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mercoledì 2 aprile 2008

Nascita dell'Espressionismo astratto e dell'action painting

a cura DI D. PICCHIOTTI

L'arrivo in America degli artisti europei all'epoca della grande crisi degli anni '40, nascita dell'Espressionismo e della pittura informale, dell'action painting e del dripping.
"La mia è una pittura diretta. Il metodo di questa pittura è la crescita naturale di un bisogno. Quello che mi preme è esprimere le mie sensazioni piuttosto che descriverle. La tecnica non è che un mezzo per arrivare a questa espressione….."( Jackson Pollock)
Per capire quale sia il più un significativo punto d'origine per la definizione e lo sviluppo dell'arte moderna è necessario valutare l'importanza che l'arte americana assunse nel periodo della seconda guerra mondiale, e subito dopo di essa, quando New York emerse come nuovo centro dell'universo artistico.
Lì conversero molti artisti europei in fuga dalla guerra, dalle leggi razziali e alla ricerca di libertà d'espressione, come molte personalità del movimento surrealista, che ebbero notevoli difficoltà d'inserimento nell'ambiente culturale d'oltre oceano e che pur tuttavia, attraverso la mediazione di vari linguaggi artistici, dal Cubismo all'Automatismo oltre che il Surrealismo, contribuirono in modo determinante alla nascita dell'Espressionismo astratto in America.

L'insegnamento di Andrè Masson, le opere di Roberto Matta e di Arshile Gorky prepararono il terreno per il passo decisivo dal Surrealismo all'Espressionismo astratto compiuto da Jackson Pollock , in termini espressivi fortemente personali ed innovativi, al quale si possono affiancare, seppure in tono decisamente minore, Franz Kline e Mark Tobey , oltre a Willem de Kooning.
E' interessante notare come molti degli artisti espressionisti fossero ebrei e come il fenomeno si possa leggere, in gran parte, quale una derivazione della tradizione russo-ebraica trapiantata da luoghi d'origine in cui non rimaneva traccia: da ciò si possono far discendere alcune caratteristiche tipicamente espressioniste, quali una certa avversione per la rappresentazione specifica, la ricerca di una certa definitività del risultato, una propensione alla ghettizzazione dei rapporti interni alla comunità artistica, per certi versi chiusa alla società moderna che l'aveva accolta.

Ciò nonostante, l'Espressionismo fu un' esplosione culturale globale, potente e di grande impatto nella cultura americana, socialmente utile in quanto paragonabile ad una sorta di religione sostitutiva in un momento di grande crisi spirituale e morale per tutta la società americana.
In seguito dichiarò Barnett Newman : "……nel 1940 alcuni di noi si destarono per accorgersi che eravamo senza speranza; che in realtà non esisteva nessuna pittura……..Fu quel risveglio che ispirò l'aspirazione, l'elevato proposito, qualcosa di assai diverso dalla semplice ambizione, di ripartire da zero, come se la pittura non fosse mai esistita……….." .
L'Espressionismo astratto, quindi, scaturisce principalmente dalla disperazione e dalla crisi dei valori creativi legata al particolare periodo storico, l'America degli anni '40, caratterizzato in campo artistico, e non solo, da un "enorme vuoto" che, come osserva Adolph Gottlieb , andava colmato con uno sforzo di rifondazione della mitologia e della simbologia primitiva.

Con l'Espressionismo nasce l' "action painting" (pittura d'azione, pittura gestuale) una pittura immediata, libera, spontanea, nella quale tutto il corpo dell’artista viene coinvolto nella realizzazione dell'opera, di cui l'esecuzione è affidata alla gestualità del braccio, una pittura fatta con spruzzi, macchie, sgocciolature di colore (dripping) dal pennello o direttamente dal barattolo sulle superfici in tela o cartone predisposte ad accoglierle, poste in posizione orizzontale.
I segni che ne conseguono configurano un'immagine caotica, un intreccio irrazionale ed informale di colori e linee, frutto di una gestualità casuale che vuole portare in superficie le motivazioni nascoste dell'inconscio, legandosi così alle posizioni filosofiche contemporanee, di matrice esistenzialista.
L'opera d'arte diventa espressione di un soggettivismo esasperato, dell'azione automatica dell'inconscio, la tela è mezzo e tramite fra la materia, il colore, il segno, e l'inconscio dell'artista, tanto che Pollock scrive: "Quando dipingo non ho l'esatta percezione di ciò che sta avvenendo, solo dopo mi rendo conto di ciò che ho fatto........"

E', l'action painting, l' espressione di uno stato d'animo, lo scoppio di una carica di energia, l'esplosione di una pulsione interiore che non si estrinsecano secondo un predeterminato progetto, ma seguono quasi automaticamente un incontrollabile impulso del profondo, con evidenti richiami, anche se con esiti formali del tutto diversi, all'Espressionismo, per la violenza del linguaggio, al Dadaismo, per la carica di ribellione, al tachisme per ciò che riguarda l'aspetto tecnico (a macchie), ma soprattutto al Surrealismo.
Come il Surrealismo, infatti, l'action painting esalta la supremazia dell'inconscio, il valore automatico del risultato, che non dipende da scelte formali o concettuali coscienti, ma è frutto del gesto puro, di un automatismo psichico che delinea forma e contenuto liberamente ed irrazionalmente, non vuol spiegare, solo esprimere.
L’automatismo psichico del Surrealismo arriva così alle sue estreme conseguenze, con l'annullamento di ogni residuo cosciente, trovando nell'inconscio una materia di ispirazione vasta ed inesplorata, in grado di comprendere i germi di molte successive esperienze che riconosceranno come vero tema dell'opera d'arte non già l'opera compiuta, bensì la sua realizzazione nel momento in cui l'artista la attua, con improvvisazione e spontaneità (body art, happening, performance, arte comportamentale ecc.).

Questa corrente culturale raduna in realtà personalità artistiche anche molto diverse tra loro, accomunate da un diffuso senso di angoscia e disagio per gli orrori della guerra, manifestazione della degenerazione del mito della modernità razionale, unite in un generale atteggiamento di reazione che le porta a ripiegarsi nell'inconscio, alla ricerca di se stessi, delle loro angosce e delle profondità insondate della loro psiche: il risultato di questa discesa interiore produrrà, a seconda delle personalità dell'artista, opere cariche di violenta disperazione (con chiaro riferimento all'Espressionismo), o anche di inquietudine e meditazione (più vicine alla matrice surrealista).

Questa tecnica pittorica tipica dell'Espressionismo astratto americano annovera tra i suoi più significativi rappresentanti Jackson Pollock, che la propose per primo nel 1947, Lee Krasner (moglie di Pollock) e poi Willem De Kooning, Franz Kline, Mark Rothko.
L'invenzione della tecnica da parte di Pollock risale al 1949, in seguito, vedendo il pittore al lavoro, per la particolare gestualità con la quale l'opera veniva creata, il critico Clement Greenberg inventò il termine di "action painting" per definire un modo così personale di dipingere, nel quale non vi era centro né direzione di osservazione e la composizione si presentava direzionalmente indeterminata ed equivalente, all over (a tutto campo), definendo così l'aspetto più rivoluzionario del linguaggio inventato dall'artista.
Pollock ha tutta le caratteristiche emblematiche della corrente che rappresenta: è un ribelle nel senso pieno di genio e sregolatezza, è attratto dallo studio dell'inconscio, dalla psicanalisi junghiana, dalle filosofie orientali, dagli eccessi, dalla libertà, dall'improvvisazione, che in quegli stessi anni caratterizza molte delle correnti musicali a cui l'artista si accosta (John Cage, il jazz, il be bop).

Consacrato quale maggior rappresentante dell'action painting e dell’Espressionismo astratto, Pollock ha rappresentato un momento importante della ricerca artistica del secolo scorso, soprattutto per la cultura statunitense, contribuendo in maniera determinante all'affermazione degli Stati Uniti come nuovo centro dell’arte nella seconda metà del ‘900.
di Vilma Torselli

mercoledì 21 novembre 2007

ARTE E PROCESSI CREATIVI

RICERCHE ACURA DI D. PICCHIOTTI

Genialità e follia
Scrive Karl Jaspers: "Quando ammiriamo lo splendore di una perla non pensiamo mai che essa nasce dalla malattia della conchiglia"
Risponde Umberto Galimberti

Ancora una volta trovo nella sua rubrica interrogativi che mi scuotono profondamente e che mi aiutano a far luce sul disagio della civiltà in cui viviamo. Sono un'insegnante di italiano e latino presso il liceo scientifico Nomentano di Roma e da tre anni ho accettato di insegnare per sei ore alla settimana presso la Clinica di Neuro-psichiatria di via dei Sabelli. Qui gli studenti hanno un'età compresa tra i 12 e i 18 anni. Naufraghi, sopravvissuti loro malgrado a disagi di ogni tipo, con alle spalle famiglie più o meno normali, approdano al reparto di Neuropsichiatria quasi sempre senza alcuna convinzione, sotto il peso delle sconfitte proprie e altrui... Siedono già stanchi e annoiati fin dall'inizio della mattinata in attesa del colloquio, della psicoterapia che dovrebbe traghettarli verso la terra promessa della normalità. E noi professori in questa realtà ospedaliera ogni giorno dobbiamo individuare, anche se con fatica, percorsi pedagogici che nessun programma ministeriale può predisporre ma che solo la professionalità e la sensibilità del docente possono individuare. Lei capisce bene che questo tipo di impegno dovrebbe essere incoraggiato, stimolato, apprezzato da chiunque operi nella scuola perché lo spirito della scuola pubblica è proprio quello di permettere a tutti di avere opportunità formative di crescita spirituale e culturale. Anche a chi è in carcere o a coloro che si trovano loro malgrado in ospedale. Se però tu che lavori in ospedale per esigenze di servizio intralci l'orario della collega che non può andare a far la spesa o il giorno libero del collega che non può godere del meritato riposo, ecco che il castello di carte della scuola come palestra di vita cade miseramente sotto il proprio peso. In fondo chi opera al di fuori della scuola in ospedale addirittura non si sa bene cosa faccia... Sicuramente dà fastidio a chi lavora onestamente e da anni varca il portone dello stesso edificio animato solo da un silenzioso e malinconico lasciar correre perché tanto... domani è un altro giorno. Di fronte alla rigidità mentale di tanti miei colleghi e anche di fronte alla ristrettezza di vedute di molti mi chiedo se non dovrebbe essere obbligatoria l'esperienza dell'insegnamento in realtà difficili e degradate, da affrontare almeno una volta nella vita per imparare che non c'è niente da insegnare se non siamo capaci di lasciarci arricchire dalla vita che ci circonda e di cui trasudano i gesti, gli abbigliamenti i comportamenti dei nostri studenti. Chi insegna non dovrebbe aver paura della vita che scorre e che non lascia certezze ma dovrebbe tener lontano da sé quel rigor mortis che spesso incatena chi fa scuola a ripetitive pratiche che ben poco hanno a che fare con la maieutica trasmissione del sapere. Marina Monaco marinamonaco63@libero.it Ho sempre pensato che la scuola non si fa con i programmi ministeriali, ma con la personalità dell'insegnante in grado, grazie alla sua maturità psicologica, di intercettare i canali emotivi dei suoi allievi che sono la pre-condizione per attivare la curiosità intellettuale. Questa semplice regoletta, nota a chiunque si occupi di processi educativi, dovrebbe essere il criterio per la selezione degli insegnanti, con rigorosa esclusione di quanti, privi di capacità psicologiche, finiscono per andare a scuola solo per annoiare e demotivare studenti senza attivare nessuna delle loro potenzialità. Lei, oltre che nella scuola normale, presta la sua attività anche in una clinica neuropsichiatrica, insegnando a giovani che pensano, immaginano e si figurano il mondo esterno e interiore secondo una loro specifica modalità che è diversa, ma non per questo meno coerente, della modalità da tutti condivisa. Anche qui, più che i programmi ministeriali o le pratiche di cura e comprensione, direi che il processo educativo dovrebbe tentare di catturare e valorizzare la specifica e peculiare visione del mondo di questi allievi, per vedere quanto questa possa costituire un punto di osservazione critico sulla visione del mondo mediamente condivisa, e considerata, da quanti "impazziscono", del tutto invivibile e inabitabile. Quando leggiamo le liriche di Hölderlin, le opere di Nietzsche, le elegie di Duino e di Rilke, ne ammiriamo le intuizioni folgoranti e la straordinaria potenza espressiva, dimenticando che forse la loro genialità poteva essere sprigionata solo dalla loro follia e non certo dalle opinioni condivise dalle persone cosiddette "normali", che si accovacciano nelle loro buone condotte da tutti approvate senza uno sprazzo di creatività. Sappiamo che non si dà creatività senza commercio con la follia. E se i giovani d'oggi, privi come sono di un futuro prevedibile e preordinato, fossero costretti a essere creativi e quindi un po' folli, e non dissennati come la scuola li giudica, quando (ed è sempre) non comprende il loro modo di pensare, immaginare, sentire, ogni volta che questo esce dagli schemi con cui l'istituzione scolastica e la mente di gran parte degli insegnanti sono abituati a capire. Perché non valorizzare anche nella scuola dei cosiddetti "normali" quello spazio di follia che, oltre a concorrere alla creatività, può costituire un ottimo punto di osservazione critico su quella "normalità" monotona che caratterizza la nostra scuola, dove nessuno più alza la mano per fare una domanda, perché, se questa fuoriesce dalle risposte già confezionate, si corre subito a chiamare lo psicologo.