giovedì 23 ottobre 2008

L’UOMO E L’ANIMALE: COSA LI ACCOMUNA E COSA LI DIFFERENZIA Intervista al professor Leopoldo Prieto,

A CURA DI D. PICCHIOTTI

ROMA, lunedì, 29 settembre 2008 (ZENIT.org).- Qual è la differenza fra l’uomo e l’animale? Questa annosa domanda continua ad appassionare milioni di persone ancora oggi agli inizi del XXI secolo. Un libro recente fa il punto della situazione dal punto di vista scientifico e cristiano.
Superando la propria condizione biologica, l’uomo è chiamato ad aprirsi alla conoscenza di nuove dimensioni, ha ricordato Benedetto XVI in un’omelia del 9 marzo 2008. Anche gli animali conoscono - ha proseguito il Papa - “ma solo le cose che sono interessanti per la loro vita biologica”. A differenza degli animali, l’uomo invece “ha sete di una conoscenza dell’infinito”.
Queste parole del Papa rappresentano un orientamento per la cultura dei nostri giorni, rispetto alla scottante e non sempre chiara questione dell’uomo e dell’animale.
Un esempio di questa situazione di confusione, nel contesto spagnolo, è dato dalla mozione dell’11 aprile 2006 della Camera dei deputati spagnola, con la quale si invita il Governo ad aderire al progetto “gran simio” (“grande scimmia”), ideato dagli animalisti Peter Singer e Paola Cavalieri, per promuovere la parità di condizioni giuridiche tra tutti i componenti della “comunità dei simili”, composta dai grandi antropoidi e dagli esseri umani.
Per capire meglio questo fenomeno culturale dei nostri tempi, ZENIT ha intervistato il sacerdote Leopoldo Prieto López, LC, professore di filosofia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Roma), il quale ha recentemente pubblicato un libro in Spagna dal titolo “El hombre y el animal: nuevas fronteras de la antropología” (BAC, Madrid 2008).
Il volume presenta i risultati di diverse ricerche interdisciplinari di biologia e filosofia sul tema dell’uomo e dei suoi rapporti con il mondo animale.
Che obiettivo aveva in mente quando ha scritto questo libro?
Padre Leopoldo Prieto: Un obiettivo semplice, ma che considero promettente per il rinnovamento degli studi sull’uomo. Fino agli inizi del XX secolo, l’antropologia era elaborata quasi esclusivamente con riferimento alle facoltà dello spirito umano (intelligenza e volontà). Era chiamata per questo psicologia razionale. Ma poiché le facoltà razionali sono una peculiarità dell’uomo che lo differenzia dall’animale, veniva tralasciato lo studio della dimensione fisica della natura umana, comune a quella del mondo animale.
Questo approccio aveva alla base una certa impostazione cartesiana di fondo e, soprattutto, la perdita della feconda dottrina aristotelica dell’anima come “forma” del corpo. In varie delle sue opere sulla biologia, Aristotele afferma di considerare l’uomo come un “animale razionale”. La geniale intuizione di questo filosofo non sta nell’ammettere la specificità che l’intelligenza conferisce all’uomo, ponendolo al di sopra degli altri animali - cosa perfettamente nota dai filosofi precedenti - quanto nel far dipendere dall’intelligenza la conformazione corporale propria dell’uomo. Per questo, se l’anima è realmente la “forma” del corpo, è possibile affrontare lo studio antropologico secondo un nuovo approccio che concentra la sua attenzione inizialmente proprio sul corpo umano.
Ma non si tratta di una sorta di concessione al materialismo antropologico oggi in voga?
Padre Leopoldo Prieto: No, al contrario. È un cambiamento di prospettiva dell’antropologia che racchiude possibili sviluppi molto fecondi per lo studio dell’uomo, oltre a riconoscere le giuste esigenze di una rivalutazione della dimensione fisica della natura umana. In altri termini, essendo l’anima in tutto il corpo come la sua “forma”, è logico che lasci su di esso qualche impronta. E in effetti queste orme esistono e sono inequivocabili.
E quali sono queste orme?
Padre Leopoldo Prieto: Esistono due caratteristiche fisiche inspiegabili dal punto di vista biologico, grazie alle quali si può affermare (in senso filosofico) che il corpo umano è il corrispondente fisico dell’anima di un essere razionale. Queste caratteristiche sono: la non specializzazione morfologica del corpo umano e la carenza di istinti.
In ragione del primo, il corpo umano riproduce a suo modo la limitata soggezione della ragione umana alla realtà che lo circonda, apparendo come un corpo aperto, ovvero non specializzato (anche se per ciò stesso fisicamente più vulnerabile), svincolato dall’ambiente fisico e libero dai vincoli che il contesto ambientale impone alla morfologia di qualunque animale.
In questo senso, la limitata soggezione della volontà (che è il fondamento profondo della libertà) ha un analogo corrispondente nell’indeterminatezza fisica del comportamento umano, svincolato (o liberato, a seconda della prospettiva) dall’istinto animale, con i vantaggi e gli inconvenienti che ciò comporta. In questo modo l’uomo si rende capace di condurre per proprio conto e sotto la sola guida della sua ragione tutte le sue azioni.
Da questo punto di vista, la differenza tra l’animale e l’uomo non potrebbe essere più evidente: l’animale è condotto dall’istinto, che a sua volta è mosso dagli eccitanti organici che reagiscono di fronte agli stimoli ambientali; l’uomo, al contrario, si conduce con la ragione che propone motivi alla volontà, per mezzo della quale egli governa se stesso.
Perché è così importante la non specializzazione morfologica?
Padre Leopoldo Prieto: Effettivamente la non specializzazione morfologica è un fatto di grande importanza nella reinterpretazione dell’antropologia, proposta dal libro. L’adattamento all’ambiente è una legge fondamentale della biologia. Tutti gli animali, in maggiore o minore misura, si sono adattati morfologicamente e funzionalmente al proprio habitat.
L’uomo, invece, seguendo una esigenza extrabiologica, manifesta nel suo corpo un sistematico rifiuto a lasciarsi imprigionare da forme organiche specializzate. Questo era già noto sin dai tempi dei greci. Ma, allora, questo fatto non era spiegabile con i dati biologici oggi conosciuti.
Nel libro lei dice che la non specializzazione è una caratteristica primitiva degli organismi. Ci può spiegare questa idea?
Padre Leopoldo Prieto: È proprio così. Questa è un’altra delle novità più interessanti di questo lavoro. Gli stadi morfologicamente specializzati sono sempre le tappe finali del cammino evolutivo di una specie. In questo senso, la mancanza di specializzazione denota sempre un carattere primitivo.
Ogni specializzazione rappresenta la perdita di molte possibilità latenti nell’organo non specializzato (e primitivo), a beneficio dello sviluppo intensivo di una determinata capacità di adattamento. Portando avanti il ragionamento si arriva ad una conclusione molto interessante per le sue implicazioni sulla delicata questione dell’evoluzione dell’uomo.
La questione è la seguente: se la mancanza di specializzazione riveste sempre un carattere primitivo e se gli stadi di specializzazione sono sempre stadi finali nel cammino evolutivo, ne consegue che è impossibile che le configurazioni morfologiche primitive (quali sono quelle del cranio, della mandibola, delle mani e dei piedi umani, ecc.) procedano da altre posteriori pur maggiormente evolute, come lo sono tutte le caratteristiche morfologiche altamente specializzate delle scimmie.
Se non ho frainteso, vuole dire che l’uomo è una creatura meno evoluta delle scimmie?
Padre Leopoldo Prieto: Esattamente. O meno evoluta, o evoluta in modo contrario alle scimmie. Uno studioso ha suggerito, senza intenti ironici, ma sollevando qualcosa di sostanzialmente veritiero, che, volendo difendere l’evoluzionismo, bisognerebbe sostenere, in luogo della vecchia immagine dell’evoluzionismo del XIX secolo in cui l’uomo deriva dalla scimmia - la famosa serie di individui che passano da semiquadrupedi fino all’uomo eretto attuale -, esattamente il contrario, ovvero l’idea di una scimmia (come essere altamente specializzato e adattato alla forma di vita arborea) che procede dall’uomo, un essere molto più primitivo e meno specializzato.
Un’idea alquanto scioccante, non le pare?
Padre Leopoldo Prieto: Può essere, da un punto di vista culturale, ma dal punto di vista scientifico è piuttosto ben fondata. Autori rinomati del mondo scientifico hanno affermato che la filogenia delle scimmie antropoide è consistita in una “scimmiazione” crescente, a partire da forme arcaiche più simili a quelle umane, rispetto alla “ominizzazione” progressiva della specie umana. Vi è stato persino chi ha parlato di deumanizzazione progressiva della scimmia.
Qual è il primitivismo umano che lei considera più importante?
Padre Leopoldo Prieto: Senza dubbio il primitivismo del cranio umano: un caso molto ben chiarito e di particolare rilevanza. Retrocedendo nello sviluppo ontogenetico dei vertebrati (soprattutto dei mammiferi) fino alla loro fase embrionale, compaiono sempre maggiori somiglianze tra il cranio di questi e il cranio umano.
Per esempio, nel cranio delle grandi scimmie è possibile riconoscere, durante la loro fase embrionale e infantile, numerosi tratti umani (cranio sferico, collocato verticalmente sopra alla zona facciale, la quale appare senza la prominenza del muso) che tuttavia spariscono man mano che l’animale si avvicina alla maturità. Questo è il momento in cui il cranio della scimmia inizia ad assumere i tratti tipici dell’animale: una forte estroflessione della zona facciale, che assume la forma di un piano continuo con una fronte sfuggente.
A differenza di questi animali, negli esseri umani si conserva la disposizione embrionale del cranio durante tutta la vita. Se si confronta il cranio dell’uomo con quello di qualunque grande scimmia nel suo stadio infantile la somiglianza è sorprendente. Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, per esempio, osservava nel 1836: “Il cranio di un giovane orangotango è molto somigliante a quello di un bambino. Sulla testa di un piccolo orangotango troviamo i graziosi tratti infantili dell’uomo; ma se consideriamo il cranio dell’adulto troviamo forme animalesche di una chiara bestialità”. Come dicevo, il cranio dei cuccioli di scimmia conserva una sorta di abbozzo di umanità.
Gli attuali biologi parlano di origine neotenica delle proprietà specificamente umane. Ci può spiegare brevemente cosa si intende per neotenia?
Padre Leopoldo Prieto: Il Diccionario de la real Academia curiosamente definisce questo termine come il “fenomeno per il quale in determinati esseri vivi si conservano caratteri larvali o giovanili dopo aver raggiunto lo stadio adulto”. In realtà la neotenia è una teoria che spiega l’origine dei primitivismi umani, mettendoli in relazione ai tratti fetali ed embrionali presenti in tutti i mammiferi nel loro stadio embrionale e poi abbandonati nella forma di vita adulta, ma mantenuti permanentemente nell’uomo nella sua forma adulta.
Come è stato dimostrato, i tratti embrionali sono portatori delle forme primitive non specializzate, aperte pertanto ad una ampia gamma di possibilità evolutive. I caratteri embrionali o neotenici che si manifestano nell’uomo adulto, manifestano in lui l’assenza del necessario vincolo morfologico all’habitat, che è proprio di ogni specializzazione morfologica degli animali. Questa dottrina è stata battezzata con il nome di “neotenia” da J. Kollmann (1885), ma ha assunto maggiore autorevolezza scientifica nel XX secolo, soprattutto a partire da un’opera di S. J. Gould del 1977. In ogni caso, l’idea veniva da molto tempo addietro.
Passando ad un altro tema del libro, cosa pensa dell’intelligenza degli animali?
Padre Leopoldo Prieto: Anzitutto bisogna determinare con precisione il concetto di intelligenza. Normalmente quando si dice che un determinato animale è intelligente si vuole intendere che dispone di una qualche capacità psicologica che gli permette di adottare comportamenti complessi o di grande precisione. In realtà, se l’intelligenza fosse questa, praticamente tutti gli animali sarebbero più intelligenti dell’uomo, la cui dotazione di conoscimento sensoriale è alquanto inferiore in precisione e certezza rispetto a quella di molti animali.
Il termine proprio per indicare il comportamento complesso e specializzato degli animali è l’istinto. Il comportamento di un animale è tanto più certo e preciso quanto più dipende dalla determinazione univoca che è propria di un conoscimento sensoriale e istintuale. D’altra parte, lo studio dell’istinto è fonte inesauribile di conoscenza per gli studiosi del comportamento animale, sommamente preciso per il particolare, ma cieco per il generale.
Al contrario, la caratteristica propria dell’intelligenza è quella di un comportamento inizialmente incerto e vacillante (perché manca di quella determinazione univoca proveniente dai sensi), ma con capacità di apprendimento, di continuo aggiustamento e di progresso. In realtà, l’animale non è intelligente. Anche se l’espressione “intelligenza pratica” ha un senso, che può essere accettabile se applicato all’animale, è importante chiarire che l’intelligenza, propriamente detta, implica un nuovo modo di entrare in relazione con le cose, che è inaccessibile all’animale.
Tuttavia, alcuni etologi hanno parlato di “comportamento curioso” di alcuni animali
Padre Leopoldo Prieto: Effettivamente. Soprattutto K. Lorenz ha dato valide osservazioni su alcuni animali che adottavano un comportamento esplorativo o curioso, il quale appariva lontano dalla rigidità propria dell’istinto e più vicino al comportamento oggettivo, tipicamente umano. Ma la curiosità espressa da questi animali non è propriamente di natura intellettuale, perché essi non sono capaci di considerare la natura degli oggetti scoperti nella loro esplorazione.
Tuttavia, un merito innegabile di questi studi è stata l’interessante conferma del rapporto che esiste tra tipo di comportamento e conformazione morfologica dell’animale. In questo senso, un animale curioso, come per esempio il corvo, che ha un ampio repertorio di comportamenti, deve disporre di una motricità sufficientemente ampia per poter soddisfare la vasta gamma di azioni e oggetti che l’esplorazione gli fa assumere e scoprire. Per questo la relativa mancanza di specializzazione di questi animali gli consente di popolare ambienti molto diversi. Come è stato detto, gli animali curiosi si sono specializzati nel non essere specializzati, qualcosa - come si vede - che è proprio principalmente dell’uomo.
Cosa pensa del linguaggio degli animali?
Padre Leopoldo Prieto: Come è evidente, la questione del linguaggio dipende da quella dell’intelligenza. Il linguaggio è espressione di ciò che si conosce. E così come esistono diversi modi di conoscere (intelligenza e conoscenza sensoriale), esistono diversi modi di comunicare ciò che si conosce.
È chiaro che gli animali comunicano tra loro e alcuni lo fanno in un modo altamente complesso e preciso. La realtà della comunicazione animale si basa su due premesse evidenti: primo, l’animale conosce attraverso i sensi; secondo, è un essere sociale e pertanto ha bisogno di comunicare aspetti di interesse biologico ai suoi simili.
Tuttavia, questo tipo di comunicazione, a rigore, non può essere definito linguaggio. Il linguaggio è il modo proprio di comunicazione di una conoscenza intellettuale (astratta o, come si suol dire, simbolica). In questo senso, così come la conoscenza intelligente è esclusiva dell’uomo, così lo è anche il linguaggio. Questa conclusione è confermata continuamente dagli studiosi di psicologia animale.
Pertanto, la differenza fondamentale tra comunicazione animale e linguaggio umano sta nel fatto che nella prima è espressione affettiva dello stato organico dell’animale, mentre nel secondo è anzitutto espressione oggettiva del modo di essere della cosa conosciuta. Quest’ultima è definita comprensione. Questo è il vero confine tra la comunicazione animale e il linguaggio umano.
Ma non è stato dimostrato che alcune scimmie particolarmente sveglie sono capaci di interagire intelligentemente con l’uomo, usando addirittura il computer?
Padre Leopoldo Prieto: Gli sperimenti realizzati con le scimmie, specialmente con gli scimpanzé, allo scopo di dimostrare l’esistenza di attitudini logiche in questi animali, si sono dimostrati sempre dei fallimenti. Sono stati impiegati molti mezzi e molto tempo, ma i risultati ottenuti sono sempre stati deludenti. L’unica cosa che sono riusciti a dimostrare è l’esistenza di una memoria associativa (che è alla base dell’addestramento degli animali), più o meno sviluppata. Gli stessi ricercatori hanno dovuto riconoscere che gli scimpanzé, anche dopo un intenso addestramento linguistico, rimangono al livello di comunicazione del quale sono naturalmente dotati.
Questo dunque significa che ciò che questi animali hanno “appreso” attraverso l’addestramento non è stato anche “compreso”. Per questo non forma parte del proprio patrimonio di comunicazione, né viene trasmesso alla prole. Tutto ciò che si è ottenuto con questi esperimenti, tanto sofisticati quanto tenaci, è stata l’associazione di immagini con determinate azioni (in un numero abbastanza ridotto), rafforzata con i premi più graditi all’animale (cibo, passeggiata, ecc.).

martedì 7 ottobre 2008

Qual’è la differenza fra sentimenti ed emozioni?

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Questi vissuti sono un po’ il "sale" della vita, perciò la domanda è un ottimo spunto per approfondire distinzioni di significato che spesso risultano trascurate mentre sono molto utili per una migliore comprensione dei fatti emotivi.
Con emozione (moto dell’animo) indichiamo ciò che proviamo reagendo ad uno stimolo, anzi meglio al significato che attribuiamo allo stesso. Abbiamo quindi il riconoscimento del valore da noi attribuito ad un evento e immediatamente una risposta emotiva che interessa il nostro corpo.
Il senso (la finalità) più evidente delle emozioni appare quello di stimolare un’adeguata reazione comportamentale. Mi accorgo di un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo. Un evento mi apre nuove interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari. 
Esistono altresì fenomeni reattivi molto rapidi, essenziali per la sopravvivenza, attraverso i quali reagiamo anche prima di un riconoscimento, pienamente cosciente, degli stimoli, ma in questi casi non parliamo propriamente di emozioni. 
 Le emozioni puntualizzano la nostra reattività agli eventi della vita, i sentimenti accompagnano in maniera più duratura gli investimenti affettivi che operiamo intorno a noi. Chiamiamo, infatti, sentimento ciò che proviamo verso un "oggetto", persona, cosa o situazione che assuma un valore relativamente stabile per noi, o meglio, in relazione ai nostri bisogni e desideri. Sono sentimenti l’amore, l’innamoramento, l’odio, l’invidia, la gelosia. La funzione dei sentimenti appare verosimilmente quella di sostenere questi investimenti. 
Per chi apprezza le metafore informatiche, i sentimenti sono, di solito, come delle icone, presenti con discrezione se stiamo vivendo altre esperienze o ci stiamo occupando di altro, ma attivabili facilmente qualora la situazione lo renda opportuno. Quando un sentimento invade prepotentemente la nostra vita parliamo di una passione.
Gli stati d’animo hanno apparentemente una natura più rarefatta mentre sono importantissimi poiché accompagnano emotivamente il senso che attribuiamo alle situazioni ed in definitiva alla vita stessa. Sono coerenti con le nostre opinioni e decisioni più profonde e spesso, come queste, sono stabili e impermeabili. Se i nostri stati d’animo abituali non ci piacciono, sono probabilmente proprio le opinioni e decisioni centrali che dobbiamo verificare, magari con la consulenza di un esperto.
Imparare a riconoscere i vari aspetti della vita emozionale aiuta a gustarla meglio, un po’…come imparare a gestire il sale in cucina.EMOZIONI, SENTIMENTI E STATI D'ANIMO
Qual’è la differenza fra sentimenti ed emozioni?
Questi vissuti sono un po’ il "sale" della vita, perciò la domanda è un ottimo spunto per approfondire distinzioni di significato che spesso risultano trascurate mentre sono molto utili per una migliore comprensione dei fatti emotivi.
Con emozione (moto dell’animo) indichiamo ciò che proviamo reagendo ad uno stimolo, anzi meglio al significato che attribuiamo allo stesso. Abbiamo quindi il riconoscimento del valore da noi attribuito ad un evento e immediatamente una risposta emotiva che interessa il nostro corpo.
Il senso (la finalità) più evidente delle emozioni appare quello di stimolare un’adeguata reazione comportamentale. Mi accorgo di un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo. Un evento mi apre nuove interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari. 
Esistono altresì fenomeni reattivi molto rapidi, essenziali per la sopravvivenza, attraverso i quali reagiamo anche prima di un riconoscimento, pienamente cosciente, degli stimoli, ma in questi casi non parliamo propriamente di emozioni. 
Ci siamo specificamente occupati negli articoli apparsi le scorse settimane delle principali emozioni (paura, rabbia, dolore e gioia), ora vale la pena di affermare che le stesse hanno un carattere individuale sia nell’attribuzione del significato conferito agli eventi stimolo sia nell’intensità, e modo, della riposta corporea.
Mentre le emozioni puntualizzano la nostra reattività agli eventi della vita, i sentimenti accompagnano in maniera più duratura gli investimenti affettivi che operiamo intorno a noi. Chiamiamo, infatti, sentimento ciò che proviamo verso un "oggetto", persona, cosa o situazione che assuma un valore relativamente stabile per noi, o meglio, in relazione ai nostri bisogni e desideri. Sono sentimenti l’amore, l’innamoramento, l’odio, l’invidia, la gelosia. La funzione dei sentimenti appare verosimilmente quella di sostenere questi investimenti. 
Per chi apprezza le metafore informatiche, i sentimenti sono, di solito, come delle icone, presenti con discrezione se stiamo vivendo altre esperienze o ci stiamo occupando di altro, ma attivabili facilmente qualora la situazione lo renda opportuno. Quando un sentimento invade prepotentemente la nostra vita parliamo di una passione.
Gli stati d’animo hanno apparentemente una natura più rarefatta mentre sono importantissimi poiché accompagnano emotivamente il senso che attribuiamo alle situazioni ed in definitiva alla vita stessa. Sono coerenti con le nostre opinioni e decisioni più profonde e spesso, come queste, sono stabili e impermeabili. Se i nostri stati d’animo abituali non ci piacciono, sono probabilmente proprio le opinioni e decisioni centrali che dobbiamo verificare, magari con la consulenza di un esperto.
Imparare a riconoscere i vari aspetti della vita emozionale aiuta a gustarla meglio, un po’…come imparare a gestire il sale in cucina

LA NECESSITÀ DELL’AMICIZIA “Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici”

A CURA DI D. PICCHIOTTI

“L’amicizia appartiene all’essenza dell’uomo, poiché la persona, per diventare ciò che è, ha bisogno di
amici”. È una delle idee ricorrenti emerse nel corso del Convegno sull’amicizia, organizzato a Roma dalla
Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce.
Secondo il prof. Norberto Galli dell’Università del Sacro Cuore di Brescia, la vera amicizia è governata
da una “certa simmetria”: il sentimento amicale – ha spiegato Galli - è proprio degli individui “apparte-
nenti allo stesso sesso, di pari età, di analogo stato sociale, dotati di una similarità di valori, di atteg-
giamenti, di opinioni, di prospettive precisantisi cammin facendo”. Proprio per questo è “improprio par-
lare di amicizia tra genitori e figli, fratelli e sorelle, docenti e discenti, prevalendo tra loro i principii di fi-
liazione, di parentela, d'insegnamento”. L’amicizia da senso e consistenza ai rapporti umani ed è
l’artefice della solidità dei “legami familiari, sociali e professionali”.
Per evitare che tra amici s’insinuino con facilità “competizioni, invidie, tradimenti, condotte in potenza
nefaste”, è opportuna una “mediazione educativa orientata alla riscoperta di aspetti virtuosi”.
“L’educazione all’amicizia - ha aggiunto sempre Galli - compete anzitutto ai genitori”, che possono in-
fondere nei figli “sentimenti di accoglienza verso i coetanei”, “stimolo a partecipare alle attività altrui”.
Per Adriano Fabris, docente presso l’Università di Pisa, l’amicizia trova il suo contrassegno in una “di-
namica di rapporti caratterizzata da reciprocità e simmetria”. Citando Aristotele e Kant, Fabris ha ricor-
dato che “il raggiungimento dell’amicizia vera e propria” è spesso caratterizzato da un “esito difficile”.
Ciò nonostante, va aggiunto che in ogni caso “l’amicizia non è un dato di partenza, bensì è propriamen-
te una possibilità. Che può essere scelta e perseguita sulla base di ciò che risulta già inscritto, in qual-
che modo, nella struttura dei rapporti interumani”. E che “solo nella scelta del rispetto e nell’assunzione
del modello della simmetria può realizzarsi in maniera equilibrata il coinvolgimento che mi attrae verso
l’altra persona”.
Marco D’Avenia, docente di Filosofia Morale e coordinatore del convegno, ha invece sottolineato la ne-
cessità di cercare l’amicizia nella vita quotidiana, negli ambiti lavorativi, nei normali rapporti sociali e
nella vita familiare. “Non è possibile vivere con irritazione o egoisticamente in alcuni ambiti vitali e, al
contempo, intrecciare rapporti di vera amicizia, che sono per natura disinteressati”.
“Nonostante la mancanza di fiducia che tante persone hanno nei confronti dell’amicizia, essa continua
ad essere valutata come una realtà di grande pregio”, ha invece evidenziato il prof. Antonio Malo,
dell’Università della Santa Croce. Accade spesso che nella nostra società “al valore altissimo, e tante
volte anche idealizzato, dell’amicizia non corrisponde un’immagine ugualmente elevata della persona”. È
fondamentale allora guardare all’amicizia come un fattore “che aiuta alla costituzione della propria iden-
tità” e permette a ciascuno di “conoscere-amare l’altro come fine non come mezzo né in base alle sue
qualità o capacità”, ma “come indipendente dai suoi bisogni, sentimenti o utilità”. “Solo l’amicizia con
Dio, mediante la Carità, può attualizzare la potenzialità naturale verso un’amicizia universale, scevra di
ogni egoismo ed esclusivismo - ha concluso lo studioso -. Nell’amicizia in Dio e per Dio si raggiunge la
maggior identità, poiché si è non solo con l’amico, ma con l’Amico, che ci fa partecipare di tutto ciò che
è suo”.
Sull’amicizia come “riconoscimento” si è soffermato invece il prof. Lucio Cortella, dell’Università Ca’ Fo-
scari di Venezia, spiegando che è proprio il riconoscimento a consentire a “un vero rapporto d’amicizia
di vivere la vicinanza non già come annessione bensì come costruzione reciproca delle diverse identità”.
“Se il riconoscimento dev’essere reciproco, la sua condizione è che esso garantisca l’autonomia dei sog-
getti in gioco. L’amicizia - ha concluso Cortella - si regge finché essa mantiene in equilibrio questa pre-
ziosa tensione fra comunanza e indipendenza. Essa è perciò al tempo stesso un rapporto necessario e
libero”.
Il professor Francesco Botturi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dal canto suo ha evi-
denziato che “l’amicizia si colloca nel duplice senso dell’ideale della libertà”, nel senso che sia “la

domenica 5 ottobre 2008

Vuoi migliorare la tua vita? Zen e Well-being

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Lo Zen mi ha interessato quando ho letto un testo di L. Speciani in cui si spiega chiaramente che lo Zen è un'evoluzione del buddhismo. Con le parole di Speciani:
"In Cina, dove imperano taoismo e confucianesimo (due religioni molto pratiche e legate al quotidiano) il buddhismo si svuota della maggior parte degli aspetti rituali e speculativi (peraltro già ridotti all'osso) e nasce lo Zen, come corrente di pensiero ancora più rivolta all'istintività e alla spontaneità dei gesti. Lo Zen, che non contraddice in alcun modo le basi teoriche del buddhismo, si pone però fin da subito in una posizione critica, rifiutando a priori il valore delle scritture, la rigidità dei precetti, le speculazioni mentali e qualunque simbolo (basti pensare a quel detto Zen che recita "Se vedi il Buddha uccidilo", cioè non attaccarti a NESSUN simbolo). Dà quindi il massimo valore all'esperienza e all'istintività, sottolineando con forza il valore delle sedute di meditazione come mezzo per evolversi e raggiungere l'illuminazione. Pratica quotidiana, quindi, in contrasto con le letture, le preghiere, i riti, lo studio teorico di testi e problemi teologici, È proprio questo rifiuto delle gerarchie dell'autorità, del dogmatismo e delle strutture, che fa dello Zen la "pecora nera" del buddhismo."
In realtà se si visitano i siti Zen non si ha questa impressione di distacco dai riti, dalle preghiere, dalla "Chiesa" insomma. Inoltre la figura del monaco è sempre presente. La mia impressione è che esistano varie forme di Zen, alcune più "religiose", altre meno, più concrete. Ovvio che sarebbe opportuno, onde evitare confusioni, definirle con nomi diversi.
Anche se Speciani non concorda su questo punto, lo Zen descritto nel libro è una visione personale di forme troppo religiose o troppo filosofiche (vedasi www.Zendoccidente.org, www.monasteroZen.it o www.centroitalianoZen.it/).
La nota stonata
In effetti ho notato che troppe persone usano le filosofie orientali per giustificare i propri comportamenti spesso incoerenti. Tali filosofie, applicate da un occidentale che vive nel mondo occidentale, sono spesso, nella loro complessità, la giustificazione razionale a tutti i propri comportamenti istintivi. Il soggetto vuole vivere istintivamente, ma ha bisogno, vista la propria intelligenza ed esperienza, di un contenitore così complesso che possa nascondere le incoerenze della propria vita. Quindi valutate la coerenza delle idee e dei comportamenti prima delle frasi a effetto di aspiranti maestri.
Le differenze
Le differenze principali fra Zen e Well-being sono sostanzialmente le seguenti:
La sofferenza - Per lo Zen (e per il buddhismo) la strada è la seguente: presa di coscienza che la sofferenza esiste; comprensione del fatto che la sofferenza può essere superata se la si accetta e riconosce; comprensione del fatto che le cause della sofferenza sono proprio nell'ignoranza e nell'attaccamento ai bisogni, alle cose, ai desideri; pratica quotidiana per liberarsi dagli attaccamenti, e vivere sereni superando e vincendo la sofferenza. Per il Well-being la sofferenza esiste, ma è uno stato che nasce a posteriori da scelte errate, non necessariamente derivanti dall'attaccamento a qualcosa (si pensi al caso di un matrimonio "sbagliato"): la salute (spesso influenzata anch'essa dalla comprensione della realtà) e la comprensione della realtà (il Well-being, appunto) sono le uniche cose che servono per arrivare alla felicità. La pratica sta nell'applicazione di ciò che si è compreso, non in una crescita interiore (che comunque ovviamente non è condannata).
La felicità - Per il Well-being nelle civiltà avanzate uno stato di felicità continua non è un'illusione, anche se pochi ci arrivano. Lo Zen si ferma alla serenità; per il Well-being è necessario andare oltre e non limitarsi ad accettare i momenti felici che ci arrivano. Per il Well-being se non c'è felicità il cammino non è concluso, vuol dire che c'è ancora qualcosa da sistemare. È ovvio che questa presa di posizione è tipicamente occidentale e va gestita correttamente per evitare che si trasformi in un'inversione di rotta (non sono pienamente felice, allora sono infelice, invece di cambiare la mia vita e di gioire nella conoscenza ulteriore che mi porterà al cambiamento).
La difficoltà - Lo Zen non è per tutti anche se a tutti è teoricamente accessibile. Chi non ha una mentalità orientata all'approfondimento filosofico dei problemi dell'esistenza non è in grado di fare molta strada. Le poche persone che ho conosciuto che affermavano di essere Zen o buddhiste in realtà non avevano capito granché (tutte, tranne Speciani) e si limitavano a giustificare la loro vita, le loro sofferenze, le loro scelte con atteggiamenti Zen-like che erano in sostanza anti-Zen. Il Well-being usa regole chiare, a volte spietate, che si possono contestare o rifiutare, ma che non si può dire di non aver capito. In quest'ottica è praticamente accessibile a tutti.
La meditazione - Per il Well-being l'attuazione della capacità d'amare ha le stesse finalità della meditazione. La ricerca profonda dell'io si può fare correndo, giocando a scacchi, suonando il pianoforte ecc. Sono anche scettico sui possibili risultati perché non ho mai conosciuto nessun occidentale fra chi mi diceva praticare la meditazione che fosse una persona equilibrata e senza problemi: ho sempre avuto l'impressione che la meditazione fosse una sorta di medicina da prendere per avere un giovamento esistenziale; questo giovamento il Well-being lo realizza attraverso la capacità d'amare, in modo molto più semplice. La meditazione deve essere praticata seriamente; pochissimi ci riescono e quindi mi sembra veramente che sia una disciplina per pochi. Il fascino che può suscitare è solo legato alle sue potenzialità (e al mistero dell'Oriente) che però non possono essere traslate nella popolazione. Banalizzando: se una persona è felice è pensabile che "perda tempo" a meditare? Impiegherà il proprio tempo a seguire ciò che ama.
Il giudizio - La grande tolleranza dello Zen passa anche nella sostanziale critica del giudizio ("Chi sono io per criticare?"). Per il Well-being ogni conoscenza passa attraverso un giudizio (del resto appena si apre bocca si emette un giudizio). Fondamentale è la consapevolezza che il giudizio deve essere rivedibile. Chi si cristallizza in un giudizio definitivo senza avere la predisposizione a cambiarlo è "morto", inerte. La predisposizione a un giudizio dinamico è alla base di una tolleranza concreta.
Il rapporto fra mente e corpo - Per lo Zen sono "fratello e sorella", tendendo alla fusione completa fra mente e corpo. Per il Well-being sono madre e bambino. La madre deve ascoltare il figlio, ma deve mantenere quella razionalità che consente di educare il bambino. L'esempio più semplice è quello dell'appetito. Se la mente ascolta i messaggi del corpo e li farà propri, nel 90% dei casi il soggetto si ritroverà sovrappeso. Non appare convincente attribuire la colpa del sovrappeso all'incapacità di ascoltare il corpo a causa di una cattiva coscienza alimentare. Per un soggetto in sovrappeso il messaggio che viene dal corpo è chiaro: voglio mangiare! Per il Well-being il corpo deve essere educato dalla mente.
Il meccanismo (bloccato in una minoranza della popolazione da stimoli ormonali o psicologici, come lo stress, -infatti in vacanza di solito mettono su qualche chilo-, ma il ragionamento va fatto sulla maggioranza delle persone) è questo:
• Il corpo (rimasto evidentemente indietro nei secoli, con una visione primitiva che piace a molti orientali) dice: "cerca il cibo, ho finito di digerire quello precedente; se ne trovi altro lo immagazziniamo per tempi peggiori".
• Il sistema va in crash perché oggi il cibo si trova troppo facilmente (e quello che si trova è calorico).
Basta considerare un soggetto che si alza alle 7 di mattina e va a dormire alle 23. Calcolando i tempi della digestione e fornendogli alimenti digeribili (tipo carboidrati) è banale fargli assumere il doppio delle calorie necessarie per mantenere un peso decente. Per esempio un soggetto di 70 kg può assumere 400 kcal ogni due ore. Infatti dopo un'ora avrà digerito le precedenti 400 kcal e il suo corpo richiederà altro cibo. In 16 ore assumerà 3.200 calorie! Se è un sedentario, magari quarantenne, è spacciato! Ecco che deve intervenire la mente per correggere la situazione: scegliendo cibi adatti e gestendo lo stimolo della fame.
Alcuni sostengono che in realtà il soggetto non sente il controstimolo della sazietà che comunque il corpo invia. Messo in termini generali, il controstimolo esiste, ma non è temporalmente e quantitativamente uguale per tutti. Nella maggioranza delle persone arriva quando ormai si sono introdotte troppe calorie. E non parlo solo di bombe caloriche. Se il soggetto va al ristorante e mangia un primo, un secondo e un dolce (anche ipocalorici) non è affatto sazio e non ha nessun controstimolo, anzi spesso gli sono serviti come stuzzichino. Il vero problema è che, se un soggetto è positivo e ama il cibo, il controstimolo difficilmente arriva!
Se ci si costruisce una coscienza alimentare,  invece della sazietà, si impara a controllare (con la mente) il senso di fame e a utilizzarlo per apprezzare ancora di più il cibo. Certo non sono d'accordo per optare per una soluzione "ascetica" dove mi sento sazio mangiando poco e frugalmente: mi sembra una situazione troppo punitiva, leggermente anoressica.

sabato 4 ottobre 2008

Siena: in mostra le copertine del jazz

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Andy Warhol, Guido Crepax, Romare Bearden, Abdul Mati Klarwein, Charles Alston, John Altoon, Ben Shahn, Michelangelo Pistoletto, Ugo Nespolo, Francesco Tullio Altan.
Artisti e fumettisti famosi, ma anche illustratori e grafici di grande interesse artistico come Jim Flora, David Stone Martin, Burt Goldblatt, Pierre Merlin e ancora celebri fotografi americani come Lee Friedlander, Bert Stern e italiani del calibro di Giuseppe Pino, Roberto Masotti. Questi gli artisti che firmano alcune delle copertine dei dischi di musica jazz a cui è dedicata la grande mostra “SienaJazzEye” inaugurata oggi a Siena, presso il Complesso Museale di Santa Maria della Scala, che riscopre decenni di storia del jazz attraverso la storia del disco in vinile a 33 e 45 giri.
La mostra in programma fino al 14 settembre a cura di Enzo Gentile e Francesco Martinelli - promossa dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena attraverso Vernice Progetti Culturali in occasione del trentennale della Fondazione Siena Jazz – più che raccontare l’evoluzione del jazz, è incentrata sulla trasformazione dell’immagine che influenza le arti visive in genere, con il passaggio in pochi anni dalla semplice copertina in carta neutra ad una ricchezza ed una varietà di forme e contenuti che accompagna la ricerca musicale segnando una vera e propria rivoluzione in campo iconografico.
“SienaJazzEye” è un viaggio che attraverso illustrazioni, fotografie, segni grafici e provocazioni visive entrate a far parte della storia del disco in vinile, vuole ripercorrere la grande avventura culturale, artistica e di costume di mezzo secolo di jazz. Le 500 copertine sono state scelte tra quelle disponibili nell'Archivio Sonoro del Centro Studi Nazionale sul Jazz "Arrigo Polillo", sezione ricerca della Fondazione Siena Jazz che grazie ad essa si è imposta a livello internazionale anche come centro di ricerca oltre che di attività concertistica e didattica. Molti appassionati scopriranno in mostra che lo stesso Polillo, indimenticato direttore della rivista “Musica Jazz” e autore di importanti volumi, era anche un eccellente grafico e ha disegnato eleganti copertine per 45 giri ormai rari. Segno tangibile delle trasformazioni del gusto e della società, le copertine diventano lo specchio dei tempi che cambiano, e grazie alla loro forza evocativa, mezzo di espressione e di contestazione. Ne è un esempio la copertina di “We insist!” di Max Roach nella quale è possibile rintracciare temi sociali forti come l’apartheid.
Sulla stessa scia si inserisce la grafica del doppio album "Bitches' Brew" di Miles Davis, realizzata da Mati Klarwein, artista di rottura cresciuto in Israele, dove ha aggiunto Abdul al suo nome in segno di tolleranza verso il popolo mussulmano. L'illustrazione di Klarwein che aveva già suscitato scandalo nella metà degli anni Sessanta con la sua controversa "Crocifissione”, è un potente aiuto alla visualizzazione della musica di quello che viene considerato il disco della “svolta rock” del grande jazzista. Sarà, invece, la grafica di "Live/Evil", l'album successivo di Davis, a sfruttare pienamente le possibilità del mezzo espressivo. Le due immagini corrispondenti, che si possono vedere una accanto all'altra aprendo l'album, presentano figure bianche e nere contrapposte: di fronte una donna africana incinta viene bagnata dolcemente dalle acque del mare, sul retro un essere mostruoso e minaccioso dalla pelle rosata è accoccolato su un’ apertura. Le due figure si stagliano su uno sfondo di motivi geometrici che sono in realtà ispirati ad un particolare stile di scrittura islamica, il cufico geometrico, diffuso particolarmente in Afghanistan e Uzbekistan dove iscrizioni di questo tipo sono state usate per consacrare e decorare le moschee nel XII e XIII secolo: l'effetto è di rinforzare l'allusione già contenuta nel nome di Miles rovesciato.
Con le immagini di copertina più rappresentative degli ultimi 50 anni, la mostra vuole raccontare le tappe fondamentali del jazz, ma anche gli ambiti minori, laddove un profilo artistico magari non centrale viene riscattato da un segno grafico, da una valenza visuale che ha reso quel disco significativo anche a distanza di anni. Particolarmente interessante in questo senso è la serie "contemporary art" dell'etichetta Pacific di William Claxton. In “Jazz Guitar/Jim Hall”, ad esempio, per la prima volta non solo viene presentata un'opera d'arte ma viene ritratto l'artista al lavoro mentre il musicista suona e nel disco è contenuta anche l'offerta al cliente di acquistare un multiplo dell'opera. Nel caso della Pacific come di altre etichette Blue Note, Verve, Impulse, Esp, Ecm, la ricerca grafica diventa decisiva per disegnare un preciso universo espressivo.
Curiose e divertenti le copertine che hanno come soggetto personaggi buffi riproposti in chiave nuova come nel caso di Humpty Dumpty protagonista della filastrocca di Mamma Oca rappresentato come un grosso uovo antropomorfizzato, che nell’album “Back Together Again” di Coryell Mouzon non è seduto sulla cima di un muretto, ma piuttosto su un portauovo con un grosso cucchiaio accanto. Notevole inoltre, l’influenza esercitata dai grandi movimenti artistici del Novecento, secolo vitale per la pittura e l’arte in generale, come dimostrano le atmosfere surrealiste ricreate in alcune copertine o l’irrompere della pop art anche sulla scena grafica dei dischi. A questo proposito la mostra espone i numerosi i tributi in copertina alle opere di Pollock, Matisse e De Chirico, che figurano accanto alla copertina di “The Congregation” di Johnny Griffin firmata proprio da Andy Warhol.
Ad alcuni dei protagonisti del jazz, Miles Davis su tutti, saranno dedicate sezioni specifiche, e così anche a filoni ben individuabili come jazz-rock e fusion, o realtà di paesi ai margini della discografia più accreditata; senza dimenticare che, oltre agli lp a 33 giri che faranno la parte del leone, verranno esposti esemplari a 78, 45 giri, Ep, fino ai compact disc, a delineare una traiettoria completa ed esauriente del jazz inciso. Fonografi, rari albi a 78 giri, rulli, etichette sono altri elementi a disposizione degli appassionati, per risalire la storia del jazz, in quella che è la prima mostra italiana del genere, una delle principali mai allestite anche a livello internazionale.
L’allestimento a cura dell’architetto Giovanni Mezzedemi riproduce al centro della sala un grande strumento musicale, un contrabbasso che si estende per circa 30 metri lungo lo spazio espositivo. Il cuore dello strumento sono le sue quattro corde, rappresentate da fibre ottiche molto lunghe, che illuminano le bacheche trasparenti in plexiglass dove sono esposte le copertine, visibili anche tramite una proiezione su schermo gigante. Il contrabbasso ha la fisionomia del corpo di una bella donna, di felliniana memoria, a cui è stato disegnato anche il volto, mentre le due calotte sospese dal soffitto riecheggiano la bellezza dei seni.
Proprio all’interno delle due calotte, è prevista una ulteriore sezione audio-video di sicuro interesse, attraverso il posizionamento di touch screen, con i filmati dei maggiori jazzisti della storia:le immagini, che hanno attraversato gran parte del secolo scorso, documenteranno le performance salienti dei personaggi più popolari e meritevoli di attenzione. E saranno direttamente i visitatori a decidere cosa vedere sullo schermo, con una semplice pressione sul menu.
Tutta la mostra, infine, avrà una sua colonna sonora con un mosaico di suoni e registrazioni di rilevanza assoluta, ripresi dagli archivi di Siena Jazz. La musica protagonista sempre e comunque: nelle prossime settimane, inoltre, sarà reso noto il fitto calendario dei concerti dal vivo che arricchiranno i contenuti della mostra Siena JazzEye.
“SienaJazzEye” rimarrà aperta presso il Complesso museale Santa Maria della Scala fino al 14 settembre tutti i giorni, festivi compresi, dalle ore 10,30 alle ore 19,30. Infoline 02 02/54911.
Pubblicato da T&CNews a 16.58

Art Tatum (1909-1956)

A CURA DI D. PICCHIOTTI

Il più grande pianista jazz di tutti i tempi,
per l'unanimità della critica.
Si potrebbe già finire qui la presentazione,
ma c'è purtroppo da rilevare la sua abbastanza scarsa popolarità
da almeno un paio di decenni.
Il fatto è che tutti i pianisti moderni
discendono da Powell e Monk e dai loro allievi (Bill Evans
McCoy Tyner, Paul Bley), mentre la scuola Tatum si è
praticamente fermata a Erroll Garner e Oscar Peterson.
Il grande virtuosismo da pianista classico di Tatum è
invece apparso stravolto ma ben presente nelle
esecuzioni di Cecil Taylor.
Sarebbe quindi doveroso rivisitare con tutto
l'interesse che merita l'opera di questo grande.

Art Tatum è nato il 13 ottobre, 1909 a Toledo, Ohio e pur essendo cieco di un occhio solo e ipovedenti in altri è diventato probabilmente il più grande pianista jazz che sia mai vissuto. Egli proveniva da una famiglia musicale e quando alcuni giovani avevano formazione presso la Scuola di Toledo Musica, tuttavia egli è stato in gran parte autodidatta. Il suo insegnante ci ha riconosciuto il suo talento e ha cercato di indirizzare verso di lui come una carriera di pianista classica concerto. Tatum era più interessato alla musica di Fats Waller, che sarebbe una forte influenza sulla sua musica. A 18 anni è stato la riproduzione interludes a una stazione radio locale e in un breve periodo di tempo ha avuto il suo spettacolo. Nel 1932 egli è stato sentito dalla cantante Adelaide Hall, che lo portò a New York come il suo accompagnatore. Un anno dopo ha fatto la sua prima registrazione, tra i quali è stato "Tiger Rag". Questa canzone che funzioni ritmo mozzafiato e increspamento sinistra andright mano cascate e danneggiamento di note basse avuto ogni pianista nel paese stupiti con la sua sorprendente destrezza. Mentre a New York ha stabilito la propria reputazione di "taglio concorsi" con altri pianisti superiore, che egli mai perso. Trascorse i prossimi anni che giocano a Cleveland, Chicago, New York e Los Angeles e anche in Inghilterra nel 1938. Durante questo periodo ha stabilito se stesso come un importante figura nel jazz cerchi. Nei primi anni 1940 Tatum formato estremamente popolare trio con il bassista Slam Stewart e chitarrista Tiny Grimes. Ha trascorso gran parte del prossimo decennio il turismo del Nord America. Nel 1953 Tatum firmato dal produttore Norman GRANZ e registrati ampiamente sia come solista e in piccoli gruppi con Benny Carter, solista e in piccoli gruppi con Benny Carter, Buddy De Franco, Roy Eldridge, Lionel Hampton, Ben Webster e altri. Il suo incredibile talento gli permise di essere estremamente produttivo durante questo tempo. Ray Spencer, nella sua biografia, ha osservato che Tatum era costantemente "raffinamento e levigatura dopo ogni performance fino al un ideale versione non è rimasto che necessitano di ulteriori aggiustamenti ". Questo gli ha permesso di raggiungere un tasso notevole di lavoro. Ad esempio, il suo assolo per GRANZ sessioni sono state in gran parte completato in due giorni. Si tratta di un totale di 69 tracce, ma tutti e tre di essi necessari solo prendere uno. Purtroppo, il 4 novembre, 1956 la sua prodigiosa uscita è stato tagliato corto quando morì di uremia, tuttavia la sua influenza artistica è stata forte e di lunga durata.

Il punto di partenza di Art Tatum lo stile è stato Fats Waller del passo. Tatum Come disse una volta ", Grassi, che è dove io vengo fuori, e l'uomo, che è piuttosto un luogo di venire da". Da questo inizio è andato a creare e superbamente originale e creativo stile di suonare il pianoforte. La sua mano sinistra dove cifre simili a passo, ma è stato veramente conosciuta per il modo in cui ha esplorato armonica complessità e insolito accordo progressioni. Quando improvvisando, Tatum spesso inserire completamente nuovo accordo sequenze (di tanto in tanto con un accordo su ogni movimento) in uno o due misure. Egli ha inoltre sviluppato l'abitudine di citare da altre melodie, qualcosa che è diventato una prassi standard tra i musicisti jazz moderno. Che cosa veramente oltre impostare Tatum era la sua sorprendente capacità tecniche che combinata con la sua volontà di esplorare la immaginato limitazioni della tastiera ortodossa che ha prodotto sorprendente ritmica e armonica complessità. Si sostiene che egli poteva individuare la nota dominante in un rossore WC. Forse il più grande omaggio alla eccellenza di Art Tatum si trova nei pareri dei suoi coetanei. Sua influenzato molti musicisti tra cui Bud Powell, Herbie Hancock, e anche non-pianisti come Charlie Parker e John Coltrane. Sono in molti a dire che ha ispirato il BeBop rivoluzione nel jazz. Quando Oscar Peterson sentito prima di lui ha pensato gioco è stato due persone e Tatum ha considerato il miglior strumentista jazz di tutti i tempi. La leggenda narra che il pianista classica Vladimir Horowitz era così awed da maghi della Tatum che lo ha portato fino alle lacrime. Opportunamente, il suo sostegno più forte proviene da una delle sue prime influenze, Fats Waller. Una volta Tatum nel 1938 è sceso a sentire giocare al Waller un club. In via di introduzione Waller ha detto il pubblico, "Ho appena suonare il pianoforte, ma Dio è in casa stasera. "
Fonti:
• Felicità Howlett, J. Bradford Robinson, "Arthur Tatum, Jr, The New Grove Enciclopedia del Jazz, 1995
• Art Tatum, una guida per la sua musica registrata / Arnold Laubich, Ray Spencer [Newark, NJ]: Istituto di Studi Jazz, Rutgers University; Metuchen, NJ: spaventapasseri Press, 1982.

Lennie Tristano

a cura DI D. PICCHIOTTI

Il pianista italo-americano Lennie Tristano, oggi è leggenda, soprattutto per le sue apparizioni che erano del tutto occasionali anche quando godeva di buona salute. L'assenza dal mondo del jazz come protesta e dissappunto per la recente produzione in nome di quella dei grandi musicisti di un tempo quali: Charlie Parker, Lester Young, Earl Hines, Roy Eldridge, Charlie Chistian.
Tramontata l'era dei boppers Lennie Tristano divenne, alla fine degli anni '40, uno dei maggiori esponenti del Cool jazz, etichetta da lui stesso contestata.
Leonard Joseph Tristano (Chicago, 19 marzo 1919 – New York, 18 novembre 1978) era arrivato in America da Aversa, (provincia di Caserta) ed era il secondo tra quattro fratelli, il più sfortunato: l'influenza spagnola lo aveva reso cieco alla tenera età di nove anni. Fu mandato, dopo varie bocciature, ad una scuola per ciechi nell'Illinois dove emerse sui compagni per la particolare inclinazione per la matematica e la musica. Cominciò lo studio del pianoforte, del sassofono, del clarinetto e violoncello diventando direttore delle orchestrine studentesche.
Iscritto al Conservatorio di Chicago, consegue il Bachelor of music in soli due anni sui quattro necessari; obbligato dal regolamento del conservatorio a studiare per almeno tre anni, si diploma anche in pianoforte e composizione. In seguito, nel 1941, lascia il conservatorio senza diploma ufficiale non essendo in grado di pagare i 500 dollari necessari. Cominciò a racimolare i primi quattrini suonando nei night club e nelle feste private escluso dai locali jazz perché i proprietari ancora non avevano la minima comprensione delle concezioni musicali che gli giravano per la testa fino a che Lee Konitz, dopo averlo ascoltato, si convertì ai suoi ideali jazzistici. L'interesse per il jazz lo portò a trasferirsi a New York, nella 52a strada, dove grazie alla sua ottima padronanza dell'armonia raggiunse subito una buona reputazione come pianista. Il suo trio con il chitarrista Billy Bauer e il contrabbassista Arnold Fishkin mostrò a tutti la sua originalità concettuale fondata su lunghe linee melodiche, intervalli inconsueti e sequenze di accordi suonati da entrambe le mani.
Tristano si presentò come musicista oltre che come un ottimo pianista riuscendo ad imitare con “scandalosa efficienza”, come dirà successivamente, la sontuosa tecnica di Art Tatum e registrando, nel maggio del 1949, in sestetto con i sassofonisti Lee Konitz e Warne Marsh alcune delle sue cose più belle: Wow, Crosscurrent, Sax of a kind, Marionette, Intuition, Digression, fino a Yesterdays. Due brani completamente improvvisati senza alcuna melodia, armonia o ritmo predefinito, Intuition e Digression sono spesso citati tra i primi esempi di free jazz e di improvvisazione libera. Il disco Lennie Tristano del 1955 contiene una delle migliori improvvisazioni del jazz: Requiem. La storia vuole che, mentre si trovava in sala d'incisione, gli venisse annunciata la morte di Charlie Parker e che questo sia stato l'omaggio al grande jazzista. Un'altra caratteristica in questo Lp è il brano Turkish Mambo dove, forse per la prima volta nel jazz, viene utilizzata la registazione su più tracce rimixate in fase finale. Tristano lo ha sempre negato ma, ascoltando il pezzo, appare evidente che due mani, a suonarlo, non bastano.
Tra i dischi registrati da Tristano, il più importante è forse The New Tristano pubblicato dalla Atlantic Records nel 1962 e considerato come una delle migliori incisioni per piano solo nella storia del jazz.
Dalla metà degli anni '50 Tristano si concentra sulla formazione diventando probabilmente il primo a insegnare jazz in maniera strutturata.
Le composizioni di Tristano caratterizzate da strutture inconsuete, compreso l'utilizzo del contrappunto, una tecnica piuttosto rara nel jazz.
Tra i musicisti ispirati da Tristano si annoverano Lee Konitz, Charles Mingus, Connie Crothers, Sal Mosca, Herbie Hancock e Bill Evans.
Il 18 novembre 1988, esattamente a dieci anni dalla sua morte, la città di Aversa, ad iniziativa del jazz club a lui intitolato e che ha sede, appunto, nella città di origine della sua famiglia, gli ha intitolato una strada, la prima in Italia dedicata ad un jazzista.

" La vita senza musica è impensabile…..la musica senza vita è accademia… ecco perché il mio contatto con la musica è un'abbraccio totale"(L.Berstein)

a cura DI D. PICCHIOTTI

" La vita senza musica è impensabile…..la musica senza vita è accademia… ecco perché il mio contatto con la musica è un'abbraccio totale"(L.Berstein)
Quando penso a come mi sono ritrovato dentro questa grande avventura del jazz, o meglio dentro questo immenso "groove"(solco) del jazz, non posso non pensare agli incontri imprevisti con alcuni "grandi" di questa musica che hanno segnato la mia vita come Paul Jeffrey, Joe Diorio, Jerry Bergonzi e Hal Crook, persone eccezionali che hanno generato intorno a loro un'incredibile ricchezza. Quello che continua a stupirmi ancora adesso a distanza di tanti anni è proprio questa loro "grandezza" che non è data dal fatto di essere più o meno famosi, ma dalla bellezza e profondità presenti in loro e nella loro musica, dalla coscienza di appartenere alla storia viva del jazz e di essere testimoni, attraverso la loro dedizione e creatività, di qualcosa di più grande di loro e che in loro rivive attraverso uno spirito musicale innovativo. Hanno tutto quello che anch'io desidero avere come uomo e come musicista: creatività e rigore, cuore e mente, capacità di sacrificio e desiderio di libertà. Amo questi musicisti e dall'amicizia con loro ho imparato che ogni nota ha il suo peso, un suo impatto, porta con sé la tradizione appresa con sacrificio e dedizione, il proprio contenuto di personale originalità esprimibile solo dentro una compagnia, dentro l'essere insieme in ogni attimo della musica e che la musica funziona se la si fa insieme. Ho imparato che siamo noi stessi lo strumento al servizio della musica perché essa possa accadere, comunicarsi in tutta la sua bellezza. Per me il jazz è sempre stato la possibilità di vivere un' esperienza comune, di guardare insieme alla stessa cosa, di condividere una memoria comune ed un amore per la tradizione viva e "last but not least" di avere una stessa passione che cementa un'amicizia ed un gusto nel far musica insieme.
Il jazz è musica d'arte nel senso che esprime il cuore di chi la suona, aiuta l'essere umano a confrontarsi con se stesso, si rivolge a tutti nello stesso modo autenticamente umano in cui lo fanno i quadri di Van Gogh e quindi va incontrato e non consumato in modo indolore proprio perché contiene un grido, una domanda di significato che costituisce il vero nervo scoperto di tutti gli uomini, il punto più profondo di ogni persona, il motore primo dell'arte. Suono jazz perché questa musica mi ha preso totalmente e suonare per me è diventato un gesto d'amore (e quindi un atto di libertà) verso il mondo per comunicare a tutti la commozione del dono ricevuto. Continuerò a suonare per difendere l'opera di tutti quei musicisti che hanno dato la vita per testimoniare al mondo la bellezza che hanno incontrato nel jazz, bellezza che parla del desiderio di felicità che alberga in ciascuno di noi.

giovedì 2 ottobre 2008

Spiritualismo :può disorientare chi si sente attratto da una realtà trascendentale?

a cura DI D. PICCHIOTTI

Il vasto numero di opere scritte sullo Spiritualismo può disorientare chi si sente attratto da una realtà trascendentale (ma altrettanto vera quanto quella del mondo visibile), mentre in taluni può accadere che si manifesti uno stato di incertezza se non addirittura di angoscia e di smarrimento, poiché questa verità non è facilmente identificabile né tanto meno afferrabile senza un’adeguata preparazione.
La conoscenza del mondo invisibile presuppone lo studio serio e costante di opere non immediatamente comprensibili, almeno nella loro interezza, per coloro che si avvicinano per la prima volta ad un sapere che, contrariamente a quanto molti credono, è una vera e propria scienza. La scienza spiritualistica infatti, sia detto per inciso, abbraccia tutto l’arco dello scibile, dalla medicina alla fisica, dall’astronomia alla geologia, dalla chimica alla fisica nucleare.
La principale difficoltà per chi si accinge ad affrontare questo studio consiste nel fatto che da una parte si è dovuto esprimere in termini terreni ciò che terreno non è più, mentre dall’altra parte dobbiamo capire con il nostro cervello fisico, quindi limitato, una materia che trascende il fisico. Solo dopo uno studio profondo e metodico si svilupperanno in noi certi sensi spirituali che ci consentiranno di afferrare il mondo visibile nella sua completezza.
Nell’ambito dell’attività del “Cenacolo 71”, i libri, i saggi, le relazioni e i seminari di approfondimento si offrono come opportunità di studio dello Spiritualismo.
Il Cenacolo 71, infatti, ha avuto il merito di impostare la ricerca definendone l’oggetto come “Parapsicologia Umanistica ad indirizzo quantistico” secondo un triplice approccio: scientifico, filosofico, morale.
Le opere del “Cenacolo 71” si sono rivelate dunque proficue per chi intendesse percorrere seriamente una strada certo non facile, ma che conduce alla conoscenza e alla consapevolezza di sé. Questo cammino, sebbene arduo, va assolutamente intrapreso da chi aspira alla propria evoluzione interiore e vuole quindi fare tesoro delle esperienze accumulate, esperienze che si amplificheranno e che lo accompagneranno nel suo continuo procedere verso la Verità e la Luce.
L’intendimento di questo nostro scritto è quello appunto di dare a chi si accosta per la prima volta a questa scienza una base che servirà ad afferrare interamente tutto ciò che è stato scritto in proposito e affrontare quindi con profitto studi più approfonditi. In tal modo sarà possibile avviarsi ad occhi aperti e in piena coscienza lungo una via diretta alla realizzazione di se stessi anche, e soprattutto, come esseri incarnati viventi in un mondo non meno reale di quello invisibile.
Per conoscere lo Spiritualismo è indispensabile, prima di ogni cosa, definire il concetto che gli è proprio. Possiamo definire lo Spiritualismo come una teoria sulla natura, sull’origine e sul destino degli Spiriti, sui rapporti che si stabiliscono fra di essi nel mondo fisico e nel mondo spirituale, e sulle conseguenze morali e religiose che derivano da questi rapporti.
Si potrebbe definire lo Spiritualismo una scienza d’osservazione e, allo stesso tempo, una dottrina filosofica. In quanto Scienza, lo Spiritualismo considera i rapporti che si stabiliscono fra noi e gli Spiriti; in quanto Filosofia, studia tutte le conseguenze morali che derivano da questi rapporti. Lo Spiritualismo non è soltanto una scienza che studia la natura, l’origine e il destino degli Spiriti, ed i loro rapporti con il mondo corporale.
Infatti, il “Cenacolo 71” tenendo presente i suggerimenti ricevuti dalla sua guida “IL POPE” dal 13 agosto 1983 ad oggi (dicembre 2001, ndr), preferisce parlare di teoria anziché di scienza per non escludere l’aspetto filosofico e l’aspetto morale che sono elementi integranti delle conclusioni alle quali è fin qui giunto. Inoltre, nei rapporti fra spiriti include anche gli spiriti incarnati e, infine, considera le conseguenze religiose della ricerca distinte da quelle morali, perché i due ambiti, pur collegati, sono separati.
In conclusione riteniamo che lo Spiritualismo presenti tre livelli, che non sono però frutto di una divisione, né di un modo di porre la dottrina, ma di una impostazione metodologica. L’osservazione dei fenomeni e lo studio delle loro leggi costituiscono l’aspetto scientifico. Lo studio delle conseguenze, che l’osservazione e la sperimentazione di questi fenomeni producono sulla vita umana, costituisce l’aspetto filosofico. Mettendo in pratica gli insegnamenti che ne conseguono, abbiamo la dimensione morale della Dottrina. Così come non è possibile togliere uno dei lati di un triangolo senza far sparire la figura geometrica, è altrettanto impossibile acquisire una vera conoscenza dello Spiritualismo mediante l’approccio ad uno solo dei suoi tre aspetti.

Scienza
Lo Spiritualismo, come tutte le scienze, ha un “oggetto” proprio e un metodo.
L’oggetto può essere materiale o formale. L’oggetto materiale è ciò che la scienza studia; però un medesimo oggetto materiale, uno stesso argomento, può essere studiato da molte scienze diverse.
È dunque importante conoscere in che modo specifico ogni scienza particolare osserva l’oggetto. Il profilo specifico di un oggetto materiale, osservato da un certo punto di vista, è ciò che costituisce l’oggetto formale, grazie al quale le scienze si distinguono l’una dall’altra.
Lo Spiritualismo ha, dunque, un oggetto materiale: l’uomo (spirito incarnato), e un oggetto formale costituito dalla natura degli Spiriti, la comunicazione fra di essi, incarnati o disincarnati, e la conoscenza delle leggi del mondo invisibile.
Il metodo è l’insieme di procedimenti e di tecniche necessarie ad approfondire la conoscenza di un certo oggetto. Il metodo deve adattarsi all’oggetto formale che si vuole studiare ed agli obiettivi che ci si propone di raggiungere.
I metodi si dividono in: introspettivo ed estrospettivo. I metodi estrospettivi possono essere deduttivi o induttivi. Seguendo il metodo deduttivo, si parte da un principio generale per arrivare a conclusioni particolari. Con il metodo induttivo, si parte dall’esame dei fatti particolari per arrivare ad enunciare una legge generale.
Allan Kardec definì lo Spiritualismo “scienza di osservazione”. Ciò significa che il metodo è quello induttivo. “Il metodo induttivo può essere metodo di osservazione o metodo di sperimentazione. È dunque rigorosamente esatto dire che lo Spiritualismo è una scienza di osservazione e non un prodotto dell’immaginazione”.
La differenza tra l’osservazione e la sperimentazione è stabilita dall’atteggiamento proprio del soggetto nell’indagine del fenomeno. Se ci si limita semplicemente a studiarlo così come appare nelle situazioni normali e spontanee, senza interferire nella sua produzione o sul suo sviluppo, si fa dell’osservazione. Se, invece, il soggetto interviene per stabilire le condizioni nelle quali il fenomeno si produrrà, allora si tratta di sperimentazione. Nella ricerca spiritualistica, si può usare sia l’osservazione che la sperimentazione, a patto di non perdere di vista il fatto che i procedimenti di ricerca sono relativi all’oggetto di studio e che, nello stabilire le condizioni della sperimentazione, non si possono tralasciare le caratteristiche particolari dell’oggetto.
L’esperienza ci suggerisce che, quando un principio nuovo deve essere enunciato, lo Spirito lo fa spontaneamente rispettando però certe condizioni:

- Le risposte che dà uno Spirito possono essere contraddittorie se raccolte in centri diversi. Se in due centri diversi, le opinioni e le idee divergono, le risposte possono essere deformate, poiché si trovano sotto l’influsso di diversi tipi di Spiriti. La risposta non è, dunque, contraddittoria, ma lo è il modo in cui la si esprime. In questo caso, ci troviamo di fronte ad un errore di filtrazione medianica, dovuta all’influenza degli Spiriti (non ultimo, quella dello spirito del medium stesso).

- Gli Spiriti possono anche adeguare le loro risposte alla capacità intellettuale dei loro interlocutori. In tal caso, l’eventuale contraddizione è soltanto apparente, poiché l’idea di base è sempre la stessa. La diversità delle comunicazioni, poi, può essere indotta da posizioni spirituali diverse (diversi livelli evolutivi).

È dunque necessario:
1. Non dimenticare che gli Spiriti Superiori, nelle loro rivelazioni, non affrontano le grandi questioni della Dottrina, se non gradatamente.
2. Osservare con riserva e sfiducia tutto ciò che si allontana dalla meta finale dello Spiritualismo.
3. Sottoporre la comunicazione al criterio della razionalità.

Comunque, il criterio di razionalità ci impone di sottoporre ogni comunicazione proveniente dagli Spiriti, senza eccezioni, all’esame della ragione. Il “Cenacolo 71” ha sempre ritenuto che qualsiasi teoria che contraddica apertamente il buon senso o la logica rigorosa, o i dati positivi precedentemente acquisiti, deve essere scartata, nonostante l’eventuale rispettabilità del nome di chi la sottoscrive.

Filosofia
La filosofia è sempre una ricerca delle cause prime. È la scienza dei principi primi e delle ragioni ultime. Essa rappresenta sempre una ricerca permanente dell’individuo allo scopo di riunire, con una comprensione totale, l’uomo e il cosmo in un sistema integrato. Ciò non significa che essa raggiunga la verità ultima di tutte le cose, seppure questa costituisca il suo orientamento, la sua inclinazione, la sua ragione di essere.
Come la Filosofia, lo Spiritualismo studia l’origine, la natura, il destino degli Spiriti deducendone le conseguenze morali sull’esistenza umana. Dalla prova dell’esistenza degli Spiriti e della possibilità di comunicazione che essi hanno, dallo studio delle comunicazioni, lo Spiritualismo tenta di approfondire la conoscenza del mondo invisibile. È una filosofia a base scientifica, poiché essa si costruisce partendo dall’osservazione di fatti determinati.
La filosofia spiritualistica si serve del metodo deduttivo, partendo da idee generali per giungere a quelle particolari del metodo dialettico, procedendo con la contrapposizione tra tesi e antitesi per arrivare alla sintesi; nonché del metodo intuitivo.
Nello Spiritualismo si valorizza l’importanza della intuizione quale metodo di ricerca. L’osservazione e la sperimentazione sono strade che si esauriscono se non viene loro dato un nuovo impulso. Il solo uso dei sensi non può farci progredire. È necessario che il ricercatore trovi una via di accesso all’interno delle cose, all’essenza del fenomeno, che lo colleghi al mistero interno dello stesso. È necessario quindi che egli conosca se stesso e il suo spirito, perché è attraverso le essenze somiglianti che può avvenire la relazione. È necessario, come dice Pietro Ubaldi « amare il fenomeno, tramutarsi nel fenomeno osservato e viverlo… trasferire il proprio io, con la sua sensibilità, verso il centro del fenomeno e stabilire, più che una comunione, una vera trasfusione d’anima» (La Grande Sintesi, pag.24, Ed.Mediterranee).
Bergson affermava che l’intelletto non può capire l’essenza delle cose e che l’intuizione ci consente di penetrare nel loro interno. L’intuizione è un «istinto particolare, disinteressato, cosciente di sé, capace di riflettere sul suo oggetto, di estenderlo all’infinito»; è una sorta di simpatia spirituale. La conoscenza intuitiva, dice Miguel Reale, agisce direttamente come un sondaggio nel reale per coincidere con quello che il reale ha di concetto, di unico e quindi di ineffabile (Filosofia del Diritto, vol.I, pag.74).
Il ruolo dell’intuizione nel campo delle scienze esatte è messo in rilievo come strumento del sapere tanto nel campo dei principi fondamentali quanto nella ricerca sperimentale.
Le grandi visioni generano ipotesi che saranno poi comprovate negli esperimenti fisici, oppure dimostrate matematicamente (Max PlancK, Dove va la scienza?, pag.89 e seguenti). Riferendosi al lavoro del fisico (relativo alla scoperta della legge dei quanti), Einstein diceva che « non esiste un cammino logico per la scoperta di tali leggi. Esiste soltanto la via dell’intuizione aiutata da un senso dell’ordine che giace dietro le apparenze e questo Einfuehlung si sviluppa con l’esperienza » (Pref. di Dove va la scienza?, pag.12). Affermava Poincaré: « È con la logica che si dimostra e con l’intuizione che si inventa » (cit. da M.Reale, op.cit., pag.122, nota).

Morale
Lo Spiritualismo, dal punto di vista filosofico, può essere definito una religione, perché è la dottrina che crea gli anelli di fraternità e di comunione di pensieri non su una semplice convenzione, ma su basi più solide: le leggi stesse della Natura.
Tuttavia, è il modo di vivere che dà il vero senso alla religione. Una fede non può essere il semplice risultato di posizioni filosofiche, ma la ricerca della realizzazione, la messa in atto pratica dei postulati che determinano il carattere religioso della Dottrina.
Lo Spiritualismo fornisce i mezzi che ci consentono di unire le due grandi nemiche nel campo della conoscenza umana: la scienza e la religione. Operando in campi distinti, l’una e l’altra non hanno cercato di vedere l’unitarietà della conoscenza. Lo Spiritualismo invece avvicina l’una all’altra, fornendo la conoscenza delle leggi che reggono l’universo spirituale e le sue relazioni con il mondo corporale. La conoscenza del mondo invisibile cambia gli orizzonti psicologici e sociali dell’uomo, inquadrandolo come un elemento dell’universo, modificando così il campo delle sue conoscenze ed aprendogli nuove prospettive su come affrontare la vita.

 J. G. Fichte, Prima introduzione alla Dottrina della Scienza

a cura DI D. PICCHIOTTI
 
Un essere ragionevole finito non dispone di nient’altro all’infuori dell’esperienza: è l’esperienza che contiene l’intera materia del suo pensiero. Il filosofo sottostà necessariamente alle stesse condizioni. Sembra dunque impossibile pensare ch’egli possa elevarsi al di sopra dell’esperienza.
Ma egli ha la possibilità di astrarre, cioè a dire separare, mediante la libertà del pensiero, ciò che nell’esperienza è unito. Nella esperienza la cosa, e cioè ciò che è determinato indipendentemente dalla nostra libertà e a cui la nostra conoscenza si rivolge, e l’intelligenza, che ha la funzione di conoscere, sono inscindibilmente unite. Il filosofo può prescindere dall’una o dall’altra, e ha cosí astratto dall’esperienza, si è elevato sopra di essa. Se prescinde dalla cosa gli rimane, a giustificare l’esperienza, un’intelligenza in sé; se prescinde dall’intelligenza gli rimane, a giustificare l’esperienza, una cosa in sé. Nel primo caso fa astrazione dal rapporto dell’intelligenza con l’esperienza; nel secondo fa astrazione dal fatto che la cosa si presenta nell’esperienza. Il primo procedimento si chiama idealismo, il secondo dogmatismo.
Da tutto ciò risulta abbastanza evidente che questi due sono gli unici sistemi filosofici possibili. [...]
Il contrasto tra l’idealista e il dogmatico consiste propriamente in ciò: se l’autonomia dell’io debba essere sacrificata a quella della cosa o viceversa. Che cos’è dunque che induce un uomo ragionevole a decidersi per l’una cosa piuttosto che per l’altra?
Di questi due termini [io e cosa], uno solo può essere il primo, l’originario, l’indipendente: quello che è secondo non diventa necessario se non per il fatto che è il secondo, dipendente dal primo, al quale ha da essere legato.
Quale di questi due termini dev’essere fatto primo? La ragione non è in grado di fornire un principio che risolva l’alternativa, poiché si tratta non di collegare un membro all’interno d’una serie, per il che principî di ragione sarebbero sufficienti, ma di cominciare la serie intera, il che, essendo un atto assolutamente primo, non dipende che dalla libertà del pensiero. Tale atto è dunque determinato dall’arbitrio, e, dato che la decisione dell’arbitrio deve pure avere una ragione, dall’inclinazione e dall’interesse. La ragione ultima della differenza fra idealista e dogmatico è perciò la differenza del loro interesse.
L’interesse supremo, principio di ogni altro interesse, è quello che abbiamo per noi stessi. Il che vale anche per il filosofo. [...]
La scelta di una filosofia dipende da quel che si è come uomo, perché un sistema filosofico non è un’inerte suppellettile, che si può lasciare o prendere a piacere, ma è animato dallo spirito che un uomo ha. Un carattere fiacco di natura o infiacchito e piegato dalle frivolezze, dal lusso raffinato e dalla servitú spirituale, non potrà mai elevarsi all’idealismo.
Si può mostrare al dogmatico l’insufficienza e l’inconseguenza del suo sistema, secondo quanto diremo tosto, lo si può tormentare e confondere in ogni senso, ma non lo si può convincere, perché egli non sa ascoltare e saggiare pacatamente e freddamente una dottrina che egli non può assolutamente tollerare. Per esser filosofi - posto che l’idealismo si confermi come l’unica vera filosofia - bisogna esser nati tali, essere stati educati tali, e tali educarsi: non c’è arte umana che valga a far diventar filosofo. È per ciò che questa scienza si ripromette pochi proseliti fra gli uomini già fatti: se le è dato d’avere qualche speranza, essa lo ripone nella gioventú, la cui congenita energia non s’è ancora rovinata nella fiacchezza dei nostri tempi.