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martedì 30 ottobre 2007

Dall' "opera aperta" all' "opera chiusa":

di Lidia Pizzo e Vittorio Pannone


L'arte non è forma di conoscenza razionale e non ha quindi valore gnoseologico, se lo avesse avrebbe bisogno della consapevolezza che solo un apparato filosofico, scientifico, ecc.... potrebbe darle. Ciò è estraneo all'essenza dell'arte, perchè se l'opera d'arte mettesse in evidenza una mancanza verrebbe meno al suo scopo che è quello di essere forma totale e totalizzante.
La forma , infatti, non va intesa come morphè, forma sensibile, ma come èidos, forma intellegibile che ingloba in sè anche il primo termine superandolo. Tuttavia, è da tenere presente che anche la morphè ha sempre contenuto una certa dose di astrazione.
Infatti, per potere dominare il reale gli artisti si sono sempre serviti di canoni estetici e di gusto che hanno caratterizzato un'epoca. Sono nati così determinati stili che hanno portato a vedere, poniamo il corpo umano, secondo una certa tipizzazione: bizantina, classica, barocca, neoclassica, ecc....Oggi il processo di astrazione si è assolutizzato per diventare espressione di un sentire puro,duri un attimo o più è ininfluente, la creatività è un bisogno insopprimibile dell'uomo e perciò essa va espressa in qualunque modo e con qualunque mezzo.
Comunque sia, una volta conformata l'opera, essa è un oggetto del tutto, così come è, in realtà, l'uomo che con l'opera d'arte, nel nostro caso, condivide il concetto di cosalità.
Ma se l'arte è cosa essa è un fatto reale e quindi si può definire come correaltà messa in forma da un soggetto che ha presentificato l'attimo, gli attimi della creatività. Essa è affidata ed esprime l'e-motività dell'artista, pertanto contiene la totalità del reale, per raggiungere la quale l'artista stesso riesce ad anticipare nuove forme che questa totalità permettono di penetrare. La presentificazione dell'attimo della creatività si manifesta attraverso mezzi contingenti (colore, massa, superficie, ma anche suono, parola, ecc...) e manifesta un sentire puro, assoluto, fuori dallo spazio e dal tempo, ma che nello spazio e nel tempo si attualizza.
Quindi, già fin dall'inizio l'opera d'arte contiene la totalità, l'assoluto che di per se stessi sono difficili da penetrare.
La morphè dell'opera custodisce ben chiuso il suo segreto, essa è come un guscio difficile da penetrare, onde spesso l'incomprensione dell'opera. La penetrazione, infatti, richiede uno sforzo sovrumano per alleggerire il quale ci si serve di moduli, decodificazioni, o altro affidati alla critica, alla storia, all'estetica, alla filosofia, all'antropologia, alla semiotica, ecc... La loro funzione "reale", quindi, è quella di creare gli strumenti per penetrare l'opera.
Ma questi strumenti sono estranei all' 'esserci' dell'opera, che ribadiamo , non ha funzione gnoseologica, ma solo la funzione di "rivelare l'attimo della totalità della creazione".
Così, fino ad oggi, l'opera d'arte è diventata tale solo ed esclusivamente dopo una valutazione post factum e ciò ha sempre implicato l'applicazione, come detto sopra, di determinati canoni di giudizio estetico e di gusto espressi da un soggetto. Ma nel momento in cui il soggetto compie una valutazione, attraverso un suo processo logico, il ragionamento è soggettivo e vale solo per lui. Il ragionamento, infatti, per essere oggettivo e quindi assoluto deve andare fuori dalla logica e perdere il suo carattere sillogizzante, deve essere a-logico, deve guardare all'attimo che ferma qualunque accadere e lo mostra.
E' questa "essenza" del mostrare che si deve cogliere, ogni parola è d'impaccio. In altri termini, nell'opera d'arte bisogna cogliere ciò che sta al di là del pensiero senza usare il pensiero e l'intelligenza classificante. Bisogna scendere nel "silenzio" e nell' "abisso" dell'opera, toccare il suo "centro" senza intermediazione alcuna. Se consideriamo l'opera d'arte come uno specchio, il soggetto che guarda si trova davanti allo specchio ad una distanza tale che gli permette la visione perché decodifica l'opera secondo una sua personale ermeneutica. E' necessario annullare la distanza, i codici, perché ogni distanza ci distoglie dall'opera. Il nostro compito è quello di penetrare, di entrare nello specchio, eliminare la "distanza", per "sentire" l'opera come totalità e, pertanto, non totalità fuori di noi ma dentro di noi, non totalità fuori da lei ma dentro di lei, in lei.
Ciò può avvenire abdicando, come dicevamo, ad ogni sillogizzazione che possa "spiegare" l'opera che invece deve essere recepita come con-templa-azione sim-patetica, come una aisthesis colta nel suo significato etimologico di sensibilità, emozionalità, affettività. Una volta che l'opera è contemplazione simpatetica avverrà che l'aisthesis dell'opera e l'aisthesis dell'astante coincideranno. Le due spiritualità sono entrate in comunione e quindi l'opera come morphè e come eidos si chiuderà attorno all'astante.
Guariti dall'asfissiante sindrome dell' "opera aperta" si troverà nell' "opera chiusa" l'intensità dell'attimo originario della creazione, l'epi-fanicità senza frapposizione di alcun logos e pertanto sarà "ri-trovato" l'attimo contemplativo da cui l'opera è scaturita.
L'astante ha eliminato qualsiasi distanza tra lui e l'opera e attraverso l'aisthesis solamente sarà diventato "a-stante" capace di cogliere l'opera nella sua essenza di totalità, di astanza totalizzante. Il soggetto è stato spinto verso il "centro" dell'opera, nel suo nucleo, verso, cioè, il centro del centro.
Adesso, se apparentiamo l'opera alle pareti di una stanza, chiusa qualunque apertura con noi dentro la stanza, troviamo buio, nulla, vuoto. Ora, al buio perdiamo i punti di riferimento. La coscienza senza luce si ripiega in se stessa. Infatti, per percepirci come soggetto abbiamo bisogno dell'alterità. Ma, combaciata con noi l'alterità, in questo caso il nulla dell'opera, il soggetto scompare in questo nulla.
Il noi, qualunque noi, si identifica col vuoto, in quanto "dentro" l'opera si annulla, come si diceva, l'io e il tu, quindi il soggetto implode insieme all'essenza dell'opera che è totalità-nulla. L'implosione coscienziale, che in ultima analisi ci ha portato al centro del centro dell'opera, ci fa percepire allora che "il fine" dell'opera è "nulla","vuoto", "buio".
Raggiungendo il nulla abbiamo eliminato il movimento che è vita, che è andare verso l'esterno, mentre stando all'interno "viviamo" la stasi, il nulla. A questo punto scatta la paura del nulla, la paura dell'origine, la paura originaria, la paura del mistero, contenendo il nulla tutti i misteri che possono essere solo colti ma non decodificati.
Così, se il nulla dell'opera è il nulla originario, esso ci fa sprofondare nel "mistero" della creazione. Per esorcizzare la paura del nulla e quindi della creazione l'uomo ha utilizzato, ad esempio, l'estetica, che ha determinato la "distanza", dominando, così, la paura del nulla, la paura della creazione. Il vero dramma dell'uomo non è raggiungere il nulla ma "viverlo", infatti "vivendolo" esso ci porta al fondamento, diventa Fondamento assoluto.
Ora, penetrati nel nulla attraverso una implosione, ci "saldiamo" ad esso, ne diventiamo parte, ma in quanto parte non possiamo coglierlo nella sua totalità. Il minore non può contenere il maggiore. La totalità del nulla non può entrare nel nostro nulla a lei saldato.
Allora, se il nulla è totalità, esso contiene tutto, anche la luce e di essa la coscienza che "vive" il nulla si serve per staccarsi, dissaldarsi dalla totalità del nulla, per percepire il mistero, qualunque mistero di una creazione, anche se esso risulta sempre indecodificabile.
Così, se attraverso la luce, che prima era stata abolita penetrati dentro l'opera, avevamo colto il nulla, ora isolando la sola luce riusciamo a ri-percepire l'alterità e rendiamo possibile la creazione che non decodificherà, come detto, il suo mistero ma lo esprimerà. Arrivati attraverso l'aisthesis al nulla, dal nulla si riparte per avere la creazione che pur sempre all'interno rimane nulla affinchè il processo possa ricominciare.
La differenza sta nella luce ed è "lei" che fa la differenza, che permette cioè la creazione che sostanzialmente risulta "nulla-illuminato", ma questa volta cosciente, in quanto il soggetto sceso al centro dell'opera nel buio, nel vuoto, nel nulla, li ha vissuti. Infatti, solo nel buio illuminante della coscienza, che si rivela dunque come volontà, è possibile la consapevolezza totalizzante.
Se c'è sbaglio in quanto detto, ne siamo ben lieti. L'errore è il "buio", fatecelo vivere, creeremo ''magari un testo con i vostri interventi e se siete artisti, ispirati dal nulla potremo tutti insieme realizzare'.. comunque sia contattateci. Accettiamo tutto dalle contumelie, ai complimenti ma con moderazione....

sabato 6 ottobre 2007

LA MATERIA SULL'OPERA di Picchiotti Danilo

A CURA DI ALESSANDRO BISTARELLI

BIOGRAFIA
la nascita e il periodo parigino.
Picchiotti Danilo nasce nel 1933. L'infanzia e l’adolescenza sono caratterizzate dall'inquieto inseguimento di un bisogno di espressione artistica della propria sensibilità e delle proprie percezioni, e di un fortissimo sentimento dell'esistenza. Questo lo porta, all'età di diciotto anni, a frequentare un gruppo d'arte “i Pennelacci” nella sua città di Roma ed in generale a dedicarsi con estrema passione alla lettura e alla pittura.
Nel 1952 si trasferisce a Parigi. Qui si orienta piuttosto verso gli ambienti stimolanti ed innovativi che in quel momento storico sono rappresentati dalle versioni locali del Surrealismo. Da quel momento lascia che la propria esistenza irrompa nella sua arte fino a divenirne il soggetto principale, nella convinzione che conoscenza e ricerca stilistica si identifichino. L'esito di questo profondo travaglio trova nel surrealismo la più autentica espressione della propria sensibilità artistica ed esistenziale.
DAGLI ESORDI
all'action painting.
A partire dai primissimi anni Sessanta, l'atmosfera artistica romana e il successo delle sue partecipazioni ad alcune  mostre collettive, soprattutto con il gruppo dei "Pennellacci", lo portano al suo esordio di pubblico e ad un periodo estremamente denso ed importante.
Negli anni successivi, l'esito di un profondo travaglio intellettuale, lo porta a scoprire l'informale gestuale, anche definito «action painting». Il movimento artistico proviene soprattutto dagli Stati Uniti, e coincide di fatto con l'espressionismo astratto. Suo maggior rappresentante è Jackson Pollock.
Nel1986  Danilo Picchiotti effettua una serie di mostre di opere fortemente improntate a questa corrente (action painting).
L'ULTIMO PERIODO
dell'artista.
In Europa, il pittore francese Jean Fautrier inizia ad inserire nei suoi quadri, materiali plastici che emergono dalla superficie dell'opera, rompendo così il confine tra immagine bidimensionale e immagine plastica. Questa pittura sarà chiamata "Informale Materico" e vi aderiranno anche pittori come Jean Dubuffet, Antoni Tápies e l'italiano Alberto Burri.

Se da una parte ci si rifugia nel segno, dall’altra, ed è il  caso di Picchiotti, si dà risalto alla materia, con la quale l'opera finisce per identificarsi, attraverso qualsiasi materiale come il legno, la stoffa, il vetro, il muro o lo stesso colore che, posti sulla superficie, assumono una loro corporeità e vengono trasformati a strati, con l’uso del fuoco e dell’acqua e di altri elementi.
A partire dal 2000, dopo vari anni di inattività per motivi di salute, Danilo Picchiotti è maturato culturalmente e con convinzione, forza ed energia, si riaccosta alla pittura dando avvio alla stagione della "GESTUALITA' MATERICA" tuttora in corso.
“La vicenda artistica di Danilo Picchiotti nasce da un desiderio di esprimere se stesso senza limitazione alcuna, senza regole imposte da scuole o tradizioni, senza vincoli di pensiero o di stile che possano inibire il libero fluire delle emozioni. L’arte di Picchiotti svela un mondo visionario, dove la ricerca sottile della perfezione attinge alle zone liminari della coscienza, e da queste trae nutrimento.
Benché sia un artista di grande creatività, le occasioni per vedere le sue opere in Italia sono  estremamente rare. Nessuna antologica gli è stata ancora dedicata, ed e' ciò che rende " un'occasione eccezionale", questa mostra virtuale che presenta l'interessante poetica di questo artista, il suo stile e i suoi temi preferiti.

Ripercorrendo la storia creativa dell’artista, troviamo, dai primissimi lavori, fino alle ultime inquietanti opere, tratti distintivi che delineano il suo mondo pittorico. Il rifiuto di una forma chiara e definita dove plasmare la propria intuizione artistica, si esprime in gesti liberi e fulminei, refrattari ad ogni convenzione pittorica. La tradizione rinnegata si palesa in un mondo espressivo variegato e multiforme, sospeso fra intuizione e astrazione, fra materiale e spirito, tra informale e figura.
Pensate ad un caso di idee, che man mano, come per incanto, prende forma e dimensione, spazio e colore. E che la pittura rievochi il mito primordiale della nascita, quasi un principio per cui il soffio generatore della vita ordini la materia in forme sempre più evolute e organizzate.
 Così dall’inconscio dell’artista affiorano gesti pittorici innocenti, quasi primitivi, che solcano la tela con incontaminata forza e purezza. L’indistinto diviene via via più distinto, fino a trovare naturalmente una propria forma.
Quello che altri cercano con la facoltà della ragione, o con il logico percorso dell’esperienza, Picchiotti lo trova nell’oblio di sé e nel rifiuto di ogni condizionamento relativo. E in questo sta la sua grandezza.
Rinnegata da sempre la logica plastica della figura, con i possibili agganci al mondo reale, l’artista ha percorso con assoluta coerenza il sentiero dell’informale, abbandonandosi alla voce della propria coscienza.
 Nella pittura Picchiotti ha sempre cercato se stesso e le ragioni prime del proprio essere; nessuna ricerca di facili effetti o suggestioni, ma libertà creative assoluta.
La pittura di Picchiotti, è pittura dell’anima, sempre in bilico fra finito e infinito, alla ricerca della propria verità interiore. Così il suo spirito ribelle si rinnova, e ogni volta plasma la materia con occhi vergini, in una sorta di illuminazione primordiale.
Una strana mescolanza di nuovo ed antico, di futuro e di passato pervade l’arte di Danilo Picchiotti come se le sue opere esaurissero l’intero ciclo della vita umana.
Il bambino, che l’artista ha sempre cercato, diviene saggio, il nuovo che le anima diviene subito memoria e coscienza, così come l’infinita energia che le sottende si addensa in materia. E’ ancora: il disordine diviene ordine.
In sintesi, una identità artistica pienamente espressa.”
ALESSANRO BISTARELLI " MUSICISTA'"

 "Danilo Picchiotti vive così come dipinge fuori da ogni attività circoscritta, sempre alla ricerca di nuovi spazi per esprimere la mai definita e realizzata coscenza, di nuovi vuoti in cui immergersi alla ricerca di possibilità originali di autentica libertà artistica. Il suo modo di lavorare è passionale e fulmineo: sui suoi quadri ci sono gli effetti di passaggi veloci, avvenuti d'istinto e senza riflessione. E' una libertà creativa istantanea, un'azione artistica che nasce prima, ed è più veloce, di ogni scelta. La sua decisione di dipingere astratto esprime il desiderio di non avere limiti, di non sottostare a regole estrene e di trascendere le dimensioni per essere "sempre altrove e dappertutto nello stesso tempo, dentro il cuore delle cose e degli esseri".
Per questa esigenza di libertà Danilo Picchiotti non si identifica in nessun gruppo o scuola di pittura, conosce e studia l'arte astratta, ma vive la sua esperienza da solo".
Alberto Bistarelli
 
“Nell'attività artistica di Picchiotti l'informale, nelle sue molteplici declinazioni poetiche, è uno dei movimenti dominanti nello scenario artistico occidentale. Tra i motivi fondamentali di questo ampio atteggiamento culturale vi è il rifiuto di ogni collegamento con il retaggio della tradizione, della storia stessa. Il critico "militante" Michel Tapié, nel 1952, affermava che l'obiettivo del clima informale era di fare un'"art autre", svincolata cioè da ogni legame con il passato.
 
Nella pittura di 'Picchiotti vi è un'ansia di ricostruzione, fondata sulla necessità di nuovi valori, in grado di sopperire all'ormai vacua idealità di fine Ottocento, naufragata nei conflitti mondiali in un clima di generale rigetto e secessione.
Una sottile, spesso contaminata, linea di demarcazione è stata rintracciata tra informale materico ed informale segnico: alcuni artisti resteranno prevalentemente materici, come   Jean Fautrier, Antoni Tápies, Jean Dubuffet, Alberto, Burri.”
Jean Daniel Mura
L’informale di materia è la tendenza che maggiormente si manifesta in Europa.
Deriva da un’antica dicotomia da Platone in poi: la polarità materia-forma. Il primo termine indica il magma informe delle energie primordiali, il secondo definisce l’organizzazione della materia in organismi superiori.
 Questo contrasto materia-forma diventò un termine problematico nella scultura di Michelangelo e da lì ha influenzato, attraverso la riscoperta di Rodin, la scultura moderna.
 Con l’Informale anche i pittori si appropriano di questa problematica, proponendo immagini in cui i valori estetici e espressivi sono quelli dei materiali utilizzati.
L’informale di materia inizia nello stesso anno in cui Pollock inventa l’action painting: il 1943.
 Protagonista è il pittore francese Jean Fautrier, che, rifacendosi alle esperienze del Cubismo sintetico di Picasso e Braque e alle ricerche surrealiste di Max Ernst, inserisce nei suoi quadri materiali plastici che emergono dalla superficie del quadro.
 In tal modo rompe il confine tra immagine bidimensionale e immagine plastica, proponendo opere che non sono più classificabili nelle tradizionali categorie di pittura o scultura.
 Ai valori espressivi dei materiali si rivolgonouropei: tra essi emergono soprattutto il francese Jean Dubuffet, lo spagnolo Antoni Tápies e l’italiano Alberto Burri. 
Quest’ultimo, in particolare, propone opere dalla singolare forza espressiva, ricorrendo a materiali poveri: legni bruciati, vecchi sacchi di juta, lamiere, plastica..
.ARTE ASTRATTA ED ARTE INFORMALE
 Ciò che va rilevato è che l'Astrattismo, nelle sue varie forme, compie in sostanza un'opera di allontanamento, di astrazione, di straniamento dalla realtà naturalistica, mutevole e fenomenica, entro la quale viviamo, il che implica, comunque, l'intenzione di rapportarsi con essa, se non altro per negarne o stravolgerne le forme, secondo la ricerca consapevole di una spiegazione filosofica, e in definitiva razionale, del legame referenziale fra immagine e realtà.
Sul tema dell'Astrattismo è particolarmente significativo un libro scritto nel 1908 da Wilhelm Worringer, fra i primi ad utilizzare tale termine, "Astrazione e Empatia", che analizza la posizione in cui si pone l'uomo nei confronti della natura, distinguendo un atteggiamento di einfuhlung (empatia), un sostanziale equilibrio, una comunione spirituale fra essere umano e mondo reale, da un atteggiamento di rifiuto, di angoscia e precarietà per la condizione dell'essere uomo (….)
 La seconda guerra mondiale, un'immane tragedia che sconvolge in profondità la coscienza storica e filosofica dell'umanità, incide in modo molto significativo sulla struttura culturale del tempo, e sull'arte in particolare (...)
 In questo clima storico-culturale si afferma la pittura informale, che si configura subito come antagonista del passato, come rifiuto di qualsiasi legame culturale con esso, peraltro già reciso dalla guerra, come trionfo dell'irrazionale e negazione di quel substrato intellettuale e spirituale che caratterizzava la pittura astratta.Come sempre, l'Informale ha relazioni e dipendenze dal passato che pure nega, collegandosi soprattutto ai recenti movimenti artistici europei, dall'Impressionismo in poi, a conferma che la storia dell'umanità, e con essa la storia dell'arte, si svolge senza soluzione di continuità e che ogni presente è figlio del suo passato: ha la carica emotiva dell'Impressionismo, l'anticonformismo dei dadaisti, l'aggressività dell'Espressionismo, il misticismo della pittura surreale (…)
 da "Arte astratta ed arte informale" a cura di Vilma Torselli, 2002

Danilo Picchiotti
pittura moderna e d'avanguardia
Borgo San Frediano 61r - Firenze
tel +39-0552340732
email infinito@picchiottidanilo.it
"La rotta delle emozioni"
english version

mercoledì 5 settembre 2007

Drogatevi di musica e il mondo sarà migliore

ACURA DI DANILO PICCHIOTTI
Alcuni ricercatori americani hanno scoperto che la musica attiva nel cervello i centri del piacere e dell'emozione, gli stessi che vengono eccitati dal sesso, dal cibo e dalle droghe. I risultati della ricerca, pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences, sono di grande importanza, poiché la musica viene in qualche modo equiparata, per gli effetti benefici sul nostro organismo, a cose vitali quali l'alimentazione e l'attività sessuale. Ed è perfettamente in grado di sostituire le droghe, se si desidera provare emozioni intense...provare per credere. Ancora una volta la scienza dimostra ciò che era già noto e certo per  l'esperienza empirica. Non è un caso che l'arte favorita nel periodo simbolista del  Decadentismo fosse proprio la musica. La musica regolata da rapporti armonici matematici, era in grado di scuotere, di emozionare, di far vibrare le corde più segrete dell'animo umano, di comunicare contenuti senza parole, senza concetti, direttamente. Quanti brividi, quante emozioni al limite del deliquio! I poeti e i pittori portavano al limite estremo la ricerca artistica per avvicinare le parole e le forme alla stessa comunicazione esente da razionalizzazioni intermediarie: sfumature, associazioni libere, analogie, onomatopee, sbavature di colore. Bergson affermava che la verità è percepita dall'intuizione, da ciò che c'è sotto la soglia di vigilanza, la fisica scopriva l'inconsistenza della materia, la sua vibrazione, Wagner incantava il suo pubblico e Baudelaire esaltava le corrispondenze, mentre la realtà, che era già esplosa nel pulviscolo atomico dei colori complementari impressionisti, si perdeva dietro soffuse metafore visive. Siamo esseri vibranti e la musica che è vibrazione ci travolge, ci penetra, ci innalza! Provate. In questi giorni tragici della storia dell'umanità, le brutture della guerra e la minaccia terroristica non possono farci dimenticare la nostra destinazione e la nostra dignità umana. Allora rifugiamoci per un po' nel bello. Quel bello che rende ancora più intollerabile la volgarità, la meschinità. Lasciamoci andare per un po', perché quando torneremo nella realtà saremo ancora più determinati a non lasciar vincere la guerra! Facciamo questo esperimento: andate a casa, abbassate le luci, mettetevi comodi, accendete lo stereo sulla canzone o la musica che più vi piace e seguitela con il cuore e con la mente, lasciatevi rapire, ondeggiate con lei, scoppiate di ammirazione e gioia per le straordinaria creatività umana e restate così, mentre l'emozione lascerà il posto ad un pigro ed appagante torpore.Dopo quella beatitudine non potrete sopportare che l'uomo dimentichi la parte migliore di sé.
Mandala

Arte e spiritualità

A CURA DI DANILO PICCHIOTTI

Gran parte degli artisti creano solo in presenza di grosse tensioni e sofferenze spirituali: l’arte si nutre del dolore degli uomini, ed esige dolori sempre nuovi.
L’arte, nelle sue molteplici espressioni, è forse il prodotto più elevato e prezioso che l’uomo possa concepire e la facoltà creatrice rende l’artista quasi una divinità. Questo lo pensavano anche i neoplatonici ed i romantici, non è certo storia nuova. Più volte mi sono interrogato sul ruolo dei saggi e degli artisti, nell'evoluzione del genere umano, propendendo ora per gli uni ora per gli altri. Se vogliamo tradurre il discorso in termini buddhisti, potremmo dire, infatti, che gli artisti hanno affinato la sensibilità per ogni aspetto dell'esistenza, il che comporta spesso una maggiore permeabilità al dolore, e la tensione che ne deriva permette loro di creare grandi opere, nelle quali riescono ad esternare quello che gli altri sentono solo confusamente ed intuitivamente. Gli artisti, cioè, hanno compreso e sono immersi nella Prima Nobile Verità: "la vita è sofferenza". I saggi, invece, si stanno avviando a realizzare la quarta ed ultima Nobile Verità: "eliminare la sofferenza". I primi parlano agli altri uomini da pari a pari, ne condividono sofferenze e slanci, ai quali danno voce, suoni, colori, sembianze, rappresentazione. I secondi parlano agli altri uomini da maestri a discepoli nel tentativo di trasmettere una verità che di fatto non è trasmissibile ma può essere solo conquistata, se quelle parole e quegli sguardi non vogliono fermarsi al solo piano intellettuale. Ma se la vita è sofferenza ed il superamento della sofferenza è possibile e raggiungibile solo nel Nirvana - che è l'estinzione delle cause delle rinascite e quindi della vita stessa - allora vuol dire che gran parte dell'esistenza umana sarà vissuta nel dolore. Le parole dei saggi avranno valore finché i dolori fondanti (vecchiaia, malattia, morte), non ci toccheranno da vicino oppure quando delle parole si accetta il livello più esteriore o si trasformi il tenativo di comprensione in ricerca di conforto. Ma nella maggior parte dei casi nulla e nessuno potrà lenire il nostro dolore; le parole dei saggi allevieranno la nostra inquietudine intellettuale, ma nulla potranno per la sfera emotiva, quella indomita parte dell'ego che resterà in vita finché il nostro corpo avrà vita. Gli artisti che hanno fatto del dolore la materia delle loro creazioni, invece, parlano direttamenete alle emozioni, le accarezzano, le cullano, le esasperano, le trasformano in esperienza estetica, dandoci un motivo per credere ancora che la vita è bella nonostante tutto, e lo fanno dalla nostra stessa condizione, mostrandoci generosamente tutte le loro ferite. Così non ci sentiamo soli nel dolore, anzi, ne scorgiamo un senso. al contrario guardiamo il saggio come una persona realizzata da venerare e da imitare ma che orami non sa più condividere le nostre sofferenze. Non è così, il vero saggio non smette di provare compassione, ma per noi è già fuori dal tempo e dalle tempeste umane.
Ma perché considerare necessariamente l'artista e il saggio come due entità separate? Cercherò di rispondere: l'arte è un modo per sublimare il dolore, per ricavarne tutta la sua forza conoscitiva, ed in questo è una preziosa strada verso la "salvezza". Non tutti gli artisti hanno creato e creano stimolati dalle inquietudini esistenziali, ma invece creano grazie ad una visione solare e positiva. Tuttavia se parliamo dell'arte con la A maiuscola, quella in cui la geniale espressione formale e stilistica coincide con il messaggio e non si esaurisce in se stessa, molto spesso le opere nascono proprio da una grande tensione spirituale irrisolta: mi riferisco a poeti come Rimbaud, Jim Morrison, Leopardi e Montale, a pittori come Van Gogh, Michelangelo e Caravaggio. E' vero, il fatto che tale tensione non trovi soluzione non toglie il valore salvifico e conoscitivo dell'arte. Quanto dico è frutto di una mia sofferta evoluzione, poiché ho sempre avuto una spiccata predilezione per gli artisti "maudits", per tutti coloro che vivevano l'esistenza e l'arte come una ricerca incessante e inquieta del senso delle cose, per chi cercava, non per chi trovava (per questo ho sempre trovato insopportabile la presunzione di Picasso). Non conosco artisti che abbiano trovato questo senso ed è questa "mancanza" la loro forza, ossia l'eroica ricerca incessante e sublimante è la loro forza. Ora, però, ho scoperto anche la grandezza di chi trova, così come ho scoperto il fascino dell'equilibrio, che un tempo trovavo monotona piattezza, staticità e che oggi vedo come provvisoria armonia di forze in conflitto, con tutta l'energia e la tensione che questo comporta. Per "saggio" io non intendo un qualunque ricercatore spirituale, ma gli esseri sulla strada dell'illuminazione: Gesù, Buddha, il Dalai Lama e pochi altri. Solo costoro - e subito dopo vengono gli artisti - ritengo più vicini al vero e alla massima potenzialità umana. Di fatto cercano entrambi la stessa cosa, anche se con mezzi diversi, quindi non ritengo il saggio e l'artista due entità qualitativamente diverse, bensì la stessa entità in momenti diversi della sua evoluzione. Ma a questo punto sorge un'ulteriore domanda: se l'illuminato e l'artista sono la stessa entità in due punti diversi del sentiero conoscitivo al quale è destinato l'uomo, allora l'illuminazione, la saggezza, non lasciano spazio all'arte. Temo che sia proprio così: se l'arte è il frutto più bello delle illusioni umane, la saggezza è la distruzione delle illusioni. L'imperturbabile non ha più niente da dire. Non a caso un saggio come Krishnamurti sosteneva che è bene concentrarsi sul presente, senza protendere la mente al passato e al futuro, il che farebbe insorgere il ricordo o l'aspettativa e con esso il desiderio e la paura (di rivivere o di evitare una determinata esperienza), ma come potrebbe ciò conciliarsi con l'arte, dal momento che questa nasce da sensazioni, nostalgie, speranze, pensieri? Un bel ritratto dipinto a olio ci travolgerà sempre con il suo fascino di silenzioso racconto di un'intimità appena sfiorata, e magari già vissuta, già passata: la sua immobilità è la tragedia del tempo che scorre. Una poesia scaturita da una speranza sarà il frutto prezioso di un animo inquieto e immerso nella contemplazione di un tempo diverso da quello presente. Forse l'autore di quel ritratto o di quella poesia non sarà un saggio, ma benedetta sia la sua mano e il suo cuore! Saluto con gioia ogni coraggioso ribelle, artista o gaudente che abbia negli occhi la luce dell’inquieta ricerca. L'arte accende l'anima di domande che esigono risposte e avvolge ciò che ci sfugge nel velo del simbolo, e i simboli ci insegnano a pensare...
Aetos - Mandala