mercoledì 12 novembre 2008

Cintura di castità

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Cinture di Castità Storiche
Le leggende affermano che le Cinture di Castità sono state utilizzate per la prima volta ai tempi delle crociate, per preservare la castità delle mogli dei cavalieri. Queste teorie sono pura aneddotica, in quanto non ci sono prove storiche a supportare questa tesi, mentre vi sono molte motivazioni pratiche a suggerire l'infondatezza di tale teoria. E' infatti virtualmente impossibile indossare senza interruzione una cintura di castità per periodi così lunghi (mesi o anche anni) e non finire nei guai per motivi squisitamente igienici. Alcuni storici italiani ritengono che la Cintura di Castità sia stata utilizzata per la prima volta in Italia, probabilmente tra il XIV ed il XV secolo. E' chiamata infatti il congegno fiorentino in un documento, datato 1405, conservato nella Biblioteca di Gottinga, in Germania. Molte delle cinture storiche che sono conservate nelle collezioni di musei europei sono state utilizzate da donne nobili: la Cintura conservata nel Palazzo dei Dogi di Venezia apparteneva alla moglio di Francesco II di Carrara, mentre le cinture custodite nel museo di Cluny a Parigi sembra siano state commissionate da Enrico II per sua moglie Caterina De Medici e da Luigi XIII per Anna D'Austria. Nel 1750 Freydier de Nimes pubblicò la prima requisitoria contro l'uso dei lucchetti e delle cinture di castità, in cui sosteneva che Francesco II di Carrara fosse l'inventore della Cintura e di altri dispositivi simili, come l'ostacolo che usava per sua moglie. La maggioranza delle cinture antiche sono conformate in maniera simile, con la classica cintura addominale, posta nel punto più stretto della vita, unita ad una banda che copre pube ed ano, con le superfici interne ricoperte di velluto o di pelle. Le cinture erano normalmente chiuse con un solo lucchetto, avanti o dietro. Sono in circolazione molte altre cinture che, nonostante siano state datate prima del XV secolo, sono riproduzioni di vecchie cinture

Nell'anedottica tradizionale si fa risalire l'uso della cintura di castità al tempo delle crociate, collegandola alla necessità, per i cavalieri che partivano per il Santo Sepolcro, di assicurarsi della fedeltà delle proprie consorti, evitando i rischi connessi a un così prolungato distacco. In realtà, una ricostruzione storica più attenta porta a concludere che i primi usi della cintura di castità risalgano, in Italia, al XIV o XV secolo, in particolare negli ambienti dell'alta nobiltà. Il primo documento in cui compare la cintura di castità, è datato 1405 e conservato nella biblioteca di Gottinga (la cintura è qui nominata come "congegno fiorentino"). Indossarono la cintura di castità, fra le altre, Caterina de' Medici, Anna d'Austria, la moglie di Francesco II di Carrara (il quale fu addirittura accusato di esserne l'inventore, in uno scritto del 1750 di Freydier de Nimes). Recentemente, tuttavia, l'esistenza e l'utilizzo della cintura di castità nel medioevo è stata contestata[1]
Sono esistiti svariati tipi di cintura di castità, ma l'aspetto prevalente, essenzialmente, si compone di una banda in vita ed una fascia pubica (che copre completamente i genitali, in modo da renderli inaccessibili), bloccate insieme. Il materiale utilizzato, nelle cinture classiche è solitamente metallico, con un rivestimento, soprattutto interno, di velluto o pelle; le cinture moderne, attualmente in commercio, sono realizzate perlopiù su misura, in acciaio inossidabile rivestito internamento in neoprene o gomma, che assicura una migliore igiene.
L'igiene è infatti uno degli aspetti maggiormente problematici per chi adopera la cintura di castità; essa prevede, in ogni caso, due piccole aperture, anteriore e posteriore, per l'espletazione dei bisogni fisiologici, ma la normale igiene intima risulta in ogni caso di difficile attuazione senza rimuovere la cintura. Naturalmente, per impedire la rimozione della cintura, essa è predisposta per l'applicazione di uno o più lucchetti.

Tradizionalmente l'uso della cintura di castità è correlato all'esigenza maschile di assicurarsi la fedeltà della propria partner, in particolare laddove questa fedeltà sia messa a repentaglio dalla particolare avvenenza o disponibilità sessuale della donna, ovvero dall'impossibilità, per l'uomo, di ottenere un controllo costante del suo comportamento sessuale. A questo uso tradizionale, fortemente connotato di maschilismo e probabilmente semi-leggendario, si correla invece l'esigenza di garantire la sicurezza delle donne, in particolare nobili o comunque aristocratiche, dalla possibilità di essere esposte a stupri o violenze che avrebbero potuto portare, come conseguenza, una filiazione illegittima. Questa esigenza, sia pure in un'epoca diversa, quella moderna, segnata dalla liberazione sessuale e dalla facilità di accesso alla contraccezione, è stata fra i motivi di una ripresa di interesse per l'uso della cintura di castità, la quale riveste, per alcune donne, il ruolo di difesa estrema dal pericolo di aggressioni e stupri, molto sentito dal sesso femminile in particolare nelle metropoli occidentali più esposte alla violenza e alla microcriminalità. Non è noto tuttavia il numero di donne che effettivamente utilizza la cintura di castità con questo scopo (si può immaginarlo, tuttavia, molto ridotto, anche a causa dell'alto costo commerciale della cintura stessa).
Altre motivazioni per l'uso della cintura di castità si riscontrano, in particolare negli ambienti più puritani, fra coloro che ritengono importante il mantenimento della verginità fino al momento del matrimonio. In questo caso la cintura di castità assume il ruolo (auto)dissuasivo, rispetto alla tentazione di un eventuale rapporto pre-matrimoniale: quasi una prova d'amore, fra due fidanzati impegnati nel rinviare il loro primo incontro sessuale.
La motivazione però più diffusa (ed estesa, peraltro, anche ai maschi), probabilmente, per l'uso della cintura, riguarda la comunità BDSM, nella quale l'uso di questo strumento fa parte di quel tipo di dominazione-sottomissione che prevede, da parte dello/a slave (schiavo/a), la disponibilità a lasciare al partner dominante le decisioni riguardo la propria sessualità. In questo caso, è il partner dominante, di solito, a detenere la chiave e quindi a regolare l'uso e la rimozione della cintura, con l'obiettivo, oltre che di indurre l'impossibilità di avere rapporti sessuali, anche di ottenere una maggiore umiliazione e repressione sessuale del soggetto sottomesso, impedendone anche la masturbazione e, nel caso dei maschi, rendendone dolorosa la stessa erezione. In questo tipo di relazioni, il c.d. "dono della chiave", che lo/a slave fa nei confronti del dominante, assume un valore molto significativo, come testimonianza effettiva dell'importanza della relazione e della fiducia che il sottomesso ha, nei confronti di chi assume il controllo sulla sua sessualità. Va infine detto che in alcuni casi questo tipo di disciplina sessuale è applicato a sé stesso, direttamente, senza intervento di estranei, da soggetti praticanti il masochismo sessuale.

venerdì 7 novembre 2008

I ritmi nel medioevo

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Luomo del XII secolo sembra provare una certa indifferenza nei riguardi del tempo. Il calcolo delle ore e dei giorni, i problemi del computo e della stesura del calendario sono prerogativa esclusiva dei clerici. I momenti salenti della vita sono sottolineati solo dalla cerimonia religiosa che necessariamente li accompagna. Il tempo appartiene alla chiesa. Cavalieri e contadini non sono padroni dei ritmi della loro esistenza: assistono impotenti allo scorrere dei giorni e degli anni, che li fa invecchiare inesorabilmente, senza smettere mai di ricollocare ogni cosa al suo posto. Ne deriva una sorta di rassegnazione che sembra spingerli ad occuparsi più del tempo che fa che non del tempo che passa.
Nel Medioevo il laico non sa valutare esattamente il tempo; stenta a conservare la memoria delle cose lontane (ad esempio la sua data di nascita) e non è in grado di proiettare dei progetti verso il futuro. Allorché parte per un viaggio o per un pellegrinaggio non è in grado di dire quando ritornerà o che cosa farà dopo il suo rientro. Anche cronisti e romanzieri sono molto imprecisi quanto a date ed a cronologie: si contentano di formule vaghe (allepoca di re Enrico) che indicano semplicemente ciò che si distingue nello scorrere del tempo. In pratica gli eventi sono situati in rapporto alle grandi feste o ad altri avvenimenti la cui importanza colpisce e si imprime nella memoria.
Il ritmo della giornata è regolato soprattutto dal ciclo solare: è breve dinverno e lungo destate. Nel borgo è possibile contare le ore anche con le campane del monastero che suonano lufficio pressappoco ogni tre ore. Queste ore canoniche non sono però uguali nei vari luoghi : variano con le latitudini, la stagione e anche la disposizione di chi le suona.
Per le date così per le ore, tutta la società è tributaria della Chiesa. Il ciclo dellanno è quello stesso del calendario liturgico, i cui tempi salienti sono lAvvento e la Quaresima, e le feste principali Natale, Pasqua, lAscensione, Pentecoste e Ognissanti. Luso di celebrare lAssunzione della Vergine il 15 di Agosto si impone solo a metà del XIII secolo.
Come misuravano lo scorrere del tempo ? Alcuni conventi possedevano degli orologi idraulici, simili ad antiche clessidre, costituiti da un recipiente da cui lacqua scendeva goccia a goccia: una medesima quantità di liquido si versa in un medesimo intervallo di tempo. Ma si trattava di un apparecchio fragile, complesso e perciò poco diffuso. Si usava più spesso il quadrante solare e per misurare tempi brevi, una semplice clessidra a sabbia. Di notte il monaco che suonava lufficio si orientava sulla posizione degli astri o sulla durata di una candela. I testi ci informano che se ne consumano tre in una notte e questa veniva perciò divisa in prima, seconda e terza candela. Il monaco campanaro poteva anche calcolare le ore in modo più approssimativo: sulla base delle pagine dei salmi che aveva recitato.
Il medioevo non conosce la vecchiaia come la intendiamo noi. A parte lingresso in un monastero, non cè possibilità di andare in pensione. Uomini di settanta, ottantanni prendono ancora parte ai lavori agricoli , alle battaglie campali, a pellegrinaggi in terre lontane o nellesercizio del potere politico. La morte del resto è meno precoce di quanto generalmente si pensi: perché se la speranza di vita è intorno ai trenta-trentacinque anni, ciò è dovuto principalmente alla mortalità infantile: un terzo dei neonati infatti non superava i cinque anni. Si è calcolato che nellInghilterra del XIII secolo , su 1.000 nati nello stesso anno, 650 avrebbero raggiunto letà di 10 anni, 550 i trenta, 300 i cinquanta e 75 i settantanni. La longevità varia però considerevolmente a seconda della condizione sociale. Per il popolo minuto, la speranza di vita doveva fare infatti i conti con le carestie, le epidemie e, in certi ambienti, con le malattie endemiche.

Lavori contadini nel Medioevo

A CURA DI D. PICCHIOTTI

È sicuramente nel mondo rurale che la struttura feudale, tipica della visione del mondo medievale che tutti conosciamo fin dai banchi di scuola, trovò la sua massima espressione, soprattutto quando, intorno al X secolo, alcuni intellettuali, rifacendosi al De consolatione philosophiae di Severino Boezio, iniziarono a rappresentare la società divisa in tre “ordini” (oratores, bellatores e laboratores) ognuno con una diversa funzione e importanza. Il primo è naturalmente quello costituito da quello dei “chierici”, di coloro cioè che pregano. Il secondo è quello dei “guerrieri”, protettori della società e della Chiesa. L’ultimo è quello dei “servi”, coloro cioè che lavorano. Questo modello basato su suddivisioni classi sociali molto rigide – abati, vescovi e cavalieri erano reclutati esclusivamente tra l’aristocrazia nobiliare - conobbe una grande fortuna negli anni centrali del Medioevo anche se, ovviamente, nella realtà le cose erano più complicate e l’armonia fra le tre componenti era spesso tutt’altro che scontata.
Durante l’età carolingia assistiamo alla maturazione dell’ordinamento feudale, caratterizzato da precise strutture giuridiche, politiche ed economiche, entro le quali si svolgerà la vita dell’Europa occidentale tra l’VIII ed il XII secolo. Quello della “piramide feudale”, l’immagine cioè di una società ordinata e gerarchica attraverso rapporti di tipo vassallatico e beneficiari, in molte occasioni si è rivelato però più un mito che realtà.
È indubbio che dal XII secolo in poi i vincoli feudali entrarono massicciamente nel mondo signorile, un utile strumento sia per ottenere prestigio e vantaggi politici, sia una legittimazione agli occhi dei sudditi. Ma più che rapporti, o deleghe di potere, dall’alto verso il basso della scala gerarchica, spesso erano la chiara testimonianza di un’abdicazione delle proprie prerogative del potere centrale trasferite ai potentati locali che, operando dal basso, furono spesso un elemento di disgregazione. Questo perchè erano i signori locali - che le fonti chiamano domini - che, di fatto, esercitavano i poteri “di banno”, spesso lo facevano senza essere titolari di patrimoni fondiari, ma piuttosto detenendoli (in non pochi casi con la forza).
È soprattutto nel X secolo che si assiste alla disgregazione dell’Impero Carolingio. Famiglie comitali, marchionali e ducali, consolidando la prassi dell’ereditarietà di cariche e benefici, videro aumentare la loro autonomia nei confronti del potere centrale e si distaccarono sempre più dall’autorità regia. Questa situazione di instabilità portò a un lungo periodo di conflitti e di lotte per il potere. A contribuire ulteriormente al degrado della situazione furono le scorrerie degli Ungari e dei Saraceni.
In questa fase storica la civiltà rurale si affermò prepotentemente sulle realtà cittadine che, a causa del degrado in cui si vennero a trovare i commerci e l’artigianato, si spopolarono vistosamente. La terra non venne più coltivata per alimentare anche i centri cittadini, ma soprattutto per garantire la sopravvivenza della popolazione civile dislocata all’interno dei vari possedimenti feudatari. Il diffondersi dei poteri signorili e la disgregazione dell’autorità centrale finì per creare un profondo solco fra chi deteneva i poteri di comando (i signori) o collaborava al loro esercizio (i cavalieri), e chi si limitava a subirli, ovvero i contadini. Fra questi ultimi andarono parallelamente a svanire anche le differenziazioni dei secoli precedenti fra schiavi, servi e liberi. Anche se non avvenuto in maniera uniforme, questo processo di livellamento delle condizioni giuridiche e delle condizioni di vita della popolazione rurale presenta aspetti convergenti, soprattutto il peggioramento delle condizioni di vita dei piccoli proprietari contadini e, più in generale, dei coltivatori liberi, che furono assoggettati all’esazione di canoni sempre più elevati e a nuove forme di controllo e di prelievo di lavoro e reddito.
Alla fine di questo lento processo che durò vari decenni, sia che si trattasse di servi, di affittuari o di piccoli proprietari, i coltivatori si ritrovarono accomunati in un’unica categoria di “semiliberi” con forme di sottomissione analoghe al potere signorile - salvo le varie peculiarità locali e regionali.
L’economia curtense
Nella società altomedievale la produzione agricola era intesa soprattutto come attività necessaria a garantire la sopravvivenza di una popolazione scarsa e fortemente decentrata in piccoli borghi, spesso posti nei dintorni di castelli e monasteri benedettini. Conseguenza di questo, tra l’VIII e l’XI secolo, si diffuse un peculiare modello di organizzazione della grande proprietà fondiaria (sia laica sia ecclesiastica) che, soprattutto in Italia, prese il nome di curtis (corte). In pratica la “curtis” si rifaceva alla vecchia villa-fattoria romana trasformata. Al centro di un ampio territorio coltivato, suddiviso in tanti appezzamenti detti “mansi” il proprietario terriero si stabiliva sulla “pars dominica” (cioè del dominus, del signore), dove anche sorgeva l’abitazione del signore, spesso fortificata, che veniva coltivata da schiavi o servi che si trovavano alle dirette dipendenze del padrone.
La cosiddetta “pars massaricia” comprendeva i campi affidati ad una o più famiglie di coltivatori liberi (i coloni o massari) che stabilivano con il signore o proprietario terriero un impegno contrattuale (“libellus” o “livello”) che prescriveva la quantità di olio, di frumento, di vino, ecc., che il colono doveva versare annualmente. Oltre al lavoro nei campi per il padrone, i contadini erano soggetti anche a dei tributi. Dovevano pagare una quota per qualsiasi privilegio accordato loro dal proprietario, come, ad esempio, per poter far legna nei boschi, attraversare un ponte o far pascolare maiali e pecore nelle terre padronali. Ai contadini erano richieste anche prestazioni per la coltivazione della parte dominica, dette corvées (alla lettera “richieste”) o anche opere (giornate di lavoro). In questo modo i proprietari terrieri si assicuravano la manodopera dei coloni del massaricio in momenti cruciali dell’attività agricola, quali quelli del raccolto.
Con il regredire delle condizioni di vita, il paesaggio agricolo mutò la sua fisionomia, assumendo un aspetto prevalentemente boschivo intramezzato da rari campi coltivati, ristretti alle sole zone collinari e di montagna per l’impaludamento di molte zone pianeggianti. Al sistema più raffinato del maggese venne sostituito dal cosiddetto “debbio”, che consisteva nel bruciare le stoppie ed utilizzarne le ceneri per arricchire il terreno di sostanze minerali. Anche la coltivazione dei cereali subì dei cambiamenti e si iniziò a coltivare cereali più rustici come il farro, il miglio, la segale e la spelta, con i quali si facevano farinate, pane e polente.
La curtis era divenuta ormai il centro produttivo e direzionale, capace di provvedere alla produzione dei manufatti di prima necessità, dei prodotti agricoli e del bestiame, fondamentali per il mantenimento della piccola comunità che vi viveva. Va comunque sottolineato che anche se la curtis, per la sua ampiezza e autosufficienza, tendeva ad avere pochi e sporadici contatti con l’esterno, studi recenti hanno mostrato che esistevano comunque relazioni anche di portata regionale sia per l’acquisto di quegli articoli di lusso che non potevano essere prodotti nell’azienda (per esempio stoffe pregiate, spezie), sia per la vendita delle eventuali eccedenze agricole. Anche il fatto che una parte dei canoni pagati dai coloni fosse costituita da somme di denaro conferma l’esistenza di scambi monetari e, quindi, l’esistenza di aperture almeno parziali al mercato.
Nella curtis, il grande proprietario, oltre a detenere il potere economico, esercitava, sulle terre e sui contadini che le lavoravano, diritti che potevano non si limitavano al prelievo di canoni affittuari, ma anche la gestione della giustizia, compensata da un certo impegno di protezione. Per designare questo tipo di autorità, gli storici hanno spesso utilizzato l’espressione di “signoria fondiaria”. I contorni giuridici erano tutt’altro che netti e precisi. Spesso con il termine servo non si designavano solo i contadini legati da un vincolo di carattere personale al padrone, ma anche uomini che giuridicamente erano liberi, che non erano cioè di proprietà personale del padrone (anche se nella pratica la loro libertà era solo formale). Questi contadini, non vincolati al proprietario, erano legati di padre in figlio alla terra che lavoravano e non potevano lasciarla (facevano in pratica parte di essa come gli altri beni mobili del podere, attrezzi, animali, ecc.: se, ad esempio, il terreno veniva venduto, essi seguivano la terra e non l’antico padrone). Per indicare questo tipo di lavoratori della terra, gli storici hanno usato la definizione di “servi della gleba”, mentre le fonti storiche li identificano molto più spesso come servi casati poiché risiedevano in una “loro” casa o fondo. Liberi, nel senso che intendiamo oggi, erano soltanto coloro che nascevano da uomini di condizione giuridica non servile, o che erano riusciti ad acquistare questo status perché affrancati dal padrone. Tipicamente si trattava di piccoli proprietari terrieri, o affittuari di terre signorili, che si “liberati” dietro la corresponsione di un canone (monetario o meno) o di un servizio.
L’incastellamento
A partire dalla seconda metà del IX secolo prese piede in tutta Europa un fenomeno nuovo e con grandi conseguenze: l’“incastellamento”, la creazione, cioè, di castelli sul territorio. Le cause di questo fenomeno sociale furono molteplici: da una parte c’era senz’altro la necessità di protezione dagli attacchi e dalle scorrerie degli Arabi (i cosiddetti “Saraceni”), Normanni, Ungari; ma dall’altro anche una risposta all’insicurezza interna dovuta alla frammentazione politica e alla mancanza di un potere centrale forte. A questo si possono aggiungere anche motivazioni economiche di non poco conto perchè i grandi proprietari offrivano protezione ai coltivatori delle loro aziende evitandone la fuga in caso di pericolo. A partire dal X secolo, il moltiplicarsi degli insediamenti fu anche la conseguenza diretta della ripresa demografica e dei traffici che, a causa dell’insicurezza generale in cui versava la società del X-XI secolo, imponeva ai nuovi abitati di sorgere accentrati e fortificati, costringendo alla fortificazione di un sempre più elevato numero di villaggi e borghi già esistenti.
Quando parliamo di creazione di un castello ci riferiamo essenzialmente a tre situazioni possibili: a) la costruzione dal nulla di un complesso fortificato in una determinata posizione scelta per motivi di sicurezza; b) la realizzazione di una struttura difensiva (mura, torri) intorno a un nucleo già abitato (un’abbazia, una chiesa, un villaggio, oppure un’azienda agraria); c) la costruzione di opere di difesa non intorno, ma accanto a un abitato preesistente che, magari a causa della sua dimensione, era antieconomico o difficoltoso recingere interamente.
A prescindere dalle diverse modalità della sua creazione, nell’Italia dei secoli X e XI, il castello (in latino castrum o castellum) indicava generalmente un villaggio fortificato in cui abitava stabilmente una popolazione civile, e non una fortezza esclusivamente militare, né un recinto per il rifugio temporaneo di una popolazione che viveva normalmente fuori di esso (quest’ultima soluzione era prevalente in Inghilterra e nell’Europa continentale, non a caso luoghi dove sono maggiormente diffuse le fortezze difese da torri e ponti levatoi che nell’immaginario contemporaneo costituiscono lo stereotipo del castello medievale). Con il trascorrere del tempo, tuttavia, il termine cominciò a essere usato anche per designare edifici che rispondevano a necessità diverse: a partire dal XIV secolo, soprattutto nell’Italia settentrionale, che risentiva maggiormente dell’influsso culturale dell’Europa continentale, cominciò ad affermarsi il significato di castello come dimora signorile fortificata.
La conformazione dei castelli era molto varia a seconda del luogo in cui sorgevano, delle soluzioni difensive e degli elementi costruttivi. Anche le dimensioni erano diverse (la maggior parte dei castelli avevano comunque un’estensione compresa fra il mezzo ettaro e l’ettaro e mezzo). Ovviamente elementi fondamentali di un castello erano naturalmente le mura, la torre (raramente più di una) a base quadrata o rettangolare, destinata a ospitare una guarnigione di armati, e che prendeva il nome di torrione o mastio, i fossati che, almeno negli insediamenti di pianura, circondavano le mura. All’interno del castello viveva una popolazione più o meno numerosa e ospitava anche case murate e in legno, con tetto di paglia, spesso separate fra loro da orti. Nel caso dei castelli più estesi non mancavano piazze e chiese. Comunque solo nei castelli sedi dei signori più ricchi e di corti regie è attestata la presenza di edifici architettonicamente complessi, talvolta confortevoli e lussuosi.
Grazie alla costruzione dei castelli, tra i secoli XI-XIII, la signoria fondiaria subì profonde trasformazioni. I proprietari si appropriarono di fatto del potere lasciato vacante dalle autorità centrali, assumendo via via, dopo i compiti di protezione delle popolazioni rurali, anche quelli politici e amministrativi. Tali poteri, detti “di banno” (ovvero di comandare, costringere e punire), venivano esercitati non soltanto sui servi e i coloni che mantenevano rapporti di dipendenza, ma anche sull’intera popolazione che risiedeva sul territorio sul quale operava la giurisdizione del signore. La signoria fondiaria si trasformò, dunque, in “signoria territoriale”, mantenendo nel territorio circostante al castello una vera e propria giurisdizione che conferiva al signore pieni poteri su tutti gli abitanti. Forme caratteristiche di questa dipendenza erano il pagamento al signore di un contributo in denaro (la “taglia”) che, almeno teoricamente, ripagava la protezione da questi accordata loro, e l’obbligo di utilizzare il mulino, il frantoio e il forno signorile pagando con una parte del prodotto. Ovviamente il processo non fu uniforme ma si differenziò a seconda dell’area culturale e politica: in Italia e nella Francia del Sud, ad esempio, i signori rinunciarono a mantenere le terre in gestione diretta per praticare quasi esclusivamente l’affitto.
Nel tempo si assiste ad una sempre maggiore contrattazione delle prestazioni d’opera fra contadini e proprietari, spesso convertite in canoni in denaro. Nacquero anche nuovi tipi di corvées, principalmente rivolte alla costruzione e al mantenimento del castello e delle sue mura. La creazione di signorie territoriali non fu certo un processo indolore, né tanto meno stabile. Quasi ovunque, infatti, si verificarono fenomeni di sovrapposizione e contrasti, spesso violenti, fra i detentori del potere “di banno”. A essere in conflitto erano soprattutto i proprietari dei castelli e i semplici signori fondiari. Forti del controllo delle loro strutture difensive, i primi tentavano di sottrarre terre ai secondi richiedendo ai loro contadini canoni e corvées, limitando anche la loro capacità di controllare i beni e le persone che si trovavano nel territorio sottoposto alla giurisdizione del castello. Le controversie esistevano, naturalmente, anche tra i signori territoriali più ricchi per imporre la loro supremazia, con la conseguenza che spesso gli stessi diritti bannali risultavano spartiti fra più detentori.
La cavalleria
Il termine cavalleria veniva usato sia per designare l’insieme dei cavalieri sia il sistema di valori che essa rappresentava. Detentori di un’abilità per la quale esisteva, nella società guerriera medievale, una forte richiesta, i cavalieri erano un elemento fondamentale per l’esercizio del potere signorile (non di rado erano loro stessi titolari di signorie). La comunanza di ideali e di stili di vita e la crescente separazione dal resto della popolazione favorirono, con il tempo, l’affermazione di un’ideale elitario della cavalleria. La figura del cavaliere andò sempre più identificandosi con quella del nobile e chiudendo del tutto le possibilità di essere “creati” cavalieri agli uomini di umile nascita. Secondo alcuni storici, fu proprio la cavalleria, con i suoi codici e rituali – soprattutto la cerimonia di investitura (il cosiddetto “addobbamento”) - a permettere il passaggio dalla nobiltà “di fatto” a quella “di diritto”, una casta chiusa ed ereditaria, nella quale l’investitura cavalleresca era riservata, con rare eccezioni, ai soli figli dei cavalieri e dei nobili. A partire dall’XI secolo, grazie anche all’azione della Chiesa e ai modelli dell’amor cortese presenti nella letteratura in volgare, all’etica cavalleresca venne associata anche l’immagine del cavaliere ideale, pronto a difendere i deboli, le donne e la fede cristiana.
Per l’aristocrazia l’esercizio delle armi era attività professionale, esercizio militare e fisico e segno di supremazia sociale. Tutto si rifà al codice militare: i tornei e le giostre, piccole guerre in miniatura, dove non di rado avvenivano combattimenti veri e propri; nella caccia, dove il nemico è la preda e il cane un fedele scudiero; nelle schermaglie d’amore cortesi, fatte di giochi, di sguardi e di parole che preparano l’assalto finale alla camera della dama; negli scacchi, vera e propria metafora della società signorile e guerriera. Altre immagini tipiche di questo universo aristocratico è la presenza di servitori, che assistono il signore, vassalli, ospiti che bevono, conversano, consumano i pasti insieme a lui. Le cronache e le raffigurazioni ci presentano una promiscuità continua, non solo nelle sale conviviali, ma perfino le camere, dove l’abitudine di circondare i letti con baldacchini e tendaggi era dettata anche dalla necessità del signore di ottenere un po’ di privacy in una stanza dove spesso dormivano, o vegliavano, altre persone.
Il mondo rurale
Le zone coltivate erano situate in prossimità dei borghi e villaggi, soprattutto nei terreni pianeggianti, riservando ai luoghi più impervi al pascolo del bestiame. L’agricoltura basso-medievale comunque si basava su un numero limitato di prodotti. Su tutti primeggiavano i cereali: il frumento, la spelta, la segale, l’orzo, l’avena, il miglio e il panico (che normalmente si dava agli animali, ma che veniva consumato in tempo di carestia). Una grande diffusione ebbe la vite, e, anche se i vini presentavano difficoltà di conservazione, essi costituirono, a partire dal XIII secolo, una delle principali voci dei traffici commerciali. Meno diffuso fu l’olivo che divenne un elemento caratterizzante del paesaggio agrario soltanto in alcune regioni mediterraneo. Intorno alle grandi città, ma talvolta anche al loro interno, si sviluppò l’orticoltura, dalla quale si ottenevano soprattutto le fave, i piselli, i ceci, le cipolle.
Il bosco era un’importante fonte di cacciagione e di nutrimento per il bestiame, raccolta di ghiande e fogliame per gli animali, pascolo, e così via. Era anche una riserva di legname per le abitazioni, per il riscaldamento e per la creazione di utensili di impiego quotidiano come scodelle, cucchiai, coppe, non raramente lavorati al tornio. La corteccia di quercia e di castagno era impiegata dai montanari per la concia delle pelli (ricavate da ovini, suini, caprini e bovini).
Con lo sviluppo dell’artigianato cittadino furono incrementate le colture industriali. Fiandre si coltivava il lino, la canapa e piante tintorie come il guado (dal quale si ottenevano gli azzurri) e l’erba gualda (per le tinture in giallo). Nel resto delle altre regioni europee prevalevano i cereali. Tra i secoli IX e XIII il rendimento della semina aumentò: in base agli scarsi dati in nostro possesso si ritiene che, nelle situazioni più favorevoli, sia stato possibile passare da una resa media del 2,5 per 1 unità di seme ad una del 4 per 1. Ovviamente i risultati dipendevano da molti fattori come, per esempio, il clima, gli attacchi parassitari, le devastazioni operate da animali e la guerra (un vero e proprio flagello per tutto il Medioevo).
Nel Medioevo si praticava, naturalmente, sebbene con modalità diverse secondo i luoghi e le aree regionali, l’allevamento delle principali specie domestiche. Se nei primi secoli dopo la caduta dell’Impero romano, a causa dell’abbandono di molti terreni posti a coltura e della ripresa del bosco, era diffuso principalmente l’allevamento dei suini, a partire dall’XI secolo si assiste alla diffusione degli animali di grossa taglia: i bovini per il lavoro agricolo e i cavalli per il loro impiego militare. Grazie all’intenso sviluppo della produzione di tessuti di lana, anche l’allevamento degli ovini conobbe un deciso incremento.
L’equilibrio fra agricoltura e allevamento fu sempre delicato: un rendimento maggiore dei terreni, infatti, si sarebbe potuto ottenere con una forte presenza di animali in grado di arricchire il suolo con concimi naturali, ma proprio l’espansione delle superfici coltivate era uno degli elementi che riducevano lo spazio per il bosco e l’incolto e, quindi, la possibilità di mantenere greggi e bovini. Queste opposte esigenze furono causa di conflitti, soprattutto durante periodi di congiunture, fra le comunità di contadini, alla ricerca di terre da mettere a coltura, e i signori, proprietari di mandrie e grosse greggi, o anche fra comunità vicine.
Se l’immagine che abbiamo dei signori è incentrata nello stile di vita nobiliare e l’eroismo cavalleresco, quella dei contadini era associata al lavoro. Assai raramente la condizione contadina offriva qualche possibilità di promozione sociale e produceva privilegiati. Nei vari calendari (scolpiti nei portali delle chiese romaniche) che illustrano le attività dei mesi dell'anno, li vediamo mentre seminano, potano gli alberi, falciano o battono il grano, pigiano l’uva nei tini, uccidono il maiale, fabbricano le botti. Solo nella raffigurazione del gennaio, il mese del freddo e della neve, vediamo gli uomini di campagna riposarsi davanti al fuoco mentre le donne filano. Altre testimonianze, come quelle scritte, aggiungono il pascolo con gli animali, il taglio del bosco, la produzione del formaggio per il mercato urbano, la raccolta delle castagne, e così via. Più rare sono le scene di vita collettiva: la gente del villaggio riunita per ascoltare un sermone, assistere alla giustizia del signore o prendere decisioni comuni, le donne in coda al mulino che attendono di macinare il loro grano, un ballo sull’aia, eccetera.
I contadini medievali avevano bisogno di molte calorie giornaliere poiché effettuavano lavori molto pesanti ed erano sottoposti ai rigori invernali e alle intemperie. I cereali erano senz’altro l’ingrediente alimentare più usato, soprattutto per produrre il pane, generalmente fatto con farina di frumento (i ceti più umili dovevano accontentarsi della farina di segale). La farina di frumento e di altri cereali, quali orzo, miglio e avena, veniva impiegata anche nella preparazione di zuppe, sfoglie, ravioli (ripieni di carne) e, raramente, torte dolci e salate. Sulle tavole il vino era quasi sempre presente, anche se, ovviamente, di qualità scarsamente pregiata.
La carne era soprattutto per i nobili che ne facevano un consumo abbondante poiché era un segno di distinzione sociale. Venivano mangiate soprattutto carni ovine, poi suine e bovine. Si mangiava anche pollame e lepri e conigli (quest’ultimi raramente allevati). Per l’importanza sociale ed economica che rivestiva il cavallo era vietato cibarsi di carne equina. La carne di maiale era consumata soprattutto sotto forma di insaccati o sotto sale (lo stinco e la coscia). Nelle tavole dei contadini era raro trovare la selvaggina perchè la caccia era generalmente riservata ai nobili.
Un alimento alternativo alla carne erano le uova e il pesce (soprattutto nelle zone montane ricche di torrenti o in quelle paludose). Il loro impiego era diffuso soprattutto durante i periodi di magro (durante cioè la quaresima e altre feste religiose). Il latte veniva utilizzato soprattutto per la preparazione di formaggi e burro: solo sporadicamente veniva usato come bevanda. Il burro nelle tavole contadine era comunque assai raro; veniva impiegato soprattutto dalle famiglie nobili (per condire i contadini utilizzavano condimenti come la sugna, il lardo e lo strutto). Scarso era anche il consumo di frutta a causa delle difficoltà di conservazione; molto più presente era la frutta secca: noci, castagne e nocciole si trovavano facilmente nei boschi e si conservano per lungo tempo senza problemi.
Le case dei contadini erano semplici. Rare le case in pietra, molto più comuni quelle in legno o in argilla mista a paglia. Sotto lo stesso tetto, soprattutto nel periodo invernale, vivevano persone e animali. Le condizioni igieniche erano pessime. La promiscuità favoriva il proliferare di parassiti, pidocchi, pulci e acari. A causa anche dell’alimentazione carente, erano endemiche malattie come la lebbra, la malaria, l’ergotismo e l’ipertiroidismo. Ovviamente in un’epoca di epidemie ricorrenti e malattie la mortalità era elevata (inutile ricordare che nelle campagne la presenza dei medici fosse una rarità).

L’abbigliamento tipico dei contadini era costituito da una camicia, una tunica (che copriva i fianchi), mantello, spesso con un cappuccio, calzoni trattenuti da una cintura in vita e scarpe legate sopra la caviglia o stivali alti (molto frequente era anche l’uso di zoccoli in legno). I vestiti erano di colore anonimo, grigio o scuro. Le donne vestivano in maniera simile: portavano una camicia oppure un guarnello (una veste scollata e senza maniche), gonnella (una veste semplice che veniva portata sopra la camicia), mantello, velo (o altro copricapo), calze e scarpe (spesso zoccoli in legno). Quando non erano occupate nei campi, le donne erano impegnate nei vari lavori domestici, ad accudire i figli, o a filare e tessere, oppure curavano degli animali da cortile.
Di solito i contadini possedevano un abito da lavoro e uno da festa. Di sovente la stessa veste veniva disfatta, ritagliata e ricucita molte volte, per ricavarne maniche o abiti per i bambini.
Il mondo contadino medievale era un mondo in cui naturale e sovrannaturale si confondevano. Le comunità rurali erano fortemente legate al territorio e molte feste cristiane erano collegate ad antichi riti pagani. I santi erano invocati per le loro capacità taumaturgiche (le chiese rurali sono ricche di affreschi che narrano la vita di santi guaritori cari alla devozione popolare come San Rocco, Sant’Isidoro, Sant’Antonio, San Biagio, San Nicola e così via).
Fu soprattutto nelle campagne che si assiste alla diffusione delle “streghe”. In realtà queste donne non erano che espressione delle credenze popolari, compiendo pratiche che risalivano ad un passato precristiano. Si riteneva che conoscessero i segreti della fertilità, della contraccezione e dell’aborto, ed erano sempre loro a guarire persone e animali all’interno delle comunità in cui vivevano. Tra le credenze, o superstizioni, popolari che vennero classificate come stregoneria, sicuramente un ruolo importante lo ricoprì il culto per Diana, l’Artemide dei Greci, la dea dei boschi e del mondo selvaggio, con i suoi santuari edificati in posti marginali e fuori dalle città, dove la tradizione romana riteneva che offrisse protezione agli animali, schiavi e donne incinte. Si credeva che avessero il dono della metamorfosi, di trasformare, cioè, le proprie sembianze in quelle di animali, in particolare i gatti, l’animale per eccellenza associato al diavolo. Altri erano convinti che potessero trasformarsi in lupi mannari che si aggiravano di notte in cerca di prede. Tra le convinzioni più radicate c’erano anche quelle che ritenevano che queste donne avessero un certo potere sugli elementi della natura e che, con semplici gesti, potessero generare tempeste, grandine e fulmini, oppure rendere sterili le bestie, infeconde le donne e impotenti gli uomini.

Quando la Chiesa dette luogo alla progressiva colpevolizzazione delle tradizioni rurali creò lo stereotipo della strega dando luogo, a partire dalla seconda metà del XIV secolo, alla caccia alle streghe (decisiva importanza in questa nuova visione assume la bolla Super illius specula emanata nel 1326 da Giovanni XXII, nella quale le streghe vennero equiparate agli eretici e quindi fu autorizzata contro di loro la procedura inquisitoriale, l’impiego della tortura e la pena di morte).
Le innovazioni tecnologiche e sociali
Fra X e XI secolo si assiste in tutta Europa i segni di un aumento della popolazione grazie al forte incremento della produzione agricola. Questa fu resa possibile grazie all’espansione delle superfici coltivabili attraverso i dissodamenti e le bonifiche promossi da monasteri, signori, comunità contadine e, più tardi, città. grazie alla crescente domanda di prodotti agricoli e agli stimoli provenienti da una loro commercializzazione più diffusa, ci fu non solo un progresso quantitativo, ma anche qualitativo che portò ad un aumento della produttività. La risposta più immediata alla “fame di terra” dell’uomo del basso Medioevo si tradusse in un ampliamento rapido delle superfici coltivate. Tra i secoli XI e XIV un po’ ovunque, e in ogni regione d’Europa, gli uomini spinsero più lontano i loro aratri abbattendo boschi e foreste, dissodando sterpaglie e sodaglie, bonificando paludi e acquitrini.
Quasi contemporaneamente, nei primi decenni del XII secolo, si diffuse anche una serie di innovazioni tecnologiche. Tra queste ricordiamo, innanzitutto, l’aratro a vomere asimmetrico, inutile nei suoli leggeri e polverosi delle regioni mediterranee, ma efficace in quelli pesanti e umidi dell’Europa centro-settentrionale, dove rendeva possibili arature più profonde. Si sperimentarono nuovi metodi di aggiogamento per i buoi e i cavalli. Se fino al X secolo ambedue gli animali venivano imbrigliati con un sistema di cinghie che, passando sotto la gola, ne ostacolava la respirazione, si adottò per i buoi il giogo frontale e per i cavalli il collare di spalla, che consentivano agli animali di scaricare il peso su tutto il corpo, aumentando notevolmente l’efficienza del traino. Per proteggere gli zoccoli dei cavalli durante il lavoro su terreni pieni di sassi e di asperità si diffuse anche la pratica della ferratura.
Le coltivazioni passarono dalla “rotazione biennale” a quella “triennale”. Il terreno coltivato veniva diviso in tre porzioni: sulla prima si seminavano cereali invernali (frumento, segale, farro, miglio), sulla seconda cerali primaverili (orzo, avena) oppure legumi, la terza era lasciata a maggese. Nell’arco di tre anni, su ogni appezzamento di terreno, queste stesse colture venivano fatte ruotare. Con questo nuovo sistema i terreni lasciati a riposo si riducevano a un terzo, permettendo in questo modo un raccolto di cereali più elevato. Tra le innovazioni sicuramente va tenuta in considerazione anche la diffusione dei mulini ad acqua e di quelli a vento (tecniche che comunque erano già note nella tarda antichità). Utilizzando la forza dell’acqua, una fonte energetica abbondante in natura e a costo zero, il mulino ad acqua macinava una quantità giornaliera di cereali equivalente al lavoro di quaranta operai. I mulini a vento trovarono diffusione soprattutto nei luoghi dove la presenza del vento era costante, come in Spagna e nei Paesi Bassi.
I processi che si innescarono nelle campagne – soprattutto italiane - fra XIII e XIV secolo accelerarono il cambiamento della società rurale, limitando il potere dei signori e rimettendo in circolazione terre e uomini. Anche se indubbiamente, malgrado le trasformazioni avvenute, esistevano ancora individui in condizione di servitù, una percentuale sempre maggiore di contadini sfuggirono al regime signorile per divenire uomini liberi. Ciò accadeva in vari modi: con la fuga in città, dove era più difficile che i padroni potessero riprenderli e dove comunque, passato un certo tempo, divenivano giuridicamente liberi; attraverso l’intensificarsi della lotta secolare condotta dalle comunità di villaggio, che, pur continuando a giurare fedeltà a un signore, in numerosi casi ottennero accordi con il potere signorile nei quali si sancivano per iscritto diritti e doveri reciproci; attraverso il riscatto individuale, ad esempio, dietro pagamenti in denaro; infine, attraverso liberazioni collettive.
L’esempio delle campagne italiane mostra anche però che a una maggiore libertà giuridica dei contadini si accompagnò una più forte differenziazione sociale e proletarizzazione contadina. Cominciarono ad agire nel mondo rurale sempre più gli usurai e i mercanti. Questo perchè per i contadini crebbe il bisogno di denaro, necessario per acquistare bestiame, terre e attrezzi, e così via. Molti contadini ricorsero contrassero prestiti, rimborsandoli spesso in grano (al prezzo del mese di maggio), per l’acquisto di un bue, di un asino, o di una casa. Impegnavano i pochi beni che possedevano e, spesso, ipotecavano anche il futuro, ad esempio, il raccolto per un certo numero di anni. Questo fu l’elemento che consentì ai signori e ai ricchi mercanti cittadini di impossessarsi progressivamente di molte aziende contadine e di partecipare alla produzione agricola come investitori, decretando così la morte progressiva delle piccole aziende contadine. Non mancarono i casi di contadini che riuscirono ad arricchirsi andando a formare un ceto di privilegiati rispetto alla grande massa dei rustici.
Quando nel corso del XIII secolo cominciarono a crescere gli investimenti cittadini nelle campagne, con essi si diffusero nuovi tipi di contratti agrari. Si moltiplicarono gli affitti di terra a scadenze sempre più brevi, pagati con un canone in natura o in denaro o con una quota del prodotto. Nella Penisola italiana, soprattutto nell’area centro-settentrionale, una delle forme tipiche dei contratti agrari fu quella della mezzadria. Pur con diverse varianti, questo contratto prevedeva che il coltivatore ricevesse dal proprietario, oltre alla terra, anche una casa dove abitare, il bestiame e gli attrezzi da lavoro; al proprietario spettava, invece, ogni anno la metà del raccolto. Con la diffusione della mezzadria si assiste, a partire dal Trecento, a una profonda trasformazione del paesaggio, particolarmente evidente nelle campagne toscane, nota come “appoderamento”. A ogni famiglia di mezzadri veniva affidato un podere, permettendo ai contadini di abitare in mezzo ai terreni, anziché nei villaggi. Il podere (chiamato a seconda delle regioni “fattoria” o “cascina”) era composto da prati, campi, pascoli e vigne, e la casa a cui esso faceva capo spesso era di grandi dimensioni e poteva ospitare un certo numero di persone. Il podere incoraggiava i mezzadri a tenere con sé i figli anche quando questi erano ormai adulti e sposati perché, associandosi con i fratelli, potevano, infatti, continuare la tradizione paterna nello stesso territorio.
Dalla metà del XIII secolo lo slancio dei dissodamenti che aveva caratterizzato i due secoli precedenti cominciò a diminuire, conoscendo un vero e proprio tracollo nel corso del XIV secolo, di fronte a una congiuntura sempre meno positiva. Questo accadde non tanto perché non vi fossero più superfici da strappare all’incolto e ai boschi, quanto piuttosto perché si trattava di terre con un rendimento sempre più scarso. Nello stesso tempo, a causa dell’aumento dei nuclei familiari e delle conseguenti spartizioni successorie, le aziende contadine subirono un processo di frammentazione. A questo va aggiunta anche la tendenza al ribasso dei salari dei lavoratori agricoli e l’ascesa dei prezzi dei prodotti di più largo consumo. I primi decenni del Trecento sono caratterizzati da una diffusa recrudescenza delle carestie in tutte o quasi le regioni europee - in particolare negli anni 1315-17 e 1340-50 - a prescindere dalle differenze di clima, di colture e di densità demografica. La crescita della popolazione si arrestò, falcidiata poi con l’epidemia di peste del 1348. Le conseguenze immediate del crollo demografico furono l’abbandono di molte terre prima coltivate o la loro riconversione in boschi e pascoli, nonché la scomparsa di un certo numero di villaggi e di località minori.
Tra il XIV e il XV secolo le campagne vennero particolarmente colpite anche dalle distruzioni provocate da una nuova stagione di guerre (prima fra tutte la “guerra dei Cent’Anni”, che impegnò fra il 1337 e il 1453 il regno di Francia e di Inghilterra). Gli effetti della Peste Nera e delle successive ondate epidemiche determinarono una situazione sociale e economica grave. Il calo dei prezzi dei prodotti agricoli e delle rendite signorili a causa della diminuzione della popolazione, provocò un’erosione dei redditi dei proprietari e dei contadini. È in questo clima di turbamento che si verificarono numerose esplosioni di malcontento sociale. Gli episodi più gravi colpirono la Francia e l’Inghilterra. Tra questi uno dei più importanti fu il movimento contadino della jacquerie scoppiato nel 1358 nell’Île-de-France e da qui in Piccardia, Normandia, Champagne e nella stessa Parigi. I rivoltosi avevano come obiettivo quello di estromettere dal potere i nobili, fino ad allora considerati degli intoccabili, accusati d’incapacità per le sconfitte subite per opera degli Inglesi. L’insurrezione fu però domata nel sangue. Anche in Inghilterra si accese una vasta rivolta nel 1381. Scatenata dall’imposizione di una nuova imposizione fiscale sulle persone, fu domata con violenza ma scosse profondamente il paese perchè conobbe una vasta diffusione nelle campagne e nella stessa Londra, anche perchè alla base della rivolta ci furono precise rivendicazioni sociali che predicavano l’eguaglianza sociale e il comunismo dei beni.Fonte di letteratura usata per questo articolo di Andrea Moneti

mercoledì 5 novembre 2008

LA CITTÀ NEL BASSO MEDIOEVO

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Per affrontare il tema della vita cittadina nel Medioevo dobbiamo, prima di tutto, considerare la rinascita economica, e quindi sociale, che, a partire dai primi del secolo XI, caratterizzò l’Europa. In quei decenni fondamentali scomparvero le grandi epidemie che avevano falcidiato la popolazione nei secoli precedenti, il clima si addolcì favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, che in quegli anni si avvalse anche di nuovi strumenti tecnici, e venne meno anche la paura delle invasioni, soprattutto quelle ungare.
Con la fine dell’Impero romano anche la rete delle città che ne costituiva l’ossatura aveva subito gravi contraccolpi. Abbandonate dal ceto dirigente, private della loro funzione di centri d’inquadramento del territorio, fra IV e VIII secolo, molte città si spopolarono e scomparvero. E quelle che rimasero in vita furono fortemente ridimensionate.
La costruzione di chiuse e di cascate, l’introduzione di artifici che permettevano una migliore distribuzione del carico sugli animali, il miglioramento generale di tutti gli utensili da lavoro, i progressi nell’allevamento, moltiplicarono il rendimento e la produttività agricola, formando così un surplus di derrate agricole che permise di spezzare il cerchio vincolante dell’economia curtense e di liberare dalle vecchie occupazioni parte della forza lavoro, rendendola disponibile per attività artigianali e commerciali. Tutto questo permise una ripresa dei commerci, che, prima di allora, erano quasi scomparsi. Ovunque, si assiste all’aumento demografico della popolazione, sorgono nuovi centri abitati e le città rinascono a nuova vita.
Le città, sedi naturali dei commerci, ripresero quel ruolo di primo piano che avevano avuto nell’antichità, fornendo l’ambiente adatto ad una spontanea espansione delle iniziative produttive, artistiche e culturali. L’effetto più vistoso di questo processo fu l’incremento demografico, grazie ad una migliore nutrizione che fece diminuire la mortalità infantile e accrescere la resistenza alle malattie, che triplicò o quadruplicò la popolazione europea tra il 1000 ed il 1300. La crescita demografica fu tumultuosa nelle città, con percentuali d’incremento spesso doppie rispetto a quelle registrabili nelle campagne, soprattutto grazie al trasferimento entro le mura di gente venuta dal contado. Come conseguenza diretta si formano e si sviluppano, soprattutto nell’Italia centro-settentrionale e nella Francia provenzale, nuovi ceti sociali e uomini liberi che, spinti da spirito di iniziativa, sete di gua dagno e desiderio di libertà, percorsero le strade d’Europa.
Inizia a entrare in crisi la tripartizione in cui la società cristiana si era strutturata, ovvero i tre ordines dei bellatores (i cavalieri o milites, quelli cioè atti al combattimento, che rappresentavano anche il ceto dirigente), degli oratores (tutti coloro adibiti alla preghiera, in pratica il clero) e dei laboratores (quelli cui incombeva il peso del lavoro manuale e che con la loro fatica mantenevano gli altri due ordini). I nuovi ceti erano formati principalmente da piccoli possidenti rurali inurbatisi.
«L’aria delle città rende liberi», diceva un proverbio tedesco, ed effettivamente i contadini che arrivavano in città spesso lo facevano per ricominciare un’esistenza libera dagli obblighi e dai vincoli di dipendenza cui dovevano sottostare nelle campagne. Chi invece possedeva capitali, in città poteva impiegarli con maggior profitto nelle attività mercantili e manifatturiere.
LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI
Grazie all’espansione commerciale che caratterizzò i secoli XII-XIV, soprattutto in Italia, nella Francia meridionale e nelle Fiandre, crebbero gli scambi fra la campagna, produttrice di derrate alimentari, e la città, le cui botteghe fabbricavano beni di consumo durevoli (per queste modeste transazioni, i contadini si recavano direttamente nel borgo o, al massimo, piccoli e medi mercanti operavano come intermediari). Dopo le derrate alimentari (come i cereali e il vino) le merci senz’altro ad avere la maggiore circolazione erano quelle vestiarie: pelli, pellicce, lino, panni rifiniti o da rifinire, che costituivano anche il grosso dell’esportazione occidentale in Oriente in cambio delle spezie e della seta, e, soprattutto, lana, la materia prima con la quale si confezionavano gran parte degli indumenti medievali. Altri prodotti scambiati erano quelli destinati al settore edilizio (legname, pietra), a quello delle costruzioni navali (legname, corde, pece, tela per le vele), e la cera per l’illuminazione e gli articoli dell’industria metallurgica.
I traffici in breve si ampliarono sensibilmente, mettendo in contatto le diverse aree europee. Questo implicò lo sviluppo di nodi di scambio nei quali i mercanti di professione potevano incontrarsi e vendere le loro merci. Tali nodi erano rappresentati dalle fiere che si tenevano in luoghi posti alla confluenza dei principali itinerari commerciali e, di solito, in coincidenza con le festività più importanti. Grazie all’iniziativa dei grandi mercanti, in grado di sopportare gli elevati costi dei trasporti e i rischi connessi a queste imprese, si intensificarono anche i rapporti economici con l’Africa musulmana, l’Impero bizantino, l’Asia centrale e l’India, assicurando all’Occidente beni di lusso quali seta e spezie.
Le fiere senz’altro più famose di tutto il Basso Medioevo erano quelle della regione francese della Champagne (a Troyes, Provins, Lagny-sur-Marne, Bar-sur-Aube). Ebbero un’importanza tale da divenire il fulcro di tutti i traffici commerciali e finanziari europei (lo sviluppo di queste fiere lo si deve soprattutto all’iniziativa attiva dei conti di Champagne e, in parte, a quella della monarchia francese). In virtù della loro localizzazione, le fiere di Champagne costituirono un’area di scambi privilegiata fra le merci settentrionali, trattate soprattutto dai mercanti tedeschi, e quelle provenienti dal Mediterraneo, il cui commercio era in mano agli Italiani, sicuramente, allora, i protagonisti più importanti degli scambi internazionali e del prestito di denaro. Nel continente (soprattutto in Francia) dominavano soprattutto i mercanti delle città interne (Milano, Asti, Cremona, Piacenza, Pavia, Lucca, Siena, Firenze), che venivano genericamente definiti “lombardi”. Verso Oriente, invece, i traffici commerciali erano appannaggio delle grandi Repubbliche marittime di Genova e Venezia che, con le loro navi, aprirono nuove rotte commerciali con il Medio Oriente e l’Asia. Nella seconda metà del Duecento, fu soprattutto Firenze a crescere con rapidità impressionante.
A partire dalla fine del Duecento le fiere di Champagne cominciarono a perdere di importanza a favore invece delle principali città italiane e fiamminghe. In questo periodo i centri come Venezia, Genova, Pisa, Milano, e, soprattutto, Firenze e Siena, avevano visto crescere non solo il ceto mercantile, ma anche nuove intraprendenti figure di mercanti-banchieri, specializzati nella pratica del cambio tra le diverse monete e nel prestito di denaro a interesse. Il dinamismo delle città italiane e il loro primato nelle attività finanziarie si espresse anche nel ritorno alla coniazione di monete d’oro: tra queste la più apprezzata fu senz’altro il “fiorino” di Firenze, coniato nel 1252.
Se gli Italiani dominavano il settore commerciale e bancario, gli operatori delle Fiandre, dei centri come Arras, Saint-Omer, Douai, Ypres, Gand e Bruges (allora la maggiore città dell’Europa nord-occidentale ed uno dei nodi più importanti del commercio europeo), detennero il monopolio della produzione di tessuti di lana pregiata lana proveniente dall’Inghilterra. Nel Nord crebbe ulteriormente il ruolo della Hansa, raggruppando e integrando sempre più i mercanti e le città del Baltico e del Mare del Nord sotto la guida della ricca e popolosa città di Colonia.
FORME E MODELLI URBANI
Le città medievali, a differenza dei modelli romani, presentavano forme diverse a seconda del territorio e dello sviluppo più o meno tumultuoso che avevano conosciuto. Troviamo città allineate lungo una strada, città sorte intorno un castello, un’abbazia, una cattedrale, città dove tutte le strade convergevano verso un centro, città regolari perché frutto di una fondazione programmata. Oltre alle mura, elementi comuni e caratteristici delle città medievali erano la presenza di una cattedrale, il mercato e i palazzi del potere civile. Spesso questi tre elementi, che sintetizzavano i centri politici e di potere all’interno della città, si svilupparono intorno ad altrettante piazze. Altre volte, invece, era presente un’unica piazza dove convivevano le autorità politica e religiosa.
Per l’uomo medievale una città non poteva dirsi veramente tale se non era sede di un vescovo. Si distingueva dalla campagna per la presenza di mura che salvaguardava i cittadini dai pericoli esterni e, al tempo stesso, ne limitava, quando era opportuno, la libertà di uscire. Per questo motivo, ogni volta che la popolazione urbana crebbe, le mura dovettero, prima o dopo, essere allargate per accoglierla. Le porte della cinta muraria mettevano in comunicazione città e territorio, ma permettevano anche di filtrare il movimento di uomini e merci. Le porte fornivano alle autorità anche un eccellente mezzo di propaganda attraverso il quale esaltare i successi e la grandezza della comunità da loro rappresentata: i muri circostanti ospitavano di frequente stemmi, iscrizioni, lapidi, edicole con decorazioni pittoriche e statue a soggetto religioso.
Sotto il profilo sociale, la società urbana era articolata, stratificata in nobili, ricchi, poveri, mercanti, artigiani, bottegai, professionisti, salariati, vagabondi, disoccupati. Dal punto di vista economico, si presentava distinta dal territorio circostante per la presenza non solo di attività mercantili e manifatturiere, ma anche di mercati e fiere, e per la sua capacità di porsi al centro di relazioni politiche e economiche di un territorio più ampio. La città, per essere tale, doveva anche essere percepita come civitas sia da chi viveva dentro le sue mura, sia dagli abitanti delle campagne e degli altri centri urbani, sia dai poteri universali come il Papato, l’Impero e i regni.
La dinamicità politica dei ceti urbani pose in tutte le città medievali il problema della realizzazione di una piazza pubblica, spesso ricavata da una zona che nell’Alto Medioevo serviva per il mercato ubicato appena fuori le mura della città. La piazza pubblica accoglieva nello stesso ambiente le assemblee generali e le manifestazioni del popolo, il mercato, le cerimonie rituali, le comunicazioni ufficiali da parte dell'amministrazione comunale, i tornei e le giostre militaresche. La piazza era il fulcro economico, politico e sociale della città, dove veniva amministrata anche la giustizia cittadina. È lecito paragonare la piazza a quello che fu il Foro per i Romani.
DENTRO LE CASE
Descritte dal di fuori, per comprendere meglio la vita cittadina del Duecento, vediamo a grandi linee come erano le case medievali e l’esistenza che veniva condotta al loro interno.
Nei palazzi del XIII-XIV secolo più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto formando un vero e proprio consorzio. Salvo casi eccezionali, tutti i membri familiari erano strettamente solidali tra loro, pronti a difendersi reciprocamente e a vendicare un’offesa recata ad uno di loro. I palazzi avevano tutti una sola sala centrale che permetteva l’accesso agli altri locali in maniera tale da consentire un facile controllo della casa. Al pianterreno i pavimenti erano selciati o lastricati, mentre il piano superiore era costituito da pavimenti in legno dove venivano stese stuoie o tappeti a seconda dei casi. I soffitti erano travicelli, talvolta decorati da motivi geometrici dipinti, ma più spesso tinteggiati di scuro. Spesso lungo le pareti, appena sotto il soffitto, si avevano dei dipinti o dei motivi decorativi, più in basso dei piccoli ganci per appendervi degli arazzi o tappezzerie. Tra una stanza e l’altra si avevano robuste porte dotate di chiavistelli e catenacci. Robuste imposte di legno proteggevano il palazzo dalle intemperie esterne e le finestre spesso venivano coperte con le impannate, cioè dei panni di tela imbevuti d’olio o spalmati di cera (l’impiego del vetro iniziò solo in epoca successiva, a partire dal Quattrocento).
Le case dei meno abbienti erano poco più che un angusto ricovero dove si dormiva, si mangiava e si conservavano i propri scarsi averi, caratterizzate dall’assenza di spazi differenziati. In città come in campagna, il mobilio era sempre lo stesso: il letto (per chi se lo poteva permettere), un cassone dove riporre biancheria e vestiario, la tavola, la madia, qualche immancabile contenitore per i cereali o per il vino. Occasionalmente, nelle dimore più modeste troviamo anche filatoi o telai.
Particolarmente sentito era il problema della sicurezza della casa che veniva protetta con solide inferriate alle finestre e con porte fatte di assi verticali inchiodate ad altre orizzontali, per fornire una solida resistenza, rese ancor più solide con robuste serrature e ferri. Al pianterreno, oltre a botteghe, spesso c’era una cantina, un pozzo, un cortile od una sala. Bracieri, scaldini e caminetti rendevano alcune stanze adatte a sconfiggere i rigori invernali, mentre lumi e candele permettevano di rischiarare una o più stanze.
In qualsiasi costruzione, sia signorile che modesta, il legno svolgeva un ruolo fondamentale per le scale, i balconi, i solai e le pareti divisorie. Le cronache ricordano frequentemente la distruzione di edifici divorati dal fuoco, che coinvolgevano anche numerose case vicine o rioni interi. I mezzi di illuminazione erano costituiti da lampade ad olio, lucerne ad una fiamma, candele di cera o, nelle abitazioni più povere, semplicemente dal bagliore della fiamma del focolare.
Nelle case del XIII-XIV secolo la camera da letto era la stanza principale. Qui veniva svolta gran parte della giornata medievale, accogliendo gli ospiti, lavorando o conversando con amici. Il letto era formato da un’incastellatura in legno con le testate di uguale altezza ed inserito su di una predella che lo rialzava dal pavimento, dove di solito si inseriva dei cassetti per riporre la biancheria e i tessuti: spesso era anche separato dal resto della stanza da un tendaggio tessuto a telaio. Ai piedi del letto si trovava un a cassapanca che serviva sia per riporre i vestiti, sia come sedile (gli armadi entrarono a far parte dell’arredo domestico soltanto nel Tardo Medioevo), mentre i gioielli, i denari ed i documenti importanti venivano custoditi in cassette ben ferrate, nascoste sotto il letto. Si trattava in genere di letti molto larghi poiché ci dormivano più persone (anche due metri e mezzo o tre di larghezza). I ricchi notabili e i nobili usavano lenzuola e federe, coperte imbottite o foderate di pellicce e sovracoperte ricamate o di stoffe preziose. Il letto dei poveri era molto più modesto. Si accontentavano di quattro assi su due cavalletti ed un saccone riempito di paglia, coprendosi alla meglio con stracci e con il mantello che portavano di giorno.
La nobiltà medievale non destinava grandi risorse all’arredamento della propria abitazione. Solo nel Trecento le dimore dei nobili e dei mercanti divennero oggetto di maggiori attenzioni. I locali si moltiplicarono e si specializzarono, rendendo più frequenti le stanze singole. Le case cominciarono ad essere ammobiliate con mobili semplici e rustici: cofani per custodire biancheria e vestiari, brocche, svariati strumenti e utensili in legno, metallo, terracotta o stoffa per attingere, versare, cuocere, abbellire, pulire, pregare, dormire, tessere, cucire e lavorare. Espressione tipica di queste tendenze furono i palazzi delle città italiane, concepiti sia come spazi in cui far convergere tutta la vita sociale della famiglia, sia come manifestazione di ricchezza e di potere. Il lusso e le “buone maniere” guadagnarono anche la tavola, con il passaggio dalle posate, dai piatti e dai bicchieri comuni a quelli individuali. Nel XIV secolo cominciò a cambiare anche la moda e i gusti nel vestirsi. Accanto alle tuniche di lino, gli uomini cominciarono a coprirsi le gambe con calze di lana colorate e le donne iniziarono a nascondere con vesti lunghe di lana, spesso orlate con pellicce, i camicioni di lino.
Generalmente si facevano due pasti al giorno (i più abbienti si concedevano anche un terzo pasto, ovvero la cosiddetta merenda). Si mangiavano molto spesso minestre di cavoli, erbe, avena, orzo e miglio; molto usate erano anche le fave, le lenticchie, i ceci e le castagne e grande era l'uso di spezie come pepe, chiodi di garofano e noce moscata. L’elemento fondamentale della dieta medievale era il pane. Le classi meno abbienti, soprattutto i contadini, consumavano un pane di farina mescolata con orzo, segala, saggina e fave, mentre i cittadini facevano uso del pane di grano. Con il pane si facevano una quantità di minestre e di altre preparazioni gastronomiche. Le classi privilegiate annotavano tra i loro alimenti principali la carne (e questo spiega anche perchè allora la gotta era una malattia diffusa), soprattutto di pecora, di agnello, di coniglio, di anatra, di pollo e di maiale. Comune era anche la cacciagione, mentre più raro il pesce.
La carne era consumata da pochi fortunati e scarso era l’apporto di proteine all’uomo medievale (si pensi che dai dati forniti dalla Cronaca del Villani emerge che a Firenze nel 1280 veniva consumato poco più di un chilo di carne al mese per abitante). Scarso era anche l’olio e i condimenti erano prevalentemente a base di grassi di origine animale. Poca la frutta e rarissimi i dolci (fatti con noci, miele e altra frutta secca) Tra gli odori, che in genere si impiegavano per insaporire i piatti, predominavano la cipolla e l’aglio. Per le feste più importanti si arrostivano anche il montone e la capra. Ben conosciuta era anche l’arte di conservare le carni affumicandole ed insaccandole, salate e triturate, destinate principalmente al consumo invernale. Si faceva anche consumo di formaggi, fra i quali molto usato era il pecorino.
La vita si svolgeva quasi interamente nell’ambito delle ristrette circoscrizioni territoriali in cui venivano suddivisi i quartieri cittadini, che facilitavano il compito delle autorità comunali provvedendo alla manutenzione delle strade, dei pozzi, ad allontanare gli appestati e prostitute e a denunciare gli eretici ed i bestemmiatori. Le vicinie riunivano uomini armati, abitanti nella stessa contrada, che si impegnavano a un reciproco aiuto militare. E i vicini erano tenuti a prestare il servizio militare, come fanti e sotto un proprio stendardo, nell’esercito comunale. Queste organizzazioni solidali si raccoglievano intorno alle parrocchie cittadine. Nell’ambito delle contrade tutti si conoscevano: le nascite, i matrimoni, le malattie e i decessi erano avvenimenti che coinvolgevano l’interesse generale e di cui tutti erano testimoni.
Il senso tragico della transitorietà della vita e dell’imminenza della morte era molto sentito nel Medioevo: il funerale, come la nascita e le nozze, erano una fatto sociale e religioso che turbava profondamente l’animo dei singoli ed aveva un vasto eco nella contrada cui il morto apparteneva. La mortalità, in particolare quella infantile, era molto alta per la mancanza di cure o per la pratica di cure sbagliate. Nella società europea del Basso Medioevo una larga parte della popolazione viveva in povertà, pressoché indifesa di fronte ai numerosi flagelli che l’esistenza quotidiana proponeva. Un’alimentazione povera, non di rado insufficiente, livelli di vita bassi, condizioni igieniche disastrose e una profonda inadeguatezza delle conoscenze sanitarie determinavano l’insorgenza di molte malattie. Molto diffusa era la scrofolosi, una forma di tubercolosi linfo-ghiandolare conosciuta come “male del re” per la credenza che i sovrani di Francia e d’Inghilterra potessero guarirla con il solo tocco della mano. Il “male degli ardenti”, detto anche “fuoco sacro” o “fuoco di Sant'Antonio”, provocato da un’intossicazione alimentare dovuta al consumo di farina di segale contaminata da un fungo, era temutissimo ed esorcizzato con rituali che prevedevano anche l’espulsione dei malati dalle comunità. Incombeva sempre la minaccia delle pestilenze, della carestia e della guerra con i Comuni vicini («a peste a fame a bello, libera nos Domine» era l'invocazione che più di ogni altra risuonava allora).
La morte nel Medioevo suscitava sempre una commozione corale, tanto per il ricco quanto per il povero. Quando colpiva il membro principale della fazione o della consorteria, questo significava un pericoloso vuoto politico e instabilità. Quasi per esorcizzare questo triste evento, le case medievali erano dotate di singolari ingressi domestici con un battente mezzo metro più alto rispetto al fondo stradale accanto al portone principale, detti “porte del morto”, curiose aperture mediante le quali, secondo una vecchia tradizione, gli abitanti della casa facevano uscire i loro defunti (alcun esempi di questa curiosa caratteristica medievale li possiamo ritrovare in molti centri minori della Toscana e dell’Umbria, specialmente a Gubbio). Secondo la tradizione queste porte strette ed allungate, con la soglia situata più in alto del piano stradale, si aprivano soltanto per lasciar passare le bare dei defunti. Sempre secondo questa credenza popolare, terminate le esequie, si richiudeva la porta del morto e la si murava per esorcizzare la paura della morte, impedendo all’anima del defunto di ritrovare la via di casa.
La precarietà del vivere alimentava un mondo emotivamente assai ricco, pieno di timori di gravi mali e sciagure e attese di un'anticipazione della beatitudine eterna, permettendo la sopravvivenza di tante antiche superstizioni italiche e germaniche. Si attribuiva un senso arcano ai numeri, alle sostanze, agli animali, alle pietre ed alle piante, che assumevano anche un significato simbolico per usi terapeutici o taumaturgici. La stessa profonda fede che si aveva nei Santi e nelle loro reliquie, associata alla fiducia negli astri, negli amuleti e nelle formule magiche, avevano origine anche da quell’ansia di risposta che si aveva per il futuro delle cose umane e per trovare una spiegazione di tutte quelle manifestazioni naturali che sembravano esprimere un misterioso messaggio di sventura (come, ad esempio, straordinarie migrazioni di uccelli, invasioni di bruchi o nascite deformi). C’erano maghi, indovini e fattucchiere, soprattutto nelle campagne, lontane da quei processi culturali che si stavano sviluppando in città.
Si trattava di un sapere popolare esposto in lingua volgare, in formule sbrigative e prontuari che venivano smerciati da girovaghi nelle fiere cittadine, dando consigli sul modo di interpretare i sogni, di curare una malattia, di assicurarsi l’amore di una donna o di ottenere un talismano contro ogni sorta di disgrazia. La cultura ufficiale, l’Università e la Chiesa, ovviamente condannava tutte queste credenze e sapere subalterno basato sulla magia, l’astrologia, l’alchimia e l’oniromanzia (la scienza dell'interpretazione dei sogni), ma in alcuni casi venivano tollerati, se non, accettati, quegli atteggiamenti culturali che potevano contenere spunti e prospettive assimilabili alla scienza ufficiale (alcuni testi di alchimia erano validi nelle tecniche dei metalli).
Nel XIII secolo si assiste anche a un’intensa attività religiosa, facilitata dai numerosi traffici commerciali dell’Italia Centro-Nord. Grazie allo sviluppo dei ceti mercantili e della cultura universitaria, poco disposta ad inchinarsi passivamente di fronte all’autorità della tradizione, nascono vari movimenti ereticali o religiosi. La gerarchia ecclesiastica, timorosa di perdere la forte influenza che esercitava sui costumi sociali e sullo sviluppo del pensiero, intraprese una vera e propria crociata contro ogni forma di mondanizzazione. Una delle armi più efficaci per fu la creazione dei nuovi ordini religiosi, gli ordini mendicanti, Francescani, dei Domenicani e degli Agostiniani, che fornirono nuovo impulso religioso a tutto il mondo cattolico.
La grande novità realizzata dagli ordini mendicanti fu quella di localizzare i propri conventi in città. Con la loro propaganda essi seppero accreditarsi come interpreti delle aspirazioni religiose del “popolo” (piccoli e medi artigiani, mercanti, medici, notai), contribuendo alla crescita culturale delle città e alla difesa dei cittadini più poveri, gli infermi e gli emarginati. Rifiutando la fuga dal mondo degli eremiti ma anche il lavoro manuale dei benedettini, decidendo di vivere e predicare fra la gente, influenzarono notevolmente la vita religiosa della società urbana, incidendo in modo significativo sulla cultura dei nuovi ceti produttivi. Questo essenzialmente perchè francescani e domenicani si erano fatti interpreti di un nuovo cristianesimo, che basava la propria fede sull’amore piuttosto che sul timore di Dio, su un Cristo redentore piuttosto che su un Dio padre e giudice.

lunedì 3 novembre 2008


La moda e la bellezza sono passioni antiche...

A CURA DI D. PICCHIOTTI

La moda e la bellezza sono passioni antiche... Apriamo assieme a Tricotilla, archeologa arzilla, il baule della storia e assistiamo alla più grande sfilata di moda di tutti i tempi!
Stoffe leggere e pesanti, bianche o di colori sgargianti, parrucche, gioielli e trucchi...da dove cominciare?
Per fare un bel vestito ci vuole prima di tutto... la stoffa!
Una ricca signora di Atene o Roma poteva anche acquistare i tessuti già pronti nelle botteghe ma, di solito, ogni donna preparava i vestiti in casa.
Il primo passo era la scelta del materiale: lana, lino, cotone, canapa e seta sono usati a seconda delle diverse epoche storiche, delle diverse stagioni e delle diverse circostanze.
I colori erano ricavati da piante, frutti, animali e minerali, dunque da tutto ciò che c'era in natura: con lo zafferano si poteva ottenere, invece del risotto, una bellissima tintura gialla, ,mentre l'uva bianca e nera permetteva di colorare i tessuti dal verde al viola, dal grigio al bruno; per vere un rosso intenso, il color porpora, si usava addirittura un mollusco, anzi migliaia di molluschi per ottenere un solo vestito che per questo era costosissimo.
Ma tutti i popoli del mondo antico e anche di quello moderno non si accontentano solo di bei vestiti: avere una particolare pettinatura, un corpo curato e ornato con splendidi gioielli è da sempre uno dei requisiti per essere veramente alla moda.
Aspetta, un'ultima cosa prima di cominciare! Ricorda sempre che nel mondo antico l'abito... fa davvero il monaco!
Infatti un bel vestito e ricchi gioielli si accompagnano sempre ad una determinata classe sociale. Per dirlo in altre parole, mi vesto non secondo i miei gusti e i miei desideri ma secondo quanto la mia posizione sociale richiede, per far capire immediatamente, a chi mi vede, chi sono io.
E allora... che la sfilata abbia inizio!

Primitivo sarà lei!
La vita in un villaggio preistorico doveva essere abbastanza dura: a seconda del luogo, si abitava in gortte o in capanne fatte di fango e paglia.
Gli uomini e le donne coltivavano i campi e allevavano gli animali, il tutto senza troppi lussi e senza troppo tempo per dedicarsi alla moda ed alla bellezza.
Almeno questo è quello che crediamo noi, perché sono davvero pochi i gioielli e gli ornamenti che sono rimasti, anche se il lungo tempo passato potrebbe essere il vero responsabile della loro assenza.
Infatti quasi nulla sappiamo degli oggetti di ornamento risalenti al Paleolitico, mentre a partire dal Neolitico troviamo conchiglie e denti di animali usati come collane; è solo con l'età del Bronzo che compaiono pettini d'osso, spilloni in bronzo e qualche gioiello, ad esempio ciondoli e perle in ambra e vetro.
Di certo, a partire dal Neolitico l'uomo ha utilizzato la stoffa per confezionare i suoi abiti: sono stati recuperati numerosi frammenti, soprattutto in lino e lana.
Sappiamo inoltre come si realizzavano, anche perché gli strumenti usati sono rimasti più o meno gli stessi fino all'età romana.
La fibra animale o vegetale, dopo essere stata lavata e pettinata, veniva avvolta su un bastone di legno chiamato conocchia o rocca.
Poi con il fuso, un bastoncino di legno, con in fondo un piccolo peso di terracotta (la fusaiola) che rendeva omogenea e forte la rotazione, si creava il filo.
Il telaio era lo strumento fondamentale per passare da un semplice gomitolo di filo alla stoffa.
Si tratta di un oggetto fatto con pali di legno, sul quale vengono fissati diversi fili verticali (ordito), tenuti in tensione da pesi di terracotta. Tra questi fili tesi si passa, con una spoletta, il filo orizzontale (trama) e, con tanta pazienza e un po' di esperienza, si ottengono i tessuti per preparare gli abiti. Possiamo immaginare che questi abiti fossero tuniche, gonne, bluse e mantelli.
Non mancano anche copricapi a cono, realizzati intrecciando fibre palustri. Ne sono stati trovati nelle Alpi, chissà se erano solo una moda locale o se erano usati anche altrove!
  
A qualcuno piace calvo
Tra sabbia, sole e caldo avere una pelle perfetta non era impresa da poco. Ma olii e grassi profumati assicuravano agli Egizi di essere ben protetti dalle scottature e dalle sferzate del vento. Le ricche signore usavano unguenti a base di giglio, mentre l'olio di ricino era tutto quello che poteva permettersi la povera gente, ugualmente efficace, ma di colore nauseante.
Una lunga linea nera sottolineava gli occhi di uomini e donne, non solo per esser belli, ma anche per proteggersi dalle mosche e dalle infezioni che in un clima caldo sono sempre in agguato.
Per ricavare il colore nero, il Kohl, bisognava triturare un minerale di piombo, la galena, e mescolarlo con grasso animale; poi con un bastoncino veniva applicato sugli occhi.
Il trucco degli egizi non finiva qui: c'erano rossetti per le labbra fatti con ocra rossa mischiata con grasso , polveri colorate da stendere sul viso, ma anche sulle unghie veniva dato una specie di smalto fatto con l'henné.
Per avere la testa sempre in ordine cosa c'è di meglio di una parrucca da indossare nelle occasioni importanti? ne sono state trovate di tutti i tipi: lunghe, corte, ricce, lisce o a treccioline, fatte con capelli veri!
No pensare per questo che nell'antico Egitto avessero tutti la testa rapata: in realtà molte mummie sfoggiano capelli lunghi e proprio nella valle del Nilo sono nate le prime ricette per coprire i capelli bianchi.
La passione per i profumi era tale che, durante le feste, venivano appoggiati sulle parrucche dei piccoli coni di grasso profumato che, con il caldo, si scioglievano e scendendo lungo la parrucca e l'abito l'impregnavano di buon odore a lungo.
In un paese caldo, come l'Egitto, la stoffa più usata era il lino, col quale si realizzavano abiti che nel corso dei tempi si sono modificati.
La donna portava una lunga tunica con o senza bretelle; a seconda dell'epoca la veste poteva essere liscia, pieghettata, aderente o morbida, arricchita con mantelli.
L'uomo indossava normalmente un gonnellino, i più ricchi anche la tunica. Molti avevano le "mutande" (il perizoma), che potevano anche portare le iniziali del proprietario, come quelle di un architetto di nome Kha.
Il tocco finale per essere davvero bellissimi era quello di indossare orecchini, collane, braccialetti, cavigliere e ricchi diademi da mettere sulla parrucca.
E ai piedi? Chi poteva, sfoggiava sandali infradito di papiro, palma o cuoio, anche colorato!

Mentre Penelope tesseva...
Entrare nella stanza di una signora greca non doveva essere molto diverso che entrare in bagno dopo che tua sorella maggiore si è preparata per uscire il sabato sera. Profumi e unguenti alle rose, mandorle, mele cotogne e zafferano erano conservati in piccoli vasi a forma di brocca (oinochòe), anfora (amphorìskos), sfera (aryballos), cilindro (alàbastron). Pettini e nastri sparsi un po’ ovunque per acconciare i capelli che spesso erano tinti di biondo e di rosso.
Tutto questo per rendere affascinanti tutte le signore, anche quelle che, viste di prima mattina, avrebbero spaventato persino Ercole!
Dice il proverbio “Per abbellire, bisogna soffrire!”: quindi, per avere uno sguardo languido e seducente, nulla è meglio del crocodilea, ottimo collirio a base di escrementi di coccodrillo.
Da cassapanche di legno venivano estratti abiti profumati con frutti e fiori aromatici di coccodrillo.
Da cassapanche di legno venivano estratti abiti profumati con frutti e fiori aromatici, da indossare direttamente sul corpo nudo, visto che i Greci non usavano biancheria, ad eccezione delle donne che potevano portare una fascia come reggiseno.
A seconda del clima le stoffe potevano essere di lino o di lana, mentre più rara e preziosa era la seta, che i Greci non sapevano produrre ma importavano dall’Oriente, e poco usata era la canapa.
Due erano i modelli più diffusi per le signore alla moda: il peplo e il chitone.
Il peplo era un semplice rettangolo di stoffa, piegato lungo il bordo superiore in modo da formare un ampio risvolto e avvolto attorno al corpo, fissato infine alle spalle con grosse spille; poteva avere il fianco aperto o cucito ed essere indossato con o senza cintura.
Il chitone era una semplice tunica cucita lungo i fianchi e sopra le spalle, in modo da lasciare tre aperture per far passare la testa e le braccia e, di solito, era assicurato alla vita da una cintura.
Anche gli uomini vestivano con un chitone che, a seconda dell’età, del ceto sociale, delle occasioni e dell’epoca storica, poteva essere lungo o corto.
Il tocco finale per un abbigliamento impeccabile era il mantello e, in certe occasione, il cappello e … le scarpe, che erano molto meno comuni di quanto si possa pensare.
E chi poteva permetterselo, impreziosiva l’ abito con spille (fibule), spilloni, laminette dorate e si ornava con anelli, bracciali e collane.

L'Etrusco fa tendenza
Se tu chiedessi ad un antico greco o ad un antico romano a quale popolo dare la palma dell’ eleganza e del lusso ti risponderebbe, con un bel po’ di invidia: “Ma…ovviamente agli Etruschi!”
Quando, infatti, anche noi moderni guardiamo le splendide pitture che decoravano le loro tombe o le figurine di bronzo che venivano messe nei santuari, davvero rimaniamo colpiti dalla magnificenza dei loro vestiti, ricamati e colorati, e dal gusto raffinato degli accessori: gioielli, cinture, scarpe e cappelli.
E’ ovvio che solo le persone più ricche potevano permettersi tutto questo lusso, e solo in momenti particolari, come feste e cerimonie speciali.
Guardare le pitture o i bronzetti di allora è un po’ come sfogliare un giornale di alta moda oggi: non penserai di trovare lì gli abiti con cui vai a giocare in cortile…
Il modello base è la tunica di lana o di lino con sopra un mantello. A seconda delle epoche e delle stagioni cambiano la leggerezza, la presenza o meno di pieghe e ricami.
Concentriamoci allora sui particolari: spille in oro, argento e bronzo, dette fibule, per fissare le vesti; collane in perle d’ ambra e vetro, orecchini, anelli per agghindarsi e persino piccole lamine in oro da cucire sull’ abito.
Spesso, per completare l’ abbigliamento, si poteva mettere il cappello: alle signore si consiglia un cappello a cono detto tutulus, agli uomini un copricapo a larghe falde simile ad un sombrero messicano!
Ai piedi sandali, calzari e stivali, rinomati e imitati in tutto il mondo antico, specialmente le scarpe a punta (calcei repandi)!
Infine, nei corredi delle ricche signore non è raro trovare una specie di antico “beauty case” fatto di bronzo, la cista, che conteneva il pettine, lo specchio, le pinzette per depilarsi e tutti i recipienti per unguenti, profumi e trucchi vari, sui quali a dire la verità sappiamo poco, ma che dovevano essere simili a tutti i prodotti usati un tempo nel Mediterraneo.
Il trucco c’ è … e si vede!
Il trucco c'è... e si vede!
Ti è mai capitato di entrare nella sala romana di un museo? Guardando le statue e i dipinti dell’ epoca hai notato quante pettinature sfoggiano uomini e donne dell’ antica Roma? Sembra quasi di essere in un salone di parrucchiere!
Le ricche donne romane amavano tingersi i capelle di vari colori: rosso, biondo, nero e persino blu (colore riservato alle cortigiane).
Le signore stavano ore a farsi acconciare i capelli: ricci, lisci, con boccoli, trecce; addirittura, per chi aveva pochi capelli, c’ erano anche bellissime parrucche.
Per acconciarsi esistevano strumenti come il calamistrum, una specie di ferro da ricci, fatto di canna o metallo, che veniva riscaldato per avvolgere le ciocche da arricciare. Per trattenere e decorare i capelli si potevano utilizzare accessori come una reticella d’oro, spilloni e forcine, pettinini e nastri.
Poiché nel mondo antico non esistevano le foto, chi voleva far ritrarre la propria immagine poteva farsi scolpire una statua. Per le statue delle signore, esistevano addirittura parrucche di pietra da mettere sulla testa, intercambiabili a seconda della moda del momento, affinché la statua, come la sua proprietaria, fosse sempre all’ ultimo grido!
Anche di trucco del viso richiedeva cura e tempo: dopo un maschera di bellezza si stendeva una cipria bianca, la biacca, e sugli occhi ombretto azzurro o verde, e colore nero per il contorno delle ciglia. Una vera raffinatezza era, infine, far risplendere la pelle spolverizzandola con dei lustrini!
Passando all’ abbigliamento quotidiano. I più poveri indossavano soltanto una tunica, formata da due rettangoli di stoffa cuciti assieme, con un foro per la testa e trattenuta da una cintura.
Invece i patrizi (così infatti si chiamavano i nobili a Roma) sopra la tunica indossavano la toga, una grande pezza di lana o lino (nella sua versione estiva) fatta a semicerchio e molto, molto lunga. Indossarla era un’ operazione complessa: per non rimanere intrappolati dal tessuto bisognava farsi aiutare da uno schiavo!
Le donne usavano la tunica come sottoveste, sopra cui andava la stola, un abito pieghettato lungo fino a piedi e infine la palla, un ampio mantello che copriva spalle e braccia.
Ai piedi uomini e donne usavano scarpe a stivaletto o sandali di vari colori, talvolta anche dotati di tacco per sembrare più alti!
Ad una vera signora, a questo punto, mancano solo i gioielli, due gocce di profumo, la borsetta, il ventaglio e l’ ombrellino parasole… nessun problema sono tutte cose che al tempo dei romani esistevano già!
Chi è la più bella del reame?
Il lusso sfrenato sembra essere il carattere dominante della moda bizantina. Oro, argento e pietre preziose venivano utilizzati a profusione non solo nei gioielli, ma anche per arricchire le stoffe. I Bizantini avevano raggiunto un’ alta perfezione nel realizzare stoffe lavorate con fili d’ oro e d’ argento,con ricami a rilievo e a vari colori, con topazi, perle, coralli, zaffiri e rubini.
Introdussero anche la lavorazione della seta: furono due monaci che portarono dalla Cina in Occidente uova e bozzoli di bachi, nascosti nei loro bastoni da viaggio, e le informazioni necessarie per trasformare il sottile e prezioso filato in un costosissimo tessuto. Tutto ciò però era riservato solamente agli imperatori e ai cortigiani. Pur derivando da quello greco-romano, l’abito base dei Bizantini era più pesante e quasi privo di panneggi. Gli uomini indossavano comunemente una corta tunica, trattenuta in vita da una cintura, e sotto portavano le brache aderenti come una calzamaglia; il mantello completava l’ insieme. Poco usato era il cappello, a cono o a semplice cappuccio.
Per le donne tuniche lunghe fino ai piedi, molto decorate, da indossare sopra tuniche con maniche aderenti e l’ immancabile mantello da drappeggiare sulle spalle. Chi faceva parte della corte amava calzare raffinati “stivaletti” in seta o decorati con oro e pietre preziose. Capelli raccolti e trattenuti con nastri o reticelle per le donne e capelli corti e barbe curate per gli uomini, sono la caratteristica della moda dell’ epoca.
Come spesso accade, era l’ imperatrice a dettare la tendenza del momento: seguendo l’ esempio di Teodora, le dame facevano largo uso di prodotti di bellezza, come creme antirughe, magiche (e disgustose) pozioni “abbronzanti”, miracolose misture per depilarsi…
Fondamentale era la scia di profumo al passaggio delle nobildonne, che infilavano nelle cinture fazzoletti impregnati di essenze rare e  portavano appesi alle calzature piccoli recipienti d'oro pieni di olio di sandalo, mirra o gelsomino.
Se pensi che oro e pietre preziose fossero utilizzate solamente per arricchire gli abiti e le calzature, non hai mai osservato con attenzione le raffigurazioni di epoca bizantina! I nobili utilizzavano abbondantemente fermagli, orecchini, bracciali, collane, anelli e corone spesso di dimensioni enormi.
Con tutto questo luccichio, forse un bel paio di occhiali da sole sarebbe stato utile per non rimanere abbagliati alla vista di tanto splendore!
Che barba i longobardi!
Incontrare un guerriero longobardo doveva essere un’ esperienza indimenticabile: viso incorniciato dalla lunga barba, da cui il nome di questo popolo, cranio parzialmente rasato, con capelli divisi alla sommità da una scriminatura di due ciocche lunghe fino all’ altezza della bocca, aria feroce e armi di vario tipo appese alle cinture.
Eppure, dietro quest’aria minacciosa, si nascondeva uno spirito raffinato che si manifestava, per quanto riguarda la moda, anche nella creazione di gioielli, realizzati con grande abilità in metalli diversi, vivacizzati da pietre colorate e lavorati secondo le più complesse tecniche dell’ oreficeria.
Abiti larghi, generalmente di lino, con bande intessute a vari colori e calzari aperti, fermati da lacci intrecciati, rappresentavano l ‘abbigliamento caratteristico dell’ uomo. Riservato ai cavalieri  era l’ uso di portare anche gambali di panno rosso, simili ai moderni “scaldamuscoli”, ereditati dal costume romano.
Più variati sembrano essere gli abiti femminili, che comprendevano bluse chiuse da fibule da indossare su una gonna “a portafoglio”, semplici tuniche fermate in vita da cinture, mantelli trattenuti sul petto da grossi fermagli a disco.
Una novità è rappresentata dall’ usanza di avvolgere piedi e gambe con fasce fissate da una fibbia, le antenate delle nostre calze!
E per avere sempre con sé l’ occorrente per essere a posto in tutte le occasioni, si poteva appendere alla cintura una piccola borsa, tramite nastri di cuoio, contenente oggetti per la cura del corpo, pettini in osso, specchietti e piccoli oggetti di uso quotidiano, come la selce e l’ acciarino per il fuoco. Ai nastri potevano essere appesi anche chiavi e ciondoli vari che, oltre ad avere una funzione decorativa,  proteggevano la persona che li portava.
  Supervisione scientifica
Luigi Malnati, Paola Desantis (Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna)

giovedì 30 ottobre 2008

EPICURO "IL PIACERE"

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Partendo dalla constatazione che ogni piacere è di per sé un bene , ma non è detto che le sue conseguenze nel tempo siano vantaggiose per noi , Epicuro distingue tra piacere cinetico o in movimento , il quale accompagna un processo ed é sempre mescolato al turbamento o al dolore , e piacere catastematico o stabile ( in greco edonh katasthmatikoV ) , proprio invece da uno stato privo di dolori . Contrariamente ai cirenaici , che indicavano nel piacere del momento l'obiettivo da perseguire , Epicuro ripone il fine nel piacere catastematico . Esso coincide con la completa soddisfazione del desiderio , che di per sè é una condizione dolorosa legata a uno stato di mancanza . I desideri , a loro volta , si distinguono in desideri naturali e necessari , per esempio il cibo , e desideri non necessari . Soltanto i primi possono e devono essere integralmente soddisfatti , secondo Epicuro , mentre gli altri non possono mai essere soddisfatti completamente e quindi si accompagnano sempre al dolore . Il piacere stabile per Epicuro é l'assenza di dolore , mentre i piaceri in movimento sono quelli accompagnati dal dolore ( come già diceva Platone nel " Gorgia " ). Epicuro ha distinto: 1) piaceri naturali e necessari, 2) piaceri naturali ma non necessari, 3) piaceri non naturali e non necessari.

1. Fra i piceri del primo gruppo egli pone i piaceri che sono strettamente legati alla conservazione della vita dell'individuo, essi sono gli unici che veramente giovano sottraendo il dolore del corpo (mangiare quando si famen, bere quando si ha sete….) Questi piaceri vanno sempre e comunque soddisfatti perchè hanno un preciso limite dalla natura che permette l'eliminazione del dolore

2. Nel secondo gruppo abbiamo tutti quei desideri e piaceri che sono variazioni superflue dei piaceri del primo gruppo: mangiare troppo, bere bevande raffinate. Questi piaceri non hanno più quel limite perché non sottraggono il dolore corporeo, ma variano solo il piacere e possono provocare un notevole danno.

3. Abbiamo i piaceri vani nati cioè dalle vani opinioni degli uomini, sono tutti desideri legati al desiderio di ricchezza, potenza e onore.
Questi piaceri non tolgono dolore al corpo ma provocano sempre turbamento all'anima. Va fatto notare inoltre il carattere sensiobile del piacere, sono tutti piaceri che gli uomini hanno dai sensi. Tutto ciò poiché secondo Epicuro la sensazione è il canone fondamentale della vita dell'uomo. Occorre precisare che se per edonismo si intende una dottrina che indica nel piacere il fine della vita umana , Epicuro é un edonista , ma se per edonismo s'intende una dottrina che indica questo fine nel perseguimento di qualsiasi piacere , Epicuro non é un edonista . Egli , anzi , ben lungi dal farsi sostenitore di una vita dissoluta , contrappone la frugalità , legata al soddisfacimento dei bisogni naturali e necessari , al lusso e alla crescita illimitata e artificiale dei desideri ; il piacere , infatti , non si può accrescere a suo avviso oltre un certo limite . Inoltre , proprio perchè il piacere coincide con l'assenza di dolori , per perseguirlo occorre effettuare una sorta di calcolo dei piaceri , ponendo sulla bilancia anche i piaceri o i dolori futuri che possono conseguire dalla scelta presente di un piacere o di un dolore ; la scelta migliore sarà quella che darà luogo al piacere maggiore : dice infatti Epicuro: " Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa, se non si realizza ? " . Il filosofo non avrà dunque timore dei dolori , perchè se sono forti , durano poco , mentre se durano a lungo , col tempo non sono più sentiti . Lo stesso Epicuro conservò un atteggiamento di tranquilla serenità di fronte alle malattie che lo tormentarono fino alla morte ( un tumore alla prostata ) . La felicità consisterà in una vita colma di piaceri , nel significato che si é chiarito . In tal modo , il filosofo raggiungerà quella ataraxia , assenza di turbamenti , che lo farà vivere come un dio tra gli uomini . Anche per Epicuro , come già per Aristotele , il modello ultimo della vita filosofica é la vita divina , ma questa non consiste più , come per Aristotele , nell'attività teoretica di studio disinteressato dell'universo e della natura , bensì nell'esercizio privo di turbamenti della saggezza nella condotta della propria vita . L'uomo é libero nel perseguimento del piacere e della felicità . Il clinamen , eliminando la necessità assoluta e introducendo un elemento di casualità nell'universo e quindi anche nel moto degli atomi che costituiscono l'anima umana , é la condizione di possibilità dell'azione libera dell'uomo ( il libero arbitrio ) . Epicuro non voleva cadere in contraddizione e cadere in contraddizione significava cadere nel determinismo : la sua é una filosofia con scopi morali e un insegnamento morale sarebbe privo di senso se si fosse convinti che tutto avviene in maniera necessaria , compreso il comportamento : che senso avrebbe , infatti , dire ad uno di comportarsi in un modo , se non vi é libertà di scelta ? E' per questo che Epicuro e la sua filosofia ruotano attorno ad un indeterminismo naturale , che già abbiamo incontrato nel klinamen : vi é un margine di indeterminazione che garantisce la libertà : l'uomo può scegliere come agire e dunque l'insegnamento morale ha un suo senso : é sensato dare consigli all'uomo su come comportarsi , visto che egli può scegliere . E del resto, nella 'Lettera a Meneceo', Epicuro dichiara che ' piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità ' . Abbiamo già detto che Epicuro é vicino alla fisica moderna per l'indeterminismo ; ora aggiungiamo che egli lo é anche a riguardo delle spiegazioni multiple che egli fornisce : infatti oltre che all'etica , Epicuro si occupa anche di fisica : infatti può essere utile conoscere come é fatta la realtà per saper vivere in modo più sereno ( vedi la religione ) . Spiegare in termini fisici certi eventi dà serenità : i fulmini , i tuoni , i terremoti ... Questo non toglie la gravità dell'evento , ma tuttavia dissipa le paure irrazionali . Non sono eventi divini , ma fisici : spiegazioni ad essi ce ne sono svariate ed é impossibile sapere quella esatta : più di una può essere valida . L'accettazione di più spiegazioni ha valenza etica : l'importante é sapere che é spiegabile in termini fisici : la fisica moderna é un pò dello stesso parere di Epicuro : il fenomeno della luce , per esempio , ha dato vita a parecchie dispute nel corso della storia : vi fu chi disse che essa era di origine corpuscolare , chi invece sostenne che fosse ondulatoria ; poi si é scoperto che alcuni fenomeni luminari sono corpuscolari , altri ondulatori : la luce può quindi essere sia l'una sia l'altra cosa . Così é anche per Epicuro .