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lunedì 26 novembre 2007

Autoipnosi e Paranoia neuro linguistica.

di Fabrizio Ponzetta

da: La lotta dei maghi, autoipnosi, ipnosi e ipnosi di massa.

Nel dispiegarsi della storia dell’umanità, l’idea di vivere in una realtà fittizia, a prescindere dalle apparenti condizioni sociali, è stata fatta più volte balenare: dottrine filosofiche, dottrine esoteriche, studi sulla linguistica e sui processi cognitivi, e sopratutto l’arte.
L’arte nell’antichità, tramite la bellezza e l’armonia che manifestava, riusciva ad aprire un collegamento tra il mondo interiore di chi ne fruiva e la Realtà; mentre nell’era contemporanea, probabilmente a causa dello stile di vita consumista e tecnologico e dello stratificarsi del buonismo di facciata della società borghese, per ottenere lo stesso effetto "illuminante" l’arte ha dovuto aprire violentemente dei varchi, mostrando aspetti contradditori della realtà fittizia in cui l’umanità è immersa, aspetti sconci, osceni (fuori scena) della vera Realtà.
In questa direzione, e ancora più profondamente, si muove l’opera di Salvador Dalì, quando elabora il suo metodo paranoico-critico. È risaputo che nel delirio paranoico si usa il mondo esterno per evidenziare l’oggetto ossessivo del proprio delirio; la realtà esterna diventa, allora, la prova della realtà delle proprie convinzioni.
Consapevole di ciò, Dalì diede vita, nelle sue opere paranoico-critiche, ad una serie di immagini dette doppie o molteplici, e cioè ad una serie di realtà che possono essere viste simultaneamente come diverse in un’unica immagine. Le opere paranoico critiche di Dalì dimostrano così che la realtà esterna non è univoca, ma che ciò che si percepisce è la proiezione della propria anima, delle proprie paure, dei propri talenti, delle proprie angosce, delle proprie convinzioni; in breve: della propria storia personale.
Sviluppando questa riflessione (oggetto tra l’altro di noti test psicologici) arriviamo a stabilire che la storia personale di un individuo è una costruzione fittizia della memoria, che cerca di collegare attraverso un filo puramente logico gli eventi che sensorialmente, emotivamente e cognitivamente la persona registra nel corso della propria esistenza.
Gli esseri umani allora non agiscono direttamente sulla realtà, perché ciascuno si crea una propria rappresentazione del mondo in cui vive; tale mappa, o modello, determina in buona parte l’esperienza di ogni individuo nel mondo, nella realtà… realtà che viene così riconfermata nella propria versione personale e senza mai accorgersi di quanto sia fittizia.
Ora, per "trascendere" questa rappresentazione (non per negarla) e quindi per viverla coscientemente, e semmai riformarla, è opportuno comprendere quali sono le modalità con cui questa mappa viene creata. Andare all’origine. Se la mia rappresentazione del mondo, della realtà è una mappa, devo prendere coscienza che il mondo, o la realtà, è un territorio sconfinato, vastissimo e decisamente fuori dal controllo dei limiti che io come persona, noi come cultura occidentale, e tutto il genere umano ci siamo posti.
Sul fatto che la realtà sia decisamente più vasta delle mappe che di essa l’uomo ha tracciato rimando a quell’incredibile quantità di paradossi logici e inspiegabili fenomeni fisici di cui abbonda la letteratura filosofico-scientifica.
Sul fatto che tali mappe (rappresentazioni) siano contemporaneamente personali, sociali e biologiche basti intanto ricordare che la realtà non può che essere filtrata dall’essere umano, in quanto, ad esempio, è noto che gli umani percepiscono tramite i propri sensi solo alcuni aspetti dell’esistente. Per portare un veloce esempio: le onde sonore inferiori ai 20 periodi al secondo e quelle superiori ai 20.000 non possono essere udite dall’orecchio umano. Quando al liceo studiai questi argomenti, mi parvero una conferma di ciò che avevo sempre sospettato, e cioè che gli esseri umani, di norma, sono decisamente impotenti nonostante la convinzione di essere lo scopo dell’esistenza. Mi sembrava così strano che sopra i 20.000 periodi l’udito non potesse avvertire le onde sonore… mi sembrava la prova lampante che la realtà è molto più vasta di quello che comunemente si percepisce. Capivo quindi che quelle che venivano considerate sciocchezze paranormali, spogliate dai loro medium (l’ambiguità è voluta), sono semplicemente percezioni diverse dalla norma ma non per questo meno vere. E lo stesso può valere per le allucinazioni sensoriali di uno psicotico o per gli effetti di una droga.
Ora, se già a livello biologico filtriamo la realtà con i sensi, ciò accade anche a livello culturale, sociale. Pensiamo a cosa ci ha lasciato scritto il Marchese M. de Montaigne:

domenica 4 novembre 2007

“La donna-prete è contro la dignità della donna”

RICERCHE A CURA DI D. PICCHIOTTI

Postato il Lunedì, 07 maggio
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Reclamare l’ordinazione femminile significa non riconoscere la dignità delle donne, ha affermato la dottoressa Pia Francesca de Solenni intervenendo il 27 aprile al II Corso di Specializzazione in Informazione Religiosa presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma. La de Solenni, esperta in Teologia Morale e questioni femminili, ha vinto nel 2001 il premio delle Accademie Pontificie consegnato da Giovanni Paolo II per la sua tesi dottorale su San Tommaso d’Aquino. Basandosi sugli insegnamenti dell’Aquinate, la dottoressa de Solenni ha proposto di analizzare la questione della Chiesa e del sacerdozio femminile alla luce della “complementarietà naturale fra uomo e donna”. […] Ordinare una donna, secondo l’esperta, “sarebbe essenzialmente dimostrare un totale disprezzo per la realtà che ella è, in quanto donna e in quanto sposa”. Contrariamente al luogo comune, infatti, “promuovere l’ordinazione della donna è un segno di fraintendimento e anche di mancanza di rispetto per la dignità della donna”.

Il fatto che ci si trovi in un momento in cui “ampiamente si fraintende e si disprezza l’importanza dell’identità femminile significa che la nostra nozione di Chiesa è in pericolo”, “ha perso la sua personalità”, “è diventata un ‘esso’, una mera istituzione piuttosto che un essere vivente”. In questo contesto, la discussione sull’ordinazione della donna è stata una sorta di “ipervalutazione del maschile”, e invece che in un’atmosfera di complementarietà il maschile e il femminile sono stati posti in antitesi tra loro. Se è indubbio che le donne abbiano bisogno di una voce nella Chiesa, si deve trattare di “una voce autentica”, e non della “loro voce trasformata in modo da sembrare una voce maschile”. Le donne, ha concluso la de Solenni, hanno nella Chiesa e nella società un ruolo unico, che non deve essere ridotto al medesimo paradigma dell’uomo, “altrimenti si corre il rischio di perdere ciò che è autenticamente femminile – non il femminile della moda, ma la varietà femminile delle sante, la cui personalità e forza si espande con la stessa, se non maggiore, grandezza dei santi”.
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sabato 22 settembre 2007

L'ARTE DI FANTASIA

A CURA D. PICCHIOTTI

L'unico punto comune dei pittori di fantasia è la convinzione che «vedere con l'occhio dell'anima» sia più importante che guardare il mondo esterno, e poiché ogni artista possiede un suo proprio mondo intimo, il suo modo di parlarcene tende ad essere altrettanto personale. Ma perchè qualcuno dovrebbe desiderare di descriverci il suo segreto mondo di incubi e di sogni ad occhi aperti? E come potremmo, noi, trovarvi un significato qualsiasi, visto che il nostro mondo segreto è necessariamente diverso? Sembra, tuttavia, che, in questo campo, non siamo poi tanto diversi l'uno dall'altro. I nostri cervelli sono costruiti tutti sullo stesso disegno, sebbene non pensiamo tutti nello stesso modo. E questo vale anche per la fantasia e la memoria, che appartengono alla parte inconscia della nostra mente, quella che non possiamo dominare a nostro piacimento.
Qui sono immagazzinate tutte le nostre esperienze; confusa folla che, di notte, o quando «non pensiamo a niente di particolare», ritorna spontaneamente a noi per riprender vita. Però l'inconscio di solito non ci riporta le esperienze come sono effettivamente accadute. Gli piace mascherarle da «immagini di sogno», in modo che siano meno vive e reali e noi possiamo vivere più facilmente in compagnia dei nostri ricordi. Digerire le esperienze è importante come digerir bene il cibo, per il nostro benessere intimo.
Ora, l'inconscio «digerisce» le esperienze circa allo stesso modo in tutti noi, sebbene in alcuni sembri funzionare meglio che in altri. Per questo ci interessa sempre ascoltare vicende immaginarie se la persona che ce le racconta riesce a farle sembrare vere. Quel che accade in una favola, ad esempio, non avrebbe alcun senso nel linguaggio di un reportage giornalistico, ma se qualcuno ce lo racconta nel modo «giusto» ne siamo affascinati. La stessa cosa è vera in pittura. Abbiamo già visto un bellissimo quadro-favola, La zingara dormente di Rousseau e forse ci farà altrettanto piacere vederne altri, posteriori.
Malinconia e mistero di una strada dell'italiano Giorgio De Chirico è il quadro che si avvicina di più alla realtà immaginaria della Zingara dormente. Noi non possiamo spiegare nessuna delle strane cose che accadono in quella strada, eppure l'atmosfera irreale del quadro dice che stiamo guardando in un sogno. Ma De Chirico non è un artista paesano, ha una personalità molto più complessa di Rousseau. Per questo il suo mondo di sogni è turbato da tante paure segrete, in contrasto con la meravigliosa pace del quadro del francese. Io e il villaggio di Marc Chagall ci affascina invece per la sua gaiezza.
In questa «favola cubista» i ricordi-sogno delle leggende popolari russe sono intessuti in una visione luminosa. Chagall rivive le esperienze della sua fanciullezza, così importanti, per lui, che la sua immaginazione le ha costruite e ricostruite per anni senza mai liberarsi dal loro ricordo.
Le «favole» del pittore svizzero Paul Klee sono molto più controllate e hanno uno scopo più preciso di quelle, di Chagall, quantunque sulle prime possano sembrarci più infantili. Anche Klee aveva subito l'influsso del cubismo, ma l'aveva raffinato e levigalo in un linguaggio personale meravigliosamente preciso. Il suo scopo era di creare «segni» cioè forme che fossero immagini di idee, come la forma «A» è l'immagine del suono «A» (naturalmente le idee di Klee sono molto più intricate). Una delle più semplici è La macchina per cinguettare in cui il pittore mette in ridicolo l'era delle macchine, «inventando» una specie di fantasma meccanico che imita il cinguettio degli uccelli.
La conquista della montagna, invece, mostra una macchina vera, una locomotiva che si comporta in maniera umana. Mentre sale sbuffando l'erta del monte diventa rossa per lo sforzo, come uno scalatore affaticato. In questo quadro eseguito poco prima della sua morte, la fantasia di Klee è fresca e il suo senso del meraviglioso vivo come sempre, ma le forme hanno una dignità e una precisione che rivelano un impegno artistico più profondo.
Il suo Carnevale di Arlecchino sembra una scena osservata attraverso un microscopio di favola, un movimentato palcoscenico in miniatura in cui tutto e tutti vivono di gioiose magie. Mirò è stato cubista prima di scoprire il proprio mondo di fantasia, e la disinvolta gaiezza del suo quadro è in realtà il risultato di una cura meticolosa nel disegno dei particolari.
Altro tipo di fantasia: ossessionato, spettrale e inquietante come i sogni di De Chirico, è un collage di Max Ernst, che fu tra i grandi nomi del dadaismo alla fine della prima guerra mondiale. I dadaisti rimasero così inorriditi dalla crudeltà della guerra che dichiararono il fallimento completo della civiltà occidentale e decisero di ricominciare tutto da capo rispettando una sola legge, quella del caso, e una sola realtà, quella della fantasia. Il loro compito principale — dicevano — era di scuotere il pubblico per metterlo nel loro stesso stato di disagio mentale, e cercarono di raggiungere questo scopo esponendo le loro creazioni, per la maggior parte «gesti» estemporanei che sfidavano ogni logica. Il collage di Ernst, però, è molto più serio, anzi è disperatamente serio. È fatto di ritagli di fotografie di macchinari e apparati tecnici, riuniti in modo da formare due «uomini meccanici» da incubo. Queste creature ossessive ci fissano attraverso le loro enormi lenti e ci domandano se le riconosciamo come immagini dell'uomo moderno, schiavo della macchina e perciò poco più di una macchina lui stesso.
Eppure il dadaismo non fu del tutto negativo. Aiutò i pittori a riscoprire effetti accidentali e a servirsene a scopi artistici, per controbilanciare la calcolata disciplina del cubismo. I pittori che credevano nel caso e che amavano lasciar correre la fantasia senza freni fondarono il movimento surrealista, capeggiato, fra gli altri, da Max Ernst. Fu appunto Ernst a introdurre, o meglio a rimettere in auge, la tecnica applicata con tanta abilità da Salvador Dali. Le forme principali del Paesaggio con figure (cioè la spiaggia, le rocce e le nuvole) sono in realtà macchie d'inchiostro fatte a caso, come quella di cui abbiamo parlato all'inizio. Dali si è limitato a vedere un quadro nelle macchie e ad aggiungere alcune linee in modo che anche gli altri lo vedessero. Con questo, il disegno non è meno artistico perchè Dali ha accettato l'«aiuto» delle macchie d'inchiostro. Semmai ci dimostra che la nostra fantasia funziona ancora come ai tempi in cui gli uomini preistorici vedevano animali nelle protuberanze sulle pareti delle caverne: soltanto le cose che immaginiamo e il nostro modo di esprimerle nei dipinti sono cambiati. E la storia della pittura è la storia di questi mutamenti.