mercoledì 29 agosto 2007

IO ERO FELICE E BASTA racconto di Coppari ugo

Mi ricordo che quando andavamo al mare c'era sempre
il sole. Usavamo la paletta e il rastrello: il secchiello non ci serviva quasi mai. Non volevamo tanto costruire castelli o slanciarci verso l'alto, quanto scavare a fondo, per cercare l'acqua o per andare giù e basta o per non so bene quale ragione. E mi ricordo che poi ad un certo punto era ora di fare il bagno. Non si poteva fare il bagno subito dopo mangiato. Ma oramai erano passate diverse ore dopo la pesante colazione del mattino. Ed era finalmente possibile tuffarsi. Via! - e ci lanciavamo nell'acqua scaldata dai primi raggi di sole. Ci piombavamo nei fondali del mare Adriatico. Io a quei tempi pensavo di poter vedere il luccichio e sentire il frastuono delle bombe che arrivavano dall'altra sponda di questo grande lago. Soltanto dopo alcuni anni sono stato smentito dai più grandi, e tutta la storia della mia vita è stata frantumata. Io, nell’ascoltare e nel vedere le bombe slave, credevo di far parte di qualcosa di più grande di me. Una guerra. Peraltro altrove. Invece ero soltanto
un bambino qualunque, che avrebbe anche potuto non venire al mondo: tanto sarebbe stato uguale, tanto questo non si sarebbe accorto. Il sole piano piano calava sempre di più e nel corso degli anni le estati erano sempre più tiepide. Come sempre la mattina ci si svegliava presto per scendere giù in spiaggia, dove le uniche richieste da parte dei genitori erano quelle di non affogare. Per il resto tutto era campo di gioco. Via le scarpe, via i calzini, via i pantaloni, via tutto. E poi con la scusa di prendere i molluschi sotto la superficie del mare, ci si poteva immergere nelle profondità e fare finta che il fuori non
esistesse. Credevo che l'acqua mi entrasse dalle orecchie e nelle bocca e nel naso e basta, perché per il resto non sapevo come funzionasse e come fosse fatto il mio corpo, ne ero soltanto ospite, e credevo inoltre che il mare scorresse dentro di me per poi riuscire. Il mare Adriatico, il mar Mediterraneo e poi anche l’Oceano Atlantico e poi anche il Pacifico prima o poi, l’Indiano e tutti gli altri mi sarebbero circolati attraverso nel corso degli anni. Per questo mi sentivo parte di un tutto. E quindi nel momento in cui nuotavo sott'acqua mi sentivo parte di qualcosa perché quel mare che mi scorreva attraverso lo vedevo ed era limitato e segnato nelle carte geografiche in blu o celeste, e invece l'aria che mi scorreva dentro là fuori tra le altre persone era impalpabile e soprattutto non sapevo quante persone la stessero respirando insieme a me lì vicino, e allora stentavo a credere di essere parte di un tutto. Forse volevo essere non tanto parte di un tutto, ma il tutto stesso. Prima di immergermi guardavo attorno a me quanta gente si stesse immergendo nei fondali nel mio stesso istante. Volevo il mare per me. Molti romanzi parlano del mare come di qualcosa di salvifico, di mistico, con cui si può parlare. Io del mare ricordo i meloni che sudano, le fette di prosciutto rosato che ci spalmavo sopra, l’insalata con l’aceto e poco olio di mia madre, i bicchieri di coca-cola ghiacciata con il limone, i calippo al limone che non costavano nulla, il biliardino sottocasa, le lunghe passeggiate fino al porto, le docce gelate prima di rientrare a casa per non portare dentro la sabbia, labicicletta sempre, le giornate piovose costretti a stare chiusi dentro casa e guardare fuori impotenti, il treno e la ferrovia che ci passavano a fianco, le parole crociate, un numero spropositato di prugne che mangiavo in continuazione, e poi i granchi e i piedi pieni di sabbia dentro le ciabatte di plastica. Ma soprattutto ricordo che non ero propriamente felice in quei giorni. Ero felice quando rimanevo da solo. Ma a volte, quando mi confrontavo con altri ragazzini che avevano più amici di me, mi ricordo che non ero felice. Forse ho sempre vissuto il mare con distacco. Anche quando stavo sotto il mare ero diverso, volevo nuotare con il mare dentro. Quando stavo fuori dall’acqua mi sentivo che agli altri. In realtà io non vorrei ricordare, perché è proprio la volubilità della memoria a trarci spesso in inganno. In realtà a quei tempi c’era solo la mia casa, la spiaggia, il mare sopra, il mare sotto, il cielo e le bombe nell’altra sponda. E neanche il sole che calava negli anni e scandiva il tempo della crescita. La psicoanalisi rovina tutto e credo che gli psicologi siano dei teppisti della memoria. Io ero felice e basta.
COPPARI UGO

martedì 28 agosto 2007

* PARANORMALE RELIGIOSO" bimbi stregoni"

Minuta, capelli candidi raccolti sulla nuca, una gamba rimasta offesa dopo l'ultima caduta che le ha spezzato il femore, la dottoressa Laura Perna, 86 anni, guida con un attivismo invidiabile, data l'età, un ospedale pediatrico a Kimbondo, una trentina di chilometri da Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Direttrice dell'istituto di pneumologia all'università di Siena, nominata Grand'Ufficiale dal presidente Oscar Luigi Scalfaro, la dottoressa Perna nel 1988 è andata in pensione. Ma si sentiva ancora in piena forma e per nulla stanca. Così ha deciso di cominciare un nuovo capitolo della sua vita e si è trasferita armi e bagagli in Africa. Prima, brevemente, in Uganda e in Camerun e poi, definitivamente, in Congo.Qualche incomprensione con il gruppo di suore cui si era aggregata in un primo tempo («loro facevano pagare le visite; io volevo curare la gente gratis») e infine un sodalizio inossidabile con Padre Ugo Rois, un sacerdote-medico cileno che allora aveva un piccolo dispensario. Ora quell'ambulatorio in mezzo alla foresta è diventato un ospedale che ospita più di 400 ragazzini.«Oltre ai piccoli che vengono portati qui dai genitori» spiega la dottoressa che per camminare deve appoggiarsi a un bastone a tre piedi «ci dobbiamo occupare dei bambini stregoni, un fenomeno che si sta sviluppando in modo esponenziale, legato al continuo propagarsi delle sette religiose che in Africa è diventato un business odioso e diffuso. Quando in una famiglia accade qualcosa di spiacevole o doloroso, la perdita del lavoro o la morte di un parente prossimo, la colpa viene data al malocchio e si cerca dunque il colpevole. Così gli adulti vanno dai santoni delle varie chiese cristiane che proliferano e che promettono miracoli e prodigi. Quei falsi profeti individuano i bambini come i responsabili del maleficio, meglio se i piccoli sono affetti da malattie psichiche o da deformazioni fisiche che li rendono diversi. I genitori e i parenti non fanno fatica a credere che siano posseduti dal demonio. I piccoli, marchiati come portatori del male, vengono riempiti di botte, torturati, seviziati e, infine, portati dall'esorcista. È l'inizio della fine. I supplizi diventano infiniti: seviziati con ferri incandescenti, gettati nelle fiamme, aperti con coltellacci per far uscire dalle ferite il diavolo».I torturati urlano? È il demonio che esce«Guardi cos'hanno fatto a questo bambino» aggiunge Mrs Kokò, come chiamano quaggiù la dottoressa Perna, abbassando i pantaloncini a un bimbo che avrà non più di sei anni «gli hanno tagliato il pene!» La ferita è bestiale e ci si domanda come certi esseri umani possano arrivare a tanto solo per un pugno di soldi. «Più la vittima grida dal dolore e più il santone ammonisce i suoi genitori: "Vedete? È posseduto dal diavolo e Belzebù ora sta uscendo". È ovvio che qualsiasi essere umano torturato urli dal dolore, ma gli adulti sono accecati dalle superstizioni, dai tabù e dalle credenze irrazionali. Sono disgraziati, poveri e derelitti e non riescono a capire che si tratta solo di fantasie inventate dai sacerdoti per poter guadagnare denaro a man bassa. Ministri di culti il cui unico scopo è sfruttare la disperazione di chi spera di migliorare la propria vita grazie a interventi miracolosi».L'ospedale è pieno di ragazzine alle quali, durante i riti propiziatori di magia nera, è stata tagliata tutta la parte esterna della vagina e di bambini con la pelle coperta da orrende piaghe causate dalle scottature prodotte con ferri o bastoni ardenti. Uno di loro ha i piedi ridotti a moncherini piagati, tagliuzzati, lacerati.In Africa, soprattutto quella occidentale, a ogni angolo di strada ci si imbatte in una setta cristiana i cui profeti, facendo leva sulla superstizione e sull'ignoranza, promettono di tutto, in cambio ovviamente di denaro. Sulla via dell'aeroporto della capitale economica nigeriana, Lagos, tra le decine di cartelli che invitano i fedeli a unirsi a un qualche credo, due insegne meritano di essere citate per la loro arguzia: "Se il tuo dio non funziona, prova con il mio" ammonisce l'immagine di un sacerdote che gravita tra le nuvole, mentre da un enorme cartellone, parafrasando i biglietti aerei last minute (quelli scontatissimi che si comprano all'ultimo momento), un altro profeta con tanto di scettro e corona promette i "last minute miracles", cioè i miracoli dell'ultimo minuto.A Kinshasa nel vasto tempio (era un vecchio capannone) usato da Kutino Fernando, un ricco pastore che si presenta ai suoi fedeli vestito di bianco, ostentando anelli e collane d'oro e un'enorme Mercedes candida, una parete è coperta da grucce e stampelle lasciate in omaggio dai suoi adepti sciancati, "guariti" durante le cerimonie del mercoledì, giorno in cui lui si dedica ai miracoli. Il governo congolese ora ha cacciato il predicatore in galera, ma lui, come raccontano ironici i suoi vicini di casa, non è in grado di fare un prodigio che gli gioverebbe assai: piegare le sbarre della cella. «Ha abusato della nostra credulità» sostengono «se lo tengano pure in carcere». E le carceri congolesi non devono essere molto confortevoli!Il fenomeno dei bambini stregoni si sta diffondendo soprattutto nelle baraccopoli dei nuovi arrivati che circondano le città. Si sviluppa perché, con l'urbanizzazione, vengono meno i valori basilari che regolano la vita nei villaggi. L'organizzazione della società tradizionale africana riserva ai più piccoli le attenzioni della comunità in cui è nato. Se un bimbo resta orfano scatta la solidarietà tribale e tutto il villaggio se lo prende in carico. Viene ricoperto dall'amore tribale che supplisce quello materno o paterno. Ora invece i bambini considerati posseduti dal diavolo vengono allontanati e abbandonati. Le strade di Kinshasa sono piene di bande di minorenni scacciati dalle famiglie. La loro vita assomiglia più a quella dei cani randagi che a quella degli esseri umani. «Molti dei nostri piccoli ospiti sono sieropositivi» spiega padre Ugo Rois «ma non riusciamo a fare il test a tutti, non abbiamo soldi e qui vogliamo curare gratis. Voi italiani ci aiutate moltissimo. I casi più gravi, ma risolvibili con un intervento chirurgico, riusciamo a portarli in Italia per farli operare. L'ospedale Gaslini di Genova spesso si è messo a disposizione dei nostri pazienti, il Monte dei Paschi di Siena ci ha dato parecchi soldi. Ma il finanziamento più grosso arriva da semplici privati. Per favore, porti lei i miei ringraziamenti a tutti».
Massimo A. Alberizzi
Giornalista, inviato del
Corriere Della Sera
Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 21 agosto 2006.

ESTASI A cura di danilo picchiotti

Se Padre Pio non avesse avuto sulle mani quelle misteriose ferite, è molto probabile che Piazza San Pietro non sarebbe stata così traboccante di folla quando egli fu dichiarato beato dal papa Giovanni Paolo II qualche tempo fa.
Le stimmate, segni sanguinanti alle mani, ai piedi, talvolta alla fronte e al costato, indicherebbero che chi le porta partecipa della passione di Cristo al punto da mostrarne perfino gli stessi traumi fisici.Che cosa sono in realtà le stimmate, e chi sono gli stimmatizzati? Quali sono le caratteristiche psicologiche e psichiatriche di questi mistici, e di altri che sperimentano estasi, visioni, e stati di coscienza e percezione alterati?Da sette secoli le persone, uomini o donne, che presentano le stimmate sono in numero trascurabile (vuole una leggenda che vi siano, in qualunque epoca, non più di dodici stimmatizzati: dodici come gli apostoli); eppure l'interesse che essi suscitano è grandissimo, come lo è quello per i miracoli e altre manifestazioni fisiche del misticismo, alle soglie del Duemila come secoli fa.Armando De Vincentiis, giovane psicologo di Taranto, affronta l'argomento in Estasi: un agile libro pubblicato dalle Edizioni Avverbi. Fedele ai suoi propositi di tentare di portare un po' di luce in argomenti spesso presentati come misteriosi, anche su questo tema "spinoso" Avverbi dà spazio alla voce dell'altra campana, quella della razionalità e del buon senso: quasi un'opera di controinformazione rispetto a ciò che certi periodici popolari vanno raccontando da anni.Si sa bene che la Chiesa stessa è estremamente cauta nell'accettare un fatto come miracoloso in assenza di evidenze ritenute più che sicure (prova ne siano le commissioni di inchiesta che vengono istituite ogni volta che si presentano casi simili); e nemmeno utilizza queste manifestazioni fisiche come prova di santità, che invece si basa sull'esercizio eroico delle virtù cristiane.Ciononostante, poiché si teme sempre di offendere la sensibilità dei credenti, è quasi prassi comune - paradossalmente proprio da parte dei laici scettici - non porre domande imbarazzanti.
Estasi di Armando De Vincentiis non è un ponderoso trattato teologico o psicologico, ma l'Autore non teme (come direbbero i francesi) di mettere i piedi nell'acquasantiera. Il suo testo è un concentrato di punti di vista diversi, di prese di posizione provocatorie, di opinioni di psicologi, psichiatri, fisiologi, che, piaccia o meno, devono essere presi in considerazione se sull'argomento delle estasi e delle stimmate si vuole esprimere un'opinione informata.Infatti le stimmate sono sicuramente anche un fenomeno indotto culturalmente: esse sono note solo dopo San Francesco, primo stimmatizzato della storia, che le mostrò dal 1224. È degno di nota anche il fatto che i segni della passione (chiodi nelle mani e/o nei piedi) sono nelle posizioni in cui li vorrebbe l'iconografia tradizionale, ovvero nel centro del palmo; mentre si pensa che in realtà, se mai alcune persone crocifisse furono inchiodate, lo sarebbero state tra le ossa del polso, perché la mano non avrebbe la resistenza per sorreggere il peso del corpo senza lacerarsi.Inoltre non si è nemmeno sicuri di come esattamente il fenomeno insorga. Non si hanno casi veramente attendibili in cui degli scienziati abbiano visto delle stimmate in formazione, né sono stati fatti esperimenti per stabilire se esse sparivano naturalmente dopo un certo tempo. Ciò comporterebbe, tra l'altro, l'osservazione dello stimmatizzato per molti giorni, senza un'interruzione nemmeno di qualche secondo. In simili casi il primo dovere della medicina sarebbe infatti, oltre che documentare queste manifestazioni, escludere con certezza assoluta che si possa trattare di simulazione, come si è verificato talvolta.De Vincentiis mette di fronte a tutte le perplessità e i dubbi che circondano le estasi. Traccia paralleli inquietanti tra alcuni tratti della personalità dei mistici e quella degli isterici, tra i fenomeni psicosomatici talvolta presentati da questi ultimi e una possibile insorgenza delle stimmate per suggestione o autosuggestione. Esamina gli studi sugli stati alterati di coscienza correlabili col misticismo, come le trance variamente indotte, le esperienze di pre-morte, le cosiddette possessioni diaboliche, le anoressie mistiche.
È in questo quadro che si inseriscono anche i fenomeni più platealmente fisici del misticismo, appunto come le stimmate, e le loro vere cause. Origine divina inspiegabile dalla scienza; isteria; simulazione più o meno conscia: tra i vertici di questo triangolo la verità sembra continuamente rimbalzare e nascondersi.Estasi, comunque lo si consideri - coraggioso o irriverente - dovrebbe per lo meno ottenere un piccolo effetto: rendere la medicina un po' più curiosa verso fenomeni tanto affascinanti quanto elusivi e poco compresi. E dunque questo testo rappresenta un implicito invito a verificare, indagare, sperimentare, documentarsi.Cicerone scrisse dubitando ad veritatem pervenimus (dubitando si arriva alla verità). Ed è ancora il Vangelo a insegnarci che il dubbio non è peccato. Fu proprio l'apostolo Tommaso che, per credere, volle porre il proprio dito nei buchi dei chiodi che Cristo risorto aveva alle mani. Eppure divenne santo lo stesso: anche gli scettici hanno un patrono.

Informale e action painting

>Prima della seconda guerra mondiale alcuni Paesi vedono crescere un’arte promossa dallo Stato, democratico o totalitario che sia. Se in Germania (Decreto Frick “contro l’arte da negri”, mostre di arte degenerata, confische e distruzioni di opere, Prima Mostra itinerante di vera arte tedesca nel 1933) e in Unione Sovietica (promozione del realismo socialista specie dopo il 1924) si può parlare di una vera e propria arte di regime e di una censura pesante nei confronti delle correnti meno conformiste, anche l’Italia e gli Stati Uniti (Federal Arts Projects, 1933-1943, finanziamento su larga scala di opere artistiche pubbliche di carattere edificante e per lo più patriottico) vedono lo Stato farsi promotore di una tendenza determinata. In Italia, in particolare, l’appoggio è dato (per iniziativa ad esempio del gerarca Farinacci), attraverso attività di promozione come i premi Cremona, al gruppo di Novecento e a un filone di arte per lo più figurativa, solidamente ancorata alla tradizione italiana giottesca e rinascimentale, patriottica oppure del tutto apolitica e intrisa dei valori familiari della piccola borghesia.La tendenza alla figurazione, anche a prescindere dalla presenza di appoggi statali, si diffonde comunque un po’ dappertutto, tanto che vengono coniate alcune etichette per definire molti prodotti artistici dalla fine degli anni Venti a tutti gli anni Trenta: ad esempio “Ritorno all’ordine” e al suo interno Realismo Magico, Nuova Oggettività. Mentre in Germania una forma di resistenza all’arte di regime è rappresentata per qualche anno dal Bauhaus, fino alla sua definitiva chiusura (1933), in Italia – dove la censura è certamente più leggera - un’arte diversa non viene mai meno, sia per la presenza di gruppi determinati a non farsi fagocitare dall’orientamento promosso dal regime, sia per l’opera “resistente” di artisti e critici antifascisti, soprattutto a partite dalla fine degli anni Trenta, come Birolli, Sassu, Cagli e Guttuso.Nel frattempo, se la Svizzera torna ad essere, come durante la prima guerra mondiale, un’oasi di libertà per alcuni artisti (Paul Klee e Johannes Itten vi fanno ritorno), è però soprattutto Parigi (e ben presto – dato il deteriorarsi della situazione nella capitale francese – anche New York) ad attrarre molti artisti esuli o fuggitivi, ponendosi come luogo della continuità di sperimentazione, dove resistono e riprendono vigore anche ricerche astratte. Tuttavia, il dramma delle vicende internazionali, l’affermarsi del nazifascismo, la guerra di Spagna (1936), le epurazioni staliniste e lo scoppio della seconda guerra mondiale provocano un irrigidimento di posizioni ideologiche, che avrà un seguito anche nel dopoguerra. Negli anni Cinquanta l’arte ricomincia infatti a muoversi secondo linee simili a quelle dei primi decenni del Novecento, secondo un susseguirsi di azioni e reazioni, ma con in più quel fattore ideologico che tende a permeare molti gruppi: è il caso della contrapposizione italiana fra astrattisti e realisti, dove questi ultimi guidati da Guttuso rivendicano una posizione marxista più radicale, sostenuta da Togliatti, e tendono a condannare il formalismo astrattista. A fare da trait d’union è l’esaperata reverenza verso il Picasso di Guernica, che si riflette nel neocubismo dilagante in entrambe le tendenze.A sua volta il neocubismo in tutte le sue forme, dopo aver dominato per alcuni anni in Italia come in Francia, viene spazzato via dall’informale, con un passaggio che sembra invece procedere (ma è così solo in parte e spesso solo in apparenza) verso un’arte meno impegnata, più individualista e interiore. In realtà, sotto ai gesti e alle paste inquiete degli informali, c’è non di rado un sentimento tragico legato a una presa di posizione civile rispetto agli orrori della guerra e del nazifascismo.
Esigenza primaria nella stagione dell’informale è quella di liberarsi dalle convenzioni formali tradizionali, riguardanti ad esempio la concezione della superficie pittorica come insieme equilibrato di segni su uno sfondo, come struttura, come spazio illusionistico. Libertà significa spazio al gesto spontaneo, all’inconscio, all’emergere disinibito della sfera emozionale. L'informale persegue insomma non una semplice ‘astrazione’, ma una vera e propria libertà da schemi e strutture significanti. Caratteristica dell’informale è il far piazza pulita di ogni figura, naturalistica o astratta che sia, ponendo molto spesso fine al concetto di quadro come binomio figura-sfondo. Come vedremo, nei casi più estremi il quadro smette di essere legato a un orientamento definito da alto-basso, destra-sinistra, la superficie smette di essere spartita da una struttura compositiva e lo spazio della tela viene a coincidere con lo spazio fisico della canapa, lo spessore della materia cromatica, il vuoto di eventuali buchi e strappi. La pittura ha nell’informale una stagione molto alta, quasi eroica, ma nello stesso tempo si avvicina alla scultura, abbandona le sue tecniche e i materiali tradizionali, il pennello viene spesso abbandonato per attrezzi ritenuti volta a volta più efficaci, ma soprattutto l’illusionismo tipico della pittura occidentale è gettato alle ortiche.
La definizione
Tachisme (da tache, macchia), art brut, art autre, action painting, informale, espressionismo astratto, arte nucleare, spazialismo…
Numerose sono le definizioni utilizzate nei vari Paesi e dai vari artisti per definire questa tendenza o insieme di tendenze che di fatto si pone come fatto artistico internazionale variegato e multiforme, spesso in connessione con le esperienze tragiche della guerra.
La definizione ha avuto alterne vicende, ma qui la riprendiamo nel senso più largo, secondo il suggerimento ad esempio di Luciano Caramel:
 "Informale" (13) evoca con efficace sintesi l'opposizione radicale, che appunto è stata degli artisti che a quell'etichetta vengono ricondotti, a una forma data a priori, oppure anche solo prevalentemente razionale, concettuale, mentale, e quindi progettuale, programmata. Obiettivo immediato, come sopra si è ricordato, il tardo postcubismo, in particolare in alcune aree geografico-culturali, quali, in primis, la Francia, all'avanguardia in questa vicenda. Ma al di là di siffatte più immediate, e certo pressanti, congiunture, quel che veniva messo in discussione era l'intero svolgimento dell'arte dal primo cubismo alle tendenze neoplastiche, costruttiviste e concrete, con le connesse implicazioni di ottimistico interventismo nel sociale attraverso il design, l'architettura, l'urbanistica. Il che vuol dire rifiuto delle convenzioni spaziali e temporali, prima ancora che di quelle compositive e formative. Il supporto, tela o foglio, non è più il luogo per costruire un'immagine decantata attraverso il calcolo, il pensiero. Invece il campo per un agire diretto, senza diaframmi, col segno e il colore, a dar corpo a una realtà che viene determinata nella flagranza dell'atto, sia esso irruente, nel gesto immediato, che la materia agita e scarica sulla superficie, oppure più sedimentato, e se si vuole anche più controllato, con un fluire nell'opera dell'emozione.[1]
 Con il termine “informale” si suole definire solamente l’esperienza europea nel suo complesso o in parte. L’analoga esperienza americana va generalmente sotto il nome di espressionismo astratto e/o action painting. Tuttavia i punti di contatto sono molteplici.Il termine “informel” viene usato per la prima volta nel 1952 da Michel Tapié (da non confondere con il pittore Tapiès), nel suo libro “Un art autre”. L’opera di Dubuffet, secondo il critico francese, incarnava in quel momento pienamente una tendenza che si basava sull’improvvisazione e aveva in Wols il capostipite: per improvvisazione si intende qualcosa di analogo alla “improvvisazione psichica” di cui parla Paul Klee, un tipo di esperienza e di approccio al lavoro artistico sviluppato dai surrealisti (Masson, Ernst) che libera la mano dalla mediazione della mente razionale e la mette in contatto diretto con le emozioni e pulsioni più profonde, facendo dell’artista una sorta di strumento che rende visibile il subconscio.
Sono stati fatti molti tentativi per suddividere gli artisti dell’informale e dell’action painting all’interno di categorie più definite, ma il risultato è che la maggior parte degli artisti oscilla da un’etichetta all’altra. Può comunque essere utile riassumere alcune ‘tendenze’ tutte presenti e variamente miscelate nella “galassia informale”
1. informale del segno – significativo ma non significante, non semantico, come nel caso della pittura di Wols, Hartung, Capogrossi, Scanavino, Kline, Motherwell. Tutti artisti che appaiono in qualche modo legati a un’idea di pittura come una sorta di scrittura evocativa, non razionale, e in alcuni casi una scrittura che riecheggia la calligrafia orientale (Hartung).
2. Informale del gesto, che a volte coincide col n. 1, in quanto un gesto ripetitivo tende a dare come risultato un segno analogo: potrebbe essere il caso di Hartung, Scanavino, Tobey, Mathieu, e soprattutto di Kline e di Fontana.
3. Informale materico, all’interno del quale si potrebbero annoverare Burri, Morlotti, Fautrier, Dubuffet.
4. un informale in cui materia, gesto e segno si miscelano in vario modo, per dar voce a pulsioni emotive violente con un’irrruenza che potrebbe essere definita neoespressionista: è il caso di Pollock, di De Kooning, del gruppo Cobra (Co.openaghen, Br.uxelles, A.msterdam), di Emilio Vedova e molti altri.
 E’ importante notare che il segno grafico e la materia pittorica assumono un valore autonomo rispetto alla rappresentazione: in questa pittura non c’è rappresentazione, c’è solo segno e materia, elementi che possono veicolare un messaggio ma che non alludono e non rappresentano un oggetto altro.
L’importanza della gestualità implica la valutazione di un nuovo elemento estetico: la velocità del gesto. Si possono così suddividere gli artisti più gestuali in artisti del gesto lento e meditato (ma non premeditato) e artisti del gesto rapido e vorticoso. Pollock, ad esempio, contro ogni apparenza, dipingeva in maniera piuttosto lenta, variando la velocità a seconda dello stato d’animo, mentre De Kooning tendeva a dipingere molto velocemente, come Mathieu, in una sorta di impulso creativo e distruttivo al tempo stesso. Nascita e morte, creazione e distruzione, energia sessuale e tendenza all’annullamento convivono in quasi tutti questi artisti: si pensi al gesto emblematico di Fontana che crea la sua opera tagliando la tela, immettendo una sospensione, un vuoto nel corpo stesso del quadro.
 Il panorama europeo
Per quanto innovativo, l’informale si ricollega solidamente alle radici dell’arte delle avanguardie: ad esempio al fattore regressivo che aveva impregnato l’opera di Picasso, Monet, di Kandinski e di Klee, a loro volta preceduti in questo da Gauguin: tutti artisti che avevano percorso una strada anticonvenzionale trovando linfa vitale nell’arte “primitiva” o anche nei disegni dei bambini e degli psicotici. Ma perfino le più recenti ricerche “astratto-concrete”, in apparenza antitetiche rispetto all’informale, gli danno un contributo, in quanto stimolano gli artisti a vedere il quadro come oggetto, materia e tecnica e come visione bidimensionale, e non come rappresentazione illusionistica. Il dadaismo e il surrealismo avevano a loro volta contribuito a liberare l’artista dalle gabbie della tradizione e posto l’accento sul processo, più che sul risultato. Il surrealismo in particolare aveva definito il momento creativo come liberazione dalle costrizioni logiche ed espressione diretta degli stati pischici più profondi: regressione verso l’interiorità più censurata dal perbenismo della morale comune, l’oscuro dominio dell’inconscio, territorio delle pulsioni elementari, come quelle sessuali, normalmente visibili a fatica solo attraverso i filtri e le distorsioni della personalità costruita ed educata, o nella forma enigmatica e densa di simboli del sogno. L’informale utilizza procedimenti inventati dai surrealisti in modo nuovo: non per figurare i sogni e gli incubi, le ossessioni celate nei recessi della mente, ma per liberare un’energia creativa non mediata da schemi e strutture specifici, bensì capace di dar vita a forme plastiche che ne siano la traccia, l’espressione diretta: fra i surrealisti, chi s’era maggiormente avvicinato a questa posizione, è probabilmente André Masson.Appare plausibile l’ipotesi che il dramma della guerra abbia contribuito a radicalizzare la volontà di regressione, la sfiducia nella razionalità e il ricorso all’aspetto più rude e selvaggio della creatività: l’istinto distrugge ogni residua regola accademica, in cerca di un’affermazione di libertà che sa al tempo stesso di denuncia e di rinascita, di morte e di vita.Il rinnovamento vede al centro Parigi e New York: l’Italia è ormai un Paese culturalmente provinciale, poco incline a rinnovarsi.A Parigi si trasferiscono, come si è osservato, molti artisti, alcuni fuggiti dalla Germania negli anni del nazismo.Fra questi Hans Hartung, in anticipo e inizialmente piuttosto isolato nella sua ricerca. 
Testi per le lezioni dott.ssa Monica Naldi

" AMORE"DATA DI SCADENZA Le imperfezioni che all'inizio del rapporto non avevate notato ora sono iceberg che galleggiano in soggiorno

Gli antichi greci usavano delle figure di cera per rendere la persona amata schiava dell'amore, o almeno per farla finire nel letto di chi le aveva modellate pronunciando formule magiche o infilando aghi nei punti giusti. Anche se spesso sulle statuine c'erano scritte frasi come "Lisandro brucerà di passione fino a quando non andrà all'inferno", è evidente che anche la passione, come tutto in questo mondo, ha una data di scadenza.E anche se ci dovessimo affidare agli incantesimi come facevano i greci – che non di rado usavano pipistrelli con gli occhi cavati, gatti uccisi con la violenza o cadaveri con misteriose invocazioni nascoste sotto la lingua – prima o poi saremmo costretti a riconoscere la crisi del nostro rapporto.Quando trovi l'amore speri che duri per sempre, così quando arrivi alla fine non è facile ammettere che qualcosa tra te e il tuo compagno si è sgonfiato e che la stessa forza che prima vi spingeva l'uno verso l'altro, ora agisce in direzione opposta, allontanandovi.La maggior parte delle coppie che si lasciano dopo tanti anni non riesce a capire come possa essere successo: l'amore è come un lenzuolo che si logora con il tempo, finché alla fine non cominciano a comparire dei buchi. E a quel punto non servono più neanche i consigli degli antichi greci, che per rinnovare l'amore raccomandavano di mangiare l'organo genitale di una lucertola catturata mentre compiva un atto sessuale o di bere un bicchiere di vino in cui era stata polverizzata la lingua del rettile.Al di là del sapore poco piacevole, probabilmente rimarreste delusi dall'assenza di qualunque effetto. E poi, se ci pensate un attimo, quand'è l'ultima volta che avete visto una lucertola che si riproduceva nella strada dove fate shopping? A questi rimedi vanno aggiunti quelli suggeriti da Democrito, che per i problemi di erezione consigliava di mettere a mollo gli organi genitali in un vasetto di miele e successivamente in un vasetto di pepe.Come fare a passare tanti inverni insieme senza che diventino noiosi, è una domanda alla quale molte coppie non riescono a trovare risposta. Le piccole imperfezioni che all'inizio del rapporto non avevamo notato ora sono diventate degli iceberg che galleggiano in soggiorno.Forse il problema è trovare un modo di continuare a desiderare quello che abbiamo già. La natura istintiva del desiderio è quella di volere ciò che non abbiamo o non possiamo avere. Per questo il desiderio rimane intatto nelle relazioni amorose impossibili, quelle che devono affrontare molti ostacoli. Quando mancano le difficoltà, i vasetti di miele e pepe di Democrito non servono a molto.Viviamo troppo a lungo per poter amare una persona sola tutta la vita: forse era possibile quando la vita media di un uomo era di quarant'anni, come accadeva agli antichi greci e romani. Forse per loro era più semplice pensare a un amore che sarebbe durato fino a quando gli amanti non venivano inghiottiti nell'inferno. Per noi, che con un po' di fortuna i quarant'anni riusciamo a compierli due volte, le cose sono più complicate.L'unica cosa che ci può cavare d'impaccio è la teoria del cosiddetto amore maturo, che lo psicoanalista Otto F. Kernberg ha descritto nel libro La patologia dei rapporti amorosi. La sua tesi è che dell'amore impossibile, quello che si nutre di ostacoli e perde vigore nei tranquilli salotti borghesi, abbiamo già imparato tutto dalla letteratura, soprattutto quella del romanzo europeo e della poesia dei trovatori.
ando due persone adulte s'incontrano e intrecciano una relazione, la loro passione può durare anni, decenni, addirittura tutta la vita, a condizione che i partner si sentano sufficientemente sicuri di poter condividere le proprie fantasie e, se possibile, di poterle realizzare. In questo caso, afferma Kernberg, la relazione non è più una gabbia in cui i partner si consumano finché non si stufano definitivamente l'uno dell'altro. È qualcosa di più: una specie di piattaforma per la liberazione di quei lati della personalità che un osservatore esterno potrebbe definire patologici. È l'ingresso in un pozzo dei desideri di cui in precedenza i partner non avrebbero mai osato ammettere l'esistenza.Per una relazione di questo tipo è indispensabile trovare persone le cui fantasie si completino a vicenda. È necessario, per esempio, che chi ama dominare trovi qualcuno che desidera essere dominato, che chi è un eterno bambino riconosca tratti genitoriali nel suo partner, che chi fantastica di un sesso violento entri in contatto con chi non lo giudicherà negativamente per le sue preferenze.Non è proprio questa la passione fino all'inferno di cui parlavano le formule magiche dei greci? Naturalmente, le possibilità che due persone così s'incontrino e approdino a un amore sessuale maturo, in cui niente sia più strano o patologico, non sono molte. Ma Otto F. Kernberg assicura di avere incontrato svariate coppie del genere nel corso della sua carriera. E perché mai non dovremmo credergli?
Milana Runjic

mercoledì 22 agosto 2007

LA DONNA EGIZIA a cura di danilo picchiotti

"Feci sì che la donna egizia potesse andare per la sua strada;i suoi viaggi furono estesi fino dove voleva,senza che nessun altro la assaltasse lungo il cammino".
Ramses III
La donna egizia era considerata "la signora della casa"; se si trattava di una donna del popolo, si occupava della macinatura dei cereali e della preparazione della birra, della filatura e della tessitura del lino; se apparteneva alla nobiltà, invece, sovrintendeva al lavoro delle ancelle. La donna condivideva con il marito la vita sociale e disponeva di un patrimonio che portava in dote allo sposo, ma che un contratto le restituiva in parte in caso di vedovanza.
Per legge il marito era tenuto a mantenere la propria moglie. La sua posizione giuridica non differiva da quella dell'uomo.
Si preoccupava assieme allo sposo dell'educazione dei figli ed in particolare le era affidata l'educazione della figlia femmina. Si sposava molto giovane, spesso con un uomo più anziano di lei.
Solitamente il matrimonio era combinato dai genitori. I due sposi potevano essere consanguinei e appartenevano sempre allo stesso ceto sociale. Colui che sposava una schiava, viveva al di fuori della legalità e i loro figli erano considerati schiavi. All'interno dell'harem, la donna in apparenza godeva di molti agi, ma in realtà era costretta in uno stato di confinamento.
Il matrimonio era una semplice festa tra le due famiglie e si concludeva con il trasferimento della sposa a casa del marito.
Contratti scritti sono riferibili solo all'età tarda. In caso di divorzio il marito passava degli alimenti alla moglie nella misura di un terzo rispetto alla quota definita nell'accordo iniziale.
Cause principali di divorzio erano l'adulterio e la sterilità.
Se l'infedeltà del marito era tollerata era possibile che egli prendesse una seconda moglie, al contrario se l'adultera era la moglie veniva frustata e subiva l'amputazione di un orecchio o del naso. La donna aveva diritto dopo la morte ad una tomba tutta sua al pari dell'uomo.

"CLEOPATRA" a cura di danilo picchiotti

Cleopatra VII nasce nel 69 a.C. ad Alessandria da uno dei due matrimoni di Tolomeo XII Neodioniso (80-51 a.C.) detto "Aulete" (il "flautista"), amante del vino e della musica.Si narra che Cleopatra fosse una donna non molto bella, ma simpatica, intelligente, astuta, determinata e spietata. Tutte qualità ideali per governare un regno come quello d'Egitto.Quando nel 51 a.C. il padre muore, Cleopatra ha 18 anni e si trova a sedere sul trono d'Egitto col fratello Tolomeo XIII di soli 10 anni. Roma nomina Pompeo tutore di Tolomeo XIII. Tra i due fratelli vi è un odio profondo che sfocia, per il volere del potentissimo eunuco Potino, nell'allontanamento da palazzo di Cleopatra che decide di rifugiarsi in Siria ed inizia ad organizzare un proprio esercito. In quel periodo a Roma scoppiò una guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo. I due si inseguirono fino in Egitto dove quest'ultimo fu assassinato dai cortigiani di Tolomeo XIII, forse per ingraziarsi Giulio Cesare. Quest'ultimo si stabilì nel palazzo di Alessandria dove convocò Tolomeo XIII e Cleopatra per porre fine ai conflitti dinastici. Cleopatra, per paura di essere uccisa dagli uomini di suo fratello, arrivò a Palazzo a bordo di una brigantino condotto da un suo servo fidato, Apollonio Siciliano, attraccò proprio sotto le mura e, quindi, si introdusse avvolta in un tappeto portato da Apollodoro sulle spalle. Giunto all'appartamento di Cesare il tappeto venne posato a terra e srotolato lasciando stupito il re romano. L'incontro terminò con la riconciliazione delle parti ma, in realtà, il governo dell'Egitto sarebbe stato nelle mani di Cleopatra. La regina d'Egitto era in grado di conversare, senza l'aiuto di interpreti, con Etiopi, Trogloditi, Siri, Arabi, Ebrei, Medi e Parti e molte altre lingue comprese, naturalmente, quella egizia e quella greca. Cesare, colpito dall'audacia e dall'astuzia di Cleopatra, fu del tutto conquistato dal suo fascino. Cleopatra portò Cesare in viaggio lungo il Nilo per mostrargli le bellezze d'Egitto. Durante il viaggio la regina rimane incinta e da alla luce un figlio maschio che chiamò Tolomeo XV Cesarione e che fu l'unico erede maschio di Cesare. Cesare, che subito dopo dovette partire per la Siria, poteva fare dell'Egitto una colonia romana come molte altre, ma, per amore di Cleopatra, uccise Tolomeo XIII facendolo annegare nel Nilo e lasciò la sua amata unica regina d'Egitto. Per stare vicino a Cesare, ma anche per scopi politici, Cleopatra si trasferisce a Roma dove, però, trova l'inospitale accoglienza dei Romani.Cleopatra, con questa decisione, intendeva permettere al figlio Cesarione, una volta morto Cesare, di installarsi sul trono di un impero grande come quello di Alessandro Magno nato dall'unione di Roma con l'Egitto.Il disappunto del popolo romano e le contestazioni nate in senato scaturiscono nell'assassinio di Giulio Cesare. Marco Antonio, alleato di Cesare, proclama Tolomeo XV Cesarione erede di Giulio Cesare davanti al senato, ma Ottaviano si oppone affermando di essere lui il legittimo successore al trono.In questo clima burrascoso, Cleopatra decide di tornare in Egitto dove trova un'economia in grave crisi e la gente egiziana ridotta alla schiavitù dai Greci che, a loro volta, conducono una vita lussuosa e di potere. Cleopatra non cambia tale impostazione, ma la rende più accettabile da parte degli egiziani alleggerendo le tasse e migliorando il livello della vita. Per rilanciare il commercio riapre l'antica via carovaniera dal Nilo al mar Rosso facendola proteggere con torri di guardia dislocate lungo il percorso e visibili tra loro in modo da permettere la comunicazione in caso di agguati. Da questa via viene importato il porfido che verrà poi utilizzato dai Romani per costruire le statue degli imperatori.Nel frattempo Marco Antonio diviene padrone dell'Impero Romano d'Oriente, mentre Ottaviano governa l'Europa Occidentale. Tra i due c'è molta rivalità, ma anche odio che li mette in conflitto più volte. Marco Antonio, per sconfiggere il nemico Ottaviano, ha bisogno dei tesori dell'Egitto e quindi convoca Cleopatra a Tarso, sulla costa turca. Si dice che la loro relazione iniziò dopo che Cleopatra si presentò ad un invito di Marco Antonio in Cilicia su un'imbarcazione dalle vele color porpora, la poppa d'oro e i remi d'argento. La regina, vestita come una Venere e accompagnata dal suono di flauti e liuti, stava distesa all'interno di un baldacchino circondato da amorini. Nel corso dell'incontro, Cleopatra si innamora di Antonio da cui avrà due gemelli, ma che poi deve lasciarla per partire in guerra. Cleopatra saprà del matrimonio del suo innamorato con un'altra donna. In questo momento di dolore e solitudine, Cleopatra riscopre l'antica religione egizia facendosi promotrice di preghiere, riti e donazioni agli Dei ormai abbandonate da anni. Dopo 3 anni, Marco Antonio, nonostante le molteplici insistenze della sua prima moglie Fulvia e poi della seconda moglie Ottavia, torna da Cleopatra per avere le ricchezze d'Egitto. Cleopatra, troppo astuta per mostrargli tutto il suo dolore, cede i tesori del suo regno in cambio di precise promesse. Così le terre dell'Arabia, le miniere di rame di Cipro, il Sinai, l'Armenia ed i campi di grano di tutto il nord Africa appartenenti a Roma, passano sotto il governo egiziano. Roma è furiosa, tutte quelle terre conquistate con il sangue dei Romani cedute alla regina che non ha mai accettato.Ottaviano approfitta della situazione sferrando un attacco a Marco Antonio nella battaglia di Azio. Cleopatra, in maniera insolita, segue Antonio nella lotta affiancandogli le navi egiziani, ma ben presto è costretta a ritirarsi. Visto l'andamento del combattimento Cleopatra, ritirata ad Alessandria, decide di fuggire dall'Egitto, ma, durante i preparativi per la partenza, viene sorpresa dagli Abatei, a lungo sottomessi al suo potere, che le impediscono la fuga. Le truppe di Ottaviano, che nel frattempo avevano messo in fuga la flotta di Marco Antonio, si avvicinano minacciose ad Alessandria. Marco Antonio, rifugiatosi a palazzo con Cleopatra, si uccide con la sua spada e muore tra le braccia della regina d'Egitto. Temendo che anche Cleopatra tenti il suicidio, Ottaviano, ormai padrone di Alessandria, fa in modo che ogni oggetto portato alla regina sia accuratamente controllato. Il 12 agosto del 30 a.C., però, un contadino riesce a farle avere un cesto di fichi che nasconde un serpente. Cleopatra, accortasi della presenza del cobra, viene morsa e muore prima dell'arrivo di Ottaviano evitando così l'umiliazione di essere sconfitta. Suo figlio Cesarione viene ucciso da Ottaviano, mentre gli altri due figli gemelli spariscono senza lasciare traccia. Da questo momento, l'Egitto diventa una semplice provincia dell'Impero Romano.

martedì 31 luglio 2007

La dimensione dell'inconscio

Ossessioni, visioni, incubi, sogni esprimono la dimensione inconscia dell'animo umano.
"Secondo una definizione intuitiva, l'inconscio è l'insieme di quegli aspetti della mente che non sono accessibili alla coscienza. In questo senso si può parlare di meccanismi inconsci, in quanto si suppone che esista una "fabbrica" dei pensieri e delle idee che noi non conosciamo. Ma si può parlare anche di idee inconsce e di fantasie inconsce. Si suppone che ci sia un mondo dietro lo specchio: da una parte il mondo che ci è accessibile, il mondo dei fenomeni che è percepito dalla nostra coscienza; dall'altra parte dello specchio una specie di doppio, in cui esistono altre idee, altri pensieri, altre immagini, altri ricordi " ( G. Jervis )

E' stato Sigmund Freud agli inizi del '900 a dare una definizione ed una configurazione scientifica al concetto, precisandolo in senso psicologico e non filosofico. Oltre al legame che Freud vede tra le dinamiche dell'inconscio e la sessualità, è importante l'analisi relativa all'idea di rimozione.
Con questo termine Freud intende una sorta di autocensura della psiche a riconoscere, far emergere, dare significato a idee, ricordi, fantasie, desideri e pulsioni del nostro passato. Tali elementi continuano ad agire profondamente e segretamente dentro di noi, ma restano preclusi alla nostra coscienza. Essi si manifestano nei momenti di minor controllo della nostra ragione: ad esempio nei sogni, nelle visioni, ma anche attraverso gli atti mancati, i lapsus, i caratteri originali dei nostri atteggiamenti e del nostro linguaggio.
Nell'arte e nella letteratura l'esistenza più o meno esplicitamente riconosciuta di una dimensione inconscia nell'animo umano, ha da sempre influenzato i linguaggi espressivi. In generale la scelta - apparentemente inspiegabile a livello comunicativo - di immagini, contesti, intrecci particolarmente lontani dalla realtà esperibile, si riconduce all'inconscio, che riproduce fertilmente - nell'abbandono dell'ispirazione artistica - ricchi repertori di elementi dal valore analogico e simbolico. In particolare il linguaggio poetico - con i suoi continui scarti semantici - sperimenta le potenzialità visionarie e talvolta allucinatorie del sogno e dell'immaginario in genere.
Anche alcuni narratori sperimentano le potenzialità dell'inconscio, ricreando situazioni fortemente segnate da angosce, incubi, fobie, ansie persecutorie ( Poe, Kafka ) oppure dall'immagine conturbante del doppio che alberga misteriosamente nella nostra personalità ( Stevenson, Wilde). Al di là degli esiti narrativi molto diversi, sarà interessante esaminare quali espedienti espressivi questi autori mettono in campo non solo per rappresentare la loro esperienza allucinatoria, ma anche in qualche modo per farla rivivere al lettore.

Il grafo evidenzia quattro aree di analisi nella vastissima panoramica di ambiti e prospettive che abbraccia la tematica dell'inconscio. 

- In basso a sinistra la parola chiave follia  richiama le degenerazioni, purtroppo stabili, della razionalità, che subisce la forza devastante dell'inconscio, perenne produttore di realtà sostitutive, provocando il pericoloso allontanamento dai rapporti comunicativi.

- In basso a sinistra si ricorda che il tema dell'inconscio è legato all'inscindibile legame della mente con il corpo, con i suoi desideri, le sue pulsioni, i suoi istinti. Esso si configura in Freud, ad esempio, come strumento per dar vita - in modalità simboliche e deviate - alla sessualità. Più generalmente la rimozione investe nel profondo la nostra psiche ed attinge - misteriosamente - dall'io i materiali per creare le sue realtà sostitutive ( sogni e visioni ad esempio ).

- in alto a destra si richiamano alcune modalità di manifestazione dell'inconscio che la letteratura ha valorizzato. I concetti di memoria involontaria e di flusso di coscienza caratterizzano ogni recupero istintivo ed apparentemente incontrollato del passato; un passato perlustrato attraverso approssimazioni progressive, che fanno emergere sempre più nitidamente realtà ricomposte e rivisitate con gli occhi del presente. La casualità delle situazioni che producono lo scatto della memoria involontaria - accanto alla ricchezza delle elaborazioni mentali indotte - sono rintracciabili nell'opera di  Proust Alla ricerca del tempo perduto.

- Infine nello spazio in alto a sinistra si richiama il legame che unisce le forze inconsce dell'animo alla caratterizzazione analogico-simbolica della poesia moderna. Come si è già accennato solo l'abbandono dei legami comunicativi del linguaggio e l'assunzione dei suoi valori evocativi, associativi, correlativi, simbolici e metaforici...può produrre un'arte profonda e sincera, che accetta la sfida comunicativa con il lettore- ascoltatore, impegnandolo a penetrare in profondità l'individualità di ogni artista.
 

La dodecafonia è una tecnica compositiva ideata da Arnold Schoenberg (1874-1951),

Il compositore Arnold Schönberg (Vienna 1874 - Los Angeles 1951) è, con Stravinskij, Bartók e con i "condiscepoli" Berg e Webern, uno dei padri della musica del Novecento, nonché il massimo esponente dell'Espressionismo musicale. Rifondò il linguaggio musicale dapprima attraverso l'atonalismo (sostanzialmente, l'abolizione della gerarchia dei suoni propria del sistema tonale e il conseguente "comunismo" dei 12 suoni), e poi attraverso l'elaborazione del sistema dodecafonico, fondato sistematicamente sull'uso di serie di suoni comprendenti tutti e 12 le altezze del sistema temperato). Il suo apprendistato fu tuttavia disordinato, tanto che amava definirsi autodidatta e violoncellista dilettante, benché da giovane avesse ricevuto consigli e insegnamenti da parte del concittadino Zemlinsky. Visse a Vienna e a Berlino, dove soggiornò dal 1901 al 1903, dal 1911 al 1915 e dal 1926 (prese il posto di Busoni all'Accademia delle Arti) al 1933, quando l'avvento del nazismo lo costrinse a lasciare la Germania per stabilirsi a Los Angeles. Dal 1936 al 1944 insegnò presso l'Università della California. Il catalogo schönberghiano non è vastissimo, ma presenta capolavori in tutte e tre le fasi dell'evoluzione linguistica del compositore. Tra le opere tardo-romantiche si ricordano il sestetto Verklärte Nacht (1899) e il poema sinfonico Pelléas und Mélisande (1902-03), da Maeterlick. Tra quelle atonali, la Kammersymphonie op.9 (1907), il monodramma Erwartung (L'attesa, 1909) e Pierrot lunaire op.21 (1912). Tra quelle dodecafoniche, la Suite op.25 per pianoforte (1921-23) e l'opera incompiuta Moses und Aron. Fondamentale anche la sua opera didattica, di cui è significativa testimonianza il Manuale d'armonia. Tale tendenza (denominata in modo eloquente emancipazione della dissonanza) è evidente in compositori di estrazione culturale eterogenea quali Richard Wagner, Richard Strauss, Alexander Scriabin, Claude Debussy, Maurice Ravel, Béla Bartók, Igor Stravinskij, Ferruccio Busoni, oltre allo stesso Schoenberg, e comportava un progressivo infittirsi della trama armonica, con l'impiego di accordi sempre più densi. Dagli accordi di tredicesima, nei quali le sette note della tonalità sono tutte presenti, si passò ad introdurre note estranee alla tonalità, dapprima giustificate attraverso artifici armonici noti — ma combinati tra loro in maniera sempre più massiccia e imprevedibile — poi introdotte prescindendo dalla logica tonale fino a raggiungere il totale cromatico, vale a dire la compresenza delle 12 note all'interno dello stesso spazio musicale o dello stesso agglomerato sonoro (che non si può più, d'ora in avanti, definire accordo).CaratteristicheÈ a partire da questa situazione storica che Schönberg teorizza ed applica il suo «Metodo di composizione con 12 note imparentate solo le une alle altre». Il sistema dodecafonico prevede la creazione di una serie, cioè una successione di 12 suoni che esaurisca il totale cromatico. La composizione sarà basata sull'impiego sistematico della serie, sia orizzontale che verticale, e sul principio classico della variazione. Questo tipo di architettura musicale comporta l'assenza di un centro tonale globalmente riconoscibile, poiché nessuno dei 12 suoni della serie viene impiegato con frequenza maggiore degli altri. Poiché però il riconoscimento di un centro tonale non dipende solo dalla frequenza media di apparizione di una nota, ma anche dalle particolari successioni orizzontali e verticali adoperate, anche nella musica dodecafonica si avvertono (e nelle opere di Schoenberg sono sfruttati consapevolmente e intensivamente) residui di forza armonica tonale nei singoli passaggi accordali. Nella musica dodecafonica la serie viene utilizzata per formare sia successioni melodiche, sia agglomerati sonori, sincronizzando più note. Inoltre vi sono impiegati i classici metodi di variazione tematica provenienti dalla musica contrappuntistica: la serie può essere impiegata nell'ordine iniziale oppure dall'ultimo suono al primo (serie per moto retrogrado) oppure invertendo specularmente la direzione degli intervalli (serie per moto contrario) o anche combinando le due tecniche precedenti (contrario del retrogrado). Nel complesso la dodecafonia costituì una notevole semplificazione dell'organizzazione musicale rispetto alla situazione immediatamente precedente, in cui, come si diceva, gli artifici armonici impiegati avevano complicato enormemente la musica tonale.Gli sviluppi della dodecafonia La prima composizione basata parzialmente sul metodo dodecafonico fu il n.5 "Pezzi per pianoforte op. 23" di Schoenberg, cosi come parzialmente venne utilizzata per la "Serenata op. 24 per 7 strumenti"; l'utilizzo completo all'interno di un pezzo musicale si avrà nella "Suite op. 25 per pianoforte". In seguito Schoenberg scrisse molte composizioni dodecafoniche, ma in genere la sua tecnica seriale non era troppo rigida, e negli ultimi lavori egli si allontanò ulteriormente dal metodo. Tra gli esponenti di rilievo della dodecafonia vanno citati i due allievi di Schönberg, Alban Berg e Anton Webern, l'uno con una sua visione personale del metodo dodecafonico (del quale si serviva liberamente, come d'altronde il suo maestro), l'altro con una propensione all'utilizzo ferreo della tecnica seriale. In tal modo dalla dodecafonia nascerà la serialità integrale, dove le serie sono prodotte non solo sfruttando l'altezza delle note ma anche altri parametri musicali, quali la durata e il timbro. Webern fu preso come punto di riferimento da molti compositori

lunedì 30 luglio 2007

 IL CONVITO DI PLATONE - UNA CONVERSAZIONE SULL'AMORE

  Platone, tramite il racconto di Apollodoro, discepolo di Socrate, ci fornisce degli elementi di riflessione sul tema dell’Amore. Apollodoro, amico e discepolo di Socrate, racconta le conversazioni tra Socrate, Aristofane ed altri commensali, avvenute durante la cena organizzata dal poeta tragico Agatone per festeggiare la sua vittoria ad un concorso letterario. A conclusione della serata, gli invitati al banchetto decidono di conversare su questo tema : ‘l’elogio della divinità Amore’. 
Ecco in sintesi gli interventi dei partecipanti. 
 Fedro 
L’ Amore è il più antico degli dei, va onorato più degli altri ed è quello tramite il quale si ottiene la felicità e la virtù come il coraggio e la forza di compiere grandi azioni. Fedro presenta alcuni esempi di come può intervenire Amore nell’uomo innamorato: morire per amore, difendere la persona amata, vergognarsi delle brutte azioni se visti dalla persona amata. Gli dei prediligono l’uomo che ama rispetto a chi riceve amore, perché ha comportamenti che lo rendono simile al dio Amore. 
Pausania 
Esistono due dee : la Celeste, figlia del Cielo che non ha madre e Pandemia, figlia di Giove e di Diana detta. L’amore che convive con Pandemia è volgare, orientato più al corpo che all’anima ed è preferito da gente mediocre e superficiale. L’amore della dea Celeste partecipa solo alla natura maschile , non segue l’aspetto corporale, fa nascere solide amicizie tra persone con una certa maturità. Corrispondere chi ama è ritenuta cosa bellissima se compiuta da persone oneste per un fine nobile. E’ cosa spregevole e volgare se ci si concede ad esseri spregevoli e se si ama più il corpo che l’anima e se ci si lascia sedurre dal denaro o dalla carriera, cose che non sono sicure e durevoli. ’E’ cosa bella’ concedersi per ottenere in cambio virtù e sapienza: in questo caso l’amante deve esser in grado di educare, la persona amata deve esser desiderosa di acquistare in ogni modo la sapienza. 
Eressimaco 
Riprende il concetto della doppia natura di Amore espresso da Pausania. Amore esiste in tutte le creature viventi, non solo negli uomini ma anche negli animali e nelle piante. Amore vive anche nella medicina che favorisce lo sviluppo delle parti sane dell’organismo ed agisce con intransigenza sulle parti malate. Eressimaco propone un’analogia tra la condizione di malattia e di salute del corpo umano e l’ Amore: è bello concedersi ad un virtuoso come è bello facilitare la crescita delle parti sane del corpo, è male amare un dissoluto come è male favorire lo sviluppo delle parti malate. La medicina è governata dal dio Amore come la ginnastica e l’agricoltura. Anche la musica , che è costituita da ritmo ed armonia, è scienza d’Amore : elementi inizialmente discordanti tra loro come il tono acuto ed il grave o come il ritmo veloce e lento, si sono armonizzati tra loro. Eressimaco trova le due forme di Amore anche nelle stagioni : il primo Amore porta abbondanza e salute a tutti gli esseri umani ed alle piante, il secondo Amore con la sua violenza porta distruzione e disordine. 
Aristofane 
Gli uomini non si sono accorti della grande potenza dell’Amore. Tra gli dei è quello più vicino agli uomini. In origine c’era l’ermafrodite che aveva le caratteristiche del maschio e della femmina con due facce e quattro gambe e tre sessi. La sua forza e arroganza non piacquero agli dei che decisero di tagliarlo in due creando così l’uomo. La nuova creatura iniziò a camminare con due gambe; dopo la separazione, una metà iniziò a desiderare il ricongiungimento con l’altra metà. Gli dei permisero allora la procreazione tra uomo e donna per perpetuare la specie. Amore perciò rappresenta la perduta unità ed il desiderio di riottenerla. L’uomo può raggiungere la felicità incontrando la persona che più gli è affine. 
Agatone 
Bisogna lodare Amore, il più bello, il più buono ed il più giovane tra gli dei , per i doni che ci offre. Amore risiede nel cuore e nell’animo degli dei e degli uomini. Amore vive anche tra i fiori e rimane solo nelle anime gentili, esce da tutto ciò che é rozzo e avvizzito sia nel corpo che nell'anima. Le virtù dell’Amore sono numerose: non fa torti, non subisce violenza perché non la tocca, ha la giustizia e la temperanza avendo il controllo sulle passioni e sui piaceri. Amore seduce Marte cioè la forza e quindi, essendo più forte colui che possiede rispetto a chi si lascia possedere, possiamo concludere che Amore è il più forte di tutti. Amore è sapiente ed è poeta. Chi è toccato da Amore è un buon poeta e ciò vale per ogni creazione artistica. Nell’attività artistica, chi è toccato da Amore diventa famoso ed illustre. Amore reca bellezza e bontà sia agli dei che agli uomini. 
Socrate 
Socrate esprime le sue riflessioni sull’argomento raccontando del colloquio avuto con Diotima, una donna sapiente della Mantinea, nota ad Atene perché era riuscita , con i suoi consigli,a ritardare di 10 anni la peste in città. Socrate fa sue le obiezioni di Diotima sulla visione dell’Amore di Agatone, un Amore presentato come dio e coincidente con la bellezza e la bontà. L’ Amore di Diotima non è bello né buono , né sapiente e né ignorante. L’ Amore è desiderio del bello e del buono perché ne è privo. Amore non è un dio perché non ha la bellezza e la bontà;è un demone che si colloca tra il mortale e l’immortale, tra il divino e l’umano. Questo demone è l’intermediario tra gli dei e gli uomini : comunica agli dei le preghiere ed i sacrifici degli uomini e gli dei parlano all’uomo attraverso esso. Amore è figlio di Poro, dio dell’abbondanza e di Penia, dea della povertà, viene concepito il giorno della nascita di Afrodite. E’ quindi amante del bello perché Afrodite è bella. Dalla madre ha ripreso le caratteristiche della miseria quindi non è delicato né bello, è selvatico, scalzo, vagabondo. Dal padre ha preso le caratteristiche di virilità, audacia, ha la passione della caccia e della voglia di sapere, abile ad ingannare e pronto ad insidiare il bello ed il buono. Non è mortale né immortale ma nasce e muore nello stesso giorno , non è ricco né povero, né sapiente come il padre né ignorante come la madre. Amore è anche filosofo perché ama le cose belle e la sapienza è tra le cose belle. Chi è amato è bello e perfetto in ogni suo aspetto e non va confuso con Amore che è colui che ama e che non è bello. Gli uomini amano il bene e lo vorrebbero possedere per sempre. Ciò si realizza quando si concepisce ‘nel bello con il corpo e con lo spirito’. Amore vuol dire produrre e creare nel bello, nell’armonia. La procreazione è legata al desiderio di immortalità dell’uomo che è essere mortale, l’unione tra l’uomo e la donna è procreazione ed è un atto divino realizzato perché c’è Amore. Chi vuole conoscere Amore deve avvicinarsi inizialmente alla bellezza fisica ed amare una sola persona . Poi deve capire che quella bellezza si può trovare anche in altri corpi e quindi deve amare tutto ciò che ha belle sembianze e non una sola persona. Poi deve accorgersi che la bellezza spirituale è superiore a quella fisica e quindi può amare una persona che ha una ‘bella anima‘ con un corpo non bello. Infine si dovrà rivolgere allo sterminato oceano della bellezza : bellezza nelle azioni, nelle istituzioni, nella scienza e nella sapienza. Quando si farà questo percorso d’amore si raggiungerà la consapevolezza dell’esistenza di una meravigliosa bellezza che è eterna, che non ha origine né fine, che è valida per tutti, che è sempre uniforme e non si identifica con qualcosa di corporeo in particolare. Questo cammino può esser percorso da soli o insieme : si inizia dalla contemplazione delle belle cose terrene e poi si passa ai corpi, alle attività umane, alla scienza fino ad arrivare alla contemplazione della bellezza in se. Questo sarà il momento per cui vale veramente la pena di vivere. 
 
Conclusioni 
Il testo di Platone è ricco di spunti di riflessione. 
Interessante il concetto di duplice natura dell'Amore di Pausania e di Eressimaco: l' Amore volgare interessato al corpo e l' Amore nobile rivolto all'anima. 
Mi é piaciuta la definizione di Socrate e Diotima che ci presenta Amore come un demone intermediario tra gli dei e l'uomo.
 Con Socrate abbiamo un punto di vista completamente diverso da quello offerto dagli interlocutori precedenti : Amore non é un dio ma un demone, non é bellezza nè sapienza ma é assenza di bellezza, assenza di sapienza. 
Gli elementi che caratterizzano Amore nella presentazione di Aristofane e degli altri, possono essere ottenuti , secondo Socrate, tramite il desiderio. Bellezza, bontà , sapienza quindi non come proprietà innata di Amore ma come obiettivo da raggiungere ed acquisire. Condivido questa idea : l'amore é desiderio di ottenere ciò che non abbiamo. L'amore ci dà la forza di raggiungere i nostri obiettivi superando le difficoltà che incontriamo. Pensiamo per esempio ai sacrifici che fa un genitore per amore dei propri figli. Questo concetto viene espresso esplicitamente da Fedro. 
L'idea di forza e potenza di Amore la esprime anche Agatone dicendo che Amore riesce a sedurre Marte, dio della guerra. 
Anche Socrate ci dà una definizione di Amore sinonimo di potenza: l' Amore può rinascere. Non è immortale perchè è un demone ma è indistruttibile proprio perchè può nascere e morire nello stesso giorno. Mi è piaciuto anche il percorso di Amore suggerito da Socrate per raggiungere la contemplazione della bellezza, un cammino interiore che può essere fatto da soli o con più persone, tenendo sempre presente che Amore é desiderio del bello. 
Originale infine la storia dell'origine della specie umana raccontata da Aristofane che ha come conseguenza l'innata ricerca da parte dell'uomo dell'altra sua 'metà'.
 
Realizzazione : Sergio Maccari 
Bibliografia : "Il Convito" di Platone traduzione di Nino Marziano editore Garzanti