martedì 15 luglio 2008

Anime Gemelle? Direi Forme Gemelle,

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Una delle leggende spirituali che più fanno sognare la gente è quella dell'esistenza, da qualche parte, della propria "anima gemella". Ma esiste veramente?
Cerchiamo di ragionare un attimo. Abbiamo detto che la Terra si trova nel punto più basso del creato come forma fisica. Ci troviamo in terza dimensione.Ed abbiamo detto che, essendo il punto più basso e distorto per i motivi già accennati, allora l'ascensione globale di tutto lo spazio-tempo può ripartire solo da qui. Quindi?
Quindi, dato che lo scopo dell'ascensione non è altro che quello di tornare all'unità, e quindi riunire tutti i poli dei vari pensieri, allora tra questi si dovrà riunire anche il polo del pensiero della parte maschile con il polo del pensiero della parte femminile.
Un pensiero, per essere trasceso in modo completo, deve essere sperimentato nel punto più basso e distorto, e solo da qui può poi ascendere in modo completo. I pensieri di maschile e femminile non sono un'eccezione.
Abbiamo detto anche che le polarità prima devono essere trascese, e poi devono essere integrate in un unico pensiero che le unisca. Quindi anche per i pensieri di forma maschile e forma femminile, due polarità del pensiero di unità fisica, ci deve essere prima una trascesa di tali pensieri per permettere loro di integrarsi nel pensiero di unità fisica. Cosa significa questo?
Tutto ciò che esiste è pensiero. Esiste il pensiero della forma fisica. Esiste il pensiero della forma fisica maschile ed il pensiero della forma fisica femminile. Ed esiste il pensiero che integra tali due pensieri che è il pensiero dell'unità fisica dei poli maschile e femminile.
A livello di forma, cosa significa integrare il pensiero della forma fisica maschile ed il pensiero della forma fisica femminile? Significa semplicemente che le due forme, maschile e femminile, si uniscono fisicamente e cioè stanno assieme praticamente tutto il tempo che trascorrono nella forma. Questo perché la sintonia di pensiero, che sarà sempre maggiore tra le due forme, li attirerà sempre più l'uno all'altro, e quindi in realtà l'amore nella coppia, anziché decadere come capita in molte coppie non forme gemelle, tenderà ad aumentare sempre più.
Perché se due persone non sono forme gemelle non possono avere un amore puro duraturo? Perché ognuno dei due tenderà ad evolvere a proprio modo, in base alla propria natura. E quindi i pensieri comuni tra i due potrebbero essere sempre meno con il passare del tempo. E' vero però che può accadere che anche forme non gemelle riescano ad avere un rapporto d'amore (ma mai puro come quello tra due forme gemelle) per molto tempo.
Se ciò accade significa che uno dei due si "adatta" all'altro, cioè si adatta ai pensieri del partner. E quindi per forza continueranno a rimanere vicini. Ma non è una relazione pura, dato che uno dei due o entrambi, se vi è un adattamento reciproco, non si rende responsabile dei propri pensieri e quindi della propria vita, e quindi non evolve veramente. E si crea una forma di dipendenza.
Se due forme non gemelle continuano a crescere con la propria testa senza adattarsi all'altro, allora con il tempo il loro rapporto svanirà. Perché non avranno tanti pensieri in comune.
Ora, dato che esistono tante forme fisiche e la polarità maschile/femminile prevede la presenza di due poli, cioè maschile e femminile appunto, significa che, per ogni forma fisica, deve esistere una forma fisica simile e complementare. Non può essere altrimenti, perché anche la forma è un pensiero, e quindi il pensiero di una qualsiasi forma fisica maschile deve per forza avere da qualche parte il suo pensiero simile e contrario, cioè il pensiero della forma fisica femminile.
Detto quindi che per forza le due polarità devono esistere da qualche parte nello spazio-tempo, dove si trova l'altra parte di ognuno di noi, cioè il pensiero della forma fisica complementare e simile? In sostanza, dove si trova quella che viene chiamata "anima gemella" o, per essere più corretti, forma gemella?
Non può che trovarsi qui dove siamo noi, cioè sullo stesso piano di realtà! E quindi sulla Terra! Perché? Perché se non fosse così non potrebbe avvenire una ascensione completa dello spazio-tempo, perché affinché ciò avvenga è necessario che tutte le polarità, a tutti i livelli vibrazionali, vengano unite. Ora, se esistiamo qui in terza dimensione con una forma, significa che rappresentiamo un pensiero di terza dimensione. Ma ognuno di noi, essendo maschio o femmina, rappresenta una polarità. E dato che l'integrazione delle polarità di ogni pensiero deve avvenire dal punto più basso e distorto affinché l'ascensione sia completa, allora questo significa che su questo piano di realtà in cui viviamo da qualche parte c'è la nostra forma gemella! O comunque c'è stata finché entrambi erano in vita.
Quindi tutte le persone presenti oggi sul pianeta hanno o hanno avuto in questa vita la loro forma gemella qui sul pianeta. Nessuna persona esclusa. Il problema sta nel comprendere chi è la propria forma gemella, e non sempre si capisce al primo incontro. Perché?
Perché i pensieri che ognuno ha dentro di sé tendono a far vivere una realtà piuttosto che un'altra. E quindi tendono ad attirare certe persone piuttosto che altre. Solo nel momento in cui due persone hanno pensieri in comune, si incontreranno. E più pensieri in comune hanno, e più staranno vicini perché simile attira simile.
Questo vale anche per le proprie forme gemelle. Si attirano a sé solo quando si comincia ad avere con loro dei pensieri in comune, e ciò può avvenire solo se si rimane tendenzialmente allo stesso livello di evoluzione. Se uno dei due rimane più indietro, allora l'unione potrebbe ritardare, ma prima o poi avverrà, dato che siamo tutti qui per ascendere in modo completo ed integrato. E quindi integrare tutte le polarità, comprese quelle delle forme fisiche maschile/femminile.
I pensieri esistenti nello spazio-tempo sono quasi infiniti in numero. Man mano che si evolve, si incorporano e si integrano sempre più pensieri. E' normale quindi che più due forme hanno un livello evolutivo simile, e più è probabile che abbiano pensieri in comune.
Naturale che l'amore che c'è tra due forme gemelle non è paragonabile ad un amore tra due persone che sono assieme solo per affinità di certi pensieri (cioè in sostanza perché c'è karma tra loro). E'un qualcosa di puro, e che per questo non tramonterà mai, fintantoché si rimarrà nella forma.
Il karma può essere quindi visto come il numero di pensieri che due forme hanno in comune. Maggiore è il numero di pensieri in comune, maggiore è il karma. Quindi abbiamo karma con tutto ciò e tutti coloro con cui siamo in contatto, altrimenti non ci attireremmo l'un l'altro. Se non c'è karma, non ci si attira.
Le forme gemelle sono quindi quelle forme che, se c'è evoluzione, più passa il tempo e più hanno karma cioè pensieri in comune tra loro! Il karma può essere positivo o negativo, cioè relativo a pensieri di unità o separazione. Quelli di separazione (quindi karma negativo) comprendono sia pensieri polarizzati da trascendere, sia le distorsioni estreme di tali pensieri polarizzati (pensieri di super-luce e di super-distruzione).
Possiamo dire che, tra diversi esseri, esiste karma positivo quando i pensieri in comune sono pensieri di unità. Esiste karma negativo quando i pensieri in comune sono pensieri polarizzati ancora da trascendere. Esiste infine quello che possiamo chiamare "karma distorto" relativo ai pensieri estremi di super-luce e di super-distruzione. Distorto come sinonimo di non equilibrato.
Infatti il karma positivo e quello negativo rappresentano il karma naturale, cioè il karma che dovrebbe esistere in una realtà spazio-temporale non distorta. A causa invece della distorsione dello stampo energetico puro iniziale (magnetico) in altri stampi energetici (elettrico e radioattivo), si è creato un altro tipo di karma, cioè un tipo di attrazione di pensieri, che possiamo definire distorto.
L'energia elettrica crea una distorsione di pensiero di primo grado, l'energia radioattiva crea una distorsione di pensiero di secondo grado. Cioè l'energia radioattiva indica una distorsione di pensiero ancora superiore a quella elettrica. Se quella elettrica crea pensieri sia di super-luce che di super-distruzione, quella radioattiva crea solo pensieri di super-distruzione.
Torniamo ora alle forme gemelle. Che dire delle persone che muoiono e moriranno? Se anche loro hanno la loro forma gemella qui, la lasciano sola? Che senso avrebbe? Infatti non avrebbe alcun senso. Ciò significa che le persone che muoiono e moriranno o non hanno più qui sulla Terra la loro forma gemella, e ciò significa che non sono qui per ascendere in modo completo e puro, oppure la lasciano qui ma presto se ne partirà anche quella che rimane, dato che non può ascendere in modo completo da sola.
Quindi molti di noi hanno qui sulla Terra la nostra forma gemella. Per alcuni sarà già al proprio fianco, per altri no. E se si intende (e quindi si ha il desiderio) di ascendere in questa vita, allora sicuramente significa che la propria forma gemella è qui, ed al momento opportuno vi unirete. Quando avverrà, significa che si sarà pronti ad una vera relazione di coppia.
Cos'è quindi l'amore nella forma? Non è altro che l'attrazione reciproca dovuta alla comunanza di pensieri a livello biologico delle due forme che le attrae una all'altra. Quindi non è possibile che, in un rapporto tra due persone, una persona sia innamorata e l'altra no! Perché se si attraggono significa che entrambe hanno gli stessi pensieri dentro di loro.
Allora perché succede che spesso una persona si innamora e l'altro/a no? Perché non lo percepiscono. E perché non lo percepiscono? Perché probabilmente l'innamorato ha meno pensieri in comune con questa persona di qualcun altro. Cioè se Antonio si innamora di Silvia, significa che hanno dei pensieri in comune che li attraggono, e Silvia dovrebbe sentire la stessa cosa a meno che non ci sia un terzo o più terzi, mettiamo Paolo, che ha più pensieri in comune con Silvia di quanti ne abbia Antonio. E quindi Silvia si sentirà più attratta da Paolo che da Antonio. E quindi Silvia sarà più innamorata di Paolo che di Antonio. E se Antonio è innamorato di Silvia significa che Silvia è la persona dell'altro sesso con la quale ha più pensieri in comune in quel momento.
Cosa significa questo? Significa che per forza tutti siamo innamorati di qualcuno in ogni momento della nostra vita. Perché c'è sempre una persona dell'altro sesso con la quale condividiamo più pensieri rispetto ad altri! L'amore è alla base della vita di tutti noi e di ogni particella dello spazio-tempo. Perché Dio è amore! Ed ha creato uno spazio-tempo che si basa proprio sulla sua essenza, cioè sull'amore. Cosa sono quindi le emozioni? Non sono altro che l'espressione fisica dell'amore.
Capite quindi come l'amore sia un concetto puramente biologico? E quindi di attrazione fisica? I pensieri sono biologici nella forma, e quindi pensieri ( e quindi forme) simili si attraggono.
E' possibile che forme dello stesso sesso si attraggano. E' un fatto normale, che può accadere, e come qualsiasi cosa dipende dai pensieri che si hanno dentro. E questo, come già detto, dipende da quanto ci si lascia influenzare dalle proprie convinzioni, dai pensieri dei propri antenati, dei propri sé di altre dimensioni o vite parallele, della società, della scuola, della famiglia ecc.
Di certo comunque l'amore è amore, qualsiasi sia il sesso di due persone.
Nella realtà spazio-temporale, dove esiste la polarizzazione di pensiero, simile attira simile. I poli abbiamo detto essere infatti simili e complementari. Se simile attira simile, allora anche persone che condividono il pensiero dell'attrazione per le persone dello stesso sesso, si attireranno tra loro, accentuando i pensieri che hanno in comune.
Che dire dell'amore a prima vista? Dato che pensieri simili si attraggono, e ciò avviene con il tempo ed in modo graduale, non è possibile che due persone si attraggano per la prima volta quando hanno molti pensieri in comune. E quindi non può esserci un vero amore a prima vista. Quello che può succedere è di avere come pensiero un certo stereotipo di partner o persona dell'altro sesso in generale (dovuto alla cultura, all'istruzione, ai media o ad altro) e che questo valga per entrambi, dato che tale pensiero non sarebbe venuto a galla se uno dei due non avesse avuto in sé tale pensiero. In tal caso può esservi una sorta di "amore a prima vista", o meglio una fantasia sul partner ideale.
Che dire invece dell'amore platonico? Cioè di un amore non fisico? L'amore non fisico non è amore, è solo una comunanza di pensieri non così forte basata su fantasie di partner ideale. Più forte è la comunanza di pensieri, e più forte è l'attrazione fisica. Se non c'è attrazione fisica, significa che non c'è una forte comunanza di pensieri, e quindi sintonia.
Ecco perché il vero amore tra forme gemelle è lento. Perché inizialmente ci si attrae perché si hanno pochi pensieri in comune, e man mano che i pensieri in comune aumentano, l'attrazione è sempre maggiore. E' vero però che una cosa particolare succede tra forme gemelle: che quando si incontrano, anche se tra loro ci sono ancora pochi pensieri in comune, si percepisce una certa attrazione fisica reciproca. Cosa che, a parità di pensieri in comune, non capiterebbe con un'altra persona.
by Dani

domenica 13 luglio 2008

Gianni VATTIMO e il pensiero debole


a cura DI D. PICCHIOTTI
Gianni Vattimo nasce a Torino nel 1936. Si laurea in filosofia nella città natale e ottiene la specializzazione a Heidelberg, dove insegna il suo maestro Gadamer (ma fu allievo anche di Pareyson). Nel 1964 comincia ad insegnare filosofia all'università di Torino, dove sarà anche preside della facoltà di Lettere.

Da sempre unisce all'impegno filosofico l'attività politica, per cui inizia come dirigente degli studenti cattolici negli anni '50, per poi confluire nei radicali e poi nei partiti della sinistra italiana (è stato parlamentare europeo). Vattimo si batte per il rinnovamento della società in senso pluralista e libertario (e, si potrebbe dire, postmoderno) pur non disdegnando l'accoglienza di quei valori storici propri della cattolicità tradizionale (soprattutto il senso della "pietas") sintentizzandoli in forza di un pensiero che giustamente si pone come debole, in contrapposizione alle distinzioni etiche intransigenti e dogmatiche.

Direttore della rivista estetica, Vattimo ha insegnato più volte negli Stati Uniti in veste di visiting professor ed è uno tra i più eminenti studiosi europei, nel solco della corrente filosofica che da Heidegger porta a Gadamer e al pensiero francese della differenza (passando per il recupero del pensiero di Nietzsche).

Opere principali: Il concetto di fare in Aristotele (1961); Essere, storia e linguaggio in Heidegger (1963); Ipotesi su Nietzsche (1967); Poesia e ontologia (1968); Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione 1968; Introduzione a Heidegger (1971); Il soggetto e la maschera (1974); Le avventure della differenza (1980); Al di là del soggetto (1981); Il pensiero debole (1983) (scritto con A. Rovatti); La fine della modernità (1985); Introduzione a Nietzsche (1985); La società trasparente (1989); Etica dell'interpretazione (1989); Filosofia al presente (1990); Oltre l'interpretazione (1994); Credere di credere (1996).
Sommario
1. Il pensiero debole
2. Crisi del fondamento e depotenziamento della ragione
3. Il pensiero forte come forma di violenza, il senso della differenza
4. Implicazioni etiche e sociali del pensiero debole

1. Il pensiero debole

Gianni Vattimo è uno dei massimi teorici del pensiero debole, ovvero di un nuovo modo di porsi del pensiero nei confronti delle problematiche filosofiche ed etiche. L'idea che sta alla base di questa forma di pensiero è che non esiste alcuna possibilità, da parte del pensiero, di affermare o raggiungere una qualsiasi verità stabile o definitiva (si può notare la forte connessione tra pensiero debole e problematica della postmodernità).

La filosofia si era strutturata in passato come indagine del senso autentico della verità, ogni sistema filosofico aveva come proprio obiettivo quello di racchiudere in un sistema di regole razionali il senso ultimo dell'esistenza e dell'essere. Vattimo riconosce, come molti altri, la tendenza storica che vede l'occidente perdere progressivamente questa volontà di dimostrare il senso stabile della realtà.
Il pensiero filosofico è arrivato, a parere di Vattimo, al termine della sua avventura. Ogni tentativo di dimostrare i principi metafisici che regolano e sorreggono eternamente la realtà si è risolto in un fallimento, questo dimostra (sempre storicamente) che non esiste alcuna verità stabile.

Da queste premesse si evince che occorre dare alla filosofia un altro senso: il nuovo senso della filosofia, quella strada che la filosofia dovrà percorrere in futuro, non è la ricerca della verità assoluta, ma è invece l'adeguarsi alla verità che esistono diverse verità (per cui non esiste verità assoluta, ma solo una pluralità di verità relative), per cui Vattimo auspica l'avvento di un pensiero debole, una forma di pensiero che non si ponga come spiegazione certa e incontrovertibile di un'unica verità alla quale adeguarsi (ovvero un pensiero forte, che non sia negabile), bensì una forma di pensiero che avverta e lasci apparire la pluralità dei sensi che il mondo via via verrà ad assumere.
Il pensiero debole (contrapposto alla forma di pensiero forte che ha monopolizzato in passato il cammino della conoscenza) è in sostanza una forma di pensiero che si adegua al mutamento incessante delle condizioni della realtà, un pensiero morbido, che è in grado di accettare la pluralità dei punti di vista senza imporre alcun punto di vista come l'assoluto e incontrovertibile.

2. Crisi del fondamento e depotenziamento della ragione

Come è evidente nell'economia dello studio della postmodernità, ogni senso definitivo decade, ogni fondamento è messo in crisi. A fondamento di questa evidenza si pone il pensiero di Nietzsche, per il quale "Dio è morto", frase che racchiude il senso dell'epoca attuale, in cui a morire è ogni pretesa di fondamento certo e assoluto ("Dio" come principio autentico, eterno, onnipotente).
Anche il pensiero di Heidegger rende bene l'idea di una realtà priva di fondamento (si ricordi che per Heidegger l'essere non ha fondamento, ed è semplicemente il manifestarsi imprevedibile degli enti). Ma la tesi di Vattimo deve molto anche all'ermeneutica di Gadamer quando accetta il recupero della tradizione in senso debole, ovvero accettando i valori della tradizione come aspetti culturali che vanno ad arricchire il senso della storia, a pari legittimità, e non a rinchiuderlo in una sola e monolitica tradizione dominante sulle altre tradizioni.

Visto quanto detto fin qui, come si pone il pensiero debole nei confronti della ragione? Pensare razionalmente è da sempre il modo principale del sapere filosofico, per mezzo della ragione il filosofo percorre il sentiero di un sapere oggettivo, in cui la speculazione si può misurare con leggi razionali oggettive che fondano in qualche modo una legislazione del pensiero.
Secondo Vattimo, nell'ottica dell'indebolimento delle strutture filosofiche, etiche e sociali, anche la ragione sperimenta un suo depotenziamento. La ragione non è in definitiva in grado di fondare alcuna certezza e alcun senso forte e definitivo, ma si pone come ragione depotenziata, elastica (emblematico l'esempio della scienza e della tecnica contemporanea come forma di conoscenza sempre perfettibile e ipotetica, che fonda il valore delle sue leggi sulla possibilità di essere comunque superate in ragione di novità sperimentali).
Il depotenziamento della ragione in epoca contemporanea è quindi da vedere in quest'ottica: la ragione per mezzo della quale i filosofi del passato intendevano stabilire verità forti e immutabili ha fallito, la legge che sottende il funzionamento del mondo è una legge che muta e che non azzarda imporre alcunché di immutabile, per cui anche la ragione si piega alle tendenze deboliste, e si rifiuta ormai di fondarsi come forma di conoscenza immutabile e incontrovertibile, ma tende ad aprirsi a quella molteplicità di regole e di ragioni in cui consiste il mondo, sempre più variegato nelle sue diverse manifestazioni.

3. Il pensiero forte come forma di violenza, il senso della differenza

Alla base della critica che il pensiero debole muove alla categoria del pensiero forte (ma è anche una critica propria di un certo pensiero francese contemporaneo quale quello di Derrida ma soprattutto quello di Deleuze) vi è la convinzione che ogni pensiero forte si fondi come forma di violenza.

Il pensiero forte, secondo i pensatori deboli (che ormai si definiscono ermeneuti, secondo quanto preferito dallo stesso Vattimo, seguendo le traccie del pensiero di Gadamer), è quella forma di pensiero che intende imporsi sulle altre escludendo di fatto ogni differenza e accorpando il senso e il significato del mondo in un unico e monolitico principio al quale ogni cosa deve adeguarsi (si veda la filosofia di Levinas).

Questa forma di dominio dell'unico pensiero impedisce alle differenze di avere pari dignità. In sostanza, secondo i critici del pensiero forte, fondare la Legge Suprema che regola ogni aspetto della realtà passata, presente e futura, impedisce di fatto il riconoscimento di quella molteplicità dei punti di vista, tutti legittimi, in cui consiste la realtà ricca e mutevole che l'uomo ha ormai davanti agli occhi, nella sua evidente poliedricità.

Secondo Nietzsche, ogni morale, ogni forma ideologica, politica, etica e religiosa che si voglia fondare su principi unici che intendono richiamarsi a una verità assoluta, è una forma di rimedio che gli uomini pongono in essere per paura dell'ignoto e del caos. I critici del pensiero forte sostengono che questa tendenza a fondare morali e ideologie forti è una forma di violenza che impedisce il riconoscimento della realtà caotica e imprevedibile. Di conseguenza, i fautori del pensiero forte, strumentalizzano le ideologie per imporre un sistema di dominio sugli uomini, in virtù di una gerarchizzazione degli aspetti della realtà, per cui alcuni sono migliori di altri. Ma questo dominio è una forma di violenza prevaricante e arbitraria.

Dunque la realtà è, nel suo aspetto più originario e autentico, libertà e caos, movimento continuo, pluralità dei punti di vista. Il pensiero forte che si rifà a ideologie monolitiche ingabbiano questo aspetto originario della realtà, operando una limitazione dell'energia vitale e della libertà che spetta a ciascun uomo.

Il senso della "differenza" che Vattimo e gli altri pensatori di questa categoria vogliono mostrare è che ogni aspetto della realtà, nella sua diversità, non fa parte di una gerarchia per cui vi sono aspetti della vita qualitativamente migliori di altri, ma ogni punto di vista e ogni tradizione, ogni aspetto dell'espressione vitale dell'uomo gode di pari dignità e legittimità, per cui non vi è una sola verità, ma una pluralità di verità che godono degli stessi diritti e dello stesso statuto essenziale: ogni aspetto della realtà, ogni differenza rispetto a un ipotetico senso unitario delle cose, si pone allo stesso livello delle altre.

4. Implicazioni etiche e sociali del pensiero debole

Dunque per il pensiero debole l'aspetto autentico della realtà è l'assenza di qualsiasi gerarchia qualitativa tra le molteplici manifestazioni dell'esistenza: ogni aspetto della realtà è autentico, non vi è un principio o un aspetto più autentico dell'altro.

Sul piano etico e politico questo discorso produce diversi effetti. Come effetto principale il pensiero debole pone ogni aspetto della realtà sullo stesso piano, per cui si auspica, a livello socio-politico, il riconoscimento delle diversità quale aspetto proprio del progresso civile. Ecco dunque il riconoscimento delle istanze delle minoranze, siano esse quelle razziali, culturali, femminili, omosessuali. Ogni minoranza possiede l'espressione della propria identità come fatto legittimo, ogni differenza è dunque rispettabile e meritevole della stessa attenzione. La postmodernità è caratterizzata proprio da questa tendenza a liberare le minoranze dalle condizioni di subordinazione, si pensi alle lotte dei movimenti civili, alle lotte per l'emancipazione femminile, a quelle per l'accettazione dell'omosessualità e via dicendo. La tendenza contemporanea è dunque quella del rispetto delle diversità.

Storicamente, il pensiero debole si pone in un'ottica ermeneutica. La storia contiene i valori della tradizione, ma queste tradizioni non giustificano la predominanza di una certa tradizione sulle altre, bensì sono lo specchio di una molteplicità irriducibile, di una ricchezza culturale che sempre fiorisce e rifiorisce, producendo sempre nuovi modi di vivere la realtà.
Al passato dunque non ci si deve rivolgere con l'atteggiamento inquisitorio di un pensiero forte che intende ciò che è stato il periodo buio dal quale scaturisce il presente (giudicando quindi il passato come un periodo qualitativamente inferiore al presente), al contrario, il pensiero debole accetta la diversità e la peculiarità delle società del passato con senso di "pietas" cristiana, quella forma di accoglienza del passato che rientra quindi a pieno nelle meccaniche dell'ermeneutica contemporanea, per cui il passato è fonte di dialogo, e non di disprezzo.

Dal punto di vista etico il pensiero debole parte dall'affermazione che non può esistere un unico faro morale, questo sarebbe infatti una forma di dominio e di violenza di un solo aspetto della realtà sugli altri. Se la violenza è da sempre il prodotto di verità dogmatiche, rigide e alle quali si deve obbedire forzatamente, l'assenza di violenza si può produrre solo considerando la morale il frutto di un continuo confrontarsi tra le diversità, in cui non esiste una sola morale, ma si pone invece il dialogo continuo tra le diverse forme etiche.
Secondo Vattimo è dunque auspicabile un localismo dell'etica e della tradizione, ovvero un ridurre ad orizzonti locali la validità di un sistema etico, nei limiti della tradizione di cui l'etica è espressione. La realtà si configura così come una molteplicità di etiche locali, tutte legittime e tutte rispettabili, in un molteplice spettacolo di diversità che convivono le une accanto alle altre nel rispetto reciproco.

Dunque l'origine della violenza, quella violenza che ancora fluisce libera nel mondo nonostante l'auspicio vattimiano, è da ricercare nel residuo di quelle strutture forti di potere che generano ideologie forti, le quali producono inevitabilmente lo scontro, nel loro tentativo di imporre il loro punto di vista sulle altre ideologie. Per questo la scomparsa della violenza è possibile solo se ogni ideologia forte scompare e lascia il posto a una molteplicità di "culture deboli", che non intendono dominare le une sulle altre, ma intendono rispettare le rispettive posizioni.

Baltasar Gracián y Morales (1601 – 1658), scrittore spagnolo."aforismi e citazioni in libertà."

a cura DI D. PICCHIOTTI


A volte la sapienza più grande consiste nel non sapere o nel fingere di non sapere.

All'uomo prudente giovano più i nemici che allo sciocco gli amici.

Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

Bisogna parlare come si parla quando si fa testamento: meno parole, meno contestazioni.

Bisogna vedere e udire, ma saper tacere.

C'è chi stima i libri dal loro peso, quasi che si scrivesse per fare esercizio di braccia più che di ingegno.

C'è sempre tempo per lanciare una parola, ma non sempre per riprenderla.

Chi comunica i suoi segreti ad un altro ne diventa schiavo.

Chi poco sa, vada sempre per la strada maestra.

Chi raggiunge il suo scopo non perde mai la reputazione.

Ci sono uomini che si lasciano convincere sempre dall'ultimo che parla; e questo è il colmo della stupidità.

Ciò che costa poco vale anche poco.

È assai facile farsi cattiva fama, perché il male è sempre credibile e si fatica molto a cancellarlo.

È meglio scoprire di essere stati ingannati sul prezzo che sulla qualità della merce.

È meno dannoso sbagliare nell'agire che essere indecisi e tergiversare sempre.

Grande infelicità è non servire a nulla, ma non minore infelicità è servire a tutto.

I difetti non si avvertono soltanto in chi si fa notare poco.

I doveri dell'amicizia ammettono una sola eccezione: quella di non confidare all'amico i propri difetti, che, se fosse possibile,

non dovrebbero essere confidati neppure a se stessi.

I metalli si riconoscono dal suono, le persone dalle parole e, soprattutto, dalle azioni.

I segreti non s'hanno né da dire né da ascoltare.

Il buon nome si fonda più sulla apparenza che sui fatti. Perciò se uno non è casto, sia almeno cauto.

Il diritto spinto all'eccesso diviene torto, e l'arancia troppo strizzata sprizza umore amaro.

Il disprezzo è la più politica delle vendette.

Il medico saggio deve essere esperto tanto per prescrivere un rimedio quanto per non prescrivere nulla.

Il peso materiale rende prezioso l'oro, quello morale l'uomo.

Il saggio sa farsi dell'avversione altrui uno specchio più fedele che quello dell'affetto.

Il successo nelle imprese è assicurato dalla padronanza di sé con cui si compiono.

Infelice è il cavallo il cui padrone non ha occhi, perché non ingrasserà mai.

L'amore è più temerario che l'odio.

L'artificio offre rimedio al brutto e perfeziona il bello.

L'invidioso non muore mai una volta sola, ma tante volte quante l'invidiato vive salutato dal plauso della gente.

L'uomo prudente va con i piedi di piombo e preferisce peccare per difetto che per eccesso.

L'uomo saggio rifugge tanto dall'essere contraddetto quanto dal contraddire.

La consuetudine sminuisce l'ammirazione.

La cultura non sostenuta dal buon senso è raddoppiata follia.

La diligenza mette in atto rapidamente ciò che l'intelligenza ha maturamente pensato.

La fantasia giunge più lontano della vista.

La fortuna si desidera e talvolta perfino si aiuta; la fama, bisogna sudarsela.

La lingua è una belva che, se una volta si scioglie, è poi difficilissimo che si possa rimettere in catene.

La passione tinge dei propri colori tutto ciò che tocca.

La speranza è la più grande falsificatrice della verità.

La troppa confidenza ingenera e facilita il disprezzo.

Le cose non si considerano per quel che sono, ma per quel che appaiono.

Le cose, per essere apprezzate, debbono costare.

Le verità che più ci importano ci vengono sempre dette a mezza bocca.

Molti uomini sono fatti come il vasellame nuovo, che si impregna del primo odore, buono o cattivo che sia.

Nella vita, come nel gioco delle carte, è un grande vantaggio quello di essere i primi a giocare, perché a carte uguali si vince.

Nessuno è tanto perfetto da non aver bisogno qualche volta di ammonimenti o consigli.

Nessuno può fissare il sole mentre risplende, ma tutti lo guardano durante l'eclissi.

Non c'è deserto peggiore che una vita senza amici: l'amicizia moltiplica i beni e ripartisce i mali.

Non c'è nessuno al mondo che non possa diventare maestro di un altro in qualche cosa.

Non ci si vendica mai bene ricorrendo al male.

Non è sciocco chi ostenta di essere tale, ma colui che davvero lo è.

Non mostra di essere veramente grande chi bada ad ogni piccolezza.

Non saper rimediare a un errore è cosa peggiore dell'errore stesso.

Ottiene di più una mente mediocre grazie all'applicazione che un ingegno eccellente senza di essa.

Per acquistare stima, bisogna accostarsi ai più eminenti; una volta acquistata, bisogna stare fra i mediocri.

Pochi sono gli amici di un uomo in sé, molti quelli della sua buona sorte.

Quanto più una torcia fa luce, tanto più si consuma e tanto meno dura.

Se tutti affermano una cosa, o è vera o vuol diventar tale.

Sebbene molti muoiano da sciocchi, sono pochi gli sciocchi che muoiono.

Sono più numerosi i giorni che le buone occasioni.

Tutti gli sciocchi sono audaci.

Una bugia ne rende necessarie molte altre.

Uno dei grandi privilegi della saggezza è quello di non scomporsi mai.

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
(Reindirizzamento da Baltasar Gracián y Morales)

martedì 8 luglio 2008

Franz Kline (1910-1962)

a cura DI D. PICCHIOTTI

Franz Kline (1910-1962), pittore americano, è stato uno dei primi espressionisti astratti. La sua più conosciuta opere sono grandi dipinti calligrafici.
Franz Kline è nato per un immigrato famiglia che vivono in Wilkes-Barre, Pennsylvania Dopo liceo, Kline studiato arte presso la Boston University dal 1931 al 1935, poi trascorso un anno in una scuola d'arte a Londra. Dopo il suo ritorno negli Stati Uniti, ha lavorato per un breve periodo come designer per un grande magazzino in Buffalo, NY Poi si trasferì a New York, dove nel 1939 il suo lavoro è stato "scoperto" in una mostra all'aperto a Washington Square. Ha lavorato nel 1940 per una panoramica designer.
Kline sviluppato in un artista significativo nel corso del 1940. Tale crescita è stata in parte determinata dal suo passaggio da soggetto orientato a nonrepresentational tele. Sheridan Square (1940) suggerisce Kline's affinità con il trattamento delle città trovato in opere di pittori del gruppo conosciuto come "The Eight" (talvolta chiamato il Ashcan School) , Anche se già Kline mostra una notevole libertà nella sua domanda di pigmento. I suoi quadri della metà degli anni 1940 comprendono numerosi paesaggi della campagna della Pennsylvania.
Due opere del 1946, Self-Portrait Sketch e Studio Interni, sono pezzi di transizione mostrando Kline's sperimentazione con un più diretto, espressionista tavolozza. Il contrasto tra luci e Oscurati è accentuata, e una maggiore libertà sono prese in grado di astrazione. Anche nel 1946 Kline ha preso un ulteriore passo verso l'astrazione in The Dancer. Qui il soggetto è ridotto a una serie di astratto planari suggestive forme di cubismo. Di Kline 1947 aveva raggiunto una vera libertà di oggetto e spingendo è stato grande, nero, linee di curvatura in tutta l'immagine dello spazio.
Kline nel 1950 ha avuto la sua prima mostra personale a New York. Nella sua monumentale Chief (1950) solo il titolo suggerisce il suo collegamento con il treno a cui si riferisce. Invece, Kline sembra aver sancito espressiva visiva analogica per il potere e l'intensità associati con l'oggetto. Anche se Kline dipinti di guardare spontaneo, il suo bianco e nero composizioni sono controllati e ponderata attentamente presenze che si fondono positivi e negativi spazio per l'immagine aereo.
Kline limitato a se stesso in bianco e nero per diversi anni, e questi dipinti si distinguono per le differenze che suggerisce una linea quando viene variato in atteggiamento, lo spessore, o quantità di pigmenti. Così, The Bridge (1955), anche se restrittive in tavolozza, è un carattere distintivo in messaggio a causa del suo orientamento verticale, la variazione della linea e la riproduzione di fuori di gocciolò porzioni di terreno nei confronti di bianco-nero-nero e sovrapposizioni. Le variazioni su questi gesti addebitato ampliato verso la fine del 1950, come Kline inclusi altri colori - verde scuro, blu, viola, rossi. Orange e Black Wall (1959) mostra chiaramente come le relazioni spaziali sono colpiti dalla introduzione di colore. Non è più considerata l'immagine aereo, la figura e sfondo relazioni si intrecciano e si fondono gli uni con gli altri. Ancora la sua introduzione del colore non esclude un ritorno al bianco e nero. Fiume e Caboose (1961) hanno il bianco e nero tema.
Kline ha insegnato al Black Mountain College (1952), Pratt Institute (1953), e il Philadelphia Museum School of Art (1954). Morì il 13 maggio 1962.
Ulteriori letture
Uno dei libri più utili a Kline per la biografia e illustrazioni è John Gordon, Franz Kline, 1910-1962 (1969). Più critica interpretazioni di Kline dipinti può essere trovato in Robert Goldwater "Introduzione" a catalogo per la mostra Kline terrà presso la Marlborough-Gerson Gallery (New York) nel marzo 1967, e in illuminante saggio di Jules Langsner intitolato "Franz Kline, Calligrafia e Informazione Theory "inclusi nel catalogo dei Dwan Gallery (Los Angeles) mostra di Kline di lavoro svoltosi nel marzo 1963.

Clyfford STILL, pittore statunitense, 30 novembre 1904 - 23 giugno 1980.

a cura DI D. PICCHIOTTI

Clyfford STILL, pittore statunitense, nasce a Gradin il 30 novembre 1904.
Nel 1926 studia alla Spokane University nello Stato di Washington per un anno e in seguito dal 1931 al 1933; dopo la laurea insegna al Washington State College, a Pullman, fino al 1941.
Già dalla metà degli anni ’30 Still aveva già cominciato a dipingere opere che tendevano all’astrattismo; tuttavia, fu soltanto negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, dopo aver conosciuto Jackson Pollock e Mark Rothko, che sviluppò pienamente il nuovo e potente stile che lo avrebbe reso famoso: l’espressionismo astratto.
Queste amicizie furono molto importanti per il suo sviluppo artistico: la sua pittura a grandi campi irregolari di colori densi, attraversati da lacerazioni della materia e accesi da intensi contrasti cromatici, accetta solo in parte lo stile dell’action painting di Pollock per avvicinarsi al color field painting di Rothko e di Barnett Newman.
Tuttavia, mentre Rothko e Newman organizzano i loro colori in un modo relativamente semplice (Rothko sotto forma di rettangoli nebulosi, Newman in linee sottili su ampi campi di colore), le disposizioni di Still sono meno regolari, con lampi appuntiti di colore che danno l’impressione che uno strato di colore sia stato strappato dalla tela, rivelando i colori sottostanti.
Un altro punto di differenza con Newman e Rothko è il modo in cui la vernice è posta sulla tela: mentre Rothko e Newman usano in modo discreto colori piani e vernice relativamente sottile, Still usa un impasto spesso.
I colori più usati sono il nero, il giallo, il bianco ed il rosso; questi quattro colori, e le loro variazioni, sono predominanti nel suo lavoro, con una tendenza ad usare le tonalità più scure.
Trascorre l´estate del 1934 e 1935 alla Trask Foundation a Saratoga Springs, New York. Dal 1941 al 1943 lavora in industrie belliche, in California. Nel 1943 tiene la prima personale al San Francisco Museum of Art e conosce Mark Rothko a Berkeley. Nello stesso anno si trasferisce a Richmond, in Virginia, dove insegna al Richmond Professional Institute. A New York nel 1945, tramite Rothko, conosce Peggy Guggenheim, che all´inizio del 1946 gli organizza una personale alla galleria Art of This Century. Più tardi nello stesso anno, ritorna a San Francisco dove insegna, per i successivi quattro anni, alla California School of Fine Arts. Espone in personali alla Betty Parsons Gallery di New York nel 1947, 1950, 1951 e al California Palace of the Legion of Honor a San Francisco nel 1947. Nel 1948 a New York, con Rothko e altri, elabora le basi teoriche della scuola che si afferma con il nome The Subjects of the Artists. Si trasferisce poi per due anni a San Francisco, prima di tornare a New York. Nel 1959 tiene un´importante retrospettiva all´Albright-Knox Art Gallery di Buffalo. Nel 1961 si stabilisce nella sua fattoria presso Westminster, Maryland. L´Institute of Contemporary Art della University of Pennsylvania, a Filadelfia, nel 1963, e la Malborough-Gerson Gallery di New Yor
Still morì a Baltimora, nello stato del Maryland, il 23 giugno 1980.

CARTESIO (1596-1650)

a cura DI D. PICCHIOTTI

Cartesio, nome italianizzato di Renè Descartes, nacque a Le Haye nella Touraine, in Francia, da famiglia di nobili origini. Studiò da ragazzo presso il rinomato collegio dei gesuiti di Fleche dove rimase dal 1604 al 1612 e nel 1616 si diplomò in legge all'Università di Poitiers. Ma gli studi, come ebbe a dire lui stesso, non gli diedero quel vero sapere che andava cercando e gli mostrarono invece tutta la loro inadeguatezza. Fu così che nel 1618 preferì arruolarsi nelle armate del principe di Nassau, che in quel tempo partecipava alla Guerra dei trent'anni. La sua fu una posizione di privilegio (ai nobili non spettava certo lo stesso trattamento dei soldati semplici), e più che partecipare agli scontri, la guerra gli diede la possibilità di girare l'Europa e di approfondire gli studi di fisica e di matematica. Nel 1922 tornò in Francia, in seguito viaggiò ancora in Italia e in Svizzera. Nel 1628 si trasferì in Olanda per sfuggire a quegli obblighi di rango che nel suo paese lo avrebbero distratto dai suoi studi. In Olanda visse a lungo, l'Olanda era allora il paese della tolleranza e della libertà filosofica. Nel 1633 si accingeva a pubblicare il Trattato sul mondo quando venne a conoscenza della condanna inflitta a Galileo. Temperamento oltremodo prudente, Cartesio decise di non pubblicare il suo scritto nella sua forma originaria in quanto conteneva riferimenti alla teoria copernicana. Il contenuto dell'opera venne quindi rielaborato e separato in tre parti: Diottrica, Meteore e Geometria, pubblicati quattro anni più tardi. La prefazione dei tre saggi fu quel Discorso sul metodo che Cartesio pubblicò solo dopo averlo fatto approvare da padre Marsenne, sua vecchia conoscenza fin dai tempi del collegio di Fleche. Ma i suoi scritti, che si ponevano contro la filosofia aristotelica, a lungo andare incontrarono le critiche e l'ostilità dell'ambiente accademico olandese, per cui Cartesio decise nel 1649 di trasferirsi in Svezia, a seguito di un invito della regina di Svezia che lo volle come precettore personale. Fu in Svezia che la rigidità del clima gli procurò una polmonite che lo uccise nell'arco di una settimana (si narra che la regina volle tenere le sue lezioni alle cinque di mattina e che Cartesio prese freddo proprio in una di queste occasioni).
Opere principali: Il mondo o Trattato sulla luce (1629-1633); Diottrica, Meteore e Geometria (1637); Discorso sul metodo (1637); Meditazioni metafisiche (1641); I principi della filosofia (1644); Le passioni dell'anima (1649).
Sommario
1. La necessità di una revisione critica del sapere
2. Le quattro regole del metodo
3. Cogito ergo sum
4. I tre generi di idee e l'esistenza provata di Dio
5. Res cogitans e Res extensa
6. I corpi e la ghiandola pineale
7. Razionalismo e deduzione
8. Le quattro regole della morale provvisoria
1. La necessità di una revisione critica del sapere
Il problema fondamentale della ricerca filosofica cartesiana è la definizione di un nuovo metodo di ricerca che sia il più possibile obbiettivo e certo, in grado di non commettere errori. La recente rivoluzione scientifica aveva imposto la necessità di trovare un nuovo metodo di indagine che non fosse quello aristotelico, un metodo che si adattasse ai bisogni della scienza moderna, rigorosa e sperimentale. Cartesio è annoverato tra i fondatori della filosofia moderna, nella sua opera è presente quella critica dei metodi di indagine classici propri della filosofia greco-aristotelica che renderà possibile ridiscutere il sapere su nuove basi (troppi errori erano stati commessi dagli antichi, soprattutto nell'ambito della fisica e della descrizione dell'universo, si impose quindi la necessità di avviare una critica profonda della stessa filosofia che li aveva ispirati).
2. Le quattro regole del metodo
La critica dei sistemi filosofici classici non può prescindere da una critica dei loro metodi di indagine. Cartesio si impegna quindi a definire quattro regole basi di quel nuovo metodo che permetterà una conoscenza più esatta del mondo:
1. La prima regola deve essere quella dell'evidenza: se si vuole conoscere con certezza, non è possibile accettare alcun dato che non abbia in sé il carattere della chiarezza, dell'immediatezza e della distinzione. E' chiaro ciò che è evidente, ed è evidente ciò che si manifesta immediatamente ai sensi, chiaramente distinto da ogni altro fenomeno ("non accettare mai nessuna cosa per vera se non la riconoscessi evidentemente come tale");
2. La seconda regola è quella dell'analisi: il problema deve essere prima scomposto e affrontando partendo dall'analisi delle sue singole parti ("dividere ciascuna delle difficoltà da esaminare nel maggior numero di parti possibili e necessarie per meglio risolverle");
3. La terza regola è la sintesi: il problema analizzato nella sue singole parti va ricomposto a partire dai dati che sono stati ritenuti validi in modo certo e incontrovertibile ("Condurre i miei pensieri per ordine, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscersi, per salire poco a poco, come per gradi, fino alle conoscenze più complesse");
4. La quarta regola è l'enumerazione, ossia la verifica finale dei dati, una regola prudenziale che impone l'esigenza di rivedere ogni fase del procedimento critico in modo da eliminare eventuali errori residui ("Fare dappertutto enumerazioni così complete e revisioni così generali da essere sicuro di non omettere nulla").
Queste sono le regole che per Cartesio appartengono già al procedimento matematico e geometrico, che hanno in sé la qualità di procedere per lunghe catene di ragionamenti che si fondano ciascuno su una deduzione verificata, catene che portano alla definizione di leggi e principi sulla base della sintesi dei singoli passaggi. E' sull'esempio del procedimento matematico e geometrico che la vera scienza deve procedere per non commettere errori.
3. Cogito ergo sum
Con riferimento alla prima regola del metodo, Cartesio si trova davanti un problema non da poco: quali aspetti della realtà si possono considerare chiari e distinti in modo da prenderli a fondamento della nuova conoscenza?
Cartesio sostiene che occorre dubitare di tutto, persino della nostra percezione sensoriale, in quanto "non vi sono indizi concludenti né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno". Come possiamo sapere in modo certo e incontrovertibile se questa nostra esistenza sia anch'essa un sogno oppure la realtà? Nemmeno riguardo agli assiomi della matematica e della geometria possiamo sapere con certezza se essi corrispondano effettivamente alla realtà, dobbiamo infatti supporre, spingendo il dubbio all'iperbole, che esista un dio talmente onnipotente da essere ingannatore, un dio che ci inganni anche sulle conoscenze che riteniamo più certe e universali.
Cosa resiste allora al dubbio iperbolico, a questo scetticismo radicale? La risposta di Cartesio è che l'unico aspetto della realtà che viene percepito indubbiamente in modo chiaro e distinto è il pensiero che si pone il dubbio: l'esistenza incontrovertibile del pensiero che si pone il dubbio permette di affermare cogito ergo sum (penso dunque sono), perché se esiste il pensiero, deve pur esistere anche l'entità che esprime il pensiero del dubbio. L'esistenza del pensiero (cogito) è dunque quel residuo minimo della conoscenza che resiste ad ogni dubbio, compreso quello iperbolico.
Il cogito cartesiano suggerisce quindi l'ipotesi che le cose non siano necessariamente esistenti oggettivamente e indipendentemente dal pensiero stesso, ma che ogni cosa esistente è qualcosa che di per sé è comunque pensata (quindi espressa dal soggetto) e che la realtà esterna al pensiero non è un dato da assumere immediatamente come certo e incontrovertibile: anche il soggetto che si pone il dubbio sa di essere in modo certo e incontrovertibile un soggetto pensante, ma la realtà stessa del suo corpo non può essere affermata con assoluta certezza desumendola dal solo cogito.
"Nella prospettiva realistica, gli enti della natura e, una volta prodotti, anche i manufatti dell'uomo, esistono anche senza il pensiero: sono cose extrasoggettive. La filosofia moderna mostra invece che non solo i nostri stati inerti, psichici, ma anche gli oggetti esterni, la terra, gli alberi, il cielo, gli astri e tutti gli enti della natura sono dei pensati." (La filosofia moderna, E. Severino).
4. I tre generi di idee e l'esistenza provata di Dio
Il contenuto immediato del pensiero sono le idee, Cartesio le divide in tre generi: le idee innate, le idee avventizie e le idee fattizie.
Le idee innate sono quelle idee che sono presenti nell'uomo fin dalla nascita, esse sono verità impresse nel suo pensiero e alle quali ogni uomo non può sottrarsi; le idee avventizie sono quelle che provengono invece dal mondo esterno al pensiero, dal mondo della natura fisica e della percezione sensoriale; le idee fattizie sono invece tutte quelle idee false che non hanno nessun riscontro nella realtà oggettiva, sono le idee appartenenti alla fantasia e alla falsificazione, inventate dal soggetto pensante.
Ora Cartesio si pone il problema dell'idea di Dio: questa idea sembra avere in sé il carattere della perfezione assoluta come già aveva affermato Sant'Anselmo con il suo argomento ontologico: l'uomo è di per sé imperfetto, malgrado ciò nel suo pensiero alberga l'idea di un essere perfettissimo, ciò dimostra come questa idea gli provenga da un essere più perfetto di lui. Si noti comunque come Cartesio dubiti originariamente dell'esistenza di Dio, ponendo l'esistenza certa di Dio in secondo piano rispetto alla certezza del cogito (tale procedimento troverà la sua critica nella filosofia spinoziana).
L'esistenza di un Dio perfetto e infinito si rivela nell'esistenza delle idee innate, in quanto non può derivare né dalle idee avventizie (che hanno in sé i limiti della natura finita) né tanto meno dalle idee fattizie (le quali sono inventante dall'uomo, imperfetto e finito per natura). La definizione di Dio come essere perfettissimo, eterno e immutabile, implica l'impossibilità stessa di una nozione prodotta dall'imperfezione umana. Il solo pensare l'assoluta perfezione divina implica perciò la reale esistenza di Dio perché il perfetto non può scaturire dall'imperfetto, una qualità maggiore non può scaturire da una minore (“essendo tanto inaccettabile che il più perfetto derivi e dipenda da ciò che è meno perfetto quanto che da nulla proceda qualcosa, non poteva neppure darsi che io ricavassi tale idea da me stesso”).
Se Dio esiste, perfetto e infinito ("sostanza infinita, eterna, immutabile, onnisciente, onnipotente, e dalla quale io stesso, e tutte le altre cose... siamo stati creati e prodotti"), deve avere in sé anche la qualità di non essere un Dio ingannatore, in quanto la perfezione è benevola, dunque Dio non ci vuole ingannare, gli assiomi della matematica, della fisica e della geometria sono sicuri e incontrovertibili come realmente appaiono, da ciò ne deriva che oltre al pensiero esiste certamente anche la materia.
Con la dimostrazione del Dio benevolo, del Dio che non è ingannatore, Cartesio riesce a dimostrare anche la reale esistenza del mondo materiale, nonché la validità delle leggi matematiche e geometriche che lo sorreggono. La dimostrazione di Dio avviene servendosi della gerarchia della cause, per cui un ente finito e imperfetto (l'uomo che dubita,che "non è in grado di sapere ogni cosa") non può produrre l'idea innata di un ente infinito e perfetto (Dio onnipotente, "che tutto sa"). ll fatto poi che l'idea di Dio come essere perfetto può essere presente nell'uomo solo come idea innata garantisce che tale idea è stata impressa nella mente degli uomini da Dio stesso: solo Dio è in grado di creare nella mente di tutti gli uomini una stessa idea. Ecco dunque dimostrata, nelle intenzioni di Cartesio, l'esistenza certa di Dio.
5. 'Res cogitans' e 'Res extensa'
Una volta provata l'esistenza certa e distinta del cogito e della materia, Cartesio non può che distinguere la realtà in due sostanze:
La Res cogitans (=cosa pensante), che è la stessa del cogito, ovvero il pensiero, l'ambito delle idee, il contenuto del pensato. La res cogitans è inestesa, è priva di dimensione spaziale e temporale, non occupa uno spazio definito e non vive un tempo determinato, è dimensione spirituale non finita, senza limiti; sostanza soggettiva. Il pensiero ha la proprietà di avere coscienza di sé.
La Res extensa (=cosa estesa), il mondo materiale, finito, determinato, entro il quale i corpi e gli oggetti occupano un certo spazio e vivono una certa temporalità; sostanza oggettiva. Le cose estese hanno la proprietà di non essere consapevoli di sé e di sottostare alle leggi della fisica.
6. I corpi e la ghiandola pineale
"Suppongo che il corpo non sia altro che una statua o macchina di terra che Dio forma espressamente per renderla il più possibile simile a noi." (Trattato sull'uomo).
Per Cartesio, il mondo della res extensa è un mondo che risponde alle sole leggi della meccanica. Il corpo umano stesso è simile a un grande meccanismo, che Cartesio paragona a quello delle fontane nei grandi giardini dei re, dove il solo movimento dell'acqua è in grado di mettere in moto marchingegni che danno il senso del movimento o predisporre strumenti musicali che emettono suoni in modo autonomo. Questa visione essenzialmente meccanicista dei corpi permette dunque la quantificazione in senso matematico di ogni aspetto della realtà sensibile. E' infatti tipico del pensiero scientifico e innanzitutto della medicina moderna considerare i corpi alla stregua di meccanismi che possono essere "riparati" e "aggiustati" una volta conosciuti i veri motivi del "guasto", il meccanicismo cartesiano non può che essere una naturale conseguenza del carattere razionalista della sua filosofia.
Ma questa macchina in attesa di movimento abbisogna pur sempre di una centrale di controllo che decida le azioni da compiere, per Cartesio è dunque l'anima ragionevole (razionale) che muove il corpo dal quadro di comando che si trova nel cervello, senza l'anima un corpo umano sarebbe un semplice automa in attesa di ordini, quando un semplice animale. Infatti nel corpo non è presente solo l'anima razionale, ma anche una parte instintuale che è il frutto dei soli meccanismi corporali: in questo senso gli animali guidati dal puro istinto solo semplici macchine rispetto all'uomo che ha invece il dono dell'anima razionale e dunque anche quello della parola e del pensiero (quindi per Cartesio gli animali non pensano e vivono come automi guidati dai loro istinti).
Ma le due sostanze del mondo devono pur poter dialogare tra loro per trasmettersi informazioni reciproche, le due sostanze di cui è fatta la realtà (res cogitans e res extensa, anima e corpo) trovano la loro sintesi nella ghiandola pineale. E' questa ghiandola che permette alla materia di influire sullo spirito e viceversa: qualsiasi sensazione fisica passa da questa ghiandola per trasmettersi allo spirito, la ghiandola è il nodo fisico che permette alle due sostanze di incontrarsi e "dialogare" (Cartesio sceglie proprio la ghiandola pineale perché a suo dire è l'unico organo del cervello che non è doppia e quindi rappresenta al meglio l'unità delle sostanze).
7. Razionalismo e deduzione
Come si è detto, la filosofia di Cartesio vuole ripercorrere nel metodo la semplicità e il rigore delle scienze matematiche e geometriche, le quali si fondano su postulati certi ed evidenti dai quali derivano per deduzione tutti gli altri principi. Ed è proprio la deduzione lo strumento principale del razionalismo cartesiano: la deduzione permette di derivare le conclusioni da certe premesse considerate vere ed evidenti. Ma tutta la catena di premesse e di conclusioni che si sviluppa sulle permesse iniziali risulterebbe poca cosa se quelle stesse premesse non fossero vere. Si noti dunque la differenza con Bacone, il quale elogiava proprio l'induzione per evitare il rischio di poggiare le proprie affermazioni su basi troppo speculative e poco empiriche. E probabilmente Cartesio indugiò in un eccesso di razionalismo deduttivo quando assunse come dato certo ed evidente l'argomento ontologico per giustificare l'esistenza di Dio e della materia. Ma il metodo cartesiano ebbe comunque grande successo e diede avvio a quella scuola filosofica razionalista che si prometteva di giungere alla verità per mezzo della sola speculazione razionale, una volta considerate stabili e incontrovertibili i dati di partenza (e sulla legittimità dei principi primi il razionalismo si giocherà molta della sua credibilità nei secoli a venire).
8. Le quattro regole della morale provvisoria
Dunque per Cartesio i corpi sono mossi da due istanze principali: le azioni e le affezioni. Le azioni sono gli atti volontari dettati dall'anima razionale, le affezioni sono quegli atti involontari e istintuali che sono il frutto degli spiriti vitali, che rappresentano l'azione delle forze meccaniche che agiscono nei corpi. L'uomo è dunque animale razionale (e proprio la ragione è il motivo che lo distingue dall'animale), e per poter agire correttamente deve dare ascolto alla sua parte razionale senza lasciarsi sopraffare dalle affezioni, le quali, del resto, non sono del tutto nocive: tristezza e gioia indicano infatti alla parte razionale il pericolo delle cose che possono nuocere all'anima o le cose che invece possono esserle utili. Come già per gli antichi, il dominio delle passioni è comunque propedeutico alla saggezza, anche per Cartesio l'uomo più saggio è infatti colui il quale si lascia guidare dalla ragione e dall'esperienza.
Nel mondo cartesiano, la natura in quanto res extensa è necessariamente determinata da leggi naturali e quindi non è libera, mentre è libero il pensiero, e quindi anche le azioni che sono conseguenza del pensiero. E libero è certamente Dio, il quale, a motivo della sua perfetta onnipotenza, ha creato il mondo con un atto della sua libera volontà. Gli uomini liberi di agire devono comunque attenersi, come visto, ai principi della ragione se vogliono agire correttamente, e in particolare Cartesio detta alcune regole che definisce di "morale provvisoria", ovvero un "prontuario di primo soccorso etico" per l'uomo che non riuscisse a decidersi tra azione e giudizio razionale (destinate ad evitare che l'uomo "rimanesse irresoluto nelle sue azioni mentre la ragione lo obbligava ad esserlo nei suoi giudizi"). Sono regole che in definitiva rispecchiano bene l'indole e il carattere di Cartesio, per sua natura prudente e moderato.
La prima regola della morale provvisoria è l'obbedienza alle leggi e ai costumi del paese in cui si vive. E' buon uso secondo Cartesio attenersi nella vita pubblica ad opinioni che siano lontane dagli eccessi, è buona regola civile non pretendere di imporle. Occorre distinguere infatti tra uso della vita e contemplazione della verità: nel primo caso l'uomo deve poter decidere senza attenersi necessariamente alla verità e all'evidenza, nel secondo caso, che rappresenta il metodo della filosofia e della scienza, non bisogna decidere finché non si sia raggiunta l'evidenza (un caso di doppia etica intrisa di pragmaticità).
La seconda regola consiste nel perseverare nelle azioni che si ritengono indubbiamente valide, e risulta un'affermazione alquanto ambigua perché il ritenere indubbiamente valide alcune azioni rispetto ad altre dipende innanzitutto dalla bontà del metodo, come si è visto.
La terza regola recita che è meglio cambiare se stessi piuttosto che il mondo, meglio tentare di vincere i propri timori prima di far affidamento sulla sola fortuna, ed è effettivamente buona regola che già riecheggia nel pensiero stoico di Seneca quando afferma "E' l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi", facendo intendere che un buon dominio sulle passioni può aprire l'animo a un buon rapporto con la realtà.
La quarta regola consiglia invece di indagare il vero, sempre e con metodo, ma abbiamo visto come questa regola trovi le sue deroghe nella distinzione tra uso della vita e contemplazione della verità, con riferimento alla prima.
Scheda di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 24-03-2008
ref. Antologia di Filosofia, Ubaldo Nicola - Storia della filosofia, Nicola Abbagnano -
La filosofia moderna, Emanuele Severino

domenica 6 luglio 2008

Giordano Bruno Filosofo italiano (Nola, regno di Napoli, 1548 - Roma, 1600).


RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI
Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno moriva bruciato vivo sul patibolo dell’inquisizione romana. Domenicano, sedotto dalla Riforma senza aderirvi, Bruno non era né la prima né l’ultima vittima di quest’istituzione il cui scopo era quello di estirpare l’eresia, anche con i mezzi più terribili. Ma, agli occhi della storia, Bruno fu molto più di uno semplice eretico. Per la prima volta la chiesa cattolica romana eliminava fisicamente il partigiano di una teoria scientifica allora nuova in Europa: l’ eliocentrismo del sistema copernicano. Ciò che più conta, Bruno aveva pronunciato questa teoria corredandola con un’intuizione che doveva rovesciare la nostra visione del mondo: quella di un Universo infinito. Spingendo, attraverso scritti filosofici non sistematici, fino alle sue conseguenze estreme la sua adesione al sistema di Copernico, Bruno costruì così un cosmologia dove l’uomo, in comunione con un dio immanente alla natura, è, forse, il vero centro divino. E per questo perse la vita.
Il percorso di un contestatore
Filippo Bruno nacque nel gennaio del 1548 a Nola, cittadina del regno di Napoli. A quattordici anni, parte per studiare nella capitale del regno. Nel 1565, entra nel convento dei domenicani di Napoli – dove prende il nome di Giordano e acquista il titolo di dottore in teologia nel 1572. Fin da questi anni, egli si distingue per la sua grande libertà di spirito. È richiamato per avere staccato dalla parete della sua cella i ritratti dei santi. Viene sorpreso a leggere un autore messo all’indice: Erasmo. Fatto più grave: lo si ascolta mettere in dubbio il dogma della Trinità e discutere le dottrine di Ario, eresiarca del IV secolo. Tutto ciò gli vale una denuncia, nel 1576, da parte di un domenicano. Bruno si spaventa. Fugge verso Roma, quindi, dopo essersi stonacato verso Ginevra.
Comincia allora una vita in continua fuga. In quindici anni, Bruno, nel corso di successivi esili - aderirà praticamente a tutte le forme allora correnti di cristianesimo, per essere da tutte le chiese, cattoliche o riformate, scomunicato. Ovunque, tuttavia, è inizialmente accolto con calore e rispetto, poiché si ammira il suo spirito, la sua cultura, la sua eloquenza e la sua padronanza dell’arte della memoria, molto tenuta in considerazione in un’epoca in cui la stampa era ancora ai primi passi. Ma in nessun posto riesce a trovare un riparo duraturo. Le sue dottrine in effetti urtano senza tregua le credenze dei suoi ospiti, di qualsiasi fede siano. Nel 1576, gli bastano quattro mesi per rendersi indesiderabile ai maggiorenti dell’università di Ginevra. Alla fine del decennio, è la prudenza che lo spinge a lasciare Tolosa, dove era andato ad insegnare - la virulenza degli scontri tra cattolici e protestanti gli fanno infatti temere di essere vittima ora dell’una ora dell’altra parte. Nel 1581, il re Enrico III, che lo ammira, si mostra particolarmente accogliente e crea espressamente per lui una cattedra al Collegio reale, poiché Bruno, da apostata, non avrebbe potuto esercitare alla Sorbona, il cui regolamento rendeva obbligatorio assistere agli uffici religiosi. Tuttavia Bruno coglie l’occasione e sembra trovare requie e, nel 1584, accompagna l’ambasciatore di Francia in Inghilterra. La regina Elisabetta I è tanto ben disposta al suo riguardo quanto il re di Francia. Bruno tenne anche alcune lezioni a Oxford che, come sempre, furono interrotte dai pedanti aristotelici . A Londra pubblica i suoi principali lavori. Ma, ancora una volta, non addolcisce i toni delle proprie dottrine. Enrico III, ritornato in Francia, è costretto a mettere al bando l’ingombrante pensatore.
Restavano i Paesi di fede luterana. Come altrove, vi trovò persone inizialmente decise a sostenerlo. Ecco ad esempio il messaggio inviato al senato di Wittenberg: «Avete permesso ad uno straniero, ad un uomo che non apparteneva alla vostra religione, di insegnare in pubblico (...), lo avete autorizzato ad essere semplicemente un amico della saggezza (...), non gli avete impedito di esporre le proprie opinioni, anche quando erano contrarie alle dottrine da voi professate». Alla fine del XVI secolo, iniziava infatti, qua e là, a realizzarsi qualcosa che somigliasse alla tolleranza. Ma questa lettera mostra, soprattutto, il carattere del tutto eccezionale di questo tipo d’atteggiamento. La situazione restava pesante per Bruno, che fu costretto nuovamente a fuggire da uno Stato tedesco all’altro, secondo il ritmo delle rivoluzioni politiche e religiose, e dei salti d’umore dei teologi.
Nel 1591, Bruno è stanco dell’esilio. Desidera che la Chiesa lo riaccolga nel suo grembo e vuole rivedere la sua patria. Accetta perciò di buon grado l’invito di Giovanni Mocenigo, ricco veneziano che desidera apprendere da lui la geometria e l’arte della memoria (mnemotecnica). Ma, lungi dall’essere il protettore sperato, Mocenigo, il 23 maggio 1592, denuncia Bruno all’Inquisizione col pretesto che quest’ultimo non gli avrebbe trasmesso i suoi segreti.
Lo scopo del Tribunale dell’Inquisizione, istituito dal papa Gregorio IX nel 1231, ed incessantemente regolamentato in quest’epoca di turbolenze religiose, era di estirpare l’ eresia: occorreva, con ogni mezzo, scovare l’ eretico e portarlo all’abiura e al pentimento. Benché la pena inflitta potesse prevedere il patibolo o la prigione a vita, il più delle a volte era leggera: pellegrinaggio, cura di un povero, addossamento della croce d’infamia o altre penitenze “salutari”. In casi di ostinazione particolare del “colpevole” era prevista la sua consegna alle autorità secolari, ossia il patibolo. L’ostinazione era dichiarata irrimediabile soltanto al termine di interrogatori che potevano svolgersi lungo molti mesi o molti anni, e durante i quali l’obiettivo dei giudici era di portare l’imputato all’abiura. Il processo di Bruno durerà ben otto anni.
Sono del resto le minute, benché lacunose, di questi lunghi interrogatori che ci permettono oggi di ricostruire il pensiero di Giordano Bruno, meglio dei suoi lavori, spesso oscuri. Ne risulta molto chiaramente che la magia o l’ermetismo, che hanno certamente occupato un posto importante nella sua attività intellettuale, non pesarono per nulla nella sua condanna e che il loro ruolo non era del resto centrale nel suo sistema. È altrettanto interessante constatare che Bruno era pronto, almeno in una prima fase del suo processo, a disconoscere alcuni dei suoi scritti nelle formulazioni apertamente anticristiane. Ma l’approfondimento degli interrogatori rivela che il “nucleo duro” della teoria di Bruno, e che doveva fatalmente condurlo al patibolo, risiedeva nella sua concezione di un Universo infinito.
Le fonti del pensiero di Giordano Bruno
Senza essere un fisico di genio alla stregua di Galilei, Giordano Bruno possedeva uno spirito scientifico, e fu soprattutto un metafisico notevole. Il primo a proporre un sistema coerente contrapponibile a quello di Aristotele. Ricordiamo che, secondo quest’ultimo, la terra si trovava al centro di un universo chiuso. Dunque immobile con le stelle superlunari rotanti attorno ad essa. Il mondo siderale era anch’esso immobile, ed al di là della sfera siderale, o celeste, non c’era nulla: né luogo, né vuoto. Il sistema di Aristotele, ripreso e “cristianizzato” da Tommaso d’ Aquino, era assurto al rango di dogma della Chiesa cattolica romana. Fin dai suoi anni giovanili, Bruno si era interessato ai predecessori di Aristotele (i pitagorici, Platone e i presocratici, soprattutto) e ai neoplatonici. Soprattutto, aveva letto due autori che erano passati quasi inosservati ma che portavano in germe una critica radicale della fisica di Aristotele: Nicolò Cusano e Copernico.
Le dottrine di Cusano e di Copernico
Il teologo tedesco Nicolò di Cusa (1401 -1464) fu il primo a rimettere in discussione la concezione aristotelica del mondo. Per lui, l’Universo è uno sviluppo imperfetto di Dio. Imperfetto poiché il suo frazionamento indefinito si oppone all’unità del divino. L’universo non è a dire il vero infinito, ma non è finito neppure: “senza termine”, nel senso in cui non se ne possono conoscere i limiti. Ne discende che la terra non è più al centro, e non ci sono centri fisici nell’Universo. Questo centro è metafisico: è Dio. In lui, il centro, la circonferenza, l’inizio e la fine del mondo coincidono.
Queste considerazioni non sboccavano in realtà in alcuna cosmologia, né in alcun ragionamento scientifico. Tuttavia, rimettendo in discussione, per la prima volta in Occidente, il dogma dell’Universo chiuso, questo pensiero doveva fortemente influenzare Bruno e, più in là, l’astronomia moderna.
Nel 1543, fu pubblicato nell’indifferenza quasi totale, il trattato di un canonico polacco, Nicola Copernico (1473 -1543), Sulle Rivoluzioni dei mondi celesti. Due aspetti dell’opera di Copernico suscitarono l’interesse di Bruno. Da un lato, Copernico opera una “rivoluzione” nel senso tradizionale di questo termine: torna ai filosofi che precedono Aristotele. Rheticus, un allievo di Copernico, lo afferma in modo chiaro e inequivocabile: «È seguendo Platone e i pitagorici che (Copernico) pensa che, per determinare la causa dei fenomeni, un movimento circolare doveva essere attribuito alla sfera terrestre».
D’altra parte - e risiede qui la sua grande invenzione concettuale – Bruno capisce che il sistema di Copernico conduce logicamente all’Universo infinito. Copernico non ha fatto che allargare il mondo. Quest’ultimo resta finito, poiché conserva un centro, il sole, «che riposa sul trono reale, governa la famiglia delle stelle». Copernico cambia la precedente struttura del mondo sublunare di concezione aristotelica, ma prevede tuttavia ai confini del mondo una sfera immobile di stelle fisse.
La rimodulazione della teoria copernicana
Sotto l’influenza della dottrina di Nicolò Cusano, Bruno reinterpreta il sistema di Copernico. Manda in frantumi la sfera immobile di stelle fisse che Copernico non aveva osato toccare. Le stelle non sono più immobili ma sono dei soli in numero infinito, da cui dipende un numero infinito di astri che sono distribuiti in un Universo infinito. Il sistema di Copernico dà un ordine così all’infinito che Nicolò Cusano aveva lasciato nell’anarchia. «Egli comprende – scrive Guido De Ruggiero – che il copernicanismo nel suo significato più profondo, porta a una unificazione del cielo e della terra, a una parificazione di tutti gli astri, nella loro struttura e nel loro movimento , e quindi a una redistribuzione del sistema cosmico».
«Se il mondo è finito», fa dire Bruno al personaggio di uno dei suoi scritti, «ed extra il mondo è nulla, vi domando ove è il mondo, ove è l’universo? Aristotele risponde: in se stesso (...). E che cosa ne è, dico io, delle cose che sono fuori del mondo? Se dici che non ce n’è nessuna, allora, di certo, il cielo, o il mondo non è da nessuna parte».
Tutto è movimento nell’Universo di Bruno poiché tutto è animato, cioè dotato di un’anima - o meglio dire di un pezzo d’anima dell’Universo, poiché l’universo è emanazione di Dio. Ma, un essere infinito soltanto può avere uno sviluppo infinito. Tuttavia, l’infinito di Dio e l’infinito dell’Universo non sono della stessa natura.
Il primo è semplice ed il secondo complesso, frammentato. L’Universo infinito è composto da innumerevoli mondi chiusi. I mondi sono separati da vuoti e Bruno non crede ad una comunicazione possibile tra loro. Con una di quelle bizzarrie che rendono la sua opera particolarmente tortuosa, Bruno pensa che sia lo stesso per i continenti. Così prende posizione contro la colonizzazione dell’America per la ragione che non crede all’unità del genere umano e pensa impossibile (o contro natura) l’unione tra le diverse razze umane.
Per lui, la vita è apparsa per germinazioni spontanee ed indipendenti a partire dall’azione dei raggi del sole sulla terra umida, che contiene tutte le sementi.
Le implicazioni teologiche del pensiero di Bruno
Durante tutto il processo intentatogli, Bruno si definisce sempre come un filosofo e non come teologo. Rifiutava l’accusa di eresiarca: infatti non predicava, ma diceva di ricercare la verità sul principio primo dell’Universo. Abbiamo visto tuttavia le implicazioni teologiche del suo sistema: se ci sono molti tipi umani, Adamo non è più il padre comune dell’umanità e non ci può essere redenzione universale. E d’altra parte se l’Universo non è più chiuso e finito, prodotto totalmente distinto e distante dalla Divinità, ma infinito e senza confini, esso ha troppi attributi della Divinità medesima: un terribile concorrente di Dio. L’infinità dell’Universo comporta che il motore di esso non è estrinseco all’Universo (la teoria del “motore immobile” aristotelico-tomistica riceve così un duro colpo) ma intrinseco ad esso medesimo, non fuori, ma dentro l’Universo medesimo. L’Infinito secondo Bruno poneva d’altra parte un altro problema, altrettanto acuto. Essendo l’universo un’emanazione di Dio, esso è di conseguenza l’unico mediatore tra l’uomo e la divinità. Per Bruno, la vera eucaristia è la comunione con la Divinità attraverso la contemplazione dell’Universo. Se in ogni molecola di natura si trova un riflesso dell’anima di Dio, il passo successivo è pensare che il Cristo non serva più a nulla, che non sia più necessaria la Redenzione...
Le implicazioni scientifiche
Nel lungo processo che occupò gli uomini d’Occidente a passare da un mondo chiuso ad un Universo infinito, Bruno occupa un posto importante. Per gli Antichi, in effetti, il mondo non poteva essere infinito poiché l’infinito era l’incompiuto, l’imperfetto, il caos. L’Universo aveva dei limiti, e dunque perfetto. Per gli uomini del Medioevo, infinito era la perfezione: attributo che poteva essere riservato soltanto a Dio. Con Bruno, tutto cambia nuovamente: l’Universo è la Totalità; che basta a se stessa e racchiude Dio stesso nella sua immanenza. L’Infinito di Bruno non è laico. È, se non ateo, fermamente anticristiano in una prospettiva naturalista, se non animista. È per questo che la questione - Bruno tanto ha impegnato la Chiesa contro la nuova astronomia e altrettanto incitato alla prudenza tutti coloro che la propugnavano. Doveva toccare a Descartes, al prezzo di molte precauzioni e di infinita prudenza, proporre una cosmologia laica. Dopo di lui, l’infinito dell’universo è diventato uno dato non più interferente nella relazione Dio - mondo.
La teoria di Giordano Bruno è certamente lungi dall’essere scientifica. È una congettura filosofica. Da un punto di vista puramente concettuale, si può passare da Copernico a Galileo, da Keplero a Newton senza alcun passaggio su Bruno - ciò che fanno d’altra parte la maggior parte degli storici del pensiero scientifico. È difficile determinare l’influenza intellettuale di Bruno sui fondatori dell’astronomia moderna, né se Bruno si è riconosciuto o meno nelle ricerche di Galilei. Ma resta il fatto che, dopo l’affaire Bruno, la teoria di Copernico è portata a conoscenza di un vasto pubblico... e dunque vietata. In questo il successivo processo a Galileo Galilei avrà molti punti di contatto e di derivazione dalla questione Bruno, e si può dire che, seppure in modo indiretto, Bruno ha svolto un ruolo di grande rilevanza nella storia dell’evoluzione del pensiero scientifico e delle relazioni tra questo e la Chiesa cattolica romana.
Le tecniche della memoria
Qualche parola infine sui lavori di Giordano Bruno di mnemotecnica, un aspetto del suo pensiero che, senza implicazioni teologiche particolari e senza aprire prospettive scientifiche rivoluzionarie, svolse tuttavia un ruolo importante nella notorietà che gli arrise da vivo: sono infatti i suoi lavori sull’arte della memoria che gli valsero soprattutto le accoglienze calorose sia del re di Francia Enrico III come della regina d’Inghilterra Elisabetta I.
L’arte della memoria è un insieme di tecniche che risalgono all’antichità ed il cui scopo era di memorizzare il massimo di dati. Queste tecniche si fondavano principalmente su “luoghi di memoria” la cui evocazione permette di rinviare con associazione di idee agli oggetti. Questi “luoghi di memoria” possono essere geografici (edifici, vie di una città, ecc..) o no (personaggi, pianeti), ecc.. I trattati d’arte della memoria proponevano così sistemi “cartografici” molto complessi di legami mnemotecnici ed i migliori esperti in quest’arte potevano insegnare a memorizzare volumi interi. Nell’Antichità, tutto ciò aveva un sentore di magia e soprattutto di ermetismo. Tommaso d’Aquino si dedicò a demistificare quest’arte della memoria per farne una tecnica della devozione.
L’ordine dei domenicani, al quale Tommaso d’Aquino apparteneva, aveva la reputazione di essere particolarmente versato nell’arte della memoria e Bruno poté vantarsi di essere stato presentato al Pontefice quando apparteneva ancora a quest’ordine, per far mostra della sua memoria artificiale. Buon tecnico della memoria, Bruno fu soprattutto un teorico della mnmotecnica e pubblicò ben cinque libri sull’argomento. Per lui, la memoria faceva parte dell’immaginazione, e, esercitando questa facoltà, l’uomo, immagine di un mondo più grande di lui, poteva comprendere questo mondo ed entrare in comunione con la Divinità.
Più tardi, di fronte ai suoi giudici, Bruno dichiarò: «(...) Il re Enrico III mi chiamò un giorno, e mi chiese se questa memoria che possedevo e che insegnavo era una memoria naturale o se fosse piuttosto ottenuta per mezzo di magia; gli dimostrai che non mi derivava dalla magia ma dalla scienza ». Bruno poteva ben sopportare di essere mandato al rogo per le sue teorie cosmologiche e per aver affermato l’ Universo essere infinito, non certo per magia.
Opere principali: De umbris idearum (1582); Sigillus sigillorum (1583); De l’infinito, universo e mondi (1583, 1591); La cena de le ceneri (1583); De la causa, principio et uno (1584); Degli eroici furori (1585); De monade numero et figura (1591) De immenso et innumerabilibus ( 1591).Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

mercoledì 2 luglio 2008

" GLI INUIT " DI GROENLANDIA


RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Molto prima dell'avvento delle luci elettriche e dei mezzi a motore, la conoscenza del cielo notturno era un aspetto essenziale per la sopravvivenza dei popoli del nord. L'intera famiglia accompagnava gli uomini durante le battute di caccia che duravano per giorni e giorni. Durante lo svolgimento del viaggio, effettuato in slitte trainate da cani, il padre indicava, nella lunga notte artica, i vari corpi celesti ai figli, e, al termine del viaggio, mentre gli uomini costruivano l'igloo per la notte, le madri narravano ai bambini le storie legate al cielo.
Gli Inuit sono una popolazione derivata dal ramo della razza mongolica. Essi mostrano una corporatura tozza con bassa statura e arti inferiori corti (tutti caratteri atti a contrastare le basse temperature), il colorito è bruno-giallastro, la faccia appiattita con un grande cranio.
Il nome Eschimesi, una parola indiana del popolo Cree che significa mangiatori di carne cruda è un termine dispregiativo, non usato da molto tempo. Essi chiamano se stessi Inuit (o Yuit in siberiano e in alcuni dialetti dell'Alaska), cioè “il popolo” in lingua Inuktitut.
Tale lingua è una lingua polisintetica, tende cioè a concentrare intorno ad un nucleo logico-semantico, intere frasi, dando come risultato a parole spesso esageratamente lunghe, per noi. Ad esempio qasuiigsagbigsagsinnitluinagnag pug significa “non siamo riusciti assolutamente a trovare un luogo in cui riposare”.
Come d'altronde per altre parti della Terra, c'è stata una tendenza a riunire tutti i popoli che vivono all'estremo nord in un singolo stampo culturale, mentre in realtà esistono alcune differenze a seconda che si tratti di Inuit del Canada, dell'Alaska, della Groenlandia o dell'Asia, come si può vedere ad esempio nei diversi nomi degli dei o degli spiriti della natura.
La concezione del tempo per gli Inuit è molto particolare, come le condizioni che li hanno visti evolvere.
L'importanza che gli Inuit hanno posto riguardo al presente si riflette anche sui loro racconti popolari.
Essi non sono alla ricerca di una causa primordiale o di una spiegazione riguardo il fine ed il destino, ma invece tentano di definire il loro presente, tanto che si dice «gli Eschimesi non pensano mai molto al di là».
Questo è illustrato in un mito della creazione degli Inuit di Groenlandia, nel quale tre amici erano curiosi riguardo la grandezza e la forma della Terra. Essi partirono per l'esplorazione e finirono per camminare attraverso i passaggi senza fine di una enorme casa di ghiaccio per anni e anni. L'unico amico che sopravvisse tornò finalmente dalla sua gente e disse «la Terra è semplicemente un casa di ghiaccio molto grande» e poi morì.
Questa storia illustra la visione Inuit del mondo simile alla loro piccola società dove la loro piccola società è vista come il mondo intero. E ancora, insegna una sorta di lezione, che nel tentativo di capire gli aspetti del mondo e le strutture di ciò che ci circonda, noi finiamo sempre dove siamo partiti, con noi stessi e la gente che ci è più familiare. Per gli Inuit, il mondo è creato solo per le cose più fondamentali, tangibili e che accadono ora. Sembra che quando gli Inuit riflettono riguardo alla loro esistenza, sono più interessati alle loro relazioni con gli altri (che in caso di necessità li possono salvare) piuttosto che al loro compito in ordine all'universo.
Essi si rendono conto che non possono predire il futuro e allo stesso tempo non danno importanza al passato. A riprova di ciò, essi sono giunti ad un livello di benessere che molte società moderne ed industrializzate non hanno. Non è che gli Inuit non hanno creato racconti (e li vedremo in seguito) ma è che danno molta più importanza agli eventi del presente che alle storie del passato. Da quando Nuna (la Terra) e Sila (il cielo) giocano seguendo le loro regole misteriose, è opportuno che l'umanità impari ad interpretare tali regole, a rispettarle allo scopo di vivere. Non esiste una supernatura, ma solo natura (anche gli spiriti ne fanno parte), e l'umanità deve essere furba, allo scopo di osservarla, imparare come adattarsi ai capricci del vento, dell'acqua, delle temperature, della luce, imparare come adattarsi alle migrazioni degli animali, alle malattie, al terreno infido e al peggiore di tutti i terrori: l'ignoto, il pericolo che uno non sia abbastanza intelligente per anticiparlo.
Per gli Inuit, l'esistenza è un grande gioco a scacchi contro la natura: l'abilità offre migliori opportunità, ma non si può mai sapere a quale nuova mossa devi contrapporti. La conoscenza è meglio della fede.
Quando Knud Rasmussen chiese ad una guida Inuit in cosa credesse, si sentì rispondere «noi non crediamo, noi abbiamo paura».
Gli Inuit hanno anche definito le strutture dei rapporti fra Terra, Sole e Luna. Credono che un tempo ci fosse una grande massa di acqua che copriva la Terra. Quando questa acqua si asciugò, gli oceani e le terre furono creati. Il cielo è una rigida cupola che è fissa sopra alla Terra piatta, con al di là del bordo un grande abisso. Inoltre esistono due sorelle, Tuono e Lampo che creano la pioggia riversando acqua con i loro secchi sulla Terra.
Il Sole, le Stelle e la Luna ruotano attorno alla Terra, e le loro posizioni influiscono sulla caccia, sul tempo atmosferico e sulla navigazione.
L'incapacità delle minacce di passato e futuro di controllare questa cultura ha reso possibile il modo inusuale e solitario di vita degli Inuit.
Soprattutto, la vita degli Inuit è controllata dalle condizioni ambientali. Il loro ambiente, violento e isolato, ha un'influenza diretta sulle strutture politiche e sociali. Questo ambiente, mentre da un lato ha prodotto una cultura unica, ha simultaneamente creato grandi difficoltà nella determinazione delle origini degli Inuit. Come l'ambiente che li condiziona, in superficie la società degli Inuit appare molto semplice, ma osservata in profondità esistono ricche e complesse strutture.
Le stelle sono state usate per svariati scopi, come per predire il ritorno del Sole dopo la lunga notte invernale, un evento annunciato dalla visione nel cielo mattutino di Dicembre delle stelle Altair e Tarazez (definite insieme Aagjuuk).
Altair è una stella bianca distante 16,1 anni luce, fa parte della costellazione dell'Aquila ed è uno dei tre vertici del Triangolo Estivo, insieme a Deneb del Cigno e Vega della Lira.
Anche Tarazez fa parte dell'Aquila, è una gigante gialla distante 280 anni luce.
La misura del tempo nel nord è tradizionalmente segnato dall'Orsa Maggiore (Tukturjuit - il caribù) che si muove intorno alla Stella Polare e dal sorgere di altre stelle non circumpolari.
La caratteristica principale dell'Orsa Maggiore è sicuramente il “grande carro”, la più nota di tutte le configurazioni stellari. Qui si trovano due splendide galassie, M 81 ed M 82 e la nebulosa M 97 (NGC 3587) , comunemente chiamata Nebulosa Civetta e distante da noi 2600 anni luce.
Le ventiquattro ore del giorno sono suddivise in dieci segmenti ineguali, influenzati dalle attività del giorno e dalla posizione del Sole.
Si riconoscono 13 mesi lunari e 8 stagioni che sono associate con le migrazioni degli animali e altri cambiamenti biologici e sociali. Per esempio, all'inizio di upirngaksaaq (la primavera) l'aumentare del crepuscolo rende le stelle invisibili, aumentano le nevicate, nascono i piccoli di foca e gli Inuit giocano a palla.
Il periodo intorno a Giugno, invece, è chiamato la Luna dell'uovo perché è quando alcune specie di oche cominciano a covare.
Tra la metà di ottobre e la metà di novembre, il periodo in cui l'acqua del mare ghiaccia, è conosciuto come Tusaqtuut, che significa “ascoltare”, perché i viaggi con le slitte trainate dai cani sono ora possibili ed è così possibile ascoltare nuove notizie nei campi vicini.
In tutto l'emisfero nord, il punto di riferimento per indicare il nord, utilizzato da navigatori e viaggiatori in genere, è la Stella polare. Ironicamente, a queste latitudini è troppo alta, troppo lontana dall'orizzonte per essere utile. Essa è chiamata Nuutuittuq, “che non si muove”.
La Stella Polare, Polaris, a (alfa) Ursae minoris, è una supergigante gialla distante circa 700 anni luce. A circa 1° si trova l'attuale polo nord celeste, ma sarà verso il 2100 che la precessione porterà Polaris alla minima distanza dal polo.

Impronta digitale

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Una impronta digitale (detta più correttamente dermatoglifo) può essere definita come lo schema alternato di creste e valli che possono essere facilmente rilevate sulla superficie delle dita, in particolar modo sull'ultima falange. Le creste variano in ampiezza da 100 ai 300 micron, mentre il periodo cresta/valle corrisponde all'incirca ai 500 micron.
Esse sono utilizzate da molto tempo ed estensivamente per l’identificazione degli esseri umani in generale, e per poterne inoltre rilevare la presenza su oggetti collegati ad eventi criminosi.
A livello globale, lo schema di creste/valli esibisce una o più regioni caratterizzate da una forma particolare; esse vengono definite "regioni singolari". La presenza di tali regioni determina la classificazione dell'intera impronta in una delle cinque classi definite da Sir Edward Henry in India nei primi anni del ventesimo secolo, espandendo un lavoro precedente di Sir Francis Galton. Già agli albori della loro utilizzazione infatti, appariva necessario un sistema di suddivisione delle impronte in classi per rendere più veloce il processo di comparazione. Tali classi sono chiamate Right Loop (che è rilevabile con una frequenza del 31,7%), Left Loop (33,8%), Arch (3,7%), Tented Arch (2,9%) e infine, Whorl (27,97%).
A livello locale invece, le discontinuità delle creste vengono chiamate minuzie, o "dettagli di Galton", in onore del primo studioso che ne approfondì lo studio e ne accertò la persistenza. Esse possono essere fatte corrispondere semplicisticamente alle terminazioni o alle biforcazioni delle creste (vedi l'esempio in Figura, dove il cerchio evidenzia una terminazione e il quadrato, una biforcazione), anche se in dettaglio la loro forma può essere descritta in modo più preciso: esistono ad esempio minuzie a forma di punto, uncino e biforcazione multipla.
Storia
Per quanto riguarda i primordi della storia delle impronte digitali, sono state trovate tavolette Babilonesi risalenti al 500 A.C. (e quasi contemporaneamente anche in Cina) riguardanti transazioni commerciali e recanti impronte impresse sulla loro superficie, probabilmente utilizzate come una specie di firma personale del documento. Lo studio vero e proprio delle impronte digitali, che va sotto il nome di dattiloscopia, affonda le sue radici in un passato molto più recente, ma comunque sempre abbastanza lontano dai nostri giorni: le moderne tecniche si sono evolute da studi compiuti per la prima volta alla fine del XVII secolo d.C.
In questo senso, il primo documento scientifico è stato redatto nel 1684 dal botanico e fisico inglese Nehemiah Grew e riguarda uno studio sulla struttura delle creste e dei pori. Successivamente, nel 1788, J.C.A. Mayer individuò e descrisse alcune caratteristiche ricorrenti delle impronte papillari, affermando anche la loro unicità da individuo a individuo. La prima classificazione delle impronte in nove categorie, basate sulla struttura generale delle creste, viene ideata nel 1823 con John Evangelist Purkinji, professore di anatomia all’Universita di Bresalu in Germania. Nel 1880, lo scozzese Henry Faulds, dottore ed evangelista in Giappone, suggerì in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature l’individualita delle impronte digitali ed un loro possibile utilizzo nell’identificazione dei criminali. Quasi contemporaneamente, William Herschel annunciò di averle già utilizzate per diversi anni in India per fini investigativi, dimostrando così la praticabilità dell'idea.
Le ultime due importanti scoperte in questo campo furono apportate da Sir Francis Galton, che introdusse la struttura di minuzia nel 1888, e Sir Edward Henry, che nel 1899 realizzò un sistema di classificazione delle impronte in grado di semplificare molto il processo si identificazione, visto che al tempo era chiaramente ancora realizzato manualmente da esperti del settore.
Si può quindi ritenere che già nei primi anni del 20esimo secolo, la formazione e i principi generali alla base delle impronte digitali e della loro verifica fossero già ben compresi a tal punto da consentire un loro primo utilizzo, come difatti avvenne, nei tribunali di giustizia di diversi stati.
Persistenza e individualità
L’identificazione attraverso l’utilizzo delle impronte digitali è basata su due basilari premesse di persistenza, secondo la quale le caratteristiche delle impronte non cambiano attraverso il tempo, e individualità, la quale afferma che l’impronta è unica da individuo a individuo.
Per trattare brevemente l’aspetto dal punto di vista biologico, la pelle è costruita da tre tipi di tessuto, epidermide e derma, che insieme formano la cute e l’ipoderma che si trova più in profondità. Mentre l’epidermide costituisce lo strato più superficiale, il derma si trova immediatamente sotto a questa e quindi ha con lei intimi rapporti, perché la sostiene, la nutre ed offre sede alle appendici epidermiche (le ghiandole e i peli). L'epidermide e il derma sono uniti tramite le papille dermiche, cioè dei prolungamenti conici di tessuto connettivo che dal derma si estendono a compenetrare l'epidermide.
Il disegno superficiale della cute è in rapporto al variare della disposizione e dello spessore delle fibre connettive del derma e questo dà origine ad una precisa disposizione papillare. Questo disegno è appunto così tipico che è utilizzabile per l'identificazione di un individuo e, a meno di traumi o di interventi, la prima caratteristica di persistenza è assicurata quindi dalla ricrescita dello strato di pelle morta con le stesse esatte caratteristiche.
Le impronte digitali si formano definitivamente nel feto di 7 mesi e sono in generale, insieme all’aspetto fisico, facenti parte del fenotipo di un individuo, che si ritiene sia univocamente determinato dalla combinazione di uno specifico genotipo con uno specifico ambiente. La loro formazione è quindi simile a quella dei vasi sanguigni nell’angiogenesi; le caratteristiche generali cominciano ad emergere con la definizione della pelle sui polpastrelli, ma allo stesso tempo la posizione del feto nell’utero e i flussi del liquido amniotico cambiano durante questo processo di formazione rendendolo unico. Questo micro ambiente varia da mano a mano e da dito a dito: esistono quindi molti fattori che variano durante tale sviluppo, anche se esiste un patrimonio genetico che in principio lo ha fortemente influenzato.
Per quanto riguarda quindi la seconda premessa (individualità), essa viene ritenuta essere vera sulla base di risultati empirici, ma non ne è stata scientificamente dimostrata la validità assoluta. L’unicità di un’impronta digitale è un’ipotesi di lavoro che in senso matematico è difficile (se non impossibile) da provare; la dimostrazione opposta è sicuramente più facile da ottenere in teoria, trovando nella pratica due impronte identiche di due dita diverse. Ad oggi però, questo evento non si è ancora verificato.
Rilevamento delle impronte
Il rilevamento delle impronte è un’operazione comunemente effettuata nel corso di indagini di polizia; può avvenire in modo diretto, su individui in stato di fermo, ai quali si fanno imprimere su carta le impronte dei polpastrelli macchiati di inchiostro; oppure in modo indiretto, attraverso particolari procedure che permettono di rendere visibili le impronte presenti, ad esempio, nel luogo in cui è stato commesso un crimine.
In questo caso, una delle più usate procedure consiste nell’applicare sulle superfici dure e non assorbenti una polvere a base di alluminio, di carbone o di sostanze fluorescenti, capace di aderire alle tracce di sebo eventualmente presenti e, quindi, di evidenziare le impronte.
Per superfici porose o nel caso di tessuti, risultano più indicati trattamenti chimici a base di ninidrina e vapore di iodio. Le impronte, fotografate in scala 1:1 e archiviate, possono essere confrontate con quelle di individui sospettati, in modo da poterne escludere o confermare un possibile coinvolgimento con il reato. Tale operazione si avvale di sistemi computerizzati AFIS che permettono l’archiviazione di un gran numero di dati e la rapida effettuazione dei confronti.
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