per fare questo, si inventa la creazione spontanea di materia, cioè si arriva ad ipotizzare un meccanismo, un fenomeno, assolutamente straordinario. Naturalmente non inconcepibile, ma assolutamente straordinario nel convincimento che l'universo debba avere un tal grado di semplicità da essere al medesimo tempo dinamico, perché si espande, ma sempre uguale a se stesso, come sarebbe se fosse statico, cioè essere stazionario. Si espande, ma non cambia nel proprio aspetto. Questo è un requisito di bellezza naturalmente. Innanzi tutto un requisito di bellezza.

STUDENTE: Professore, Lei prima ha detto che c'era un rapporto tra scienza e semplicità. Ma qual è questo rapporto?

Il rapporto tra scienza e semplicità è proprio in quello che dicevo un attimo fa, cioè nel ricercare delle soluzioni, assolutamente semplici ed estetiche a problemi che apparentemente sono piuttosto complicati. Io credo che a questa domanda possa rispondere anche il contributo, che adesso andiamo a vedere, e che riguarda, come spesso accade in temi di questo genere, Albert Einstein.

-Si visiona un filmato:

COMMENTATORE: Qualche anno fa, quando ebbi il privilegio di essere incaricato, tra gli eredi di Einstein, di mettere ordine negli archivi, al termine del mio lavoro una serie di copie originali delle sue pubblicazioni, i cosiddetti Estratti, che Einstein teneva accanto a sé, sul suo tavolo di lavoro. Ne ho quattro volumi. Ecco qui il primo di essi, che contiene le pubblicazioni dei primissimi anni. Questo è il primo articolo sulla capillarità e questo è un articolo sulla relatività, che è divenuto poi tanto famoso. Ascoltate con minuzia, perché in questo inizio c'è tutto Einstein. Egli dice: "E' ben noto che l'elettrodinamica di Maxwell, nei termini in cui viene solitamente intesa in applicazione ai corpi in movimento porta ad asimmetrie che non sembrano inerenti ai fenomeni stessi". Dunque Einstein non rileva un problema sperimentale bensì una difformità estetica. C'è una asimmetria, una stortura nella teoria, che non c'è nei fenomeni. E le righe immediatamente seguenti del primo paragrafo ci dicono subito cosa Einstein ha in mente. Einstein dice: "Ecco una asimmetria. Ecco verificarsi un genere di cosa, che mi riesce insopportabile". Secondo lui, dunque, bisognava cercare di rivedere la nostra comprensione della teoria di Maxwell, per liberarci da un'angoscia che, a quanto sembra, era insorta in lui e in nessun altro. Dopo tutto non c'era alcun impellente bisogno di semplificare tutta la fisica per eliminare questa asimmetria. Ma per Einstein naturalmente la questione aveva una portata ben più fondamentale. In altri termini ai suoi occhi questa stortura di carattere apparentemente estetico, dimostrava, da quello che potremmo chiamare il punto di vista di Dio un'insufficiente comprensione dei fatti, che non poteva essere sanata mediante il semplice stratagemma di sviluppare diversamente delle equazioni diverse.

-Fine del filmato, riprende la discussione.

Capaccioli: Ecco, dunque, dopo questo contributo vorrei riprendere la tua domanda. La tua domanda riguardava la semplicità, il contributo riguardava la simmetria. Questi due aspetti sono comuni a molte teorie fisiche, che utilizzano questi aspetti, ma che sperano anche in questi aspetti, perché, certo, se il cosmo, se la natura non rispondessero a criteri di semplicità e di ordine, di simmetria, noi avremmo enorme difficoltà nel comprendere e soprattutto nel modellare questi straordinari oggetti di conoscenza. Quindi, da un lato c'è un requisito estetico, dall'altro c'è un'aspettativa, una speranza.

STUDENTESSA: Scusi, professore, io vorrei tornare un attimo su Internet, prima Lei ha detto che la scoperta di Internet è stata interessante. Però ho paura che ci siano delle conseguenze. Quali conseguenze potrebbero verificarsi?

Ma ripeterò quello che ho già detto. Le conseguenze sono nell'enorme quantità di informazione che piove su un individuo che sappia navigare bene in Internet. Se tu hai un problema, un problema qualunque, per esempio vuoi avere notizie su una certa cosa. Allora chiami uno dei motori, poni la domanda, il motore va in cerca, in tutto il mondo, di questa informazione e ti piove un quantitativo enorme di informazione. Se tu non hai il tempo di digerire questa informazione, l'informazione ti farà più danno che altro, perché non avrai avuto la capacità di maturare dentro di te l'insieme di cose che ti piovono addosso. Una volta si leggevano i libri, si leggevano i libri e questo portava inevitabilmente ad una certa lentezza nel processo. Questa lentezza aveva una sua importanza, perché c'è biologicamente la necessità di aggiustare il nostro cervello, aggiustare la memoria, fare delle connessioni, ragionare in sostanza e ricordare. Io non sono del tutto sicuro che con questi nuovi meccanismi di velocizzazione dell'informazione noi riusciremo a salvare questa nostra capacità di ragionamento, a meno che non ci siano delle mutazioni nel nostro essere. Questo è possibile naturalmente. Credo che sia semplicemente un problema da studiare, però, non un problema da ghettizzare tra quelle cose che non si devono fare. Semplicemente bisogna starci attenti.

STUDENTE: Dato che io penso insomma che la società cambi e si evolva nel tempo, volevo sapere se per caso questo concetto di bellezza, che per i Greci rappresentava il kosmos, cioè quest'ordine, non può essere diventato in seguito, ossia al giorno d’oggi, una bellezza intesa come disordine, che noi possiamo riscontrare nella musica, in alcuni tipi particolari di pittura, per esempio. Volevo sapere se ci può essere stato invece un cambiamento dal concetto di ordine e si sia passati invece alla bellezza intesa come disordine.

Penso che ci sia questo tipo di evoluzione. Sicuramente nelle manifestazioni artistiche c'è stata una evoluzione, nel nostro concetto di bello c'è stata una evoluzione che non possiamo ignorare. Dal punto di vista della scienza, però, forse perché i processi sono più lenti, questo conflitto tra caos e ordine, questo insinuarsi della semplicità, della simmetria, rimane uno dei paradigmi fondamentali della scienza. Rimane, anche se oggi noi siamo consapevoli che certe cose non vanno più bene, anche se oggi noi siamo consapevoli, per esempio, che la matematica, così come l'abbiamo adoperata nel momento in cui funzionava il determinismo, non funziona più, non dà più rappresentazioni corrette del mondo. Noi abbiamo cambiato, come fisici, il nostro atteggiamento già alla fine dell'Ottocento, quando abbiamo cominciato ad usare pesantemente quei concetti di probabilità, che già Laplace, alla fine del Settecento, aveva introdotto nella matematica. Noi abbiamo cominciato ad usarli nel mondo fisico, - Boltzmann, per esempio - quando abbiamo cominciato a stabilire una relazione tra il mondo esterno e lo sperimentatore, attraverso il principio dell'indeterminazione di Heisenberg, che ha fatto vedere come certe cose non siano conoscibili, come esistano delle demarcazioni, come esistano addirittura delle barriere alla conoscenza dell'uomo. E quindi tutto ciò quel ci aveva portato all’edificazione di quel "castello deterministico" della fisica, chiamiamola newtoniana e postnewtoniana, piano piano si sta sgretolando. Restano tuttavia alcuni requisiti che credo siano insiti nell'essere. Uno di questi è la voglia che tutto discenda da un principio unico. Questo desiderio di unificare i fenomeni in un'unica visione, non ci ha certo abbandonato, anzi, in questi ultimi decenni, abbiamo avuto grandi successi della scienza in questa direzione, unificando almeno due, se non due e mezzo, delle quattro interazioni fondamentali.

STUDENTESSA: Scusi, professore, volevo chiederLe, per la Sua esperienza di ricercatore nel Laboratorio astronomico di Capodimonte, qual'è, secondo Lei, la bellezza di osservare il cielo nel suo ordine e disordine?

Ma guarda, la bellezza di osservare il cielo è qualche cosa che ognuno di noi può raccontare se ha semplicemente voglia di portarsi in un luogo dove il cielo notturno si possa vedere. Da Capodimonte questo tipo di esperienza si fa poco, perché Capodimonte è inserito nel cuore di una grande metropoli, molto illuminata, per cui il cielo notturno è rappresentato nella migliore delle ipotesi da qualche sparsa stellina. Però se ti dovesse capitare di andare in alta montagna, di andare in luoghi abbastanza isolati e lontani da fonti luminose, come è accaduto a me, quando sono andato ad osservare nei grandi osservatori, sparsi in giro per il mondo, sulle Ande cilene, alle Hawaii, ebbene, allora lo spettacolo del cielo è qualche cosa di assolutamente straordinario. Io credo che sia non molto diverso da quello spettacolo di cui potevano godere i nostri antenati e che ha in qualche modo scatenato in essi la voglia di fare astronomia. Noi facciamo astronomia perché, perché possediamo gli occhi e questi occhi ci mettono in contatto diretto con i corpi celesti. Non è un fatto marginale, è un fatto invece assolutamente straordinario, perché, non so se tu ci hai mai pensato, noi siamo come dei pesci, dei crostacei, attaccati sul fondo del mare. Questo mare è il grande oceano dell'atmosfera, al fondo del quale noi ci troviamo protetti da questa atmosfera, che in linea di principio potrebbe impedirci di vedere gli astri, ma che di fatto, per una combinazione di fatti, legati soprattutto alla presenza del sole, ci consente di vedere le stelle. Noi vediamo i corpi celesti e vedendo i corpi celesti noi vediamo questo spettacolo incredibile, fatto di fiammelle che conservano le loro posizioni, che addirittura disegnano, come dimostra quel mappamondo celeste, nella nostra fantasia figure umane, figure di animali, strumenti, che noi abbiamo chiamato "costellazioni", e in mezzo a questi oggetti navigano altri oggetti che sono i pianeti, le stelle erranti, che, di nuovo, sono intriganti perché sembrano andare per la loro strada. Ma, studiando il loro comportamento, ci accorgiamo che, alla fine dei conti, dopo un certo tempo ripercorrono le stesse traiettorie. Quindi il cielo è affascinante per questo senso di mistero che produce in noi, per il fatto che appare, naturalmente non lo è, ma appare assolutamente fuori del tempo e, soprattutto, è al di fuori della portata di chiunque. Non c'è grande re nell'antichità - oggi qualche grande re lo può anche fare -, che possa afferrare una stella come non accade all'uomo più semplice.

STUDENTESSA: Io volevo chiederLe se la bellezza è stata mai lo scopo di una ricerca scientifica.

Non direi che è lo scopo di una ricerca, non lo so questo naturalmente. Non mi viene in mente niente per potervi rispondere di sì. Direi che alla base di una ricerca scientifica forse no. Certamente una delle motivazioni per affrontare una ricerca in un certo modo direi assolutamente di sì. Spesso e volentieri. La storia scientifica di Einstein in fondo, in fondo, corrisponde proprio a questo senso, a questa voglia di ordine, a questa voglia di organizzazione, a questa voglia di semplificazione, che era in quest'uomo, capace non soltanto di desiderare queste cose, ma anche di dargli poi una voce attraverso il suo ingegno straordinario.

STUDENTE: Professore, in che modo la bellezza del cosmo ha influito così tanto sulla vita di tutti i giorni, dall'antichità fino ad adesso, con gli oroscopi oppure quando i re Babilonesi consultavano le stelle, prima di cominciare delle battaglie, ad esempio?

Non è che la bellezza del cosmo e il mistero del cosmo che si è coniugato con il desiderio, non tanto di leggere il passato, di conoscere il passato in questo caso, ma di predire il futuro. Tutto sommato l'uomo ricorda il passato ed ha paura, ha paura del futuro. Ne ha paura particolarmente in certe circostanze. Il cielo misterioso, lontano, ripetitivo, è stato ovviamente utilizzato per divinare. In questo non c'è nulla di male, naturalmente. La divinazione fa parte di quei meccanismi psicologici che ci consentono di campare, ma non ha ovviamente nessun valore scientifico. E' stata appoggiata alla astronomia, proprio perché l'astronomia non si presta ad essere contraddetta. E' abbastanza complicata la costruzione del mappamondo celeste, per essere affidata alla conoscenza di pochi, dall'antichità naturalmente, e quindi ecco che i corpi celesti, se non il volo degli uccelli - qui a Roma si usava il volo degli uccelli per divinare, i Cinesi usano le foglioline del the, qualcuno in ogni civiltà ha usato, ha usato gli astri –cominciano ad essere osservati attentamente. Io sono sicuro che molte persone, leggendo il proprio oroscopo, se l'oroscopo è favorevole, si sentono meglio. In questo non c'è niente di male. E' come fare un complimento a un donna bruttina. Se si fa un complimento a una donna bruttina, la donna bruttina si sente un po' meglio, anche se ovviamente il complimento corrisponde a una leggera menzogna. Nel caso dell'oroscopo corrisponde a una totale menzogna. Ma se può far bene, perché no? Va bene ragazzi, io credo che abbiamo affrontato insieme un tema complicato, un tema che non si può esaurire in poche battute di poche domande: quale è il coinvolgimento della bellezza nella scienza e viceversa. Io credo che questo problema sia uno degli aspetti del problema più generale dell'unità del sapere, dell'unità della cultura. Perché la cultura è unica? Perché la storia romana dovrebbe coniugarsi con la fisica delle particelle e con la musica barocca? Perché sono tutte manifestazioni dell'uomo. E' ben vero che la musica si suona con gli strumenti, che la storia romana si costruisce nelle biblioteche o scavando per terra e che la fisica si fa nei laboratori, studiando il mondo esterno, studiando il fenomeno. Ma dietro al microscopio che guarda, dietro al violino che viene pizzicato, c'è sempre un uomo, c'è sempre un individuo che ha un modo solo, unico di essere: il suo. Questo individuo tra l'altro non è sempre uguale a se stesso, ma si evolve perché si evolve la società e perché egli stesso fa evolvere la società con la propria interazione, con tutte queste diverse manifestazioni della cultura. Ecco, allora, che non è sorprendente che la scienza sia stata tanto condizionata dalla politica, quanto dalla religione. Spero nel vostro caso non sia condizionata da una immagine di una "scienza difficile", che è meglio evitare. E quindi mi auguro che qualcuno di voi qui scelga anche questa professione e, lasciatemelo dire, siamo in tema: è veramente molto bella.

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mercoledì 5 marzo 2008

Tutti i volti dell'arte - Un libro dove le creatività si sfidano

A CURA DI D. PICCHIOTTI

"Le arti si contaminano, le creatività si sfidano. Le vite dei pittori, con l'opportunità di giocare su soggetti e colori di tutta la storia dell'arte occidentale, diventano tema di numerosi film."
Questo non è uno dei soliti volumi d'arte moderna e contemporanea, tanto meno un "instant book". Non disserta degli usuali testi di storia artistica, bensì di una indagine sul "volto" dell'arte dal VI al XXI secolo. Il volume non tratta di teorie, più semplicemente riporta un lungo dialogo fra uno storico e critico d'arte e un giornalista editorialista, in un'intervista a trecentosessanta gradi.
"L'arte, grazie alla sua enorme potenzialità simbolica, crea, definisce, assorbe e talvolta anticipa i movimenti delle civiltà di ogni tempo. Per questo si rivela fondamentale nella comprensione dei rapporti, passati e presenti, tra culture diverse. E mai come oggi, con l'inasprirsi del conflitto fra Oriente e Occidente, si impone un'attenta riflessione sulla nostra identità, perché l'unico confronto proficuo possibile può nascere da soggetti consapevoli delle proprie radici culturali." Inizia così l'introduzione di Tutti i volti dell'arte.
Il libro è, per l'appunto, uno scambio d'idee fra lo storico e critico d'arte Flavio Caroli ed il giornalista Lodovico Festa, una discussione non specialistica, ricca di testimonianze e di episodi nella quale viene ripercorsa l'evoluzione dell'arte occidentale in tutte le sue prerogative, trattando non tanto delle veridicità teoretiche quanto delle opinioni personali, che per il lettore si potranno rivelare ottimi stimoli per approfondire le tematiche d'interesse. E' soprattutto un osservatorio privilegiato sull'inventiva artistica che non s'inoltra mai in direzioni lineari, ma "per balzi improvvisi e imprevedibili", consentendo di scandagliare le molteplicità dell'universo artistico, dal passato remoto al contemporaneo. Lo fa attraverso gli infiniti "volti dell'arte", e il lettore riuscirà a percepire il delinearsi dei "lineamenti" della cultura occidentale. Dopo un'interessante presentazione, il testo si divide in sezioni: parte dal Cinquecento per poi discernere di Teatro e pittura, Eros e pittura e Gli anacronisti.
Il volume inizia con Leonardo, che intuisce la natura indecifrabile dell'animo umano, precorrendo la psicoanalisi e prosegue con Raffaello, la "personificazione del cattolicesimo trionfatore", e con Michelangelo, nume della "forma". Flavio Caroli e Lodovico Festa dialogano poi sui tratti che emergono irresistibilmente nel filone iberico contrassegnato da impulsi estremi, come testimoniano il rivoluzionario realismo di Velazquez, le creazioni "visionarie" di El Greco e "quel 'mistero puro' che è Goya". Si prosegue nella lettura con la diversificazione delle opere dei britannici tramite Hogarth e la pittura "teatrale", dei tedeschi con l'arte del comico e del grottesco, degli impressionisti e di Van Gogh con i suoi influssi orientali. Tutti artefici che rispecchiano lo spirito artistico di oggi attraverso le pagine che penetrano nei meandri del mondo artistico, con ricorrenti connessioni fra storia, letteratura, pittura, cinema, fotografia, senza dimenticare un excursus sulle ultime neo-avanguardie.
Tutti i volti dell'arte è una specie di "opera aperta" - tanto per citare Umberto Eco, del quale Caroli è stato collega al D.A.M.S. di Bologna - a tutte le problematiche che in questi ultimi anni sono state divulgate attraverso i mass-media. Un esempio? Si legga l'incipit del primo capitolo: "Dopo il libro di Dan Brown Il Codice da Vinci, anche le celebri arbasiniane casalinghe di Voghera parlano del grande pittore fiorentino-milanese come di uno di famiglia [...] la Gioconda, il Cenacolo, le due (o tre?) Vergini delle Rocce hanno da sempre attirato le interpretazioni più audaci, anche molto prima di Brown. Si può utilizzare questa popolarità del grande artista per riflettere sul nesso fra complessità e modernità?", chiede l'interlocutore dello storico d'arte, che gli risponde: "Senza dubbio anche quella offerta da Dan Brown è un'occasione per parlare del mistero tradizionalmente attribuito all'artista toscano, e per comprendere quanto questo sia moderno. La prima chiave per riflettere sulla caratteristica profonda della complessità leonardesca sta nel riconoscere che il Da Vinci è sempre eccentrico rispetto all'ambiente in cui lavora: i Carracci 'sono' Bologna, Botticelli 'è' la Firenze medicea [...]".
Già da queste prime righe si comprende come la lettura sia non solo scorrevole, ma soprattutto piacevole ed intrigante. Tanto più quando il colloquio si incentra sulla fisiognomica, di cui Caroli è un profondo conoscitore. Si legga a proposito questo passo: "Dalla libertà al positivismo, qual è in questo passaggio l'artista chiave? C'è un quadro che segna un'epoca, dipinto cinque anni prima degli studi di Freud sull'isteria, dieci anni prima dell'uscita de L'interpretazione dei sogni: il Ritratto del dottor Gachet di Van Gogh, eseguito nel 1890. Studiando e ristudiando quel dipinto, mi sono chiesto a lungo che cosa mi ricordava. Alla fine ho compreso che la posa (il volto triste appoggiato sul palmo della mano) mi riportava a un'opera di Dürer, una stampa in cui l'artista tedesco rappresenta l'immagine canonica della 'melanconia'." Da ciò il lettore può notare quanto i corsi e i ricorsi della storia dell'arte nel libro siano ricorrenti e intersecanti.
Molto interessante il capitolo dedicato a Le "famiglie" critiche del Novecento, ovvero i critici d'arte. Certo, il discorso è trattato brevemente ma al contempo è ampio, o per meglio dire in sole tre pagine l'excursus sulle dinastie della scorsa epoca è completo. "Quali sono le grandi famiglie dei critici d'arte del Novecento?" chiede Lodovico Festa all'interlocutore. La risposta di Flavio Caroli è subito avvincente "Innanzi tutto è interessante notare come quelle veramente importanti appartengano essenzialmente a due ceppi: la scuola italiana e la scuola inglese, anzi anglo-tedesca, perché quest'ultima viene fondata da un tedesco, Aby Warburg." Poi aggiunge che gli italiani si distinguono in "conoscitori" come Roberto Longhi, e in chi studia invece la storia dell'arte come "storia delle idee", un nome su tutti: Giulio Argan.
Chi scrive queste note si ferma qui, poiché sta al lettore immergersi nel capitolo in questione. Naturalmente la discussione procede spedita fino all'epoca in corso, ma anche in questo caso sta a chi consulterà il testo apprendere man mano dell'arte figurativa e multimediale accompagnato dai due raffinati, colti e appassionati interlocutori.
"In quanto produttrice di senso, l'espressione artistica è crocevia, luogo in cui si catalizzano e interagiscono esperienze differenti. Mettendo in contatto dimensioni talvolta lontane, l'arte non solo si rivela capace di interpretare la società attuale ma si pone anche come terreno fertile di incontro fra civiltà."
Un testo che ben si adatta a questo nuovo secolo in cui la globalizzazione si evolve anche nel campo artistico. Un libro denso di contenuti in cui si discute di arte moderna e contemporanea, ma con un occhio particolare alle più eterogenee culture odierne. Con molte auto-citazioni del Professore Flavio Caroli. Roberto Barzi - 24.09.2007

martedì 4 marzo 2008

DECADENTISMO

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI


 Il Decadentismo ebbe origine in Francia e si sviluppò in Europa tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Trova un corrispettivo nella corrente artistico-architettonica che prese nomi diversi a seconda del paese in cui fiorì: Liberty in Italia, Art Nouveau in Francia, Jugendstil in Germania. Il Decadentismo rappresenta una reazione decisa agli aspetti ideologici, morali e letterari del Positivismo. Fu l’esasperazione di una delle due tendenze del Romanticismo, quella rivolta alla contemplazione di un mondo di mistero e di sogno, all’espressione di un soggettivismo estremo, mentre il Realismo e il verismo ne avevano sviluppato la tendenza oggettiva. In pittura si definisce Decadentismo, la corrente d'arte nata dalla scuola degli artisti simbolisti che operavano fra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo e di tutti quei pittori che rappresentavano soggetti artificiosi e strani. Fra i più famosi, James Ensor e Edvard Munch. Nell’opera di Munch sono rintracciabili molti elementi della cultura nordica di quegli anni, soprattutto letteraria e filosofica: dai drammi di Ibsen e Strindberg, alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e alla psicanalisi di Sigmund Freud. Da tutto ciò egli ricava una visione della vita permeata dall’attesa angosciosa della morte. Nei suoi quadri vi è sempre un elemento di inquietudine che rimanda all’incubo. Ma gli incubi di Munch sono di una persona comune, non di uno spirito esaltato come quello di Van Gogh. E così, nei quadri di Munch il tormento affonda le sue radici in una dimensione psichica molto più profonda e per certi versi più angosciante. Una dimensione di pura disperazione che non ha il conforto di nessuna azione salvifica, neppure il suicidio.
Il termine “decadente” ebbe, in origine, un senso negativo; fu infatti rivolto contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali Romantici. Questi poeti avvertirono il fallimento del sogno più ambizioso del Positivismo: la persuasione che la scienza, distruggendo le “superstizioni” religiose, sarebbe riuscita a dare una spiegazione razionale ed esauriente del mistero della vita e avrebbe posto i fondamenti di una migliore convivenza degli uomini. 
Il Decadentismo fu, prima di tutto, uno stato d’animo di perplessità smarrita, un sentimento di crisi esistenziale, che si è venuto progressivamente approfondendo nella prima metà del nostro secolo, travagliata da tragiche esperienze di guerre, dittature, rivoluzioni, e anche da scoperte scientifiche sconvolgenti.
Due sono gli aspetti fondamentali della spiritualità decadentista: il sentimento della realtà come mistero e la scoperta di una nuova dimensione nello spirito umano, quella cioè, dell’inconscio, dell’istinto, concepita come anteriore e sostanzialmente superiore alla razionalità. 
La nuova spiritualità si riallaccia a due motivi essenziali del Romanticismo: il sentimento ossessivo del mistero e l’irrazionalismo. La ragione è decisamente ripudiata non più in nome del sentimento, ma del di sfrenarsi delle forze oscure del subcosciente. In riferimento alla componente irrazionale del comportamento umano, Henri Bergson concepì il tempo non come unità di misura dello scorrere dei fatti ma come dimensione soggettiva e psichica, e Friedrich Nietzsche diede risalto a quanto vi è di cieco, irrazionale, animale nel comportamento umano.
Questa visione del mondo produce nell’arte una rivoluzione radicale, nel contenuto e nelle forme, che potremmo riassumere nei termini di simbolismo e misticismo estetico .


La poetica del Decadentismo


Ammessa l’impossibilità di conoscere la realtà vera mediante l’esperienza, la ragione, la scienza, il decadente pensa che soltanto la poesia, per il suo carattere di intuizione irrazionale e immediata possa attingere il mistero, esprimere le rivelazioni dell'ignoto. Essa diviene dunque la più alta forma di conoscenza, l’atto vitale più importante; deve cogliere le arcane analogie che legano le cose, scoprire la realtà che si nasconde dietro le loro effimere apparenze, esprimere i presentimenti che affiorano dal fondo dell’anima. Per questo è concepita come pura illuminazione. Non rappresenta più immagini o sentimenti concreti, rinuncia al racconto, alla proclamazione di ideali; la parola non è usata come elemento del discorso logico, ma per l’impressione intima che suscita, per la sua virtù evocativa e suggestiva.
Nasce così la poesia del frammento rapido e illuminante, denso, spesso, di una molteplicità di significati simbolici.
La nuova poesia non si rivolge all’intelletto o al sentimento del lettore, ma alla profondità del suo inconscio, lo invita non a una lettura, ma a una partecipazione vitale immediata. Essa si propone di darci una consapevolezza più profonda del mistero.
Da questi principi sono nate molte mode letterarie e anche di costume, a cominciare dal simbolismo (rappresentato, ad esempio, dal Pascoli, espressione più conseguente e radicale della nuova poetica), per continuare con l’estetismo(rappresentato, ad esempio, dal D’Annunzio); difatti il decadentismo ha aspirazioni aristocratiche, che si esprimono nel gusto estetizzante. Sul piano artistico l’estetismo si traduce nella ricerca di raffinatezza esasperata ed estenuata. L’idea della superiorità assoluta dell’esperienza estetica induce l’artista a tentare di trasformare la vita stessa in opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza in assoluta libertà materiale e spirituale, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese La svalutazione della moralità e della razionalità, portarono, tra l’altro, ai vari miti del superuomo. 
 
 
 

Significato generale di espressionismo

A CURA DI D. PICCHIOTTI

nismo indica, in senso molto generale, un’arte dove prevale la deformazione di alcuni aspetti della realtà, così da accentuarne i valori emozionali e espressivi. In tal senso, il termine espressionismo prende una valenza universale.
Al pari del termine «classico», che esprime sempre il concetto di misura e armonia, o di «barocco», che caratterizza ogni manifestazione legata al fantasioso o all’irregolare, il termine «espressionismo» è sinonimo di deformazione.
Nell’ambito delle avanguardie storiche con circoscriviamo nell'Espressionismo una serie di esperienze sorte soprattutto in Germania, che diventò la nazione che più si identificò, in senso non solo artistico, con questo fenomeno culturale.
Alla nascita dell’Espressionismo contribuirono diversi artisti operanti negli ultimi decenni dell’Ottocento. In particolare possono essere considerati dei pre-espressionisti Van Gogh, Gauguin, Munch e Ensor. In questi pittori sono già presenti molti degli elementi che costituiscono le caratteristiche più tipiche dell’Espressionismo: l’accentuazione cromatica, il tratto forte e inciso, la drammaticità dei contenuti.
Il primo movimento che può essere considerato espressionistico nacque in Francia nel 1905: i Fauves. Con questo termine furono dispregiativamente indicati alcuni pittori che esposero presso il Salon d’Automne quadri dall’impatto cromatico molto violento. Fauves, in francese, significa «belve».
Di questo gruppo facevano parte Matisse, Vlaminck, Derain e Marquet. La loro caratteristica era il colore steso in tonalità pure. Le immagini che loro ottenevano erano sempre autonome rispetto alla realtà. Il dato visibile era reinterpretato con molta libertà, traducendo il tutto in segni colorati che creavano una pittura molto decorativa.
Alla definizione dello stile concorsero soprattutto la conoscenza della pittura di Van Gogh e Gauguin. Da questi due pittori i Fauves presero la sensibilità per il colore acceso e la risoluzione dell’immagine solo sul piano bidimensionale.
Sempre nel 1905, quando comparvero i Fauves, si costituì a Dresda (Germania) un gruppo d'artisti che si diede il nome «Die Brücke» (il Ponte). I principali protagonisti di questo gruppo furono Ernest Ludwig Kirchner e Emil Nolde. In essi sono presenti i tratti tipici dell’Espressionismo: la violenza cromatica e la deformazione caricaturale. In più vi è una forte carica di drammaticità che, per esempio, nei Fauves non era presente. Nell’Espressionismo nordico, infatti, prevalgono sempre temi quali il disagio esistenziale, l’angoscia psicologica, la critica all'ipocrisia della società borghese e al militarismo dello stato.
Alla definizione dell’Espressionismo nordico fu determinante il contributo di pittori quali Munch e Ensor. Proprio da Munch i pittori espressionisti presero la suggestione del fare pittura come esplosione di un grido interiore. Un grido che portasse in superficie tutti i dolori e le sofferenze umane e intellettuali degli artisti del tempo.
Un secondo gruppo espressionistico si costituì a Monaco nel 1911: «Der Blaue Reiter» (Il Cavaliere Azzurro). Principali ispiratori del movimento furono Wassilj Kandinskij e Franz Marc. Con questo movimento l’Espressionismo prese una svolta decisiva. Nella pittura fauvista, o dei pittori del gruppo Die Brücke, la tecnica era di rendere espressiva la realtà esterna così da farla coincidere con le risonanze interiori dell’artista. Der Blaue Reiter propose invece un’arte dove la componente principale era l’espressione interiore dell’artista che, al limite, poteva anche ignorare totalmente la realtà esterna a se stesso. Da qui a una pittura totalmente astratta il passo era breve: fu proprio Wassilj Kandiskij il primo pittore a scegliere la strada dell’Astrattismo totale.
Il gruppo Der Blaue Reiter si disciolse in breve tempo. La loro ultima mostra avvenne nel 1914. In quell’anno scoppiò la guerra e Franz Marc, partito per il fronte, morì nel 1916. Alle attività del gruppo partecipò anche il pittore svizzero Paul Klee, che si sarebbe reincontrato con Wassilj Kandiskij nell’ambito della Bauhaus, la scuola d’arte applicata fondata nel 1919 dall’architetto Walter Gropius. All’interno di questa scuola, l’attività didattica di Kandiskij e Klee contribuì in maniera determinante a fondare i principi di una estetica moderna, trasformando l’Espressionismo e l’Astrattismo da un movimento di intonazione lirica a un metodo di progettazione razionale di una nuova sensibilità estetica.
Differenze con l'impressionismo
Il termine espressionismo nacque come alternativa alla definizione di impressionismo. Le differenze tra i due movimenti sono sostanziali e profonde. L’Impressionismo rimase sempre legato alla realtà esteriore. L’artista impressionista limitava la sua sfera di azione all’interazione che c’è tra la luce e l’occhio. In tal modo cercava di rappresentare la realtà con una nuova sensibilità, cogliendo solo quegli effetti luministici e coloristici che rendono piacevole e interessante uno sguardo sul mondo esterno.
L’Espressionismo, invece, rifiutava il concetto di una pittura sensuale (ossia di una pittura tesa al piacere del senso della vista), spostando la visione dall’occhio all’interiorità più profonda dell’animo umano. L’occhio, secondo l’Espressionismo, è solo un mezzo per giungere all’interno, dove la visione interagisce con la nostra sensibilità psicologica. La pittura che nasce in questo modo non deve fermarsi all’occhio dell’osservatore, ma deve giungere al suo interno.
Un’altra profonda differenza divide i due movimenti. L’Impressionismo è stato sempre connotato da un atteggiamento positivo nei confronti della vita, alla ricerca del bello. I soggetti erano scelti con l’intento di illustrare la gioia di vivere. Totalmente opposto è l’atteggiamento dell’Espressionismo. La sua matrice di fondo rimane sempre profondamente drammatica: l’artista espressionista vuol guardare dentro di sé, o dentro gli altri, per trovare toni foschi e cupi. Al suo interno trova l’angoscia, dentro gli altri trova la bruttura mascherata dall’ipocrisia borghese. Per rappresentare tutto ciò, l’artista espressionista non esita a ricorre a immagini brutte e sgradevoli. Anzi, con l’Espressionismo il brutto diventa una vera e propria categoria estetica, cosa mai avvenuta prima con tanta enfasi nella storia dell’arte occidentale.
Da un punto di vista stilistico la pittura espressionista muove soprattutto da Van Gogh e da Gauguin. Dal primo prende il segno profondo e gestuale, dal secondo il colore come simbolo interiore.
La pittura espressionistica risulta quindi totalmente antinaturalistica, lì dove l’aderenza alla realtà dell’Impressionismo collocava quest’ultimo movimento ancora nei limiti di un naturalismo, seppure inteso solo come percezione della realtà.

domenica 2 marzo 2008

La concezione dello Stato in Platone

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Larga parte del lavoro di Platone è dedicata alla riflessione su una teoria politica destinata, nell'intenzione, ad essere applicata nella costruzione di uno stato ideale, uno stato che sia la realizzazione pratica di quel bene e di quella giustizia che sono così perfettamente rappresentati nell'Iperuranio. E' nella Repubblica che espone il suo progetto politico: l'idea è che se la verità deve guidare il sapiente e il giusto nella formazione dei suoi concetti, tale verità deve avere necessariamente anche un carattere pratico.
Tutto questo discorso conduce inevitabilmente all'affermazione platonica che la filosofia e i filosofi devono guidare lo Stato: se lo Stato deve infatti rappresentare la verità, solo i filosofi che si rivolgono alla verità dell'Iperuranio e non all'opinione del mondo sensibile possono mettersi alla guida delle istituzioni, in quanto, conoscendo meglio di altri la verità, possono realizzare concretamente e al meglio i concetti della pura giustizia e del bene comune. La Repubblica platonica è considerato il primo esempio di utopia politica, tra gli lo scopi dello stato platonico vi è quello di avvicinare alla conoscenza della verità delle idee la comunità dei cittadini.
Quella che segue è la descrizione per sommi capi della struttura dello Stato proposta da Platone.
Nella Repubblica ideale verrà necessariamente tenuto conto della diversa natura di ciascun uomo, l'anima di ciascun uomo è infatti partecipata in diversa misura da diverse idee che ne determinano l'originalità caratteriale: esistono quindi uomini tendenzialmente agricoltori, altri artigiani, altri ancora guerrieri e altri filosofi. Nello Stato ideale ciascuna tendenza naturale verrà distinta e raggruppata in classi immutabili, poiché se la natura di ciascuna anima è immutabile, sarà immutabile anche l'appartenenza degli uomini a una certa classe.
Le classi che devono guidare lo Stato sono, nell'ordine, i filosofi (coloro che posseggono più degli altri la verità) e i guerrieri (i militari che agiranno da garanti del volere dei filosofi e da difensori dai nemici esterni). Queste due classi governeranno le classi inferiori costituite dagli artigiani e dai contadini, le classi produttrici dei beni necessari alla comunità. Le classi dominanti, tuttavia, non dovranno preoccuparsi solo del proprio bene, ma del bene comune, cosicché verranno abolite tutte quelle occasioni che potranno invogliare i reggenti alla cupidigia (prima fra tutte, verrà abolità la proprietà privata, quindi la famiglia, le donne verranno messe in comune e l'educazione dei figli sarà pianificata dallo Stato secondo le diverse inclinazioni dei ragazzi).
La famiglia deve essere abolita in quanto ostacolo all'interesse comune, i padri e le madri, per amore dei figli, agirebbero arbitrariamente in loro favore (sarà abolito così il nepotismo). In uno Stato in cui non vi sono più nuclei familiari, il compito di generare figli spetterebbe quindi alle donne liberate da ogni legame, esse genereranno figli abbinate casualmente e periodicamente a uomini diversi, i figli stessi saranno, appena nati, espropriati ai genitori e cresciuti dall'intera comunità. Essi non verranno a sapere da chi sono nati e chiameranno padre e madre ogni uomo e ogni donna della comunità.
L'educazione dei ragazzi seguirà tappe precise: ad essi, come al resto della comunità, verranno proibiti i contatti con l'arte e con la poesia, colpevoli di proporre imitazioni fuorvianti del mondo delle idee (gli artisti imitano il bello allontanando gli uomini dal vero concetto del bello) e di condurre gli animi all'eccessiva contemplazione delle forme sensibili. I ragazzi saranno educati allo sviluppo del corpo e dell'anima, attraverso le discipline militari e quelle musicali (musica era chiamata ogni disciplina avente per oggetto la crescita dello spirito). Essi saranno poi atrribuiti alle classi secondo le proprie inclinazioni naturali.
Lo Stato di Platone è un'aristocrazia, un dominio dei migliori (e i migliori sono i filosofi). Se, a prima vista, la Repubblica platonica sembra avere i tratti dispotici dello stato spartano, Platone ci ricorda che non è così, in quanto lo stato spartano è una "timocrazia", ovvero il dominio dell'ambizione. Tale dominio porta all'oligarchia, al dominio di pochi, per poi essere destinata ad entrare in crisi e sfociare naturalmente nella democrazia, l'abolizione dei privilegi degli oligarchi e il ritorno alla partecipazione dei cittadini. Infine, sempre secondo Platone, la democrazia tenderà alla tirannide, ovvero l'arbitrio assoluto di un solo reggente che deciderà senza alcuna idea di verità circa la vita e la libertà dei suoi sudditi. Lo Stato platonico differisce dalle altre forme storiche di stato perché in esso le regole istituzionali sono espressione della struttura autentica della realtà: tutto, nello Stato platonico, tende a realizzare la vita in conformità alla verità iperuranica, specchio della struttura stessa del cosmo. Dunque la libertà consiste nell'essere liberati dall'ignoranza e nella vita in conformità alla legge della verità.

sabato 1 marzo 2008

BREVE STORIA DELLA FILOSOFIA CINESE 



RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Se pensiamo alla cultura della Cina, il nostro pensiero va immediatamente ad antichi pensatori come Confucio e Lao tzu, immaginando che la cultura cinese sia rimasta immobile per migliaia di anni, come se essa non avesse avuto "storia". D'altronde da noi simili pregiudizi sono diffusi per tutte le civiltà extraeuropee.
Hegel riteneva che le civiltà orientali fossero ormai esaurite e più nulla potevano dare allo sviluppo della civiltà e della filosofia: concezione chiaramente basata sulla quasi assoluta ignoranza che si aveva allora delle altre civiltà
Naturalmente l'impressione di immobilità è del tutto errata: la Cina ha avuto una storia culturale e filosofica ricca almeno come quella dell'Occidente. Pur tuttavia l'impressione di "astoricità" della filosofia cinese deve avere pure una sua ragion d'essere.
Noi riteniamo che essa dipende da due fattori fondamentali: la concezione della storia e le vicende degli ultimi due secoli.
Innanzi tutto consideriamo la concezione della storia. Fino all'Ottocento, tanto da noi che in Cina si riteneva che la storia fosse la ripetizione di vicende simili, un alternarsi di età prospere e di età di crisi con la incrollabile tendenza a credere che i modelli per migliorare la società fossero nel passato: se in Cina abbiamo il ritorno continuo a Confucio, in Europa gli Umanisti teorizzavano il ritorno al mondo classico e la Riforma Protestante a quello dei tempi evangelici. 
A un certo punto però in Occidente è nata l'idea di progresso storico indefinito: i modelli non sono più nel passato ma nel futuro: per affermare la positività di una istituzione diciamo che è "moderna", per combatterla diciamo che è vecchia, che è "ottocentesca "che è"medioevale". Ciò non avvenne in Cina o nelle altre civiltà se non per riflesso della cultura occidentale: pertanto esse appaiono "contemporanee del passato" come immobili (come in effetti da noi fino qualche secolo fa)
Un secondo fattore è dato dal progresso scientifico e sociale: per i Cinesi gli Europei non si identificano in Platone o in Aristotele, personaggi comunemente ignorati ma come i creatori della strabiliante tecnica moderna , i fondatori dello Stato Moderno, della democrazia e/o del socialismo,
Essi ci vedono essenzialmente per quanto abbiamo prodotto negli ultimi cento o duecento anni. Al contrario i Cinesi non hanno prodotto nulla di interessante per noi nè scientificamente nè culturalmente negli ultimi secoli: pertanto noi ammiriamo di essi le grandi opere di un lontano passato, (la Grande Muraglia , il pensiero di Confucio e di Lao tzu.)
Noi intendiamo mostrare che invece la Cina ha avuto una storia filosofica ricca e varia e che negli ultimi 150 anni a contatto con il pensiero occidentale dopo un non breve periodo di crisi ha ormai elaborato una cultura che possiamo definire moderna e che riteniamo possa a breve stare al passo con quella occidentale e dare al mondo un suo contributo essenziale .
Fino al 1800 i Cinesi ritennero che la loro non fosse " una civiltà" ma "la civiltà ": essi non avevano un termine per indicare il loro paese ma lo definivano il "centro". Al di fuori di esso essi ritenevano che esistessero solo popoli barbari , che nulla veramente di interessante potesse venire dal di fuori nè tecnicamente nè culturalmente. Quando cominciarono ad avere rapporti con gli occidentali li definirono barbari come gli altri popoli stranieri. Riconoscevano che alcune loro scoperte tecniche e scientifiche fossero interessanti , che era anche utili avere qualche commercio, perfino apprezzavano alcune idee ma sostanzialmente li consideravano sempre dei "barbari". Ciò che scosse questa granitica, millenaria certezza della propria superiorità civile fu la "guerra dell'oppio" nel 1842. Fu allora evidente e innegabile la supremazia europea che per i 50 anni seguenti li umiliò continuamente : realizzarono allora che la Cina era incapace di opporsi ai barbari venuti dall'occidente, che essi non erano come i Mongoli o i Manciu solamente capaci di fare la guerra: che avevano effettivamente una civiltà più avanzata. Negli ultimi 150 anni i Cinesi hanno affrontato questo problema drammaticamente: nè è nato un pensiero e una filosofia che non possono essere ignorate .
la Cina non è solo il paese di Confucio : è anche il paese degli scontri e degli incontri fra un antichissima civiltà e e le nuove idee importate dall'occidente.

SU
CONFUCIO
Il nome di Confucio è la latinizzazione del termine cinese "K'ung fu tsu (cioe: maestro K'ung) operata dai Gesuiti nel 1600. Visse nel VI secolo a. C. piu o meno contemporaneo di Platone, di Budda in quella che viene definita "età assiale" in quanto nello stesso periodo sono vissuti i primi grandi pensatori delle tre grandi civiltà in Europa, India e Cina.
Per 2500 anni in Cina il pensiero di Confucio è stato un punto di riferimento costante:erroneamente però in occidente questo fatto viene visto come segno di immobilismo del pensiero cinese. In realtà il pensiero confuciano ha avuto interpretazioni varie e contrastanti succedutosi nei secoli, ha lottato con altri grandi movimenti di pensiero, ha conosciuto secoli di emarginazione.
Per una ampia esposizione del suo pensiero rimandiamo ad altra voce dello stesso sito. Noi ci limitiamo a fare alcune osservazioni generali
Egli visse in un periodo in cui la Cina era divisa in vari regni in perenne guerra fra di loro e si rimpiangeva un passato più o meno mitico in cui invece un solo imperatore aveva mantenuto pace e prosperità in tutta la Cina. Per Confucio quindi ordine e stabilità significano prosperità e felicità: il suo pensiero è essenzialmente il tentativo di dare regole che possano reggere la società.
Non è pertanto un metafisico :


Cosa è la morte? Se nemmeno sappiamo che cosa è la vita  come
possiamo conoscere la essenza della morte
Tuttavia egli non è un agnostico e tanto meno un ateo: la legge che regge i rapporti fra gli uomini è la legge morale che deriva direttamente al cuore degli uomini dal Cielo (= tien: il termine indica come anche in italiano sia il cielo materiale che la Divinità in generale) : un concetto del tutto analogo troviamo nel pensiero cristiano. Tuttavia egli non tratta gli aspetti metafisici ne tanto meno pensa a una rivelazione diretta di Dio.
I suoi principi vengono enunciati come autoevidenti , non vengono giustificati nè religiosamente e nemmeno dimostrati deduttivamente. Tutti debbono osservare i propri doveri verso la famiglia, verso la società ,verso lo Stato. Tutti debbono ubbidire ai superiori e tutti debbono agire nell'interesse dei sottoposti con giustizia e magnanimità: soprattutto l'Imperatore, il capo supremo deve ubbidienza al Cielo e preoccuparsi del benessere dei suoi governati. Concetti analoghi troviamo d'altronde nel pensiero cristiano.
Diamo qualche breve esempio degli insegnamenti di Confucio
SUL BUON GOVERNO :
• Se il principe e i magistrato promulgano leggi o decreti ingiusti il popolo non vi ubbidirà e si opporrà alla sua esecuzione con mezzi violenti anche ingiusti
• Quando il Centro e la Armonia hanno raggiunto il suo massimo grado di perfezione regnano pace e ordine in cielo e in terra e tutti gli esseri raggiungono la loro completa realizzazione
• La prima cosa a cui deve badare il capo è che  la sua condotta sia semplice, retta e giusta in ogni momento: deve tener sempre in conto i consigli degli altri,deve sempre controllare i propri atti e mai comandare dispoticamente
• Quale è l'essenza del buon governo? Non risolvere i problemi con precipitazione e non cercare il proprio tornaconto personale
SULLA CONDOTTA DELL'UOMO:
• Dall'uomo più nobile a quello  più umile tutti hanno il dovere di migliorarsi
• Controllati anche nella tua casa:non fare nulla di cui debba vergognarti anche nel luogo più segreto
• Si può definire un uomo superiore se  è il primo che pone in pratica le sue idee e poi predica agli altri ciò che egli stesso ha realizzato.
• L'uomo prudente parla poco ma è attivo nell'agire.
• Quando un uomo è vicino alla morte le sue parole sono sincere e veraci
• L'uomo volgare è orgoglioso e vano anche quando la sua posizione non sia elevata.. E' molto vicino alla perfezione l'uomo costante,paziente,umile e misurato nel parlare
• Siate rigidi con voi stessi ma condiscendente con gli altri:in questo modo sarete liberi da ogni invidia e risentimento
Come si può constatare da queste brevissimi esempi in effetti si tratta di principi generali sui quali sarebbe difficile dissentire, anche un occidentale moderno sostanzialmente vi aderirebbe. Questo spiega a nostro avviso, la persistenza dell'insegnamento di Confucio per migliaia di anni. I problemi nascono in effetti quando questi principi vanno poi concretizzati:quando un decreto è ingiusto, quando una condotta è retta e semplice? Sono possibili infinite interpretazionI: in effetti tutti Cinesi possono dirsi Confuciani o forse tutti gli uomini possono definirsi tali. Confucio in realtà ha espresso il sentire comune dell'umanità è in questo possiamo indicare la sua grandezza ma anche forse il suo limite in quanto non opera scelte in argomenti controversi . Di Giovanni De Sio Cesari

IL GIARDINO DI EPICURO

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Già il nome stesso della scuola in cui Epicuro riuniva i suoi amici ed esponeva le proprie dottrine, è sintomatico: si chiamava "il Giardino". Sicuramente ciò deriva dal fatto che queste riunioni avevano luogo in una dimora con un bel giardino, appunto. Che il nome dell'intera scuola fosse infine proprio questo, è un fatto assai eloquente; e ci fa venire in mente anche la celebre frase con cui Voltaire rispondeva a chi gli domandava che cosa pensasse del futuro, o di cose simili: "Lasciate che io vada a occuparmi del mio giardino!" (queste erano più o meno le sue parole).
Il giardino rappresenta già nella prima antichità qualcosa come… la sfera protetta della vita privata. Ma questo "giardino"… ha anche la peculiarità di dare il nome a una scuola, perché il suo fondatore, Epicuro, vi insegnava e rappresentava filosoficamente il mondo e la condotta di vita degli epicurei. Per capire il significato di ciò, dobbiamo per un momento liberarci da una certa immagine che ormai fa parte del nostro linguaggio, secondo la quale è epicureo un uomo dedito al piacere. Non è del tutto falso; va detto, però, che egli non è dedito al piacere perché ama il buon cibo, ama bere, desidera le belle donne o altro ancora,… bensì in quanto coltiva nei confronti di queste cose… anche una certa… cura spirituale e interiore, insomma una cultura dell'anima… in senso proprio. Vorrei peraltro ricordare che la parola "cultura" ha esattamente questo significato: il latino agricultura, la cura dei campi, conserva ancora oggi questa valenza di "coltivazione". E così, ad esempio, quando parliamo dei terreni in campagna, diciamo: "a che punto sono le colture?". Ebbene, una cosa è chiara: Epicuro… ha saputo concepire, in quest'epoca di decadenza politica… e della vita pubblica, una sorta di… rifugio, un atteggiamento… di serenità e di armonia dell'anima, in cui si riconoscevano persone molto dotate, spiritualmente aperte, giovani e non più giovani.

Certamente non disponiamo delle opere di queste scuole filosofiche nella stessa misura in cui possediamo quelle di Platone e di Aristotele (casi fortunati, più unici che rari). Il fatto che ci rimangano tutti gli scritti di un filosofo come Platone, si spiega naturalmente con la straordinaria qualità poetica e letteraria dello stile platonico. Che poi di Aristotele, pur non possedendo nulla degli scritti da lui pubblicati, resti comunque la massa dei manoscritti e degli appunti sulla base dei quali costruiva le sue lezioni, è ancora una volta un bel colpo di fortuna. La storia ci lascia in eredità un'opera di grande valore, capace di enormi ripercussioni. Né di Epicuro, né della Stoà, né delle altre scuole di questa nuova era, ci sono pervenuti scritti in forma altrettanto completa.