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mercoledì 24 ottobre 2007

La poesia nella maieutica e la maieutica della poesia

Rielaborazione e adattamento di GIOVANNI VECCHIO

Incontro sul tema "Cos’è poesia" con gli studenti del Liceo Scientifico Statale di Linguaglossa (Catania) il giorno 11 Dicembre 1980.
Danilo Dolci: Se vi piace, potremo dividere questo incontro in due parti: nella prima avrei due domande da rivolgervi e, nell’ordine, cercheremo di rispondere; alla fine, se non sarete mentalmente annoiati, avrete voi forse, qualche domanda da pormi. Proviamo? Vogliamo prima di tutto chiarire tra di noi che cosa intendiamo per poesia? Molto semplicemente , proprio fuori dai libri, dalla scuola, con il nostro cervello, con la nostra anima, come si diceva una volta….
Salvatore: Secondo me, è un incontro dei propri sentimenti intimi, collegati fra loro, in una forma melodica secondo varie "tecniche".
Danilo: Tu dici questo. Altri?…
Concetto: Secondo me, invece, "poesia " è l’espressione di un uomo che vuol far conoscere la realtà sociale in cui vive e soprattutto il modo in cui la gente riesce a sopportare o ignorare le ingiustizie e le sopraffazioni. "Poesia" è un modo per far conoscere il mondo e di interessare l’opinione pubblica, ma è anche un’espressione molto "dolce" del pensiero umano, di ciò che un uomo sente dentro di sé. "Poesia" è costruire, creare qualcosa di "dolce"; è, però, espressione del pensiero umano…
Danilo: Cominciano ad emergere alcuni concetti interessanti. Qualcuno dice che la poesia è uno "sfogo" più o meno melodico, qualche altro parla di "espressione ", poi accenna al "costruire"…Sarebbe interessante sentire se voi dite che la poesia può essere soltanto "dolce" oppure anche "amara"…
Francesco: "Poesia" vuol dire esprimere ciò che uno vede nel mondo esterno secondo il proprio stato d’animo.
Danilo: Allora, una specie di interpretazione del mondo!
Francesco: Vista, cioè , secondo il proprio stato d’animo in quel momento.
Danilo: Sì… altri interventi? Vedete che a poco a poco si incomincia a chiarire…Tu cosa pensi che sia "poesia"?
Angela: esprimere il proprio stato d’animo… rispecchiare tutto quello che si pensa del mondo, della vita…
Danilo: E’ un modo di esprimersi, è un modo di interpretare il mondo. Altri?
Raffaello: Secondo me, la poesia è un modo di esprimersi chiaro, immediato rispetto ad altri modi di esprimersi come la scultura, la pittura, le arti in generale. Ad esempio, un quadro non lo si capisce in due minuti … invece la poesia è più immediata.
Danilo: Questo intervento è molto interessante perché, se non capisco male, la poesia non si fa soltanto con le parole, ma anche con i colori, le forme, la pietra… A questo punto dobbiamo metterci d’accordo bene: la poesia si fa soltanto con le parole o anche con la pietra, con il colore?…
Raffaello: Si fa anche con le azioni!
Danilo: Come?
Domenico: Anche con la musica si può fare poesia.
Danilo: Anche con i suoni si può fare poesia. Altri che intervengono?
Maria: E’ anche un modo di fare politica.
Danilo: Anche la politica può essere poesia o la poesia può essere politica…
Maria: Voglio dire che è un modo di fare politica.
Laura: Ma forse è bene chiarire che cosa significa la parola "poesia" perché probabilmente sta sorgendo un po’ di confusione.
Danilo: Siamo qui proprio per questo!
Laura: A prescindere dal concetto che noi ne abbiamo, la parola "poesia" cosa significa?
Danilo: Molto bene! Laura dice che quando uno parla, dovrebbe sapere di che cosa parla.
Laura: Appunto! La poesia cos’è? A prescindere dal nostro concetto, è una forma di armonia?
Danilo: E se "poesia " dal greco volesse proprio dire costruire, creare, fare? E’ interessante, vero?
Laura: Allora qualsiasi forma d’arte risulta poesia…
Danilo: Potrebbe…
Laura: Potrebbe risultare poesia.
Danilo: Mi sembra che questa questione cominci a diventare interessante. Io voglio capire soltanto
se la poesia si può fare con i colori, la pietra,, le parole, qualcuno dice anche con le azioni…
Raffaello: Purché si costruisca qualcosa, è sempre poesia o no?
Danilo: Purché si costruisca qualcosa. Ma, per esempio, uno che fa un muro… Fatto il muro, è poesia o può essere poesia?
Raffaello: Può essere poesia se è un’opera d’arte.
Danilo: Raffaello dice che un muro può essere anche poesia quando arriva ad essere opera d’arte. Chi non è d’accordo intervenga!
Laura: Forse si cade troppo sul materiale, ad un livello basso di poesia…
Danilo: Perché tu dici che se si fa un muro è basso livello, invece se ci sono le parole, le musichette, allora è alto?
Laura: Cioè è più edificante… Non lo so esprimere…
Danilo: Secondo te, allora, Michelangelo, F. L. Wright, non hanno fatto poesia perché si occupavano di pietre?
Laura: Un muro in se stesso non penso che sia così poetico!
Danilo: Tu dici che un muro non può essere poetico perché basso e pesante.
Laura: No! Può essere anche alto, vario, anche diroccato; però, forse si deve prendere in considerazione l’animo con cui la persona lo ha costruito.
Danilo: Ti pongo una domanda: Ci si può esprimere (come hanno detto i tuoi compagni) con la pietra?
Laura: Sì, però modellandola secondo i propri sentimenti; il muro in se stesso non esprime il proprio sentimento.
Danilo: Allora tu sei d’accordo con Raffaello che se il muro diventa opera d’arte, esprime…
Francesco: Bisogna vedere quale significato noi diamo in questo caso al muro: se io lo costruisco, per esempio, perché voglio rappresentare qualcosa, allora ha un significato poetico; ma se io quel muro lo costruisco solo per otturare un buco, per chiudere una parete, mi sembra logico che non ha un significato poetico.
Danilo: Ci sono già due problemi. Per il momento metterei da parte il primo che riguarda il significato che noi diamo. Comunque bisognerebbe intendersi e chiarire se tu parli del significato che dà chi fa o chi…
Francesco: Chi fa…
Danilo: Poi c’è l’altro problema del significato che dà chi interpreta, dell’oscurità della poesia. Di questo poi dovremo anche dire qualcosa. Per il momento lo mettiamo da parte. Allora, andiamo avanti con una domanda : "Si può fare poesia anche con la farina e le uova?" (brusio). Questa è una domanda estremamente seria.
Maria: Cambia aspetto…
Danilo: Come?
Maria: Cambia aspetto. Se si deve parlare in senso artistico, riferirsi a farina e uova non è un fatto artistico!
Danilo: Non si può fare. Qualcuno pensa, invece, che si può fare?
Nuccia: Secondo me si potrebbe fare benissimo. Se una persona ci mette impegno o magari è un gran cuoco di alta classe, riesce a fare una torta fantastica come quella nuziale: pure quella, secondo me, è arte!
Danilo: Tu vuoi dire, se io non capisco male, che con la farina e con le uova si può fare poesia, si può fare arte, ma dipende, tu dici, da…
Nuccia: Dalla capacità o meno di fare dell’arte.
Danilo: Tu dici che dipende da una certa capacità espressiva: se il mezzo espressivo ha una certa perfezione in relazione ad uno scopo di qualità, allora potrebbe essere poesia. Cioè, tu non dici che ogni torta è una poesia, può essere o non essere…Siamo tutti d’accordo che con uova e farina si può anche (ma non è detto che si faccia) fare poesia? C’è qualcuno che non è d’accordo?
Maria: Per me, no. Per esempio, c’è uno che sa scrivere bene, mentre un altro è bravo nella pittura. Fare la torta non è un fatto artistico, può esserlo al massimo per chi la fa, che è orgoglioso di esserci riuscito. C’è un proverbio che dice: "L’uomo vale per quanto sa fare…"
Davide: Secondo me chiunque può fare poesia, cioè arte; non dipende dalla capacità di esprimersi in parole o mediante la pittura, la musica o qualcosa d’altro. Chiunque può fare arte poiché ognuno ha delle capacità dentro di sé, anche se poi non le sa esprimere. Questo può portare, forse, anche alla difficoltà altrui di comprendere; l’arte, però, rimane sempre tale.
Danilo: Un momento! Qui ci sono due cose che non capisco: se non sbaglio, tu da una parte vuoi
dire che la poesia si può fare con qualsiasi mezzo espressivo, con qualsiasi materia (su questo siamo d’accordo di massima? Vedremo dopo chi non è d’accordo). Poi dici che ciascuno potrebbe fare poesia ed è un altro punto importante. Pongo ora una domanda molto precisa, provocatoria: "Tutte le cose che si fanno sono poesia?"
Davide: No!
Danilo: No, ecco! Perché qualcuno diceva prima che è importante che ci sia una certa perfezione della espressione in relazione a un certo fine di valore.Adesso vi rivolgo una domanda che può sembrare strana: " C’è una mamma che ha un bambino di un anno e mezzo o due anni che si fa la cacca addosso e la mamma lava il bambino: può essere poesia il lavare la cacca del bambino o no?".
Paola: Non è fare poesia, ma c’è poesia. Il poeta può riuscire a scoprirvi poesia e mettere poi su un foglio di carta ciò che ha visto. Secondo me, inoltre, uno che lavora con qualsiasi materia non fa poesia, ma può generare poesia.
Danilo: Può generare poesia se la scrive?
Paola: No, ma se dà modo a qualcuno di capire che in quel che fa c’è poesia.
Lucia: E’ poesia quello che fa la madre se lo fa per amore e ciò che si fa per amore penso che sia poesia.
Danilo: Allora, tu dici che tutto quello che si fa per amore…
Lucia: … o con un certo impegno, è poesia.
Francesco: Io vorrei dire che poesia non è soltanto amore. Quello della madre che lava il bambino è solo un gesto poetico. Noi forse della poesia abbiamo un concetto "romantico"! Poesia può essere anche il cantare, il parlare, il dipingere un fatto di violenza…
Danilo: Lucia dice che ogni volta che la madre lava il bambino con amore, questo è poesia. Altri dicono che può essere o non essere poesia. Raffaello diceva poco fa che un muro può essere poesia., ma non è detto che sia ogni volta poesia. Che ne pensiamo su questo punto?
Gerarda: All’inizio si era detto che la poesia era espressione dei nostri sentimenti; allora, basandoci su questo, si può dire che è poesia lavare il bambino, costruire un muro, fare una qualsiasi cosa.
Danilo: E’ poesia o può essere poesia?
Gerarda: Può essere poesia fare un muro o altre cose che possono sembrare casuali.
Danilo: Ti rivolgo una domanda precisa: il bambino fa la cacca, la mamma si arrabbia e dice "brutto sporcaccione!" e gli dà uno sculaccione intanto che lo lava. Questa è poesia?
Gerarda: Forse sì perché è fatto con sentimento…
Danilo: Altri cosa dicono?
Francesco: Io dico che non fa poesia.
Nuccia: Secondo me, bisogna tenere conto dell’individualità della persona.
Danilo: E’ la capacità espressiva. Allora, poniamo che ci sia una mamma che nel lavare il bambino, lo lava e lo accarezza con un rapporto di estrema comunicazione, di espressione… Qualcuno di voi ha detto prima la parola "espressione", ricordate? E’ chiaro che non c’è poesia se non c’è un esprimere. Se in questo esprimere c’è come un messaggio di qualità, se non mi sbaglio qualcuno comincia a pensare che c’è poesia. Se non c’è un messaggio con una perfezione formale in funzione di un fine di valore, allora non c’è poesia. Mi pare che è la tua idea, Raffaello, o no?
Raffaello: Sì, ci deve essere un certo livello…
Danilo: Un certo livello di perfezione formale, di espressione formale…
Raffaello:…perché altrimenti qualsiasi movimento potrebbe essere poesia.
Danilo: Qui c’è una parola nuova ed interessante: "movimento". Allora, la danza, per esempio, può essere anche arte, poesia. Cominciamo a capirci mi pare.Siete tutti d’accordo che se un movimento, una materia, ha una certa perfezione espressiva in funzione di una finalità di valore può diventare poesia? Siamo arrivati molto presto a quest’accordo? Riassumo un po’ in modo che se qualcuno non è d’accordo lo dica apertamente.Si è detto che la poesia non è soltanto una faccenda privilegiata di parole, che poesia può esistere con materie diverse. Ogni volta si richiede una perfezione espressiva, una capacità espressiva in funzione di un fine di valore.
Maria: Mi rimane un dubbio. Per te , le uova e la farina sono poesia, sì o no?
Danilo: Io non dico che le uova sono poesia: quando la gallina fa un uovo non fa poesia, fa un uovo. Ma io dico che con l’uovo e la farina si può fare. Mettiamo che tu hai una famiglia e dei figli e prepari il pranzo per marito e figli e per gli amici che arrivano. Tu lavori pensando di affidare a questa materia espressiva un messaggio. Qualcuno incomincia ad ingoiare e non raccoglie il messaggio. Qual è il tuo stato d’animo? Ti senti non capita! Non dico che ogni volta che si fa qualcosa, questo contenga un messaggio di valore, ma potrebbe contenerlo e potrebbero gli altri non accorgersene perché sono dei distratti.Io alla tua domanda risponderei che anche con le uova e con la farina o anche con la forma di comunicazione come il far da mangiare si può fare opera d’arte.
Maria: Allora, la mamma che pulisce il bambino è anche un modo di fare poesia!
Danilo: Può esserlo se la madre valorizza questa comunicazione, questa occasione per esprimersi in un modo che ha una sua perfezione! Non necessariamente ogni volta!Se non ho capito male, vorremmo arrivare ad affermare che ogni atto della vita può diventare, potrebbe essere poesia.La poesia non è soltanto questo, ma ogni atto della vita potrebbe, dovrebbe essere un atto poetico ovvero un atto creativo. Non abbiamo detto che poetare vuol dire creare? E questo non è importante?Detto in un altro modo: non è tanto importante che ci sia un poeta, è importante che ciascuno lo sia.
Vi rivolgo le stesse domande in un altro modo. Secondo voi, respirare è un lusso o una necessità? Voi dite che è una necessità; ne siete sicuri? Volete provare? Tutti sono d’accordo che respirare è una necessità. Pensare, secondo voi, è un lusso o una necessità? E’ una necessità, ma tante volte per la gente che lavora dieci o dodici ore al giorno si riduce ad un mero atto meccanico; pensare allora, purtroppo, diventa un lusso; vi ricordate il film di C. Chaplin "Tempi moderni"? Invece il pensare dovrebbe essere concepito come una necessità. Ed ancora: secondo voi, avere intuizione, fantasia, è un lusso o una necessità? Dovrebbe essere una necessità, come pure cercare di interpretare il mondo, immaginare come dovrebbe essere… Ecco che cos’è poesia: il passaggio dalla realtà com’è a come potrebbe essere.Ci siamo un poco chiariti su questo. C’è qualcuno che dissente? Di massima siamo d’accordo.
Secondo voi , quando inizia l’educazione poetica?
Davide: Da quando si nasce.
Danilo: Tu cosa dici? Non sei d’accordo?
Laura: Il bambino non è consapevole di possedere questa facoltà. Il suo vissuto è inconscio.
Danilo: Cioè, tu dici che l’educazione poetica nel bambino inizia quando lui sa leggere e scrivere?
Laura: Forse quando comincia a rendersi conto della realtà in cui egli vive.
Nuccia: Secondo me, quando comincia ad intendere e a volere.
Concetto: Secondo me, quando in lui nasce la necessità di esprimere qualcosa.
Danilo: Un momento! Chiarisco la domanda. Parlo di educazione poetica. Quando dovrebbe iniziare nei rapporti dei ragazzi, dei bambini, l’educazione poetica? Questa è la domanda.
Raffaello: Secondo me, quando i ragazzi cominciano a porsi dei problemi.
Francesco: Secondo me, appena il bambino nasce perché già è a contatto con un mondo diverso, con un mondo nuovo e incomincia a scoprire le cose che lo circondano.

Danilo: Francesco dice che l’educazione poetica, cioè l’educazione alla creatività, inizia appena il bambino nasce, in un certo senso, ancor prima che nasca, no?Per esempio, una madre aspetta un bambino, è incinta: il bambino si forma in un modo o in un altro a seconda dei pensieri e dei gesti della madre o no?Cioè il bambino è indipendente da come la madre agisce e pensa o anche dipendente? L’azione educativa, allora, arriva non soltanto al bambino appena nato, ma anche prima che nasca. Chi non è d’accordo?
Francesco e Davide : (annuiscono)
Danilo: Francesco e Davide mi pare che dicano una cosa molto importante. Se non li capisco male, essi dicono: "Un ambiente non necessariamente è poesia". Questa stanza dubitiamo che sia poesia, ma un ambiente che esprime può esserlo; fare un tavolo in un modo o in un altro, mettere dei colori… tutto può diventare un messaggio, può (ma non necessariamente) essere un messaggio di qualità…Noi dobbiamo intervenire ogni volta con estrema responsabilità perché ogni volta c’è un messaggio, talora caotico e in altro caso di qualità, che anche inconsciamente può essere
recepito dal bambino.
Il bambino non ha bisogno dell’intelligenza di un Leonardo da Vinci per assimilare:
anche dal latte che piglia e da come lo piglia ha un certo nutrimento e può educarsi.
E’ questa la vostra opinione?
Concetto: Sono d’accordo sul fatto che tutto può essere poesia, dipende soltanto da chi la fa perché, ad esempio, fare un muro può essere un lavoro oltre che poesia; una mamma non pulisce il bambino soltanto per poesia, può anche farlo per non lasciarlo sporco.
Danilo: Ma ti basterebbe che in tutto il mondo si facessero i muri e si lavassero i bambini senza avere un messaggio che qualifica di più? Non è meglio che ci sia, che il fatto abbia una qualità, se vi si riesce?
Concetto: Si, comunque.
Danilo: Voi pensate che sia rilevante questo secondo punto a cui siamo arrivati grazie a coloro che si sono espressi? L’azione educativa, dunque, può incominciare in qualsiasi momento, anzi, senz’altro dovrebbe iniziare da prima della nascita del bambino perché il bambino è in condizione di recepire messaggi nelle forme più diverse. Non occorre che il bambino sappia leggere e scrivere per avere delle impressioni, per cogliere dei messaggi in forme diverse e a livelli diversi.Siamo d’accordo di massima su questo punto?(Tutti annuiscono). Allora possiamo salire di un ultimo scalino.Si era accennato prima al problema del rapporto tra chi cerca di esprimere e chi cerca di recepire il messaggio. Qui nasce un problema importante che avevamo etichettato con la parola "oscurità".Quando si dice "oscurità" relativamente alla poesia nella forma più vasta che abbiamo prima cercato di sottolineare, ci dobbiamo chiedere quali tipi diversi di oscurità possono esistere. Si parla di "oscurità", perché? quando?
Francesco: Può essere oscura la forma oppure il contenuto. Una persona che scrive e ha delle idee ben precise, ma non riesce ad esprimerle perché non ha esperienza, non ha stile, è un poeta, però la forma è oscura; invece, chi bada solo alla forma e vuol raggiungere la perfezione senza interessarsi minimamente del contenuto, non è neanche un poeta , è solo un letterato.
Danilo: Tu poni diversi problemi, ma concentriamoci solo su un punto. Tu dici che un caso di oscurità è quando chi si esprime(colui che dovrebbe essere il poeta) non riesce ad esprimersi appropriatamente e quindi l’altro non recepisce il messaggio perché magari non gli può arrivare. Siamo d’accordo su questo, mi pare. Ecco, dunque, un caso di oscurità. Possono esistere altri casi di oscurità?
Maria: Oppure il messaggio parte, ma non è recepito.
Domenico: O magari manca l’intuizione da parte di…
Danilo: Manca l’intuizione, l’esperienza… Pongo una domanda: "Che differenza c’è tra un uomo e una zecca?". Può risultare in un certo senso una domanda oscura perché non meditiamo tutti i giorni su questo problema. L’oscurità, dunque, è dovuta al fatto che alcuni non hanno elaborato, non hanno sperimentato, non hanno scavato, non hanno cercato di chiarire…Facciamo una piccola parentesi. Quale sarebbe la vostra risposta alla domanda sulla differenza tra un uomo e una zecca?
Concetto: Possono esserci tante differenze o tante somiglianze a seconda di cosa vuoi intendere. Può esserci ,ad esempio, una somiglianza per quanto riguarda i capitalisti, che succhiano il sangue ai loro simili così come le zecche succhiano il sangue agli altri esseri.
Danilo: Concetto dice che dei capitalisti, delle persone che succhiano il sangue agli altri, possono essere delle zecche. In questo caso c’è una similitudine. Altri cosa dicono? Che differenza c’è tra un uomo e una zecca?
Gerarda: La cosa è diversa perché il capitalista si rende conto di quello che fa, ma la zecca lo fa per necessità.
Nuccia: Qua si parla di capitalisti… si dovrebbe parlare invece di persone che pane non ne vogliono guadagnare e mangiano sulle spalle degli altri, come il 50% dei "lavoratori" italiani!
Danilo: Dite la verità, voi siete molto offesi da questa domanda! Quando chiedo che differenza c’è tra un uomo e una zecca, in fondo ciascuno pensa: "Ma certo che siamo più importanti, migliori delle zecche!"Non è vero che la pensiamo così? Ma se ci pensiamo bene una zecca cosa fa? Succhia il sangue, ma una persona qualsiasi può fare altro che succhiare il sangue… Qualcuno di voi mangia polli? E quando abbiamo un pollo, gli succhiamo solo il sangue o gli mangiamo il cervello e tutto? Allora, in un certo senso, noi siamo molto peggio delle zecche; dobbiamo forse ammettere, tuttavia, che è difficile che la zecca sappia lievitare la vita intorno a sé, far crescere, far sviluppare la vita, l’uomo o la donna, la "creatura" può riuscire a sviluppare questa vita intorno a sé. L’uomo o la donna possono essere molto peggio della zecca, ma nel caso in cui quest’uomo o questa donna è veramente una creatura che riesce a sviluppare la vita intorno a sé, allora, ecco che non è una zecca, che può essere diverso dalla zecca.Adesso che abbiamo chiarito questa parentesi, possiamo dire che o una domanda è oscura o che c’è la possibilità che una domanda, in fondo molto nitida, ci arrivi oscura perché non la sappiamo recepire nel suo fondo.
Concetto: Io credo che sia oscura nei due casi…
Danilo: Due… Vediamo se ci può essere un altro caso di oscurità. Per esempio, se un poeta vuole esprimere un "oscuro"( o un pittore vuole esprimere uno scuro, di tipo lavico, per intenderci), dovrebbe usare una sintassi omerica o una sintassi che renda una certa oscurità?La domanda è la seguente: " Può esistere un ‘oscuro’ che raggiunge il suo fine soltanto se perviene a certi valori espressivi con quella tonalità? Può esserci, insomma, un ‘oscuro’ voluto?".Io credo che sia importante che noi abbiamo chiarito anche questo perché è molto vicino alle prime due domande e, in un certo senso, ci aiuta ad impostare bene i problemi. A questo punto, se non vi siete annoiati da morire, possiamo rovesciare un po’ i ruoli ed io sono a disposizione per le vostre domande.(omissis).
Laboratorio maieutico in Linguaglossa (Catania) 11.XII.1980

giovedì 4 ottobre 2007

Tangerine Dream Phaedra (Virgin 1974)

di Arquimede

Per parlare dei Tangerine Dream devo fare un giro un pò più largo del solito. Una volta ero in un museo (la National Gallery a Londra) ed in una stanza c’era un’ esposizione di pittori dei primi del novecento. Io stavo guardando un quadro di Mirò, che non ho trovato sulla rete perchè ve lo avrei postato, piuttosto pensieroso. Mi si avvicinò un omino e mi chiese se mi piaceva il quadro, io gli dissi di no e lui mi chiese perchè. Io gli dissi che un disegno come quello lo avrebbe saputo fare anche un bambino di sei anni un pò scemo e lui mi disse “Si, ma questo quadro ha 70 anni, sembra dipinto ieri sera, non credo che il tuo bambino scemo saprebbe usare i colori con la stessa capacità di Mirò”.
Da quel giorno ho cambiato la mia prospettiva sulla pittura moderna, stavo di casa a Stockwell, a due fermate di metropolitana c’era la fermata per la Tate Gallery, (Pimlico) con una grande collezione di pittura moderna ed ho cercato di formarmi un gusto anche nella pittura moderna. Per quanto continui ancora a preferire l’ arte classica ho cominciato a vedere l’ arte moderna in un altro modo. I Tangerine Dream sono nella musica come Mirò lo è nella pittura. Ho scelto Phaedra perchè lo ritengo nello stesso modo psichedelico ed accessibile. La musica dei Tangerine Dream di quel periodo (Phaedra è il primo album dei Tangerine Dream per la Virgin) è più accessibile agli ascoltatori pur conservando molta astrazione che è la caratteristica dominante dei Tangerine Dream dei primissimi album. In qualche modo i Tangerine Dream usano prevalentemente l’ atmosfera, mettendo ritmo ed armonia molto in secondo piano (in lavori come Zeit non mettendolo affatto). Phaedra però secondo me un’ estetica musicale la conserva. Per incominciare a conoscere il gruppo questo secondo me è il loro centro esatto, il mio parere è molto positivo.

TANGERINE DREAM Marco Lastri
Correva l’anno 1967 quando, all’interno del lisergico mondo della musica psichedelica, si affacciò per la prima volta il fenomeno Tangerine Dream, un gruppo formato inizialmente da Edgar Froese (che ne era anche il fondatore) e vari comprimari, e solo dal ’69 da Klaus Schultze e Konrad Schnitlzer aggiuntisi al fondatore.

domenica 16 settembre 2007

MIRO'

A CURA DI DANILO PICCHIOTTI

Tra i grandi della pittura contemporanea ci sono molti spagnoli. Picasso, prima di tutti, e poi Dalì, e Gris. Anche Mirò è nato in Spagna, nel 1893. è un catalano di Montroig, un paese nei dintorni di Tarragona, dalle parti di Barcellona. Il padre di Mirò, un orefice, era venuto sul continente da Palma di Maiorca, e i suoi antenati facevano i vasai. (E se è vero che la passione per certi mestieri si trasmette con il sangue, nel nostro caso il conto torna. Da parecchi anni, infatti, Mirò si dedica con accanimento alla ceramica, seguendo da vicino tutte le fasi della lavorazione.) Dal 1910 al 1912 Joan Mirò lavora in un ufficio, come impiegato. È nel 1912 che decide di dedicarsi soltanto alla pittura, iscrivendosi all’Accademia. Ma a quanto pare, più che all’insegnamento accademico Mirò si appassiona ai libri che legge e alla musica che impara proprio in quegli anni a sentire e a conoscere. Legge molti libri di Verne, il creatore del fantastico moderno, l’anticipatore della fantascienza, il cantore dell’ingegnosità demiurgica dell’uomo in situazioni nuove e assurde. Le ragioni di questa scelta sembrano chiare. In Verne, Mirò può trovare valori analoghi a quelli che arrichiscono nel profondo la sua natura di artista: la flessibile libertà dell’immaginazione, l’agevole e sicuro domino esercitato su ogni aspetto e su ogni situazione, anche sui più inaspettati, anche su quelli apparentemente più incontrollabili, la capacità di stabilire un equilibrio reale nello stesso fluire delirante dell’invenzione. Ma Mirò giovane non legge soltanto i libri di Verne. Come si è già detto, ascolta anche molta musica. «Bach e Mozart – dirà più tardi – mi hanno aiutato a capire il profondo significato della linea». La solidità delle aeree strutture di certi quadri dipinti da Mirò nel corso della sua lunga carriera, dimostra che quell’insegnamento ha dato buoni frutti. Mirò non ha mai ammucchiato disordinatamente segni e colori. Ha inventato delle forme. Le leggi che ne governano la struttura si rinnovano di volta in volta, da un’immagine all’altra, si nascondono nelle divagazioni, si mescolano alla festosa energia del racconto: ma sono sempre presenti, ed è su di esse che si fonda la movimentata architettura della figurazione.
 
Dopo la grande guerra Mirò incomincia a frequentare gli ambienti artistici di Parigi. Sono gli anni della rivoluzione, dell’avanguardia. Picasso ha già “inventato” il cubismo. I dadaisti portano avanti ironicamente e coscienziosamente la loro rivolta anarchica: contro tutti i canoni delle belle arti, essi prendono un oggetto qualsiasi dal marasma del quotidiano e lo isolano, lo propongono come una finta opera, come il simbolo del loro gesto sprezzante, orgoglioso e in concreto. Il surrealismo è alle porte. Mirò si guarda intorno, assimila, giudica, ma non tradisce se stesso. Prima dei cubisti è Cézanne che lo impressiona. Poi il violento linguaggio pittorico di Van Gogh. Comunque, nei quadri di quegli anni, Mirò resta fedele alla sua natura più vera. Non è il caso di parlare di gusto popolaresco o primitivo. Mirò, in fondo, ha nella testa e nelle mani l’istinto profondo degli antichi artisti del suo paese, di quella specie di isola catalana aperta da un lato alle accese suggestioni orientali, moresche, filtrate attraverso mezza Spagna, e dall’altro al fervore testardo del mondo romantico. Mirò, a Parigi, lavora furiosamente. Scrive: «Non riesco a trovare i mezzi per esprimermi. È roba da disperarsi, da battere la testa contro il muro». Conosce il suo famoso compatriota, Picasso. Gli fa anche un ritratto, e Picasso lo compra. Più tardi, Mirò, raccontando di quegli anni, si lascerà andare a qualche esagerazione romaticheggiante. «Vivevo mangiando soltanto fichi secchi, tanto ero povero», dirà. In realtà qualche soldo, da casa, gli arrivava sempre. Comunque, la vita non è facile, per lui. E neanche la pittura. Per dieci anni – ma non è colpa sua se è nato dieci anni dopo – ha mancato la prima ondata della rivoluzione artistica che ha avuto luogo a Parigi e in Europa. Ma la seconda ondata lo vedrà tra i protagonisti.
Dopo alcune esperienze dadaiste, Mirò arriva al suo incontro decisivo, quello con il surrealismo. Non si tratta di una influenza dall’esterno. Mirò si riconosce nel surrealismo, potremmo dire – come tutta la zona del surrealismo di riconosce – nelle sue opere. Nel 1924 Joan Mirò sottoscrive il primo “Manifesto del Surrealismo” di Breton. Breton, fondatore, teologo e conservatore del surrealismo, dirà: «Mirò è il più surrealista di tutti noi». Certo, le scoperte surrealiste aiutano Mirò a trovare la sua vena più autentica. Egli sa rispondere, appassionatamente, all’appello surrealista che incita gli artisti a liberarsi da ogni schema visivo superficiale, a cogliere la pullulante vitalità che agisce nascosta sotto le illusioni della verosimiglianza, nell’inconscio. Ma proprio perché quella del surrealismo è per lui una lezione di libertà e di ricerca, Mirò rifiuta d’istinto ogni immagine surrealista per definizione, ogni canone iconografico. Il surrealismo non è per lui una maniera figurativa, ma un atteggiamento morale. Scoperta al libertà non ne può più fare a meno. E usare di quella libertà nel dipingere non è per lui un problema drammatico, un’angoscia da affrontare ogni volta. Come dice Alice basta un passo, un semplice passo per entrare nel paese delle maraviglie, così Mirò entra senza fatica nella totale libertà del suo mondo favoloso e ci si può muovere dentro, da un quadro all’altro, con tranquillo stupore e con pazienza inesauribile, molto attento alla logica capovolta e rigorosa della sua fantasia. Mentre per altri fare del surrealismo vuol dire cacciare dentro lo spazio della tela una congerie di immagini inconsuete e bizzarre, saccheggiando solai e libri dei sogni, per lui dipingere vuol dire abbandonarsi diligentemente a raccontare la favola serrata e scintillante in cui agiscono, inesausti, i suoi personaggi fragili e vulnerabili. Mirò non complica le cose. Le trasforma liricamente. Il sole, le stelle, i fiori, gli uomini e le donne, stabiliscono fra loro rapporti molto semplici e molto avventurosi. Mirò non trascura affatto la realtà: la esalta, coronandola di immagini. Ribemont-Dessaignes dice: «Il suo segno ha qualcosa del bel canto».
 
Dal 1929 al 1934 Mirò continua a sperimentare la sua fantasia e la sua arte. Qualcuno parla di pittura ipnotica, di regolare automatismo surrealista. (Era stato proprio Breton a raccomandare agli artisti un assoluto automatismo, invitandoli a scrivere o a disegnare senza pensare, affidandosi ai suggerimenti più immediati dell’inconscio). Zervos racconterà che Mirò si metteva davanti a una tela e vi lasciava cadere qualche macchia di colore a caso, e poi vi tracciava sopra con il pennello una serie di segni del tutto involontari. E a qualcuno potrebbe venire in mente di proporre Mirò come un antenato dell’informale e del tachisme (da tache: macchia), due movimenti pittorici che hanno avuto tanta fortuna nell’ultimo dopoguerra e che solo adesso incominciano a essere messi in disparte anche da chi fino a ieri li ha acclamati senza riserve. Ma Mirò non si è mai dedicato alla professione del disordine, non ha mai amministrato l’irrazionale in una serie di accademiche allusioni visive, non ha mai anteposto la pura materia pittorica alla struttura del racconto. In questo senso Mirò è un artista che appartiene al settore più attivo e più veramente rivoluzionario dell’avanguardia europea di questo mezzo secolo, a quel settore più attivo e più veramente rivoluzionario dell’avanguardia che ha sentito la necessità di innovare il linguaggio non certo per sperimentare uno schema formale inedito: ma per poter rappresentare tutte le dimensioni del reale, tutti i rapporti che uniscono l’uomo, le cose e il mondo. Una avanguardia insomma che non ha rifiutato la ragione espressiva ma soltanto certi schemi superati del linguaggio preesistente, una avanguardia che non ha voluto sprofondare nell’irrazionale, ma portarlo alla luce della rappresentazione.
 
Quando propongono a Mirò di entrare a far parte del gruppo dei pittori astratti, egli rifiuta senza un attimo di incertezza. Ed è naturale. Mirò non è affatto un pittore astratto. I suoi quadri sono pieni di storie, di favole liriche. Il suo istinto al racconto favoloso è lo stesso che anima certe immagini popolari. La ha ripetuto lui stesso, più volte. Le ingenue avventure cinematografiche dei primi cartoni animati lo troveranno tra gli spettatori più entusiasti e divertiti. Ma Mirò non vuole fuggire la realtà in modo inconcreto in immagini senza significato. Alla Esposizione Universale del 1937, tenuta a Parigi, nel padiglione del Governo repubblicano spagnolo in esilio, accanto al quadro di Picasso intitolato «Guernica» e rappresentante gli orrori di un paese bombardato dagli aerei fascisti, c’è anche un quadro di Mirò. È un grande personaggio con una falce in mano, un “Mietitore”, una figura alterata non solo dalla fantasia, ma anche dalla volontà e dalla violenza.
 
Dopo la seconda guerra mondiale l’arte di Mirò ha un nuovo impulso. Nel 1947, e poi nel 1950, Mirò va negli Stati Uniti a eseguire una serie di ampie decorazioni per edifici pubblici. Nel 1956 può concedersi una grande villa a Palma di Maiorca, proprio nel paese d’origine della sua famiglia. E – lo si è già detto – proprio come i suoi antenati, incomincia a dedicarsi alla terracotta. Il suo successo è ormai tale che può concedersi di lavorare in grande stile, senza risparmio di mezzi. Si sposta in aereo da Parigi, a Gallifa, in Catalogna, a Maiorca. Ma sono sempre spostamenti per ragioni di lavoro. In realtà lascia un laboratorio di litografia per andare in un laboratorio per la lavorazione della ceramica, o nel suo studio di pittore. Il forno in cui cuoce le sue terre è stato costruito esattamente sul modello degli antichi forni coreani, studiati sul posto. Ed è alimentato solo a legna, perché Mirò pensa che il calore delle resistenze elettriche non sia adatto ad ottenere i risultati che lui vuole. A settant’anni Mirò lavora con l’entusiasmo e la vivacità di sempre. Il suo racconto continua a svolgersi sotto i nostri occhi. «Non penso mai alle cose che ho fatto – dice Mirò. – Penso alle cose che sto facendo e che farò». I suoi personaggi proliferano, il suo mondo si estende, la sorgente della sua poesia sembra inesauribile. Senza ironia, senza distacco, ma nella serenità della libertà e con amore.